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	<title>Hyde Park &#187; Racconti</title>
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	<itunes:summary>Attraverso il podcast di Hyde Park potrete ascoltare alcuni dei più significativi contenuti audio tra quelli inviati dai lettori/scrittori di Hyde Park.
Il progetto Hyde Park, una rivista composta esclusivamente da contenuti scritti dai lettori e selezionati dalla redazione, si basa sulla valorizzazione di tutti i talenti che spesso hanno difficoltà ad accedere ai canali editoriali tradizionali.
Il progetto, fin dal suo inizio, ha riscosso un enorme successo tra la community web.
Visitate il sito http://www.rivistahydepark.org per maggiori informazioni.</itunes:summary>
	<itunes:author>Hyde Park</itunes:author>
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	<managingEditor>redazione@rivistahydepark.org (Hyde Park)</managingEditor>
	<itunes:subtitle>La prima rivista scritta dai lettori!!!</itunes:subtitle>
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		<title>Hyde Park &#187; Racconti</title>
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		<title>“Il ragazzo che doveva dormire&#8221; di Simone Crippa</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 21:51:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[- Consideraz​ioni sulla neutralità​ – C&#8217;era una volta un ragazzo che doveva dormire, ecco cosa. Perché non è mai una bella idea cercare di esprimersi senza aver dormito. Il concetto vale tanto nella musica che nelle arti; così come nella letteratura e in tutto ciò che coinvolge l&#8217;emozione. Dalla notte dei tempi il sonno è chiarificatore. Mette ordine nella confusione ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/ewanrayment/25046839"><img class="alignleft size-large wp-image-9346" title="dormire" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/dormire-678x452.jpg" alt="" width="678" height="452" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">- Consideraz​ioni sulla neutralità​ –</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;era una volta un ragazzo che <strong>doveva dormire</strong>, ecco cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non è mai una bella idea cercare di esprimersi senza aver dormito. Il concetto vale tanto nella musica che nelle arti; così come nella letteratura e in tutto ciò che coinvolge l&#8217;emozione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla notte dei tempi il sonno è chiarificatore. Mette ordine nella confusione dei pensieri e scandisce i tempi, le idee e le intenzioni. Senza dormire è come se ad un tratto, tutto ciò che si ha davanti, tutto quello che si vede o si sente con le orecchie ed il cuore… quello che fino ad un attimo prima era certo e chiaro si confonde tra i rumori  e  si sfochi alla vista per diventare un guazzabuglio senza capo né coda.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro quindi quanto sia indispensabile il sonno, soprattutto quando si palesi l&#8217;esigenza di articolare parole dal senso pieno che, già di se, non sono esattamente facili da tirar fuori. E il ragazzo che <strong>doveva dormire</strong> di cose da dire ne aveva un bel po&#8217;.  Alla fine commise il più banale degli errori credendo che il suo stato d&#8217;ebbrezza forzato e cercato gli conferisse quell&#8217;aria un po’ dannata e un po&#8217; meno imbranata del solito. Soprattutto cercava in quella soluzione un po&#8217; di coraggio. Non che gli mancasse di suo, piuttosto che lo ritrovasse giacché sembrava che gliel&#8217;avessero appena rubato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la sera precedente lei se n&#8217;era andata, lui avrebbe voluto correrle dietro dicendole: non andare! Ti prego: resta ancora un po&#8217; Purtroppo aveva esagerato con l&#8217;alcol. Si limitò quindi ad uscire e guardarla andare via senza avere la forza e il coraggio di reagire.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella maledetta sera lei lo guardava. Per lui era come un cazzotto nello stomaco che gli produsse alfine una smorfia senza senso. Tutto ciò non lo sconvolgeva più di tanto però: lei era bellissima, ma c&#8217;era dell&#8217;altro che lo ostacolava e lo turbava.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elemento nuovo, per lui, era la <strong>neutralità</strong>. Di lei ovviamente, del viso. Essa t&#8217;impedisce una qualsiasi forma di comprensione delle intenzioni, gettandoti nel buio e nel baratro dell&#8217;insicurezza. Si può dire tutto ed il contrario di tutto nella neutralità. Impossibile per chiunque avere una capacità empatica tale da poter andare oltre quel muro di gomma, quella maschera d’imperscrutabilità indossata a quell’appuntamento. Lei si proteggeva con la maschera della neutralità. E come darle torto o fargliene una colpa? Chi di noi, vuoi per uscire da una situazione d&#8217;imbarazzo, vuoi per diplomazia, non se l&#8217;è messa almeno una volta nella vita?  Il ragazzo avrebbe più e più volte potuto o voluto guardare al di là di quella maschera, ma non voleva strappargliela dal viso con violenza; piuttosto avrebbe voluto vederla scivolare via, dolcemente… ad ogni parola sussurrata. Però adesso c&#8217;era l’impalco e per colpa sua. Perché tempo prima aveva un po&#8217; esagerato e l&#8217;aveva messa in imbarazzo, e a nessuno piace questa sensazione. Egoisticamente, pensando ai propri bisogni, il giovane era scivolato su una <em>buccia di banana</em> chiamata <strong>lettera</strong>, dove aveva presumibilmente fatto l&#8217;errore di scriverle esternandole tutti i suoi sentimenti e il suo stato d’animo. Fu forse una mossa intempestiva e poco cauta…una vera ingenuità.  Lei era bellissima e poteva avere molti uomini, più belli e carismatici e socialmente più inseriti. Ma quel ragazzo per una  qualche strana ragione non le era indifferente. Con questa convinzione i pensieri del giovane misero le ali e ogni volta che s&#8217;incontravano era un gioire del cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Almeno questo era il modo in cui il ragazzo immaginava quell’intesa, ma per la teoria della relatività o per quella della neutralità di lei, certi segni avrebbe potuto avere ben altri significati. Ma lui vedeva positivo. Non avrebbe mai immaginato, nemmeno per un istante, che certi atteggiamenti andavano in senso contrario alle sue attese. No! Non l&#8217;avrebbe mai pensato… Non era ciò che voleva e tanto meno immaginava..</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutti questi motivi, e cioè l&#8217;insonnia della nottata precedente dettata dal tormento per non aver sputato il rospo quando invece avrebbe voluto farlo fottendosene delle conseguenze, vomitò. E vomitò una serie di pensieri sciocchi e inopportuni, o meglio una serie di frasi senza logica e senza grammatica. Fortunatamente. Perché se le parole avessero avuto un senso, sarebbero state sufficiente a  strapparle quella maschera, e  quindi addio dolcezza e benvenuta violenza:  e no! Non voleva che finisse così.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta di fatto che il nostro sgangherato amico la voleva: voleva prendersela per portarsela via con violenza e dolcezza, con passione e ragione. Perché era così lui: incoerente a volte, certamente emotivo appassionato e passionale, ma anche razionale, esibendo cautele e attenzioni quando qualcuno o qualcosa per lui era veramente importante.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso il termine importante coincideva con complicato: perché beh! Mai sottovalutarla la neutralità. Tutte queste righe parlano di certezze di lui, o quantomeno chiari dubbi, ma le emozioni, quelle vere, erano tutte forti e senza briglie. Ma lei, lei con la sua dolce fermezza, cosa stava vivendo e cosa cercava di dirgli.. ?</p>
<p style="text-align: justify;">Se lo chiedeva spesso, e non sapeva se la voleva o no. La risposta al quesito si faceva attendere. Da una parte, la mancanza di riscontri gli dava la possibilità di far volare la mente come detto, vivere così d&#8217;illusioni. Dall&#8217;altra parte sapeva che si vive d&#8217;illusioni quando non si mastica una reale esistenza: fatto questo concreto e di cui lui non poteva fare a meno. E poi, aveva anche un po&#8217; di paura che si spezzasse qualcosa, o semplicemente di essere respinto perché in fondo sapeva che sarebbe potuto accadere, o anche che tutte le sue convinzioni potessero essere aria fritta, certezze che t’inculchi in testa per andare avanti. E, magari, perdere anche quel poco che si spera…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma io posso garantirvi che voleva altro: quel poco non gli bastava più ed era pronto a involarsi, aspettava solo lei…</p>
<p style="text-align: justify;">E la aspettò fuori dalla chiesa, ma pioveva. E poi aveva anche freddo, visto che ancora doveva riprendersi dalla precedente e squinternata nottata insonne. Quindi, entrò e la cercò tra l&#8217;altare e le panche, nemmeno stesse cercando la Madonna. Scoprì nel contempo che in quel posto non ci era mai stato o mancava da  tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Girato la colonna lei era lì: assorta e silenziosa tanto da non accorgersi che il ragazzo la osservava da lontano. Ovviamente una lontananza che sapeva di privacy, ovvero di rispetto dell&#8217;intimità spirituale. L’attesa durò ben poco, e quindi il ragazzo le si avvicinò. Restarono in silenzio. Lui era lì solo per sentire la sua voce: null’altro.  Poi scoprì il piacere del guardarla negli occhi. E si ammutolì…</p>
<p style="text-align: justify;">Andarono a bere un caffè d&#8217;orzo. Lui passò attraverso una pozzanghera e vide la sua immagine riflessa e ribaltata, gli pareva che qualcun altro stesse camminando di fianco ad Alessandra e, per un attimo, barcollò…</p>
