“Ho incontrato a l’Aquila “Luigi Coelho”. (Cronaca di una domenica di fine maggio, passata tra gli sfollati)” di Fabio

Mi presento, sono Fabio, 40 anni, padre di 3 figli, abito nella provincia di Milano e più precisamente a Legnano. Il terremoto del 6 aprile ha scosso un po’ tutti, compreso me, che in quella notte mi ritrovai sveglio alle 5 e, come per un “presentimento”, accesi il televisore del salotto di casa e seguii in diretta tv le prime immagini trasmesse da Rai 3. Il racconto che farò certo non risulterà minuzioso di particolari, ma ciò è dovuto da una parte alla mia inabilità di reporter e dall’altra al rispetto necessario che si deve alle persone di quel luogo.
Domenica 24 maggio, mosso dal desiderio di fare “qualcosa” per le persone colpite dal sisma, ho  imboccato la strada che in auto mi ha condotto da Legnano a l’Aquila. Ad accompagnarmi in questo viaggio ha voluto esserci Simone, un ragazzo di 21 anni, “Ultrà” della curva del Legnano calcio, squadra tra l’altro retrocessa quest’anno nella serie C2. Usciti al casello Aquila ovest, ad “accompagnarci” per le vie che portano alla stazione vi sono i tanti caseggiati lesionati dalle scosse di quei giorni. Presto giunti nei pressi della stazione, posteggiamo il veicolo nel piazzale principale. Sono circa le 9 del mattino e sceso dall’auto mi soffermo ad osservare i cumuli delle macerie ed i relativi mezzi impegnati nello sgombero. Aleggia un religioso silenzio. Vedo gente fare la spola dalla “casa vagone” dell’adiacente stazione all’auto propria parcheggiata nel piazzale, intenta nell’oculata scelta del “cambio domenicale”. Poi scorgo un giovane seduto su di una panchina. Il ragazzo è in compagnia di una vecchia e grassa cagna meticcia, portata ad un guinzaglio che pare essere ricavato dalla corda di una tapparella di casa. Timidamente lo avvicino e mi presento. Lui si chiama Roberto, ha 29 anni e presta lavoro all’interno dell’ospedale. Mi domanda da subito se siamo giornalisti, gli rispondo che non lo siamo ma che ciononostante abbiamo voglia di ascoltare cosa è successo. Ci comincia a parlare della scossa del 6 aprile dicendoci: “fu interminabile, ma non ho provato paura, perchè in fondo ne avevo sentite già tante altre, però, in quell’occasione, io e mia madre capimmo che dovevamo scappare fuori di casa. La casa poi è crollata, ed ora è inagibile”. Continua ancora: “il peggio fu poi vedere il sangue dei feriti e delle vittime che arrivavano all’ospedale… il terremoto mi ha cambiato, ci ha cambiati tutti”. Ma ecco da lì a poco giungere a noi una solare signora vestita con grembiule a fiori che pare pronta per sfornare il pranzo della domenica. È la madre di Roberto, ci saluta, poi comincia a lamentarsi per il caldo che è già insopportabile, ne nascerà quindi un battibecco col figlio, che riesce invece a trovarlo tollerabile. Forse, penso io, il gelo nelle vene di “quei momenti” fatica ancora a sciogliersi. Quindi finiamo per divagare su più sereni argomenti, come la situazione calcio e rugby a l’Aquila, poi Roberto si congeda da noi. Scegliamo d’incamminarci per il viale che costeggia  le mura, parzialmente franate, della città. Le vie che conducono al centro storico sono presenziate, sotto un sole cocente, da uomini in divisa. Ci avviciniamo ad  uno di essi, portante un cappello con pennacchio, e gli chiediamo il permesso di poter superare le transenne al fine di fare visita a ciò che ne resta della basilica di Collemaggio. Claudio, questo è  il nome con cui si presenta, con fare gentile ci invita a desistere dal visitare il centro storico per la necessità di dover essere accompagnati e per la precarietà dello stato in cui versano gli stabili. Ci congediamo quindi anche da lui e ripercorriamo il viale che porta alla stazione. Qui incontriamo un nucleo di tre persone “sulla cinquantina” che parlotta animatamente all’ombra di un grande albero. Il gruppo ci saluta affettuosamente e noi facciamo altrettanto. Quindi si fa da subito avanti “Quiju”, un napoletano verace trapiantato a l’Aquila, che mi domanda se sono un giornalista. A questo reiterato interrogativo ora comincio a pensare veramente di esserlo, ma ciò di cui sono ancor più consapevole è che il mio look da terremotato non ha sortito gli effetti che desideravo… Quiju comincia a raccontare di come la popolazione colpita dal sisma abbia saputo da subito comprendere la necessità d’aiutarsi e di essere unita e lascia inoltre trasparire, nelle sue parole, come molti, in quelle prime ore terribili, abbiano saputo improvvisarsi eroi. Quiju poi, giunto un amico che attendeva, ci deve lasciare. Restano quindi a farmi compagnia Luigi e la sua compagna Patrizia. Guardo Luigi e mi rendo conto della straordinaria somiglianza con il famoso scrittore Coelho. Luigi sta leggendo le ultime notizie da un giornale locale.[singlepic id=342 w=250 float=left]

