“Il parco sommerso di Baia” di Sergio Coppola

Se il bradisismo non avesse sommerso le coste dei Campi Flegrei, oggi non avremo avuto l’opportunità di vedere come vivesse l’aristocrazia romana, dal periodo repubblicano a quello imperiale, in questa zona a nord di Napoli. Ancora un fenomeno naturale analogo lega Baia alle città vesuviane di Pompei ed Ercolano, che per secoli sono state sepolte dall’ eruzione del 79 d.c. Dopo decenni di oblio e di emarginazione, il parco sommerso di Baia, che si trova in un contesto paesaggistico non comune, tenta di occupare il posto che gli spetta nella multiforme realtà del territorio destinato sempre più a costituire uno degli scenari più qualificanti del turismo culturale in Italia, nel Mediterraneo e in Europa. Nonostante l’interesse appassionato di alcune persone, poco si è fatto o si è potuto fare e molto è andato irrimediabilmente distrutto. Il primo scavo subacqueo della storia di Baia data il 22 settembre 1959 eseguito dall’equipe del Prof. Nino Lamboglia e coadiuvata dal Professor Amedeo Maiuri. La zona fu virtualmente suddivisa in nove quadrati della lunghezza di 500 metri di lato. Con questo sistema si gettavano le basi per la completa mappatura del sito. Nonostante le numerose difficoltà, quali le coltivazioni di mitili, la presenza di navi in disarmo, ed  il traffico navale per il carico di pozzolana, lo scavo fu effettuato per aprire un cantiere permanente. La prematura scomparsa del prof. Lamboglia vide interrompere il cantiere. Nel 1967 furono scoperte migliaia di lucerne all’interno di due magazzini sommersi di quello che una volta era il Portus Julius. In quel periodo l’archeologia subacquea era agli albori e grazie ad un gruppo di sub napoletani, tra cui il mitico Claudio Ripa, le lucerne furono recuperate e conservate all’interno dell’anfiteatro Flavio nelle mani  dell’assistente capo alle Antichità, Angelo Angellotti.
Nel 1968, sempre nella zona di Portus Julius, lo stesso gruppo di sub individua una grossa struttura, apparentemente di marmo, che affiorava dai detriti del fondale. Dopo aver chiesto le necessarie autorizzazioni  per il rilievo e lo scavo, passano alcuni giorni, ma quando il gruppo si reca sul posto per iniziare il recupero, con grossa sorpresa non trovano più la struttura, ma un enorme buca. Fortunatamente, dopo qualche giorno, alcune voci riferiscono che una grossa struttura di marmo era stata notata da pescatori locali, nelle acque antistanti Punta Epitaffio, a circa un chilometro dal luogo del ritrovamento. Probabilmente in quell’occasione si sventò uno dei tanti furti di reperti archeologici  che hanno umiliato il territorio.
Dopo aver effettuato il recupero, si riconobbe nella struttura marmorea un altare nabateo di circa 6-700 chili. Successivamente nel 1969  a 10 anni di distanza dallo scavo effettuato dal Prof. Lamboglia, a causa di una forte mareggiata, furono scoperte due statue, ancora in posizione eretta nell’abside di un ambiente rettangolare. Fu effettuato un altro scavo sotto punta Epitaffio, luogo del ritrovamento, condotto da P.A. Gianfrotta, ed aiutato dal solito gruppo di sub, tra i quali, ancora Claudio Ripa, che riportò alla luce due statue, in particolare quelle di Ulisse e di Bajos, che erano parte del complesso che rappresentava la scena omerica dell’ubriacatura di Polifemo, la cui statua non è mai stata ritrovata.
Questa fu, probabilmente, asportata in epoca romana; infatti, nel periodo imperiale, si faceva incetta di statue di grande formato per adornare i grandi edifici, per esempio, le terme di Caracalla (dove esisteva anche un gruppo di Scilla). Tra il 1981 e il 1982 furono effettuate altre campagne di scavo subacqueo nel ninfeo, che portarono alla luce altre statue, tra cui due Dioniso, la statua di una bambina, identificata in Ottavia la figlia dell’imperatore Claudio e la statua di Antonia Minore, madre dell’imperatore. La presenza di queste statue, avvalorò l’ipotesi  che il ninfeo facesse parte del palazzo dell’imperatore Claudio.
Vanno ricordati in quel periodo due grandi studiosi, che hanno dato un enorme contributo alle indagini archeologiche e sono il Prof F. Zevi e il Prof. B. Andreae.
Ma allora perché, quando il bradisismo iniziava a far inabissare il ninfeo, le altre statue, pur di pregevole fattura, non sono state portate in salvo? Quando in un magazzino del Portus Julius trovarono quelle migliaia di lucerne, qualcuno ipotizzò che servirono a illuminare il ponte di barche tra Baia e Pozzuoli, dove Caligola volle celebrare la sua investitura imperiale, attraversandolo a cavallo e indossando l’armatura di Alessandro Magno.
Perchè erano state abbandonate, nonostante fossero  ancora integre?
Il bradisismo è notoriamente un fenomeno lento, che non spiega un abbandono repentino di tali strutture e quantomeno il non aver messo in salvo delle preziose statue che erano all’interno delle ville romane.
In un altro contesto, che tende a valorizzare posti unici al mondo come Baia, molti sarebbero gli sforzi per aprire un cantiere permanente, per continuare a scavare, ma soprattutto a mettere in sicurezza le strutture che negli ultimi 50 anni hanno subito i danni maggiori, dovuti all’uso del porto per scopi commerciali.
Nonostante la chiusura totale alle navi di grosso pescaggio e l’istituzione dell’area marina protetta nel 2002, la tutela non è ancora efficace. In un paese che è storicamente votato al turismo  non si possono più accettare investimenti a scopo industriale. Sarebbe ora di cambiare tendenza per rendere fruibile al mondo intero un patrimonio unico nel suo genere.

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  1. Gran bel articolo! Complimenti!

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