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		<title>“Penombra a destra…” di Alessandro Rosanò</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 22:08:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[On. Off on off. On. Tu hai da fare stanotte ma ora giochi con il pulsante. In fondo, ti diverte. Off on. Off on. Off on. Poi inizi a cercare. 88.1, 89.0, 94.8&#8230; Mute. Neppure rumore bianco. 102.5&#8230; Nessun suono. Pensi che deve essere successo qualcosa. 94.8&#8230; Sei già passato da questa stazione, adesso dovrebbe esserci la replica del programma ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/markusschoepke/164746354/"><img class="alignleft size-large wp-image-9323" title="radio" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/radio3-678x452.jpg" alt="" width="678" height="452" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">On. Off on off. On. Tu hai da fare stanotte ma ora giochi con il pulsante. In fondo, ti diverte. Off on. Off on. Off on. Poi inizi a cercare. 88.1, 89.0, 94.8&#8230; Mute. Neppure rumore bianco. 102.5&#8230; Nessun suono. Pensi che deve essere successo qualcosa. 94.8&#8230; Sei già passato da questa stazione, adesso dovrebbe esserci la replica del programma della mattina quasi presto, verso le otto. 106.0&#8230; La radio della caserma americana, nella città a ovest. Passa le novità quando da te non sono nemmeno novità. 95.7, 99.8, 100.5&#8230; Mute, ma in realtà non è successo niente. Le radio stanno trasmettendo, solo che hai abbassato il volume fino a 0 e non ricordi quando l&#8217;hai fatto. Capisci e off, spegni il lettore. Del resto, lo sapevi che non avresti ascoltato nulla. Tu hai da fare stanotte. Lanci lontano il mozzicone, a perdersi tra le acque ferme e verdi del canale vicino ai portici. Vorresti vederlo ghiacciato ma a questa latitudine non capita. Peccato, pensi, darebbe un’aria più spirituale, serena alla città. Calma fatta d’acqua. Tu hai da fare stanotte, ma prima devi ricordare.<br />
Tempo fa e lei c&#8217;è ancora. Finito l’intrico di viuzze e vicoli, di palazzi troppo alti per permettere di capire se sia giorno o notte, la piazzetta davanti alla quale vi ritrovate per una boccata d’aria dopo aver trattenuto il fiato troppo a lungo, una sorta di radura urbana di cui non potete non dirvi grati. Rettangolare, la pavimentazione fatta di pietre squadrate, intervallate da sottili fessure dalle quali sbucano ciuffi d’erba, a conferma di come sotto qualcosa viva ancora, è circondata da case basse e vecchie, uscite da una cartolina in bianco e nero. I fili tesi lungo i balconi, a fare da stendini, contrastano con le antenne paraboliche a pochi metri di distanza, sopra ai tetti. In lontananza, al di là di un argine, si intravede il profilo di un campanile diroccato.<br />
La vostra attenzione è attratta dalla fontana che sta al centro della piazza. Forse sono i giochi di luce che il sole al tramonto proietta sull’acqua oppure il bisogno di sedersi da qualche parte, sul bordo in assenza di panchine.<br />
Vi avvicinate al solito modo, tenendovi per mano, però lei sta circa un passo davanti a te, quasi che così possa sapere prima e avvisarti di quello che potrai vedere.<br />
Come ogni sera, ti arriva un sms.<em> Vieni al Pao </em>ma potrebbe essere<em> al Tijuana </em>o<em> all’M</em> o <em>al Coffee</em>. In questa città il divertimento notturno si trova annidato sul fondo di un bicchiere e centosessanta caratteri di messaggio, da gente che ti conosce, più o meno, sa che stai male, più o meno, ritiene di avere una soluzione, più o meno, bastano a condensarlo. Risponderesti di no se solo avessi voglia di scrivere.<br />
Ti alzi da terra e ti pulisci il retro dei pantaloni. La macchina è parcheggiata a pochi passi di distanza. Ti tremano le mani mentre cerchi le chiavi nelle tasche dei jeans. Tu hai da fare stanotte, lo sai tu come lo sa il tuo corpo. Si avvicina un cinese, un cagariso giallo che chiede se hai da accendere. Annuisci, recuperi lo Zippo, fai per accostarlo alla sigaretta che tiene tra le labbra ma poi cambi idea.<br />
«Me l&#8217;hai portata via anche tu. Lo sai questo?» gli chiedi. «Lo sai?»<br />
«Cosa?» mugugna.<br />
Gli lanci l&#8217;accendino in mezzo agli occhi, poi lo spingi contro il muro dei portici, tenendolo fermo per il collo. Apre la bocca e la sigaretta gli rotola per terra. Comincia a urlare. Muove la testa per scacciarti. Fai un passo indietro, gli piazzi un diretto all&#8217;altezza dello stomaco. Boccheggia, senza fiato. Ti sposti a sinistra, lo colpisci al ginocchio con la pianta del piede destro. Un pugno sullo zigomo, altri tre per rompergli la mascella così non potrà gridare: cade e tu continui mentre pensi. Perché esiste una destinazione, un punto inaspettato in cui sei atteso non appena viene il tuo turno, ma serve consapevolezza, un minimo di consapevolezza per ottenere la cognizione di dove, quando sia. Comunque, non un altro locale o la commiserazione di chi ti ha invitato. Devi ricordare ancora.<br />
E&#8217; una struttura semplice, ovvia: una grande vasca di pietra con al centro una colonna bombata alla base e decorata da motivi floreali. A metà si trova una coppa a forma di conchiglia da cui sgorga l’acqua.<br />
«Secondo te è potabile?» ti chiede, muovendo la testa.<br />
«Preferirei che tu non provassi a scoprirlo» le rispondi, osservando con sospetto i riflessi verdastri. Ti dà retta e si limita a sedersi, poggiando la testa sulla tua spalla destra. Una volta di più da quando state assieme – tre anni – riconosci la facilità con cui riesce a trovare uno spazio comodo in quella posizione. Così, come se le venga naturale. Come se sappia da sempre in che punto fermarsi. Prende a mormorare il motivo di una canzone di De André, mentre dalla via che avete appena percorso arrivano i rumori di una festa cittadina.<br />
Lei sta bene, lo senti dal respiro che ti solletica il collo: calmo, rilassato, quasi che davvero abbia seguito il tuo consiglio per la vostra gita fuori porta, che non importa dove, ma perché. Importa non restare indietro, dentro, a casa.<br />
<em>Lascia tutto a casa</em>.<br />
L’ha fatto davvero, ma tu non ci sei riuscito e quel pensiero ti trapassa la mente ogni secondo: gioca a ping pong dentro la tua testa e non si decide a segnare il punto, a fermarsi per un momento, solo per darti tregua e permettere, anche a te, di respirare calmo, di nuovo. Continua, la scheggia impazzita, e si conficca sempre più nel cervello, assumendo la consistenza metallica del dolore. Fa male.<br />
Il cinese non si muove più e pure tu non gli stai prestando attenzione da un po&#8217;, così ne approfitta per sparire. Si scioglie nell&#8217;aria e scompare. Fantasmi urbani, capita anche questo stanotte. Sali in macchina, parti. Giri a destra dopo cento metri, non rallenti all&#8217;incrocio, non controlli a sinistra se qualcuno sta arrivando. Percepisci un movimento rosso che devia dalla strada, un colpo di sterzo seguito da una frenata, ma credi sia tardi, per ogni cosa. Vedi nello specchietto retrovisore un lampione che salta per aria, un cestino che rotola sull&#8217;asfalto, un&#8217;auto che per metà è dentro all&#8217;androne di un palazzo, per metà fuori. Ti lasci tutto alle spalle.<br />
La via ricorda nelle dimensioni i boulevard e le avenue: larga e lunga, quasi un’autostrada cittadina. Deve essere tardi, i semafori segnano un giallo intermittente. Freccia sinistra, costeggi la strada che separa il Tribunale e la Fiera. Dietro comincia una terra desolata fatta di casermoni intervallati dal niente e circondati dal nulla. Palazzi alti otto – dieci piani, la stessa tonalità di grigio a incorniciare lo stesso numero di finestre poste sulle facciate come punti interrogativi, a dividere il buio di fuori dal buio di dentro. Palazzi tirati su per forza, in serie, per riempire uno spazio lasciato vuoto. Ti rendi conto che la sensazione è strana, ma di fronte a questi orrori pare più facile commettere un peccato o un reato, come pare più facile sapere che non la stai tradendo, anche se è da settimane che ti chiedi se poi sia davvero così.<br />
Freni, accosti, spegni la macchina ed è la stessa scena di ieri sera, dell’altro ieri sera, di giovedì scorso, di quello prima ancora. Cambiano solo i tuoi vestiti. Non i pensieri. Non la paura come un senso di freddo, l’immagine di porte a tenuta stagna che si chiudono una dopo l&#8217;altra, lasciandoti intrappolato. Tre mesi da che lei se n&#8217;è andata e dicono che dovresti cominciare a vedere una luce alla fine del tunnel, da qualche parte. Difficile.<br />
In fondo, pensi che gli aspiranti suicidi si concentrano sui dettagli, mettere in ordine prima di, o non sporcare con, o stare attenti che il gas non ma tu non hai optato per le modalità tipiche. Taglio delle vene. Impiccagione. Cose così, insomma. Non vuoi obbligare tua madre a pulire il tuo sangue, le tue feci, oltre a dover sopportare la vista di un figlio riverso sul lavandino del bagno con le vene aperte, spaccate, o legato per il collo a una corda, un pendolo che segna un’ora passata. Così ti fa paura. Se c’è un modello cui ispirarsi, credi sia il sonno d&#8217;ombra in cui lei si è addormentata per sempre tre mesi fa, e che non ti fa più dormire.<br />
Tempo fa, allora, e c&#8217;è tempo per domande strane. «Proviamo a contarle?» chiede e muove ancora la testa, stavolta in direzione dei vostri piedi.<br />
«Come?»<br />
«Proviamo a contarle?» ripete, invitandoti a guardare in basso. Tra le gambe ti spunta un volto di pietra: una testa di donna, coi capelli raccolti in una crocchia e lo sguardo fisso. La bocca chiusa e spostata in avanti le dà un’espressione triste. Appare stilizzata, poco definita. L’unica cosa che davvero colpisce è che quel volto si ripete un numero indefinito di volte sulla vasca e l’espressione rimane sempre la stessa. Triste, inutile e addormentata. Eppure ha attirato la sua attenzione. Non trovi un motivo per opporti alla sua richiesta, ma non capisci.<br />
«Va bene» le rispondi.<br />
«Allora comincio io.»<br />
Si alza e prende a girare attorno, indicando col dito le facce contate, mormorando appena il numero. Quando ritorna di fronte a te, ha raggiunto il trentadue.<br />
«Trentadue» dice, accompagnando la parola con un breve salto in avanti. «Ora facciamo la prova. Conta tu».<br />
Si siede e tu, con i tuoi dubbi, prendi il suo posto e allora uno, due, tre… Nonostante gli anni passati assieme, non ti sei abituato ai suoi giochi di bimba, al modo che ha di ricordare a te e a se stessa che alla vostra età –  ventitré – una ragazza e un ragazzo sono ancora una ragazza e un ragazzo. Possono permettersi di non essere seri, di non prendersi sul serio.<br />
Slacci la cintura, scendi, chiudi la portiera. Dall’altra parte della strada c&#8217;è l&#8217;ingresso di uno dei palazzi – caserma. L’hotel delle ombre perdute, così lo chiamano da queste parti. Appoggiato alla porta sta un uomo che nella notte sembra non avere faccia. E&#8217; una voce e un miscuglio di denti storti, simili a schegge gialle che s’intravedono appena, nei residui di luce che alcuni lampioni rilasciano controvoglia.<br />
«Ehi ragazzo, cocaina?»<br />
La voce è roca, con la gola e i polmoni che – lo senti – sono impolverati dalla troppa neve che hanno tirato. Sei lontano dai livelli spacciatore-non-consumatore. Ma qui, sei lontano da tutto. Ti limiti a scuotere la testa e lui sospira, col fiato che gli s’infila nelle fessure tra i denti e produce un sibilo stanco.<br />
«Terzo piano, ragazzo» ti dice e con la mano fa un gesto verso la porta.<br />
