“Alluvione in Sardegna: clima o sindaci sotto accusa?” di MalKo

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Per capire come nascono le tragedie come quella che si è appena consumata in Sardegna con l’alluvione, bisogna spiegare come avrebbe dovuto funzionare un serio sistema di previsione e prevenzione delle catastrofi e di difesa delle popolazioni.

I metereologi attraverso osservazione e dati fisici e modelli matematici, riescono a elaborare previsioni meteorologiche di ottima attendibilità in senso generale. Scendendo nel dettaglio, cioè zoomando sul singolo paesello, la previsione potrebbe perdere qualche punto statistico di attendibilità soprattutto dal punto di vista dell’intensità dei piovaschi ma è normale.

Il fax di allertamento è arrivato nei municipi sardi pare la domenica pomeriggio. In Italia sono pochissimi i comuni che offrono un servizio di veglia o reperibilità in orario pomeridiano e festivo. Allora e nella migliore delle ipotesi, parte un sms che raggiunge il sindaco quale autorità locale di protezione civile o i Carabinieri se i collegamenti diretti sono infruttuosi. Che cosa abbiano fatto i sindaci una volta ricevuto questo allarme dovrà stabilirlo nel nostro caso la magistratura per individuare eventuali responsabilità.

In molte trasmissioni qualche primo cittadino si è lamentato che l’allarme meteo è scattato solo dodici ore prima dell’alluvione. Va bene, poco tempo, ma in quelle dodici ore che cosa è stato fatto?

La constatazione che bollettini di allerta meteorologica si ricevono frequentemente non giustifica assolutamente l’indifferenza o la stasi istituzionale da festività, prefestività o pomeridianeità. Se le calamità non conoscono festività e orario d’ufficio, la logica vorrebbe che anche la pubblica amministrazione e soprattutto i comuni come enti più vicini ai bisogni sociali del cittadino, siano parimenti allertabili in tempo reale a prescindere dal calendario. Se l’Italia ha un’innata sofferenza geologica che deve anche misurarsi con i capovolgimenti del clima, a maggior ragione dovrebbe avere su tutto il territorio un omogeneo sistema di protezione civile particolarmente efficiente.

Allora, un organismo amministrativo che voglia veramente assicurare il bisogno sociale di sicurezza, in tempi normali già prepara un piano di emergenza che enunci cosa fare una volta ricevuto un’allerta magari meteorologica ai massimi livelli di pericolo.

Quanto sia pericolosa la bomba d’acqua in arrivo è una misura che la conosce solo ogni singolo comune mettendo insieme una serie di variabili. Tra queste l’acclività dei suoli, gli eventuali dissesti idrogeologici in atto, dal bacino idrografico, dalle caratteristiche di fiumi e canali, dallo stato del mare, dal periodo dell’anno, dalla manutenzione stradale e fognaria, dalle risorse operative in loco, dalle caratteristiche del tessuto viario e ferroviario, ecc… Quindi, quando il servizio meteo annuncia acqua a catinelle, l’indice di vulnerabilità territoriale rispetto al pericolo paventato è senz’altro una misura  valutabile per logica da ogni singolo comune. In genere, nei piani di emergenza si stabilisce che a fronte di una allerta meteo da cartellino rosso, sia costituito a livello locale il Comitato Operativo Comunale (COC). Tale comitato è formato dal sindaco o suo delegato; dal comandante della polizia municipale e dal responsabile dell’ufficio tecnico che allerta la squadra di manutenzione per l’eventuale apposizione della cartellonistica stradale e piccoli interventi. Anche il gruppo comunale di protezione civile è allertato con uomini e mezzi che sono oggetti di manutenzione e controllo. La struttura comunale rimane in attesa fino al cessato allarme mantenendo contatti con il personale incaricato (ove necessita) di guardiania idraulica su ponti e dighe e canali. Se invece la situazione dovesse aggravarsi in una misura non fronteggiabile dalle sole risorse comunali, il comitato operativo (COC) si trasforma in Centro Operativo Misto (COM), sempre presieduto dal sindaco, che integrerà il suo staff con altri dirigenti e con i rappresentanti delle forze istituzionali presenti in loco. In tal modo si ottiene uno snellimento delle procedure burocratiche e s’interagirà per gli aiuti anche con la Prefettura dove presumibilmente sarà instaurato il Centro di Coordinamento dei Soccorsi (CCS).

