Recenti scoperte archeologiche hanno riacceso il secolare dibattito su uno dei più celebri episodi biblici, connesso al cosiddetto Diluvio Universale: sono stati ritrovati, infatti, alcuni manufatti di legno che appartenevano probabilmente alla struttura dell’arca di Noè, l’epica imbarcazione che salvò da un violento nubifragio, durato quaranta giorni e quaranta notti, la famiglia dello stesso costruttore ed una coppia per ogni razza animale (un maschio ed una femmina, per garantire la sopravvivenza delle varie specie). L’episodio raccontato dalla Genesi, a differenza della vicenda di Adamo ed Eva che nel tempo ha acquisito una valenza prettamente simbolica, ha sempre acceso l’interesse d’importanti studiosi, i quali tentano d’infondergli veridicità; ciò è stato possibile anche attraverso la lettura e l’interpretazione critica di altre fonti antiche, come la saga sumera di Gilgamesh, in cui è narrato l’avvento di un lungo e devastante diluvio che colpì l’umanità: tali coincidenze sembrano comprovare la validità dell’evento.
Gli storici ritengono che il Diluvio Universale si sia verificato circa 13000 anni fa e che subito dopo l’uomo abbia appreso l’arte dell’agricoltura e dell’allevamento, attività che nei testi sacri sono descritte come dei veri doni di Dio per il sostentamento dell’umanità, affranta dal recente cataclisma. Nei secoli, l’avvento del celeberrimo nubifragio narrato nelle Sacre Scritture è stato interpretato da alcuni esperti come una divina azione punitiva contro gli uomini del tempo vinti dal peccato, altri ritengono invece che il diluvio sia stato un cataclisma naturale e che Dio, devoto nei confronti delle Sue stesse creature, abbia voluto salvaguardarne l’esistenza tutelando una sorta di prototipo di tutte le razze viventi e garantendo a queste ultime, in seguito, la sussistenza. Vi sono, poi, studiosi che concedono dichiarazioni, risolutamente considerate blasfeme dalla Chiesa, sulla possibilità di un’alluvione “purgante”, ossia di una catastrofe concretizzata di proposito addirittura da forze aliene per “purificare” l’umanità, “pulita” dopo che il diluvio ha soppresso elementi dediti alla crudeltà e schivi nei confronti di ogni controllo.
I reperti archeologici rinvenuti nel territorio mesopotamico sono attualmente sottoposti a esami scientifici e storiografici: per analizzare l’imbarcazione rinvenuta tra le vette orientali e identificata come l’arca di Noè, ad esempio, sono stati interpellati valenti ingegneri, i quali hanno ricostruito dei modelli identici al riferimento nautico recuperato e ne hanno comprovato la robustezza. Secondo tali studi, uniti alle ricerche filologiche effettuate sui testi sacri, sarebbe esistita un’arca capace di trasportare decine di esseri viventi tra animali ed umani e di resistere ad una devastante tempesta mediante l’uso di espedienti ingegneristici all’avanguardia, come la presenza di piccoli pesi collocati sapientemente sul soffitto dell’imbarcazione. Al di là delle osservazioni appena enunciate, che richiedono ancora tempo ed efficacia, l’arca di Noè resta il simbolo dell’amore di Dio per noi creature provviste di razionalità e sentimenti, nonché la possibilità di salvezza che ci viene offerta anche nelle difficoltà più cruente e disperate.
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“L’arca di Noè tra simbolo e validità storica” di Emilia Sensale
Gli storici ritengono che il Diluvio Universale si sia verificato circa 13000 anni fa e che subito dopo l’uomo abbia appreso l’arte dell’agricoltura e dell’allevamento, attività che nei testi sacri sono descritte come dei veri doni di Dio per il sostentamento dell’umanità, affranta dal recente cataclisma. Nei secoli, l’avvento del celeberrimo nubifragio narrato nelle Sacre Scritture è stato interpretato da alcuni esperti come una divina azione punitiva contro gli uomini del tempo vinti dal peccato, altri ritengono invece che il diluvio sia stato un cataclisma naturale e che Dio, devoto nei confronti delle Sue stesse creature, abbia voluto salvaguardarne l’esistenza tutelando una sorta di prototipo di tutte le razze viventi e garantendo a queste ultime, in seguito, la sussistenza. Vi sono, poi, studiosi che concedono dichiarazioni, risolutamente considerate blasfeme dalla Chiesa, sulla possibilità di un’alluvione “purgante”, ossia di una catastrofe concretizzata di proposito addirittura da forze aliene per “purificare” l’umanità, “pulita” dopo che il diluvio ha soppresso elementi dediti alla crudeltà e schivi nei confronti di ogni controllo.
I reperti archeologici rinvenuti nel territorio mesopotamico sono attualmente sottoposti a esami scientifici e storiografici: per analizzare l’imbarcazione rinvenuta tra le vette orientali e identificata come l’arca di Noè, ad esempio, sono stati interpellati valenti ingegneri, i quali hanno ricostruito dei modelli identici al riferimento nautico recuperato e ne hanno comprovato la robustezza. Secondo tali studi, uniti alle ricerche filologiche effettuate sui testi sacri, sarebbe esistita un’arca capace di trasportare decine di esseri viventi tra animali ed umani e di resistere ad una devastante tempesta mediante l’uso di espedienti ingegneristici all’avanguardia, come la presenza di piccoli pesi collocati sapientemente sul soffitto dell’imbarcazione. Al di là delle osservazioni appena enunciate, che richiedono ancora tempo ed efficacia, l’arca di Noè resta il simbolo dell’amore di Dio per noi creature provviste di razionalità e sentimenti, nonché la possibilità di salvezza che ci viene offerta anche nelle difficoltà più cruente e disperate.
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