Dentro, si respira aria di notte, ma sarebbe così anche se fosse giorno. Aria chiusa e consumata, con grosse macchie di piscio per terra e l&#8217;odore acido attaccato ai muri, lattine di birra di marche mai sentite, ammaccate, certi cadaveri ambulanti che se ne stanno sdraiati sulle scale, ammaccati, e non si preoccupano se qualcuno passa sopra di loro. Uno è una larva tremante presa in un bad trip. Dice frasi senza senso: «Pensi che sia sobrio? Pensi che lo sia? Allora continua a bere al posto mio.»<br />
«Come?» provi a chiedergli.<br />
«Penombra a destra» indica con la testa. Ti giri, è solo buio attorno.<br />
«Ma che co-.»<br />
«Dormo. Via di qui. Andate via. Tutti e ora.»<br />
Si volta, continua a tremare. Anche a scuoterlo, non si ottiene niente. Ti togli la giacca, lo copri sperando che serva a qualcosa. Provi ad allontanarti ma lui si riprende e ti chiede: «Hai notato la somiglianza tra le parole simpatia e condoglianze?»<br />
Rispondi qualcosa come: «L&#8217;estate tra quinta ginnasio e prima liceo» e lo lasci da solo.<br />
Ventiquattro, venticinque, ventisei… Non riesci a parlare con lei della sua malattia ma sai che presto accadrà, forse proprio stanotte. Non tornerete a casa perché siete tu e lei, assieme, ancora per poco e ogni momento, finché dura, deve appartenervi. L’albergo Aurora, un due stelle chiuso dall’ombra dell’ennesima chiesa, sembra abbastanza appartato e silenzioso per custodire e non lasciar scappare certe parole, per contenere l’immagine di voi due che fate l’amore. Con rabbia, con malinconia, con le mani strette e la bocca impastata, senza capire chi abbia pianto e posato le proprie lacrime sulle guance dell’altro. E&#8217; abbastanza appartato e silenzioso per contenere l’immagine di voi due piegati sul letto, schiena contro schiena, a fingere un sonno che non vuole venire e parole che non sapete pronunciare.<br />
E&#8217; tardi. Non sai l&#8217;ora, è tardi ma non manca il traffico. Sono soprattutto vecchi i frequentatori del terzo piano e conosci il perché. Perché il fisico comincia ad afflosciarsi su se stesso, come esposto a una fiamma ossidrica perenne. Perché i colpi di tosse si accompagnano a un’eco profonda nei polmoni. Perché i volti assomigliano a cartine geografiche per quante sono le rughe che li attraversano. Perché passa la voglia di fingere o di pretendere. Perché passa ogni voglia. Perché se ora anche loro, un esercito ordinato e ossequiente di ombre, percorrono questi corridoi con la moquette lercia, strappata e i termosifoni freddi, se s’affacciano a ognuna delle porte, non c&#8217;entra davvero il bisogno di sfogarsi tra le gambe di ragazze perdute. Non è così, non vogliono scopare. Loro devono trovare qualcuno che li possa stringere, un legame fisico, un contatto, anche se tutto è trasferimento di un diritto dietro pagamento di un prezzo, questione sempre e solo di domanda e di offerta. Compravendita, certo, come al solito, ma la notte è gentile o forse se ne frega e basta. Almeno, ha la decenza di coprire tutto col buio, così le ragazze non vedranno corpi sfatti dall’età, i vecchi corpi sfatti dal denaro.<br />
Da dietro un angolo sbuca il proprietario dell’hotel delle ombre perdute, capelli raccolti in una coda sporca, camicia tirata sulla pancia, occhi lucidi e neri che, nonostante le inefficaci luci al neon, osservano, registrano, salvano tutto. Ti chiedi cosa possa pensare di uno come te. Forse che vuoi sporcarti o confrontarti con un mondo rischioso, molto livin’ on the edge. Ma forse niente, basta osservare chi hai attorno per sapere che tutti cercate consolazione per un pianto altrimenti endemico. Ti fissa con occhio clinico, come se conoscesse la malattia. Sembra non esistere cura, scrolla la testa.<br />
Apri il portafoglio, conti duemila euro, per avere la certezza di non sbagliare.<br />
«Tutte.»<br />
Non si scompone davanti a tanti soldi, a quella parola, quasi che il vostro sia un incontro convenuto, che il tuo arrivo sia stato segnato sui muri e le porte per evitare di dimenticarlo.<br />
«Non capita spesso, ma non sei il primo. Buon viaggio» e scompare, un’altra ombra a perdersi stanotte, come ogni altra.<br />
Trenta, trentuno, trentadue… In fin dei conti, se a ventitré anni si ritrova così, divorata, non deve essere facile atteggiarsi a persona matura, quando l’unica cosa che può volere è ritornare bambina, ritornare all&#8217;età in cui non conosci la parola, non conosci il significato, ma sai che esiste una panacea. Speri che esista. Sai che esiste, ti hanno raccontato le fiabe. Tanto basta. Speri che esista. Trentatré.<br />
Bussi ed è un riflesso condizionato. Non risponde nessuno perché hai già il permesso di esserci, di entrare senza chiedere. Abbassi la maniglia, sei dentro. E&#8217; un bilocale scuro e infettato dall&#8217;odore di droga, umori della stessa donna e di uomini diversi e varechina, a disinfettare. Vedi forme più scure rispetto al buio che ti circonda, forme di compensato che occupano lo spazio senza arredare, senza fare casa, ma in fin dei conti è solo lavoro. Due letti singoli, coperti di stracci, messi accanto per comporne uno matrimoniale, una credenza e un frigo di quelli piccoli che fanno un casino d’inferno e non bastano a creare un effetto Mulino Bianco.<br />
Hai l’impressione di aver sbagliato stanza, non c&#8217;è nessuno. Pensi che se ti dovesse succedere qualcosa, qualunque cosa, la notizia non uscirebbe dalle quattro mura che ti circondano. Si scatenerebbe una caccia all’uomo destinata a concludersi con un nulla di fatto. Qui sei altrove, qui non ci sei, non sei te stesso, ma un’ombra perduta. Come trovarti, mentre loro cercano fuori, tu potresti rimanere dentro, a girare per i corridoi e poi sui soffitti. Altre strade per perderti un po’ meglio. Ma lo sai, tutto questo lo sai e non ti scomponi.<br />
Gli stracci prendono vita, si stiracchiano in avanti, occupando di traverso entrambi i letti, poi si ritirano come una fisarmonica e si allungano di nuovo. Vestiti appallottolati che diventano una persona, una donna mulatta dai capelli biondi ossigenati. Risaltano nella notte ora che il tuo sguardo si è abituato al buio. Non indossa quasi nulla. Un regalo scartato troppe volte. Ti guarda e ammicca senza crederci troppo, non è voluttuosa o lasciva. Non è niente e a te va bene così, perché non sei più qui, perché ora stai pensando a lei – a lei – e non ti sembra di tradirla, non ti sembra neppure che sia quello che sai di voi due assieme.<br />
La prostituta geme, finge ma cambia poco. Hai rifiutato l’offerta del preservativo e non si è stupita. Crede che tu abbia già la sua malattia, che non faccia differenza. Dopo di lei, è un’altra e un’altra ancora, sono dieci, sono tutte le donne dell&#8217;hotel, non è nessuna.<br />
In una sera passata in un lazzaretto del genere, tra secrezioni sudate e sguardi di fumo che gli altri ospiti ti lanciano, ogni abbraccio è lo stesso e i baci sono banditi, perché non si vogliono dare né si lasciano comprare. In ognuna di loro c’è un frammento dell’infezione che cerchi ed è quello che vuoi e compri ancora, e ancora.<br />
Trentatré. I conti non tornano. Devi esserti distratto, seguendo il flusso dei tuoi pensieri. Ti fermi di fronte a lei, il tempo di vedere la faccia sopra la quale sta seduta, poi ricominci il giro. E di nuovo ti ritrovi con trentatré teste di donna e in più un sorriso ineffabile che percorre il suo viso. La bocca  piegata verso l’alto, ma sembra che sia capace di sorridere con ogni parte del corpo, a partire dagli occhi.<br />
«Dì la verità, ti sei spostata?»<br />
Non risponde, si limita a sollevare le mani all’altezza delle spalle, con i palmi rivolti verso l’alto. Sta mentendo, lo sai, ma fingi di non accorgertene e riprendi a contare, facendone una questione di principio. Al quarto giro scordi perché stai contando. Al sesto giro, al sesto sorriso sempre uguale e carico di silenzio capisci cosa è successo.<br />
Questa notte è durata notti. Mani, schiene, gorgoglii l’hanno riempita tra muri di cartapesta. La mattina filtra attraverso le finestre che danno sui corridoi dell’hotel come un ospite malaugurato, la buoncostume mascherata da raggio di sole che obbliga a moderare certi bisogni, ché tutto resta nel buio spento delle ombre perdute e delle luci al neon. Il padrone dell’hotel ha lo sguardo svogliato di chi questo buio spento l’ha osservato tutto con religiosa devozione, sgranando un rosario di soldi e affari e bestemmie. Si ravviva un attimo quando ti vede. Almeno, da stanco diventa serio e lucido, solo un attimo.<br />
«Non capita spesso, ma non sei il primo. Non so che cosa hai perso, per venire qui a cercarlo, però avrei voluto conoscere anch’io una cosa del genere. Buon viaggio» e scompare, perché loro, le ombre, non sopportano il sole, neppure se è il riflesso del mondo esterno attraverso una finestra. Ti avvii verso le scale, con un principio di mal di testa che è la pesantezza della notte appena respirata, la difficoltà dell’inizio e della novità. Tra tre mesi in ospedale il primo controllo, tra sei il secondo, poi la calma piatta e distaccata dello stile medico-burocratico e la parola POSITIVO. Ne hai bisogno, davvero. E se non fosse così, ritornerai in questi corridoi, in queste stanze, fino a quando basterà.<br />
Ti accendi una Benson senza filtro. Pensi, tra una boccata e l’altra. Una passeggiata lenta su una scala senza corrimano e senza ritorno, la passeggiata di un ballerino russo in attesa lungo le strade parigine. Questo sembrano, visti da qui, i prossimi mesi, se ci saranno, i prossimi anni, se ci saranno.<br />
«Credi sia servito?» chiede un&#8217;ombra dietro di te. E&#8217; lei, lo sai, evocata dal fumo. Ma non ti volti.<br />
«Non so cosa pensare.»<br />
«E’ già un buon punto di partenza.»<br />
«Ci rivedremo presto?»<br />
«Lo spero, ma chi lo sa? Tu lasciami la sigaretta.»<br />
Fai un ultimo tiro, la prendi tra le dita e gliela avvicini alle labbra. Ma non ti volti. Sai che la tiene pendula, te lo senti. Sai anche che le volute di fumo, alle tue spalle, stanno cambiando. Assumono sempre più la forma del suo volto, i riflessi d’ombra e legno dei suoi capelli castani, il taglio morbido della bocca. Sorridi ma non ti volti a guardarla perché un semplice respiro la farebbe svanire. Resta lì, tra le ombre di un hotel che tutti conoscono ma nessuno ricorda, a tremare tra speranza e malattia.<br />
Lei sa benissimo che le facce sono trentatré e non trentadue, le ha contate in maniera esatta fin da subito. Ma ha capito il tipo di pensieri che ti gira per la testa, il chiodo fisso della malattia che la sta prendendo, come un bambino che trovato il filo pendente di un tessuto si diverta a tirarlo fino a che non sia sfrangiato. Un dispetto che ha la sua giustificazione in se stesso e nulla più. La baci su una guancia, poi sulle labbra, perché un bacio è solo un modo per legarti di più, per evitare di parlare, avendo tanto da dire.<br />
