“Cronache del primo maggio” di L. Z.

maggioEbbene sì, quest’anno ce l’abbiamo fatta! Dopo una vita ad annunciare diligentemente il proposito a cui poi non davamo sostanza, stavolta siamo riusciti ad andare a Roma al concertone! E pazienza se cantava Vasco, che con la festa dei lavoratori non c’entrava un benemerito e che a me non dice poi molto (anche se Irene, che è una fan sfegatata, ne era ben lieta). Stavolta c’eravamo anche noi, un puntino microscopico in Piazza del Popolo, una sorta di bizzarro quadretto familiare: Davide, Irene e io, tutti e tre manina nella manina per non perderci nel casino generale.
La giornata è stata strana, altalenante, tutto e il contrario di tutto, ma intensa. Cominciata tempestosamente alle cinque del mattino, con tre ore scarse di sonno alle spalle e con mia madre che mi vomitava ingiurie per riprendere la litigata del giorno precedente, aggravata dall’impresa a cui mi accingevo nonostante l’ira funesta della genitrice, che mi ha accusato ripetutamente tra le altre cose di tentato procurato infarto a membri della famiglia. Continuata sul pullman, ovviamente senza riuscire a recuperare il sonno perduto, ma allietati dal sottofondo di un gruppo di ragazzini di Nocera con cui Irene solidarizzava. Arrivo gioioso, seguito da subitaneo scoppio in lacrime in metro di Irene per un messaggio cattivo e pranzo debosciatissimo sui gradini di piazza di Spagna (ringraziamo Massimo Guarracino per il pezzo di frittata di maccheroni). Finalmente verso le tre, suppergiù, giungiamo a destinazione e dopo aver sgomitato per conquistarci un posto da cui avere il palco lontanissimo ma perlomeno di fronte, con i polpacci doloranti ci accasciamo al suolo. Nel frattempo suonano gruppi di sconosciuti o presunti tali che non riusciamo neanche a vedere da lontano e per un po’ ci attraversa la mente il terribile sospetto di aver fatto una clamorosa cazzata a venire, ma a un certo punto si sente tutto il pubblico scandire in un boato: “Ho visto/ la gente della mia età andare via…” e ci rialziamo a cantare Dio è morto insieme ai Nomadi! Seguono Bandabardò e tarantelle varie che ci rianimano, un’ avventurosa andata al bagno che mi ha fatto rimpiangere la latrina militare turca, nonché una confusa serie di telefonate con amici sparsi che ovviamente non riusciamo a beccare. Il momento epico si ha quando attraversiamo tutta piazza San Giovanni strapiena di gente, dalle porte fino alla piazza con l’obelisco dietro la basilica, per portare a termine la missione di riuscire a fare gli auguri di compleanno a uno di questi. Veniamo schiacciati e spintoniamo a più riprese, rischiamo di calpestare gente collassata in vario modo, sfioriamo la rissa con un napoletano idrofobo, bestemmiamo in maniera molteplice all’indirizzo del festeggiato, che si afferma nettamente in pole position per il titolo di “uomo più detestato di piazza San Giovanni”, tra noi che sbraitiamo isterizzati e la folla che ci guarda ostile e perplessa mentre ci sudiamo un palmo di terreno dopo l’altro (tra i commenti: “Cambiate amici!” e “Ma chi è ‘sto stronzo?”, oltre che il perenne ritornello di Davide: “Proprio ora che suonano gli Afterhours! Lo sapevo che me li faceva perdere! Lo odio! Lo odio!”, cui segue la risposta a due voci mia e di Irene: “Lo odiamo tutti!”). Ma, non si sa come, riusciamo a farcela, anche se Davide si perde gli Afterhours e io mi spezzo due unghie nella calca.
Alla fine ci compriamo due spillette con falce e martello che finiscono subito perdute (vabbè, era la bancarella del Manifesto…se non altro l’abbiamo finanziato) e una maglietta con la scritta: “Come si può essere vivi e felici se non possono esserlo tutti?”, firmato: Che Guevara.
Ritorniamo in piazza in tempo per Vasco, che continuo a non amare ma devo ammettere che lo scenario è imponente, il pubblico in delirio e la voglia di trovare un senso a sera, vita, storia, condizione e tante cose, come nella canzone, parecchia. Riattraversiamo per l’ennesima volta la piazza, riuscendo ad arrivare quasi in tempo all’appuntamento sotto le porte, ma Davide perde il cellulare, che gli scivola di mano, e passiamo venti minuti a cercarlo invano per i marciapiedi ricoperti di cartacce, riuscendo soltanto a perdere anche la kefiah sempre di Davide. Ovviamente ci perdiamo il resto del nostro gruppo e ci dirigiamo da soli verso la metro, beccando dapprima le porte della fermata chiuse per sovraffollamento e finendo per scendere da un’entrata secondaria. Troviamo il pullman e crolliamo, non prima che Irene abbia ricevuto avances da tutto il gruppetto dei nocerini. Arrivo alle cinque di stamattina, in stato semi-comatoso. Però ci voleva. In qualche modo era necessario e d’altra parte per me il Primo Maggio è sempre stata una data di passaggio e di passaggi. Occorre un cambiamento, a vari livelli. Passatemi la citazione vascorossiana per la conclusione, d’altra parte Sally è una delle canzoni più belle : “forse qualcosa s’è salvato /forse non è stato poi tutto sbagliato/ forse era giusto così/ forse ma forse ma sì”.

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