Da ciò che legge prende spunto per parlarci delle imminenti elezioni provinciali che avranno inizio tra 14 giorni. Per Luigi Coelho questa è un’altra occasione andata persa. E vuole dare una scossa al mondo della politica, quando afferma: “nella situazione in cui versa la popolazione de l’Aquila bisogna saper mettere da parte tutte le divisioni e dare dimostrazione d’unità d’intenti. Noi alle tendopoli l’abbiamo fatto… Che senso ha in questo momento dividersi in opposti schieramenti? Quale sia il nostro dissenso sulle elezioni provinciali, fatte in questo momento, l’hanno certamente capito quei signori… e infatti si guardano bene dal fare propaganda nelle zone adiacenti le tendopoli…”. Quindi pungente interviene la compagna Patrizia che racconta: “ma voi lo conoscete quell’esperimento che fecero con 100 scimmie su di un’isola d’un arcipelago giapponese? Presero  queste scimmie e insegnarono loro una tecnica per sbucciare le patate e nutrirsi. Quando finalmente tutte quante le 100 scimmie riuscirono ad apprendere la tecnica, accadde che contemporaneamente anche le scimmie delle isole adiacenti, che non erano state educate a ciò, appresero autonomamente la medesima tecnica”. Forse oggi “noi” non abbiamo ancora raggiunto la sufficiente “massa critica” per fare il cambiamento necessario o forse Darwin ha dimenticato di spiegarci che le scimmie macaca riescono ad apprendere con maggiore facilità rispetto all’homo politicus. Comincia ad avvicinarsi l’ora del pranzo ed i coniugi ci invitano ad essere loro ospiti all’interno della tendopoli. Camminiamo sotto un sole cocente e raggiungiamo il campo base “Emilia Romagna”.
Qui rilasciamo le nostre generalità ed i documenti d’identità ed otteniamo “il pass ospite”. Questa tendopoli si estende all’interno di una struttura sportiva.[singlepic id=345 w=450 float=center]

Vi sono tende che a seconda della dimensione possono alloggiare fino ad otto unità. I coniugi, oramai non più sposini, ci invitano a fare visita alla loro umile dimora condivisa con altri 2 inquilini. Nonostante il condizionatore, il termometro della temperatura all’interno della tenda segna 34 gradi.[singlepic id=343 w=450 float=center]