Quattro mesi dopo, lei è chiusa in una bara, con al collo una croce che dovrebbe valere come lasciapassare per qualche posto che tu non sai.<br />
Esci in strada ed è presto. Pezzi di nebbia sono attaccati ai palazzi, morsi di nulla che cancellano i contorni del mondo.<br />
«Manca poco. Manca poco» dici. Lo speri anche tu. E ne hai bisogno, davvero.</p>
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		<title>&#8220;Differenti solitudini&#8221; di Bruno Magnolfi</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2011 09:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/revjim/98254013/"><img class="alignleft size-large wp-image-9234" title="uomo" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/uomo2-678x542.jpg" alt="" width="678" height="542" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno non c’era anima viva sulle panchine dei soliti giardinetti, nonostante il pomeriggio fosse così invitante, luminoso, con una brezza leggera che faceva muovere le foglie degli alberi e rendeva tutto estremamente piacevole. Leo si era seduto, aveva scorso i titoli della prima pagina del quotidiano che si era portato fin lì ben riposto dentro a una tasca, poi si era lasciato come distrarre dai propri pensieri, dalla ghiaia chiara del vialetto e dai cespugli intorno, di colore verde brillante. Infine aveva alzato lo sguardo verso una lontana finestra spalancata inserita nel palazzo che gli restava proprio di fronte, subito oltre la strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sentiva quasi spossato, senza nessuna particolare volontà, e invece sembrava proprio che qualcuno, quasi affacciato a quella finestra, stesse continuando ad osservare la sua debolezza: era un uomo, immobile, con le mani leggermente appoggiate sopra al davanzale, che continuava a star lì con gli occhi puntati proprio su lui, come se quella persona non avesse altro da fare se non starsene a guardare un uomo seduto, e non avesse proprio nient’altro di cui preoccuparsi. Leo aveva abbassato lo sguardo tornando a guardare la ghiaia ma tenendo quella finestra ai limiti del suo campo visivo, in modo da accorgersi se e quando quell’uomo si fosse stufato di quel rimanersene lì a curiosare. Aveva lasciato passare qualche minuto, geloso della propria riservatezza, del suo starsene solo, irritato dall’intransigenza con la quale qualcuno sembrava voler compromettere la sua solitudine, ma niente era cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva pensato, giusto per svagarsi, a qualcosa di cui doveva occuparsi più tardi, prima di rientrare a casa sua, poi era tornato ad alzare la faccia verso quell’uomo, per una sorta di indagine, tanto per vedere fino a che punto poteva mai spingersi l’altro. Era stato allora, quasi d’istinto, che gli aveva fatto un cenno con una mano, qualcosa a mezzo tra un saluto e un gesto di sfida, come a mostrargli che ormai lo aveva scoperto, e che non era accettabile quella curiosità troppo accesa. Si era subito pentito, era evidente, non c’era alcun motivo per cui lasciarsi prendere dal nervosismo. L’altro invece in un attimo era sparito, proprio come si fosse vergognato di quello scrutare i comportamenti delle persone, ma dopo un po’ era tornato a farsi vedere, risistemandosi nella medesima posizione di prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Leo lo aveva ignorato, in fondo ognuno poteva certo fare ciò che voleva, si era detto tra sé, così aveva riaperto di nuovo il giornale riprendendo a leggiucchiarne qualcosa, ma senza troppo interesse. L’uomo era sempre al suo posto, come se non avesse niente di meglio da fare se non tenere d’occhio quel suo starsene lì, seduto su quella panchina, a godersi l’aria piacevole di quella bella giornata. Alla fine però Leo si era stufato, si era alzato e aveva ripiegato i fogli del giornale nella convinzione di andarsene da quei giardinetti, stanco di essere tenuto così sotto controllo. Ma l’uomo alla finestra, all’improvviso, non c’era più, e quindi Leo si era dovuto limitare a spostarsi solo di qualche metro, ammirare dei fiorellini in un’aiuola, fare due passi sulla ghiaia, per poi tornare a sedersi sulla medesima panchina dov’era poco prima.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, dopo due o tre minuti, era tornato alla finestra, aveva appoggiato di nuovo le mani sopra al davanzale, aveva messo a fuoco la zona di giardinetto dove si trovava Leo, ed infine era rimasto lì, immobile, proprio come prima. Leo adesso si sentiva più indulgente verso quello sguardo sui suoi movimenti, anzi gli pareva in qualche modo rassicurante la presenza pur lontana di quell’uomo, così era rimasto fermo e seduto per almeno dieci minuti, lasciandosi ancora guardare e guardando a sua volta i cespugli dei giardinetti. Infine aveva consultato il suo orologio da polso e aveva deciso che era l’ora di tornarsene a casa, e quasi sorridendo dentro di sé aveva dato un’ultima occhiata all’uomo ancora fermo a quella finestra: doveva andare, pareva dicesse Leo a quella presenza, ma non c’era da preoccuparsi, sarebbe tornato il giorno seguente, all’incirca alla medesima ora, si sarebbe seduto sulla stessa panchina, e si sarebbe lasciato ancora osservare, in fondo non c’era niente di male, anzi, adesso gli pareva importante quello scambio silenzioso di sguardi, lui già ci contava, sicuro ormai di poter considerare, quella tra loro, quasi una nuova amicizia.</p>
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		<title>&#8220;Termiti&#8221; di Antonio Faruolo</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 00:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chissà, forse un giorno la mia voce arriverà su quella strada senza tempo, senza spazio. Forse sarà lì domani, forse fra cent&#8217;anni. Ma sono sicuro che, una volta arrivata, avrà incontrato ciò che avrei voluto incontrasse. O meglio, la persona che avrei voluto incontrasse. Sì, perché su quella strada senza tempo si muove un uomo. Uno sconosciuto. Un senzatetto. Un ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/pensiero/1257147480/"><img class="alignleft size-large wp-image-9228" title="uomo" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/uomo1-678x452.jpg" alt="" width="678" height="452" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Chissà, forse un giorno la mia voce arriverà su quella strada senza tempo, senza spazio. Forse sarà lì domani, forse fra cent&#8217;anni. Ma sono sicuro che, una volta arrivata, avrà incontrato ciò che avrei voluto incontrasse. O meglio, la persona che avrei voluto incontrasse. Sì, perché su quella strada senza tempo si muove un uomo.<br />
Uno sconosciuto.<br />
Un senzatetto.<br />
Un vagabondo.<br />
Un clochard.<br />
Non saprei come definirlo. Neanche lui sa come definirsi. Non si ricorda neanche il suo nome, tanto è il tempo passato dall&#8217;ultima volta che ha parlato con un suo simile. Non conosce neanche il suo aspetto, tanto è il tempo passato dall&#8217;ultima volta che si è specchiato. Ma se ci sono cose che conosce quelle sono i suoi ricordi. I suoi più cari ricordi. Li tiene stretti nelle sue mani. Con fermezza. Loro che si divincolano cercando di librarsi nell&#8217;aria, lui che non molla la presa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la mia voce sarà lì, su quella strada senza tempo, accarezzerà la pelle bruciata di un uomo che cammina a pugni stretti.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua a muoversi. A camminare senza sosta. Le sue ossa non avvertono un briciolo di stanchezza. Forse perchè su quella strada senza tempo non sorge mai il sole, non scendono mai le tenebre. I suoi occhi fissi a terra. A guardare i piedi lasciare orme invisibili. Il suo cuore a scandire con i suoi battiti il tempo che non esiste. A volte mi chiedo a cosa possa pensare. A volte penso che la sua mente sia vuota. Vuota di pensieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la mia voce sarà lì, su quella strada senza tempo, riempirà la mente vuota di pensieri di un uomo che cammina a pugni stretti.</p>
<p style="text-align: justify;">E intanto cammina, cammina su quella strada senza tempo, senza spazio, senza inizio, senza fine. Non smette mai di camminare ed è come se non lo stesse facendo. È come quando si ha in mente una qualsiasi parola e la si pronuncia svariate volte tra sé e sé. Ecco, alla fine quella parola viene svuotata totalmente del proprio significato e finisce per diventare null&#8217;altro che una sequenza di suoni. Allo stesso modo l&#8217;incessante camminata dell&#8217;uomo, a volte, mi appare come insensata. E forse a qualcuno sembrerà insensata per davvero. Ma non importa.<br />
Non importa. L&#8217;unica cosa che importa è che l&#8217;uomo cammina, cammina su quella strada senza inizio, senza fine. Spinto da chissà quale voglia, chissà quale desiderio. Sì, a volte lo riesco a scorgere nei suoi occhi inespressivi. È lo stesso desiderio che si nasconde astutamente negli occhi di ciascun essere umano. È lo stesso desiderio che astutamente si nasconde nei miei occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la mia voce sarà lì, su quella strada senza spazio, parlerà al desiderio che si nasconde astutamente negli occhi di un uomo che cammina a pugni stretti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sto facendo altro che raccontare la storia di un uomo che cammina, cammina su una strada senza tempo, senza spazio. Un uomo come tanti. Un uomo come nessuno.<br />
Un uomo proveniente dal nulla e, probabilmente, tendente al nulla.<br />
Un uomo ignaro del suo vero nome e, probabilmente, ignaro del suo vero aspetto. Un uomo che non ha null&#8217;altro a parte i suoi ricordi, ai quali è fortemente ancorato. Perchè i ricordi sono tutto ciò che possiede. Non possiede un nome. Non possiede aspetto. Invece i ricordi li possiede. E il suo più grande timore è che un giorno possa perderli. In fondo basta poco. Basta un momento di distrazione, un attimo d&#8217;esitazione e&#8230;.un tuffo nel nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà, quando la mia voce sarà lì, forse incontrerà un uomo disteso lungo l&#8217;asfalto di una strada senza tempo, senza spazio, senza inizio, senza fine. Le sue mani sono libere, proprio come i suoi ricordi liberi di spargersi nell&#8217;atmosfera. E bruciano al contatto con essa, proprio come legno logorato dall&#8217;azione incessante di termiti.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;ultimo giorno sulla Terra&#8221; di Ligeia MacLachlan</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 23:53:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La spiaggia di Ayr era deserta: a quell’ora il sole era appena sorto e il cavaliere si volse verso le colline alla sua sinistra. Un quadrello di balestra entrò da sotto la scapola sinistra perforando le piastre dell’armatura ed uccidendolo all’istante. Il cavallo s’impennò all’improvviso, spaventato dalle grida di un falco poco sopra di lui: il corpo del cavaliere venne ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/bluedharma/2199344994/"><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/terra1-678x506.jpg" alt="" title="terra" width="678" height="506" class="alignleft size-large wp-image-9222" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La spiaggia di Ayr era deserta: a quell’ora il sole era appena sorto e il cavaliere si volse verso le colline alla sua sinistra. Un quadrello di balestra entrò da sotto la scapola sinistra perforando le piastre dell’armatura ed uccidendolo all’istante.<br />