All’origine di tutto quindi, c’è la pianificazione comunale che ha bisogno del documento di analisi dei rischi su cui costruire un solido sistema di protezione civile. Questa fondamentale valutazione di base consentirà poi la stesura del piano di emergenza che contemplerà per ogni singolo rischio evidenziato in precedenza, le procedure per fronteggiarlo come ad esempio l’evacuazione dove necessita.

Di particolare importanza è pure l’informazione che dovrà essere assicurata (dal sindaco) ai cittadini anche attraverso l’utilizzo di megafoni su auto o altri strumenti come i pannelli a messaggio variabile o la stazione radio locale che potrebbe emettere su richiesta bollettini a cadenza oraria o giornaliera.

Il problema serio che riguarda ogni luogo della nostra Penisola, e che all’individuazione dei rischi dovrebbero corrispondere parimenti azioni capaci di mitigare nel breve, nel medio e nel lungo termine, la vulnerabilità del territorio su cui incombe il pericolo.

D’altro canto come si legge sui giornali, la tragedia in Sardegna ha riguardato un luogo prima paludoso e poi inspiegabilmente urbanizzato. E poi si costruisce ancora nella zona rossa Vesuvio che annovera oltre ai seicentomila abitanti, anche 50.000 case abusive e 100.000 domande di condono ancora da analizzare. E poi si costruisce nei letti dei fiumi in secca. Sugli strapiombi. E poi dove il terreno frana magari in settori a elevato rischio sismico. E così a seguire per moltissime altre zone del nostro amatissimo Bel Paese… La morale è che si pensa più a quello che si costruisce piuttosto che a dove lo si costruisce.

Che cosa vogliamo fare? La magistratura dovrebbe incominciare a inchiodare sul banco degli imputati i sindaci, non tanto per quello che non hanno fatto durante l’allarme, ma per quello che non hanno fatto in termini di prevenzione delle catastrofi:il sindaco, non dimentichiamolo, è autorità locale di protezione civile. Una materia quest’ultima, interdisciplinare all’inverosimile, che affonda la sua essenza nelle politiche di previsione e prevenzione delle catastrofi. Chi assume il titolo di sindaco è bene allora che sappia che dovrà dedicarsi anche alla protezione civile, innanzitutto analizzando i rischi naturali e antropici che caratterizzano il territorio governato. Poi dovrà preparare una struttura dedicata e un piano d’emergenza per ogni singolo evento di pericolo, utilizzando tutte le forze comunali e comunitarie presenti sul territorio, che saranno formate sulla grande cultura della difesa dalle catastrofi a iniziare dalle tecniche di autosoccorso. Argomentazioni molto importanti che dovranno partire dalle scuole, a iniziare da quelle elementari, che presentano giovani discenti ansiosi di apprendere e insegnanti particolarmente votati alla trattazione interdisciplinare degli argomenti. Non vogliamo fare un torto ad altri importantissimi livelli e strutture scolastiche. La nostra esperienza però, ci ha insegnato che le scuole elementari sono veramente formidabili su questo genere di didattica, così come la stessa consapevolezza ci induce ad affermare che è sconveniente assegnare all’ufficio tecnico comunale la responsabilità della protezione civile. Non perché non ci sia analogia tra gli argomenti: tutt’altro, ma molto più semplicemente perché tali tecnici sono troppo presi da un genere di lavoro che antepongono in termini d’impegno e d’importanza a qualsiasi altra necessità sociale.

Nella foto uno scorcio del litorale di Atrani (SA) soggetto a un’alluvione nel 2010

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