“Incendi boschivi” di MalKo

Quest’anno abbiamo avuto un’estate accettabile dal punto di vista della calura insopportabile, che si avverte solo da qualche giorno. Il mio potrebbe essere un dato soggettivo però. E il mese di agosto potrebbe smentire clamorosamente quest’affermazione. Intanto la primavera è stata molto piovosa e la vegetazione anche a bordo strada è alta e in qualche caso ancora verde.

Dalla Sardegna arrivano le prime notizie d’incendi boschivi con evacuazione di villeggianti e affini. Si contano anche due morti. Se non pioverà, gli incendi scoppieranno lungo tutta  la Penisola con livelli di allarme variabili da zona a zona. Generalmente con indici di pericolosità maggiori al sud e nelle isole. Differenze che hanno poco a che fare con la latitudine e molto con la cultura della cosa  pubblica, col degrado del territorio e il modello di organizzazione sociale…

Intanto come molti avranno intuito, da noi sostanzialmente il problema dell’autocombustione non esiste. Il caldo, anche quello che supera largamente i quaranta gradi, non è sufficiente a innescare incendi. Occorrono per questo temperature almeno cinque volte maggiori.

Gli incendi sono dovuti nella stragrande maggioranza dei casi a fatti colposi e dolosi. D’incendi accidentali se ne contano ben pochi. Forse qualcuno dovuto ai fulmini ma nella zona prealpina.

Negli incendi dolosi è spesso chiamata in causa o come concausa la grande industria dell’antincendio e del rimboschimento, fiorente soprattutto nell’Italia meridionale.

C’è poi chi brucia i rifiuti depositati in zone periferiche confinanti con boscaglie, senza pensare che le fiamme non fanno distinzione di combustibile. Questo particolare, tutt’altro che secondario, bisognerebbe spiegarlo anche a quei pastori che bruciano l’erba secca perché sperano nella ricrescita successiva del pascolo verde. Lo stesso dicasi per tutti quelli che utilizzano il fuoco per bruciare le stoppie di grano dai campi. Pratica antica, ma una volta si badava a salvaguardare il vicino bosco che doveva fornire altra materia prima per la sopravvivenza.

Purtroppo oggi la disattenzione è foriera di rovinosi incendi. Pare che anche qualche cercatore di asparagi non disdegna di appiccare il fuoco alla macchia mediterranea perché convinto che il sistema sia infallibile per stimolare la crescita dei preziosi germogli. Insomma, tutti casi in cui non è difficile perdere il controllo delle fiamme innescando dolosamente o colposamente incendi che diventano in pratica indomabili se soffia vento forte.

Come se non bastassero questi incauti di professione, bisogna poi aggiungere il fatidico e onnipresente mozzicone di sigaretta gettato a bordo strada e il gitante fuori porta che oltre ad arrostire le salsicce (raramente però) manda a fuoco mezza foresta.

Nel dolo entrano anche aspetti incredibili quanto squallidi. Mi riferisco ad esempio al dispetto ovvero allo “sfregio”, all’offesa, che si arreca volutamente al confinante. L’incendio da questo punto di vista è sovente utilizzato per punire chi ha fatto uno sgarbo; chi non ha dato lavoro (camping o albergo); oppure per offendere chi ha chiuso la stradina campestre. Altre volte il fuoco è usato per semplice invidia e ancora per punire la guardia del parco incendiandogli l’oggetto della sua attenzione. Chi dà fuoco alle sterpaglie per dispetto, di solito si “gusta” la scena da lontano. Infatti, è ben difficile accusare e condannare qualcuno per incendio doloso. Ci vogliono prove inconfutabili… diciamo un’istantanea ben a fuoco che colga sul fatto (col cerino acceso in mano) l’autore del reato.

C’è poi l’incendio doloso per deturpare e declassare una zona verde col fine di procedere poi con la speculazione edilizia. Ma in questo caso gli episodi sono meno frequenti di quelli che noi immaginiamo. Gli speculatori e i loro complici con le nuove leggi sarebbero troppo in evidenza. Delinquenti e colletti bianchi (sporchi) non amano la pubblicità. Da questo punto di vista l’introduzione del catasto delle zone percorse dal fuoco e l’inedificabilità successiva ha scemato notevolmente un fenomeno fiorente  negli anni passati.

In Italia gli incendi boschivi rientrano nelle competenze del Corpo Forestale dello Stato e dei Vigili del Fuoco. In termini di coordinamento, immediatamente dei forestali se l’incendio attacca esclusivamente la vegetazione. Dei Vigili del Fuoco se le fiamme minacciano persone o cose. A questi si aggiungono a dare man forte le comunità montane e squadre di operatori regionali e volontari. In ogni provincia c’è una sala operativa così come un centro presso la regione che può richiedere al COAU (Centro Operativo Aereo Unificato), insediato presso il dipartimento della protezione civile di Roma, i mezzi aerei specializzati nella lotta agli incendi boschivi.

Manca comunque ancora la cultura della prevenzione. I comuni, le province e le regioni dovrebbero fare uno sforzo maggiore in questo campo. Bisogna tagliare e raccogliere l’erba secca a fronte strada. Manutentire i boschi e il sottobosco. Installare telecamere per il controllo di vaste zone boscate. I volontari utilizzarli innanzitutto per l’avvistamento tempestivo degli incendi ventiquattro ore su ventiquattro. Potenziare nella stagione estiva i presidi temporanei di attacco agli incendi. Realizzare vasche d’acqua per il prelievo da parte di elicotteri, soprattutto in quelle zone lontane dal mare, fiumi o laghi. Prevedere risorse d’acqua (vasche o serbatoi) per il rifornimento dei mezzi terrestri in zone strategiche. Prevedere viali tagliafuoco nelle zone densamente alberate. Ecc… E poi ci vorrebbe un senso civico che stimolasse i cittadini a essere attori utili e non spettatori inutili fermi lì ad attendere qualcuno che venga da fuori a spegnere la loro terra…

Rimane il problema dell’omertà quale cultura dominante in certe zone del sud Italia. Non si denuncia chi appicca. Farsi i fatti propri è una regola. In questo caso la soluzione prevede tempi lunghi e interventi diversi a iniziare da quelli culturali. Bisogna rendersi conto però (ma non è una giustifica), che la bellezza di un parco naturale non soddisfa e non riempie la pancia a chi non ha uno stipendio e deve sbarcare il lunario giorno dopo giorno. Lo sanno bene le organizzazioni criminali.  Prevedere allora un’industria del turismo o similare con operatori e mano d’opera locale. Un’industria che operi nella conservazione del patrimonio forestale. Fare in modo cioè, che la sussistenza dipenda dall’integrità del panorama e non dalla sua distruzione… in modo che agricoltori e allevatori alla fine debbano dare conto a qualcuno e non contare sulla pubblica indifferenza quale difesa delle loro malefatte. Questa la strada da seguire, non altre…

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