Il cavallo s’impennò all’improvviso, spaventato dalle grida di un falco poco sopra di lui: il corpo del cavaliere venne sbalzato di sella e cadde sulla battigia.<br />
Le onde lambirono l’acciaio dell’armatura, ricoprendolo rapidamente con l’avanzare della marea.<br />
Chalyx si rese conto all’improvviso di aver ricordato un episodio di una vita che non gli apparteneva: non sapeva chi o che cosa fosse Ayr, né dove si trovasse, e nemmeno cosa stessero facendo gli umani che aveva visto. Il ricordo si era palesato poco prima del risveglio, non si poteva certo parlare di un sogno, poiché Chalyx sapeva di essere stato cosciente in quel momento. Avrebbe dovuto cercare di capire? Parlarne con qualcuno? Ma con chi? Forse era meglio tacere e aspettare: quel pomeriggio lo avrebbe passato in biblioteca, e lì, forse, avrebbe trovato delle risposte.<br />
La pioggia di missili che si abbatté sulla città quel giorno distrasse Chalyx dai suoi propositi: non c’era tempo per inseguire i ricordi di qualcun altro sotto il fuoco nemico, non quando si era un sottufficiale della milizia posta alla difesa di Halcyon. La biblioteca avrebbe dovuto attendere ancora a lungo una sua visita.<br />
Il falco discese dal cielo in ampie spirali, fino ad appollaiarsi sul guanto del falconiere, che offrì al rapace un boccone di carne appena tagliata dalla carcassa di un daino: un rivolo di sangue colava tra le dita che offrivano il cibo.<br />
Tra i cespugli al margine del sentiero si intravedeva il cadavere di un uomo vestito con una leggera cotta di maglia, dei calzoni di cuoio e un mantello ormai intriso di sangue. La ferita sul petto era profonda: il quadrello aveva trapassato il torace da parte a parte, senza che la cotta offrisse alcuna resistenza. Gli uomini dei Kennedy non sarebbero stati affatto felici di scoprire un altro dei loro ucciso sulle loro terre, stavolta vicino al castello di Dunure.<br />
Chalyx si accorse di aver ricordato di nuovo qualcosa che non gli poteva appartenere in un momento in cui si stava riposando ai comandi della batteria di contraerea che aveva appena finito di usare. Sembrava che quei lacerti di memoria lo assalissero quando il suo io cosciente abbassava la guardia per riposarsi. Doveva capire da dove arrivavano quelle immagini, e di chi era la voce che le narrava: non era la sua, non gli sarebbe mai stato possibile conoscere il nome dei luoghi, delle armi, degli animali e degli umani che vedeva.<br />
L’ultima volta che aveva visto degli umani era stato in un’immagine: erano estinti da talmente tanto tempo che gli era impossibile dire la data certa.<br />
La biblioteca era ampia, avvolta in una confortevole penombra e, all’apparenza, completamente vuota. Chalyx si accomodò ad uno dei tavoli accanto alla vetrata che dava sul giardino e toccò lo schermo che apparve davanti a lui.<br />
La consultazione durò qualche ora, ma non dette risultato. Chalyx decise di tornare in un momento successivo, e di chiedere l’assistenza di un bibliotecario, anche se questo poteva avere delle ripercussioni sulle sue note caratteristiche.<br />
La volta successiva il ricordo lo sorprese: non era previsto che Chalyx provasse dolore, eppure sentì un colpo di mazza contro il petto, sentì il respiro che gli si mozzava, il sangue colargli sul viso e seppe di trovarsi sulla Black Isle, di essere stato aggredito sulla strada verso Cromarty e che la sua unica speranza di vita era gettarsi ai piedi del capo dei MacKenzie e di mettersi alla sua mercè.<br />
Sir Hector gli aveva risparmiata la vita, lo aveva nominato suo falconiere e in cambio gli aveva chiesto di occuparsi di una missione piuttosto delicata. Non aveva avuto altra scelta, ed aveva accettato.<br />
Stavolta la biblioteca era illuminata dalla luce che filtrava dalle finestre sul giardino: il bagliore dei soli era accecante e superava il bordo dell’alta siepe dalle foglie nere che circondava il chiostro centrale. Il bibliotecario accolse Chalyx nella stanza dove venivano conservati gli archivi storici, ascoltò le sue parole e fissò preoccupato uno degli scaffali. La conoscenza della Terra e della sua storia era severamente proibita: solo a pochi era permesso fare delle ricerche in quegli archivi, e ogni bibliotecario sapeva di dover registrare il nome di chi faceva richiesta di accesso e che doveva comunicarlo al Governo perché lo includesse in una lista speciale.<br />
Il Capitano di Artiglieria Chalyx Strathmore aveva un curriculum inappuntabile: perché voleva macchiarlo con quella richiesta? Eppure quei ricordi dovevano aver un’origine ed era comprensibile che volesse venirne a capo…ma sarebbe stato meglio lasciar perdere…<br />
I ricordi riguardanti il falconiere sparirono non appena Chalyx venne mandato in missione su una delle lune esterne, solo per venire sostituiti da incubi che riguardavano di nuovo la Terra, ma in un’epoca molto diversa, molto più recente.<br />
Gli incubi cominciavano sempre allo stesso modo: sentiva un terrore cieco ed opprimente, il bisogno di scappare, di cercare rifugio contro un nemico invisibile. Chiamava a gran voce un nome che non riusciva a ricordare, chiedeva aiuto e correva senza meta da un punto all’altro di uno spazio vuoto e buio i cui limiti riusciva appena ad intravedere.<br />
Il cielo era rosso, la temperatura incandescente, qualcosa gli faceva bruciare la gola e lacrimare gli occhi: il corpo era quello di un umano che, stranamente, condivideva con lui una parte del nome: Strathmore.<br />
Negli incubi l’umano portava qualcosa intorno ai fianchi che gli sembrava di avere già visto da qualche parte: era un disegno familiare, così come era familiare la sagoma di una nave spaziale che intravedeva a tratti, bianca e terribile, sullo sfondo del cielo in fiamme.<br />
Non potendo sopportare ulteriormente gli incubi e le loro conseguenze, Chalyx chiese consiglio al suo diretto superiore, e venne mandato presso un centro di supporto delle forze armate dove gli fornirono un’autorizzazione di accesso agli archivi; ed inserirono una nota nella sua cartella personale contraddistinta da una lettera nera.<br />
Il bibliotecario lo accolse nuovamente nella stanza della volta precedente e gli insegnò a ricercare le informazioni di cui poteva aver bisogno, lasciandolo solo per non interferire con i risultati. Anche quando le ricerche erano consentite, era richiesto al personale della biblioteca di fornire quanto meno assistenza possibile.<br />
Chalys raggiunse il bibliotecario e chiese di sapere il motivo per cui la conoscenza di delle questioni terrestri era scoraggiata quando non assolutamente proibita. La risposta lo sorprese: gli umani, in fuga dalla Terra, avevano invaso il loro pianeta ed avevano tentato di colonizzarlo, venendo distrutti in poco tempo. Solo alcuni prigionieri erano stati risparmiati dai militari che li avevano catturati: trattati come schiavi, avevano servito negli alloggi degli ufficiali fino alla morte, che era sopravvenuta in relativamente poco tempo. Probabilmente il clan  di Chalyx aveva deciso di usare come parte del nome quello di un umano catturato, e forse aveva conservato qualche artefatto terreste, nonostante questo fosse completamente fuori legge.<br />
Il Comandante di Brigata Strathmore aveva inserito nella pesante fibbia della cintura che portava in vita una più piccola, appartenuta a sua madre, di forma circolare e dall’aspetto molto antico con le parole “Invictus maneo” incise sul bordo. Sotto la pioggia di fuoco che cadeva dal cielo ormai da giorni, l’uomo aveva smesso di cercare, di sperare; si era arreso all’evidenza e si era preparato ad imbarcarsi sulla navicella che doveva portarli verso la salvezza, lontano dalla Terra ormai condannata alla distruzione. La Hope of Victory lo attendeva, scintillante di alluminio bianco, in quella che una volta era stata la piazza d’armi della Caserma della IV Brigata Aerea Falcon. Per quanto cercasse di farsi forza, sapere che nessuno della sua famiglia era sopravvissuto al crollo dei loro alloggi, e che tutte le sue ricerche erano state vane, lo aveva reso pazzo di terrore. Ora non restava che l’ignoto: un viaggio verso uno dei tanti pianeti ritenuti colonizzabili distante migliaia di anni luce…l’unica speranza di vita ormai rimasta.<br />
Chalyx si risvegliò di soprassalto, corse verso lo zaino che si trovava ai piedi del proprio cubicolo e ne rovesciò il contenuto sul pavimento: in fondo al mucchio trovò una piastra di metallo ossidata con una piccola incavatura all’interno, vuota. Per un momento fissò la piastra senza ricordarsi dove l’avesse vista prima, poi seppe di averla ricevuta dal proprio sergente istruttore quand’era ancora una recluta, con la raccomandazione di non mostrarla mai a nessuno. Una volta ripulita, la piastra risultò essere la fibbia del sogno: un cerchio con un’ala distesa nel mezzo e la scritta “IV Brigata Falcon” incisa sul bordo inferiore. Il sergente gli aveva detto che gliela dava perché anche lui si chiamava Strathmore, e Chalyx non aveva capito a cosa si riferisse l’allusione: sapeva solo che era un manufatto terrestre, il cui possesso era proibito, ed aveva trovato il tutto molto eccitante.<br />
Ci volle molto tempo prima che Chalyx potesse tornare ai suoi alloggi ad Halcyon: una nuova ondata di invasori era stata respinta e distrutta, e la guerra aveva causato molte perdite di cyborg e astronavi da guerra. La Hope of Victory (esattamente il nome dell’astronave-arca del sogno) era dovuta riparare sulla luna minore per le riparazioni necessarie al personale di bordo e alle batterie di lanciamissili, poi era tornata al fronte e solo quando l’ultima navicella nemica era stata abbattuta aveva ricevuto il permesso di rientrare alla base.<br />
In fondo a uno dei bauli dove conservava i propri ricordi dell’Accademia Militare, Chalyx riuscì a trovare la piccola spilla antica che l’uomo con il suo stesso nome aveva nascosto nella fibbia, e nel toccarla, ricordò che era appartenuta a Gordon Dughlas Armstrong, falconiere e agente di Sir Hector McKenzie, vissuto sulla Terra, in Scozia, sulla Black Isle, nelle terre intorno ad Ormond Castle, nel 1.200 D.C. circa.<br />