Giusto una breve sosta “ristoratrice” all’interno della tenda e poi balziamo tutti fuori all’aria aperta! Guardandomi intorno mi rendo conto che sono poche le zone d’ombra disponibili nella tendopoli, ma ciononostante questi ingegnosi aborigeni d’Abruzzo sono capaci di riconoscere i migliori fazzoletti d’ombra dove si combinano le preziose, seppur lievi, correnti d’aria. Mi fa presente Luigi Coelho che i più ingegnosi si stanno persino attrezzando per combinare solare ed eolico, affinché nulla venga perduto. Questo villaggio sembra essere la bella copia del romanzo 1984 di Orwell, sì perchè in questo GRANDE, grande fratello multietnico, non manca neppure la voce guida, che è degnamente sostituita da una bacheca apposta nei pressi della tenda 237, la quale, con cadenza giornaliera,  scandisce tutte le notizie socialmente utili. Abbandonato però il tono ironico torniamo a parlare della vita nella tendopoli e di come risulti evidente che tutto il personale proveniente da ogni luogo d’Italia è impegnato generosamente affinché l’intera struttura risulti efficiente. Quando gli domando che cosa gli manca di più? Risponde prontamente Patrizia: “l’intimità”. E sempre Patrizia, quando chiedo qual è oggi la preoccupazione più grande?” Mi risponde seria: “il freddo arriva presto a l’Aquila… Bertolaso ci ha promesso che entro fine settembre saremo tutti nelle casette e noi gli abbiamo creduto. I bambini e gli anziani non resisterebbero altrimenti…”.
Ci incamminiamo verso il tendone mensa e lungo il tragitto ci fermiamo a parlare con “la compagnia del sorriso”, ragazzi dediti a donare gioia e carezze ai piccoli ed ai meno piccoli. Questi giovani termineranno oggi il loro turno settimanale e verranno poi sostituiti da altri. Il turno settimanale è una logica di quasi tutte le responsabilità suddivise all’interno del campo. Come osservatore esterno penso che possa avere dei lati positivi questa scelta, perchè permette di far sopraggiungere al campo sempre gente con nuova carica. Arrivati alla mensa ci mettiamo in fila per la pappa e qui, come per un meccanismo rotto che si mette a funzionare al contrario, accade che al giungere di due giovani vigili del fuoco, si fanno anche due passi indietro, al fine di farli precedere nella fila. Nel menù c’è pasta al pomodoro, carne di tacchino al limone, insalata cruda e mela o in alternativa il succo di frutta per i più “piccini”. Ci sediamo a mangiare, la tenda non è  affollatissima, probabilmente perchè la fascia oraria della mensa è resa sufficientemente ampia. Prendiamo posto e “il Coelho” tira fuori magicamente dal suo marsupio giallo delle meraviglie, un barattolino di peperoncino che lui stesso coltiva con le sue manine d’oro. È inutile dire che non riuscii a dosare bene la quantità della piccante spezia da destinare alle mie pietanze, ma nonostante ciò riuscii a trovare tutto molto appetitoso. Una breve sosta al tavolo e poi ritirati i nostri vassoi, liberiamo il posto ad altri. Affrontiamo quindi sotto il sole cocente un nuovo pellegrinaggio, che vede come meta finale una stazione di servizio con annessa un’area bar. Ordiniamo tutti il caffè, tranne Luigi, che gli preferisce quel succo di frutta, negatogli in mensa, visto e considerato ormai un po’ troppo cresciutello… Sotto l’area tenda del bar, seduti ad un tavolino, si respira un’aria distesa. Osserviamo il via vai dei “villeggianti” e dei tanti operatori presenti alla tendopoli e ciò diventa occasione di scambi spontanei di sorrisi e frasi affettuose. L’ambita quiete conquistata viene però bruscamente interrotta dal suono intermittente dell’antifurto di un’auto. Quel fastidioso riecheggiare riporta alla mente di molti il via vai che in quei giorni operarono le ambulanze, i mezzi di soccorso, nonché anche gli elicotteri. Quel suono si interrompe, ma da lì a poco riprende, tra lo sconforto dei presenti, per poi definitivamente tacere. Ritorna quindi la quiete e riusciamo a divagare su argomenti di più ampio respiro. Le ore del pomeriggio così scorrono via veloci e l’atmosfera che si crea ricorda vagamente il testo di una vecchia canzone di Gino Paoli che cantava “eravamo 4 amici al bar…”. Il pensiero di Patrizia ora vola verso la propria casa e i suoi occhi si fanno presto velati di malinconia, ma da bravo soldatino si dà forza e resiste alla tentazione di cedere allo sconforto. Come molti altri aquilani, il destino della loro abitazione è sospesa in un limbo, nell’attesa di quel giorno ancora imprecisato in cui ne verrà decretato il destino. Nel frattempo, ogni giorno, fanno ritorno alla cara dimora e ad attenderli nel cortiletto di casa è rimasto solo Briciolo, ultimo superstite di nove gatti. Briciolo, con fare fiero, aspetta lì seduto sulle mattonelle di casa ed al loro giungere, con un miagolio, sembra voglia già reclamare, per la sua fedeltà dimostrata, il diritto alla propria effigie sopra i muri della casa ricostruita. È ormai tardi per me e Simone, sono già le cinque e con dispiacere dobbiamo passare agli abbracci finali. Intraprendo la strada del ritorno e riguardo lo scenario che mi circonda. Il terremoto a l’Aquila si è portato via la vita di tanti giovani ed ha messo a dura prova la vita di tutti quelli che ne sono scampati. Ha fatto sbriciolare pezzi della città, pezzi dei paesi e della storia. Sì anche della storia, perchè, per chi non lo sapesse, la  piantina della città de l’Aquila è disegnata sul modello di Gerusalemme e le sue mura, che la circondano, custodiscono dei preziosi misteri ed hanno accolto personaggi del calibro di Pietro da Morrone, eremita divenuto Papa Celestino V sulla fine del 1200. Questo Papa, che fu l’unico nella storia della chiesa a dimettersi dalla carica assegnatagli, a dispetto di una chiesa che in quel tempo si dedicava alla vendita delle indulgenze, istituì “la perdonanza”, una “bolla del perdono” che decretava l’apertura della porta dei cieli, in maniera indistinta, a tutti quanti i fedeli del Cristo risorto.

Voglio attestare che la gente qui a l’Aquila si adopera generosamente per vivere con dignità il disagio del post-terremoto ma che a questa dimensione di precarietà non è certo rassegnata e col pensiero proiettato già al futuro reclama l’inalienabile diritto alla propria città, alla propria casa, alla propria vita.

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