Attualità — 3 ott ’10 10:03

“L’alba della vecchia emergenza” di Sebastiano Sacco

C’è una strada non asfaltata. E l’aria è sporca. Del fumo esce da un informe cumulo di spazzatura. Buste nere sporche di terra grigiastra; scorze di cocomeri perforate; materassi logori; bottiglie; giocattoli un tempo per bambini.
Il fumo incendia proprio uno di questi. E’ una motoretta rosa, di quelle elettriche. Di quelle che oltre i dodici anni non ci sali più…

Queste e tante altre sono le immagini dell’Emergenza Rifiuti. Le fotografie mai sviluppate di una calamità che affligge ormai i territori della Campania, soprattutto quelli del casertano e del napoletano, da circa 30 anni. Che ha reso queste ultime due provincie incatenate a speranze che non servono più a niente, o comunque a poco. Si è smosso tanto, in questi ultimi anni, allo stesso modo in cui tanto è rimasto perfettamente, inesorabilmente immobile.
E non basta andartene via, partire lasciando casa con una valigia di cartone ormai più metafora che realtà. Non basta. Perché quando leggi le pagine del tuo giornale on-line e osservi l’immagine di un rogo, finisci per percepirne il disgusto anche a seicento chilometri da casa. Anche a mille o a diecimila. Un disgusto più realtà che metafora.

L’Emergenza Rifiuti non è qualcosa che prima non c’è, poi riappare, poi non c’è più. Non è la puzza, non è la presenza giù, in strada, non è la mobilitazione popolare – o chiacchiera al bar – che ne palesa presenza o assenza.
Credo sia giunto il momento già da un pò. Il momento di una riflessione, profonda almeno quanto i morsi che hanno storpiato e stanno storpiando montagne, campi, aree verdi, strade, palazzi dei paesi e delle città in cui siamo nati e cresciuti. Una profonda, decisiva indagine sui ruoli e sulle responsabilità di questa indecorosa commedia. Che frutta soldi e alimenta il potere come acqua che inquina e poi purifica se stessa. E’ il momento di identificare il regista, gli attori e la troupe che da troppo tengono in piedi la scena nel teatro di posa, di studiarne le pose e i costumi.
Perché sarà anche vero che qualcosa non torna, ma il disegno è invece, purtroppo, assai chiaro. E chi, come il sottoscritto, ha barattato il suo tempo a crearsi una coscienza informata in maniera il più possibile oggettiva su quanto gli accadeva, anzi, accade attorno, porta dentro soltanto l’amarezza di sapere e non riuscire a fare.
E’ il momento, è lo è già da un pò, di mettersi a studiare alla scrivania di chi cerca di raccontare la verità. Perché c’è, e non è (soltanto) filosofia. Anzi, è reale, viscerale quanto un cancro benigno. E ci vuole coraggio e impegno, per assimilarla, la verità, ci vuole coraggio, a farsi scienziati cavie delle importanti scoperte di pochi. Ma forse, e sottolineo forse, è l’unico modo per difendersi da qualcosa di infinitamente più cattivo.

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