Una volta riuniti i due oggetti, Chalyx li avvolse in un vecchio tessuto terrestre dallo strano disegno colorato e li nascose di nuovo in fondo al vecchio baule dove li aveva trovati. Da quel momento in poi, il riposo del cyborg Chalys Strathmore non fu più disturbato.<br />
Il bibliotecario, nello stendere la sua relazione al Governo, fece presente come i Cyborg di modello Chalyx fossero progettati per reperire e trattenere all’interno della propria memoria le informazioni che consideravano rilevanti, e che il mancato ottenimento di tali dati poteva sbilanciare il delicato equilibrio dei circuiti mnemonici, rendendo i Cyborg inutili ai compiti cui erano destinati.<br />
Per questo motivo, si pregava di considerare veniale la mancanza del Cyborg Chalyx Strathmore, in quanto dettata dal mero istinto di sopravvivenza: quando un Chalyx sentiva un vuoto dentro di sé, cercava all’istante il modo di riempirlo.</p>
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		<title>&#8220;Io sono qui&#8221; di Maria Elisabetta Meneghello</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 14:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non so perché continuo ad ascoltare questo programma alle quattro di pomeriggio. La calda voce di Matteo mi stringe la gola. Tornavamo dalla nostra breve vacanza e la strada del ritorno chissà perché era sempre più breve dell’andata. Dovevo sbrigarmi ad accarezzarti i capelli prima dell’ingresso in città e volevo guardarti il più a lungo possibile.  Cambiavi la marcia con ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/grrrl/165185382/"><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/car_street-678x508.jpg" alt="" title="car_street" width="678" height="508" class="alignleft size-large wp-image-9198" /></a></p>
<p>Non so perché continuo ad ascoltare questo programma alle quattro di pomeriggio. La calda voce di Matteo mi stringe la gola.</p>
<p>Tornavamo dalla nostra breve vacanza e la strada del ritorno chissà perché era sempre più breve dell’andata. Dovevo sbrigarmi ad accarezzarti i capelli prima dell’ingresso in città e volevo guardarti il più a lungo possibile.  Cambiavi la marcia con la mano sinistra per non lasciare la mia. I racconti di Matteo ci piacevano, si accavallavano con le nostre parole e i nostri pensieri. Mi è sempre piaciuta la tua voce bassa e convincente e mi piace sentire che è rimasta la stessa. Ti guardo mentre mi parli e non ci credo che siamo qui oggi, adesso. La città si avvicina, ti ascolto e il respiro si fa profondo. Non voglio lasciarti così presto, non ti lascerei mai, ma se te lo dico fa ancora più male. Matteo continua a parlare e non riesco più a seguirlo,  so che devo andare e vorrei che proprio adesso ci fosse una pioggia tropicale, il vento degli uragani e la tempesta di sabbia del deserto che mi obbliga a restare qui per sempre. Invece questa strada è quasi vuota , le case con i muri scrostati, le finestre chiuse, le auto parcheggiate ordinatamente. E’ una strada che va in una sola direzione, sotto il sole  di una primavera troppo calda ,oggi sembra già estate.  ‘Non fare così’ mi dici ma lo sai che non ci riesco ad andarmene senza salutarti. Sei già con la testa altrove, ma continuo a cercare i tuoi occhi e stringere la tua mano.  Matteo intanto insiste con i suoi racconti, ascolto la sua voce e guardo te, quello che eri, quello che sei e quello che siamo adesso.  Stai guardando l’orologio del tuo iphone, ma non so se guardi l’ora o le mail o i messaggi, so solo che io guardo te.  Cerco in tutti i modi di recuperare qualche minuto in più e le tue parole sono ormai solo raccomandazioni.  Cerco le chiavi poi il telefono, il lucidalabbra e qualcosa d altro nella borsa, intanto ti dico che mi manchi anche se sono ancora accanto a te. Mentre tu mi rassicuri e mi guardi, mi dici che è tardi, che non posso darti un bacio, che siamo felici, che devo sentirti vicino, che ci sentiamo stasera, che ti aspetta un pomeriggio pieno, che non dobbiamo rischiare, che devo stare tranquilla, che ci sono solo io, che il cerchio si è chiuso, che sei stato bene, che ti aiuto, che ci sarai sempre, apro piano la porta dell’auto e senza voltarmi scendo. La strada è quella di prima, assolata e triste. Appena metto in moto la voce di Matteo invita il pubblico a chiamare per raccontare un ‘altra storia. Rientro a casa  in sua compagnia e la mia città mi piace oggi anche se si soffoca. Mi lascio alle spalle un pomeriggio magico, ritagliato in un tempo senza ore. Lo rivivo nei pensieri mentre il tempo passa, veloce. Tengo stretto questi momenti perché non voglio perderli nella quotidianità della vita.</p>
<p>Il cielo che si apre mi accoglie triste.</p>
<p>Matteo saluta tutti e ci aspetta domani pomeriggio. Non so più dove sei ma io sono qui.</p>
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		<title>“Ondadimare: Capitolo 15″ di Legoista</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 22:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pugni stretti, nascosti nelle tasche dei pantaloni… Sciolgo l’anima e la inseguo con lo sguardo mentre s’allontana verso l’orizzonte, mentre si unisce al volo degli uccelli e si confonde tra le nuvole… l’inseguo, quando ridiscende e sfiora rami e foglie d’albero e scorre poi bassa, tra fili d’erba di campagna e sassi, leggera come una carezza, fino a quel confine ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/16230743@N06/2120963746/"><img class="alignleft size-large wp-image-9126" title="ondadimare" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/ondadimare9-678x508.jpg" alt="" width="678" height="508" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Pugni stretti, nascosti nelle tasche dei pantaloni…<br />
Sciolgo l’anima e la inseguo con lo sguardo mentre s’allontana verso l’orizzonte, mentre si unisce al volo degli uccelli e si confonde tra le nuvole… l’inseguo, quando ridiscende e sfiora rami e foglie d’albero e scorre poi bassa, tra fili d’erba di campagna e sassi, leggera come una carezza, fino a quel confine fra la terra e il cielo delle mie montagne…<br />
Alzato alla ringhiera della terrazza, ho lasciato a un vento lieve un varco tra la camicia sbottonata sul mio petto perché mi invada, e un brivido dolce percorre la mia schiena. Il mio respiro è lento, le mani slegano i pugni chiusi ed io sono solo atomi d’universo…<br />
Vorrei tempo… Vorrei tempo per potere completare le cose lasciate, per chiedere scusa a chi ho dato un dolore… Il futuro è sempre più breve e il passato mi sta raggiungendo.<br />
Sai Giulia, credo che questo posto ti sarebbe piaciuto… E’ proprio bello e a volte, è come starsene dentro ad una fiaba. Ho imparato ad ascoltare le stagioni, i rumori della natura e i suoi silenzi, ed è buono l’odore fresco della pioggia e quello grasso della terra…<br />
C’è un gatto, un randagio mezzo matto, tutto bianco con un orecchio e il muso nero. Viene qua ogni giorno chissà da dove, e in quale buco poi scompare. E’ da qualche settimana che me lo ritrovo a miagolare in cerca di cibo e arriva quando gli pare. Prima gli mettevo da parte gli avanzi, ma poi ho fatto comprare a Marisa qualcosa di più adatto da potergli offrire e adesso, pensa un po’ se quello se la perde… L’ho chiamato <em>Fischio</em>, perché quando gli fischio lui mi punta. Arriva e si ferma giù nel giardino, si fa sentire con un <em>miaoooo</em> e allora, io gli preparo una scodella e gliela porto fin là. Prima era diffidente e non si avvicinava al cibo finché non mi allontanavo io, ma adesso s’è preso di coraggio e si lascia perfino accarezzare. Sto pensando di concedergli un posto in casa, non mi spiacerebbe e poi, mi farebbe compagnia, chissà…<br />
Sono le tre del pomeriggio e me ne sono tornato al mio studio. La notte è stata, ancora una volta, fitta di ricordi che mi cercano. Sorseggio il mio caffè del dopo pranzo e intanto mi accendo una sigaretta.<br />
Penso che tanti anni di solitudine non siano stati poi così appaganti come mi era sembrato, forse ho voluto solo capacitarmene, ma ora mi accorgo di quanto invece sia stato arido, questo volere vivere in disparte con me stesso.<br />
In tutto questo tempo, non ho amato né sorriso, e neppure mi ricordo d’avere vissuto momenti felici però, adesso, sono certo di avere voluto colmare di questa solitudine la tua assenza…<br />
Mi sei mancata <em>ondadimare</em>, avrei voluto dividere con te questa mia vita e sono sicuro che, sarebbe stato bello diventare vecchi insieme…<br />
…Il risveglio fu dolce e i nostri corpi sollevati dalle fatiche dell’amore: era il quarto giorno.<br />
«…Sei sveglia?» Ti sussurrai all’orecchio, prima di volerlo baciare…<br />
«Mmmmmm…» Ti facesti più vicina e ti accucciasti dentro al mio abbraccio. Io respirai il tuo odore.<br />
«Buongiorno…»<br />
«Ciao…» Appena appena la tua voce, e gli occhi ancora chiusi.<br />
«Come va..?»<br />
«…Sto bene…» Allungai la mano verso il mio orologio sul comodino: le dieci.<br />
«Sono le dieci, credi che dovremmo alzarci?»<br />
«Non ancora… sto così bene..! Ancora un pochino…», supplicasti.<br />
Adoravo la bimba in te ed io mi sentii responsabile della tua vita. Rimasi così, a tenerti stretta, protetta dai dolori del mondo.<br />
Racchiuso tra pareti glicine, di quella tua camera, scorrevo il mondo in cui vivevi…<br />
Sorridevi a lui, bianca sposa, dentro una cornice d’argento in bella mostra sul comò, tra profumi e collane sparse, e lo specchio che lo sovrastava rifletteva la preghiera di una madonna con le mani giunte. La cercai alle mie spalle, alzando lo sguardo, ed era una icona dipinta sopra un legno d’ebano, proprio sopra le nostre teste.<br />
La luce pallida di quel mattino filtrava dall’indaco di leggere tende e colorava i mobili chiari, ma era affascinante la delicata cascata dei bianchi tentacoli di una medusa appesa al centro del soffitto. Era bello …e chissà dove avevi trovato quello strano lampadario, fatto di trasparenze e opacità e poi, gocce di vetro che scendevano lungo nastri di candido raso…<br />
Più in là, disordinati e confusi, i miei coi tuoi vestiti, sopra una poltroncina di cuoio nero…<br />
Ogni colore e cosa erano in sintonia, dentro quella stanza, tutto meno che le mie tracce e ancora peggio, quella mia presenza. Avvertii il senso di un disagio e mi sentii uno straniero, un intruso..!<br />
«Giulia…»<br />
«Mmmmmm….»<br />
«Svegliati..!» Ti scrollai sulla spalla.<br />
«Ma cosa succede..?» Mi chiedesti, ancora assonnata e un po’ scocciata.<br />
«Si farà tardi per qualunque cosa…» Mi liberai dalle tue braccia e le coperte…<br />
«Ehi… ma che ti prende&#8230;?»<br />
«Perdonami… avrei voglia di un caffè…» Squillò il telefono. Ti sollevasti sopra a un fianco appoggiata al gomito… Ancora uno squillo.<br />
«Cazzo! Ma chi sarà a quest’ora..?» Tirasti indietro i capelli con la mano e il baby-doll scoprì un tuo seno… e quel telefono che non la smetteva più…<br />
«Dovresti andare…»<br />
«Porca miseria!» Balzasti giù dal letto per correre in soggiorno. Io amavo quel tuo bel sedere, e lo seguii fino a quando uscisti dalla stanza…<br />
Seduto sul bordo del letto, raccolsi il mio orologio dal comodino e lo allacciai al polso. Sentivo la tua voce confusa e lontana ma non m’importò di decifrarla, studiai invece ancora una volta i tentacoli del lampadario e aspettai che tu tornassi…<br />
«…Era mia madre.» Mi informasti, dopo dieci minuti buoni.<br />
«Ti va di fare un caffè?»<br />
«Voleva sapere cosa avrei fatto oggi e poi domani…» Sfilasti una vestaglia dall’armadio e la indossasti.<br />
«Dovrei correre a casa, ho bisogno di una doccia e di abiti freschi.»<br />
«Si, certo …ma non ascolti quello che dico?»<br />
«Tua madre… ti seguivo.»<br />
«Sembri distratto e nervoso…»<br />
«No, ti sbagli, è tutto ok… Cosa le hai detto?»<br />
«Quello che avevo programmato, lo sai già. Avvertirò la mia amica…»<br />
«Lui si farà sentire..?»<br />
«Non so di quanto sfasa il fuso orario da qui al Giappone. Penso che chiamerà durante il pomeriggio.»<br />
«Dovrai aspettarlo…»<br />
«E’ necessario… Ti faccio il caffè.»<br />
«Grazie, intanto mi rivesto.»<br />
…Raggiunsi casa mia, quella di famiglia. Era un bel po’ che non ci mettevo piede. La cassetta della posta: zeppa. Non mi andava di conoscere i mittenti, lasciai ogni lettera sul mobile all’ingresso.<br />
La doccia calda allentò ogni tensione residua.<br />
Non so cosa mi era preso… improvvisamente non mi ero più sentito a mio agio, dentro al tuo letto. Quella camera, la tua casa… Avevo invaso il territorio di un altro uomo… pensavo a questo, mentre abbottonavo i polsini della camicia, e dedussi che doveva essere proprio quella, la causa del fastidio provato. In ogni caso, preferii non approfondire quella spicciola autoanalisi e mi concentrai sul fatto certo che io ti amavo e, se di colpe ero imputabile, questo condonava ogni peccato.<br />
Ascoltai alcuni messaggi in segreteria, due o tre erano di Marta e dicevano più o meno la stessa cosa: <em>“…dove cazzo sei..?”</em>. Le telefonai inventando una giustificazione plausibile da potere farle credere, ma sono sicuro di non avere ottenuto il successo sperato. Lei fece finta, ma dopo tutto, Marta non era una stupida…<br />
Tre ore dopo ritornai a prenderti per un pranzo fuori, da qualche parte.<br />
«…Mi ha chiamato.»<br />
«Bene.»<br />
«Mezz’ora dopo che sei andato… Gli ho detto che avrei passato il Natale con alcune amiche. La cosa non lo entusiasmava, ma non ha obiettato…»<br />
«Non mi sembri serena, c’è altro che vorresti dirmi..?»<br />
«Forse tu, dovresti spiegarmi qualcosa…» Rilanciasti con tono che reclamava spiegazioni.<br />
«Non capisco…»<br />
«…Questa mattina… sembrava volessi fuggire via…»<br />
Cercai le parole giuste, ero stato evidente e volevo spiegarti…<br />
«Ecco… credo di essermi sentito una specie di ladro… Non so come farti capire, quello… quello era il suo letto …dentro l’armadio c’erano le sue cose …sul comodino i suoi occhiali e un libro col segno dove riprenderlo, da continuare a leggere… Io mi sono sentito a disagio: è stata una inattesa consapevolezza sopravvenuta a mente fredda…. Stonavo con tutto il resto, è questo che mi ha reso inquieto.»<br />
«Comprendo…»<br />
«Ma tu… insomma, il fatto che io sia stato nello stesso letto che condividi con tuo marito…?» Ti chiesi a bruciapelo… e ti ci volle un momento, prima di tradurre i pensieri in parole…<br />
«Non è stata una buona cosa neppure per me, se ci tieni proprio a saperlo… Dopo che tu sei andato via, ho provato qualcosa di simile alla tua sensazione… forse peggio…»<br />
«Continua…»<br />
«Mi sono sentita come svuotata, colpevole … Ho pianto, ma forse è stato un bene perché fino ad oggi, la coscienza del tradimento era offuscata da troppe cose… Mi sono resa conto del suo peso, ma  alla fine… l’ho accettato.»<br />
Non sapevo cosa dire e allora, scelsi il silenzio… Pensai che tutto questo era una specie di acconto su un prezzo da pagare più salato&#8230;<br />
Quella sera fu diversa dalle altre. Ce ne tornammo al mio appartamentino e cenammo di pane e frittata davanti alla televisione, dove Audrey Hepburn era la bellissima Sabrina di un vecchio film e, quando venne mezzanotte, io ti dissi <em>“…buon Natale, amore mio&#8230;” </em>e ti baciai&#8230;<br />
…Quando venne mezzanotte, tra le coperte calde, io sussurrai parole dolci alle tue orecchie e poi… poi, ti tenni stretta fino al mattino.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>CONTINUA</strong></p>
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		<title>&#8220;L’aria di un giorno qualsiasi&#8221; di Bruno Magnolfi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 10:31:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9090" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img class="size-large wp-image-9090" title="caffe" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/caffe1-678x489.jpg" alt="" width="678" height="489" /><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/jeremympiehler/4642394008/</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il mio dito insiste lentamente lungo la riga sottile che si coglie al bordo del mio tavolo quadrato. La ragazza seduta vicino a me forse osserva i miei movimenti di nascosto, io proseguo nella carezza leggera dello spigolo, immerso nella sensazione granulosa della piega che forma questa tovaglietta. Nel bar non c’è quasi nessuno, e quelle poche persone sono distratte dalle chiacchiere che alcuni fanno a voce alta, di qua e di là dal bancone su cui due o tre insistono, quasi come alla ricerca del superamento di un’inutile barriera.</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguo con i miei percorsi, adesso la mia mano è arrivata ad accarezzare il vasetto di vetro bianco dove stanno appoggiati, immersi in poca acqua, i gambi di un mazzetto esile di fiorellini colorati. Il mio caffè ormai è freddo, ne sono ben cosciente, ma credo non abbia proprio alcuna reale importanza: la ragazza accanto a me sorride alla sua amica che forse le fa un cenno. Lo spigolo del tavolo di legno sembra scheggiato, lo sento sotto al pollice mentre cerco di pensare a quante altre volte mi sia accaduto di trascorrere un intero pomeriggio piovoso da solo in un locale che almeno assomigliasse a questo, e con onestà ritengo di non ricordarmene nessuna.</p>
<p style="text-align: justify;">La ragazza parla di qualcuno che al momento non è lì, poi gira la testa, mi osserva per un attimo, forse per trovare qualche relazione tra le sue parole e il mio profilo. Con calma prendo un piccolo sorso di caffè, avrei voglia di alzarmi, ma non lo faccio, resto a respirare l’atmosfera ambigua e sospesa che circonda i quattro o cinque tavoli di questa luminosa saletta. Non succederà niente, penso tra me: anche questo giorno scorrerà come tutti gli altri; non vi troverò assolutamente niente da ricordare, e nonostante questo mi sembrerà, tra qualche tempo, un giorno unico, speciale, particolarissimo, forse soltanto per quell’assenza di qualsiasi cosa che a un certo punto si è come manifestata tutt’intorno a me.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragazze poi si alzano da quel loro tavolo, pagano la consumazione al cameriere, si muovono con decisione per andarsene, io proseguo ad inseguire il bordo della tovaglietta come fosse rimasto l’unico elemento, e il più importante, di cui sia utile occuparsi. Infine una delle due ragazze, prima di uscire dalla porta a vetri del locale, si avvicina dondolando verso me, osserva qualcosa sul suo tavolo, si ferma appena, giusto a un passo, mi guarda dritto, allarga la sua buffa espressione in un sorriso che forse indica tutto, ma contemporaneamente anche niente, e dopo si volta, conservando la medesima espressione, e in questa maniera se ne va.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimango qui, a questo mio tavolo, per ancora un po’ di tempo, e infine quando esco, allontanandomi quasi svogliatamente dalla sala, vorrei che una bomba, nel preciso momento in cui sono fuori dal locale, riuscisse ad esplodere di colpo, cancellando tutte quelle ambiguità rimaste in aria; ma una volta respirata l’aria aperta della strada mi vergogno di quel mio stupido pensiero, e la realtà improvvisamente mi pare estremamente più piacevole di come mi sarei aspettato.</p>
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		<title>“Ricordi di un giorno di scuola” di Rocco Giuseppe Tassone</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 21:09:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giorno di scuola]]></category>
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		<description><![CDATA[Nella nostra scuola si aspettava con ansia il ventun marzo. Già dai primi del mese non si faceva altro che parlare dell’arrivo della primavera. Non perché questa segnava l’avvio della bella stagione, ma perché era  d’obbligo per noi scolari fare la passeggiata a San Gianni. Una località, direi oggi, alquanto misera, ma per noi bambini, allora, era la meta dei ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9084" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img class="size-large wp-image-9084" title="primavera" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/primavera1-678x450.jpg" alt="" width="678" height="450" /><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/lambertwm/4920679785/</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nella nostra scuola si aspettava con ansia il ventun marzo.<br />
Già dai primi del mese non si faceva altro che parlare dell’arrivo della primavera. Non perché questa segnava l’avvio della bella stagione, ma perché era  d’obbligo per noi scolari fare la passeggiata a San Gianni. Una località, direi oggi, alquanto misera, ma per noi bambini, allora, era la meta dei nostri sogni quasi proibiti…<br />
La notte precedente il grande giorno nessuno dormiva: fantasticavamo, nel buio delle nostre camere, su quella che sarebbe stata l’escursione mattutina.<br />
Certo, molti di noi erano già andati con i genitori durante l’anno a San Gianni, forse anche il giorno prima, alla ricerca di funghi, di castagne o per faccende <em>dei grandi</em>: ma non era la stessa cosa.<br />
La maestra ci metteva in fila per due e ci allontanavamo dalla scuola in un silenzio quasi chiesastico; poi, subito fuori dal paese, la maestra intonava una canzoncina che noi continuavamo a ripetere senza capo né coda.<br />
La prima sosta era al Calvario, ove la maestra ci svelava del segreto delle tre croci. Poi, si lasciava la strada asfaltata, che lì finiva, e ci s’inoltrava per una mulattiera selvaggia che, per la ricca e lussureggiante vegetazione che si chiudeva ad arco, ci dava lì impressione di una lunga galleria verde. I rari raggi del sole che riuscivano a filtrare fra i rami, sagomavano d’avanti a noi delle ombre gigantesche, che a volte ci mettevano paura, tanto più che per un certo tratto il nostro percorso rasentava i limiti del cimitero.<br />
Il tragitto solito comprendeva il passaggio tra le vecchie fornaci, e la maestra ci diceva che un tempo i nostri nonni da quelle cave avevano ricavato la calce necessaria per costruire le case,  per imbiancarle o anche per disinfettare le stalle. L’insegnante ci diceva che un tempo vi era una vera e propria industria della calce, e tanti giovani trovavano qui lavoro; ma noi non la ascoltavamo tanto, così presi dal desiderio di arrivare a San Gianni.<br />
Per strada ci fermavamo a raccogliere i primi fiori da offrire alla maestra a mazzetti, avendo cura di lasciarne qualcuno da deporre sulla strada del ritorno al Calvario, o anche per portarli in chiesa alla Madonna.<br />
Di tanto in tanto si alzava dalla siepe un rametto di biancospino, fiore a me ancora oggi tanto caro, e allora, incurante delle spine e dei richiami della maestra il più delle volte soffocati dagli schiamazzi dei ragazzi, mi spingevo fino in alto a raccogliere i pungenti fiori  per portarli alla mamma.<br />
Lungo il cammino incontravamo donne che venivano o andavano ai campi, e altre ancora che svelte riempivano il paniere con le ultime olive pendenti o cadute al suolo. Ci fermavamo ammirati a guardarle, quasi imbambolati, nonostante avevamo già visto quelle scene e quei gesti, chissà quante volte, fatte dalle nostre stesse mamme che, non di rado, aiutavamo dopo la scuola.<br />
Nel cielo si vedevano le prime rondini in cerca di un cornicione ove costruire il loro riparo, mentre sugli alberi e fra le siepi si potevano osservare i primi nidi per le covate a volte occupati da piccoli volatili implumi. Qualche mio compagno strampalato faceva progetto di ritornare per uccidere quegli animaletti; qualche altro ancora diceva che bisognava aspettare quando avessero messo le penne per portarseli a casa e metterli in gabbia: io no. Io ero contento di osservarli da una certa distanza e, quando mi riusciva, di vedere la madre che li imbeccava.<br />
Raramente, grazie a Dio, ci vedevamo tagliare la strada da qualche serpe nera, ed allora subito e in coro gridavamo: “ San Paolo, San Paolo mio! “ Avevamo sentito i nostri genitori invocarlo in questi casi e anche noi, senza sapere il perché facevamo lo stesso. Probabilmente in forza di quella cultura popolare non scritta che si tramanda oralmente…<br />
Alla fine giungevamo a San Gianni: un grande cancello, un casale e una serie di stalle che facevano limite a una vasta aia piena di galline, oche, anatre, e tacchini spaventosamente grandi con galli pronti ad aggredirci se non fosse stato per l’imperioso richiamo del <strong><em>massaro</em></strong>.<br />
In quest’aia s’inventavano i giochi più belli e più divertenti. S’invitava a giocare con noi il proprietario del fondo, la moglie e i loro figli che, già buffi nel loro vestimento rurale e un po’ intontiti dal nostro arrivo, ci facevano tanto divertire.<br />
A un certo momento il massaro si allontanava e ritornava dopo qualche minuto con un paniere di buona frutta fresca coronata da una resta di <strong><em>chiappuni</em></strong><em>,</em> in altre parole di fichi secchi ripieni di noci, mentre la massara portava nelle <strong><em>fascere</em></strong> della calda ricotta.<br />
I cani storditi dalle nostre grida si erano ritirati presso le rispettive cucce guardandoci di soppiatto come per dire:  …<em>ma a questi chi ce li ha mandati? L</em>’asino nella stalla ragliava della grossa e  il maiale grugniva in cerca di cibo.<br />
“ Vogliamo vedere i conigli e le cavie “ dicevamo in coro al massaro, e lui ce li portava a vedere. Pronti offrivamo ai coniglietti erbetta fresca che dopo qualche secondo di indecisione veniva mangiucchiata  alacremente.<br />
Poi, la maestra ci chiamava: era ora di rientrare. Prima di lasciare San Gianni però, era consuetudine che tutti noi prendessimo un rametto di quella bella e gigantesca mimosa che maestosa si parava davanti al cancello. Rinvangando quelle immagini di un tempo lontano, quella raccolta la rivedo oggi come uno sciame d’api che si avventa sulla pianta a raccogliere nettare: ognuno per la sua parte.<br />
Alla fine, tutti felici e stanchi, facevamo ritorno  a scuola. Prima di andare via, regalavo un po’ della mia mimosa a Marina; lei mi donava qualche margherita… ed era così che noi facevamo l’amore!</p>
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		<title>&#8220;Il verde delle foglie&#8221; di Paolo Valoppi</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 08:54:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[decisione]]></category>
		<category><![CDATA[mamma e figlio]]></category>
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		<description><![CDATA[«Simone…Simone mi stai ascoltando?&#8230;Allora Simone, guarda il semaforo, guarda bene il semaforo. Vedi, vedi adesso c’è un omino rosso immobile, lo vedi? Lo vedi l’omino? Ecco Simone quando vedi quell’omino rosso vuol dire che non puoi attraversare, vuol dire che passano le macchine e non puoi attraversare, se passi è molto pericoloso, rischi di farti male. Invece adesso Simone lo ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9062" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/foglie_verdi-678x451.jpg" alt="" title="foglie_verdi" width="678" height="451" class="size-large wp-image-9062" /><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/bigfez/3721451750/</p></div>
<p style="text-align: justify;">«Simone…Simone mi stai ascoltando?&#8230;Allora Simone, guarda il semaforo, guarda bene il semaforo. Vedi, vedi adesso c’è un omino rosso immobile, lo vedi? Lo vedi l’omino? Ecco Simone quando vedi quell’omino rosso vuol dire che non puoi attraversare, vuol dire che passano le macchine e non puoi attraversare, se passi è molto pericoloso, rischi di farti male.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece adesso Simone lo vedi che c’è, adesso c’è un omino verde che cammina, quando vedi quell’omino verde che cammina vuol dire che anche tu puoi camminare, a quel punto puoi attraversare la strada, solo quando vedi l’omino verde puoi attraversare la strada. Omino rosso resti fermo, omino verde puoi passare. Hai capito bene? Sicuro? Va bene allora noi adesso facciamo quello che fai tu, per vedere se hai capito noi ti seguiamo, sei tu che decidi quando dobbiamo attraversare».</p>
<p style="text-align: justify;">Perché ci siamo fermati?  Stavamo andando a fare merenda e adesso ci siamo fermati. Stavamo andando in quella pizzeria al taglio all’angolo con viale delle Milizie dove fanno quella pizza rossa che mi piace tanto, già me la stavo gustando quella pizza sottile e croccante con un leggero sapore di rosmarino. Mi ero portato anche gli spicci da casa, quattro euro, così nel caso mi fosse venuta voglia mi sarei preso anche un altro pezzo. Adesso però perché ci siamo fermati? Avete cambiato idea, non ditemi che avete cambiato idea. Non ditemi che… Adesso ho capito, è tutta colpa di quel ragazzo là,  è colpa sua ho capito, è da quando siamo usciti che dice che vuole il gelato, continua a ripetere che vuole il gelato al cioccolato con la panna . E io allora? A me chi ci pensa? Io che mi sono portato gli spicci da casa per comprarmi la pizza, la pizza rossa al rosmarino. Non sarà mica perché mi sporco sempre, non mi starete dicendo che non andiamo a prendere la pizza solo perché ogni volta mi sporco d’olio, non è colpa mia se la pizza è tutta unta.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso perché mi guardate? Perché mi guardano tutti? Sono l’unico a volere la pizza? Ma non lo sapete che il gelato al cioccolato d’inverno fa male allo stomaco?</p>
<p style="text-align: justify;">«Simone…Simone mi stai ascoltando?…Il semaforo è già scattato due volte, i tuoi compagni stanno aspettando solo te. Abbiamo tutti voglia di andare a fare merenda però ci devi portare tu, hai capito?</p>
<p style="text-align: justify;">Allora quando vedi che il semaforo è verde cominci ad attraversare…l’omino verde hai capito? Quando vedi quell’omino tu attraversi, guardi da una parte e dall’altra e cominci ad attraversare, noi ti seguiamo hai capito? Tu vai e noi ti seguiamo. Bene, bravo, allora noi adesso siamo qui dietro ed aspettiamo te».</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho capito se stiamo andando a mangiare la pizza o il gelato. Il gelato non mi va  però alle brutte mi adatto. E se andiamo a prendere il gelato che gusti mi prendo? Un amico mi ha raccontato di una gelateria in cui fanno un gusto al sapore pizza. Chissà  se ce l’hanno qua, se ce l’hanno me lo prendo di sicuro. Se non ce l’hanno però? Se non ce l’hanno mi prendo una coppetta alla fragola, si una coppetta alla fragola e mi ci faccio pure mettere  la panna.</p>
<p style="text-align: justify;">Si però smettetela di guardarmi, va bene che non andiamo a prendere la pizza però almeno lasciatemi scegliere i miei gusti in santa pace.</p>
<p style="text-align: justify;">«Simone…Simone adesso cerca di concentrarti per favore, cerca di essere serio perché secondo me mi stai prendendo in giro. Non è possibile che non riesci a distinguere il verde dal rosso, secondo me stai solo facendo un po’ lo scemo. Guarda che non ci muoviamo da qui finché non decidi di attraversare».</p>
<p style="text-align: justify;">Va bene mi arrendo, decidete voi. Mi va bene anche il gelato basta che ci muoviamo da qui. Sono più di dieci minuti che stiamo fermi in questo punto, che stiamo aspettando? Questa signora poi perché continua a fissarmi? Adesso sorride, mi guarda e sorride, cosa avrà mai da sorridere. È una cosa che mi capita in continuazione, la gente mi guarda e sorride, così, senza motivo, sarà per il mio viso particolare. Una volta l’ho chiesto a mia mamma, le ho chiesto perché secondo lei tutte le persone che mi guardano finiscono sempre col sorridere. Mi ha detto che sono speciale, che le persone mi guardano e sorridono perché sono un bambino speciale, diverso dagli altri ma molto speciale. Io questa cosa dello speciale non l’ho capita tanto bene, però i sorrisi mi piacciono e quindi mi piace essere speciale. Ora però sono nervoso perché non so cosa mangerò, non so se devo aspettarmi la pizza o il gelato. E poi non ho voglia di star qui a perdere tempo, stasera ci sono anche i Cesaroni e non ho nessuna intenzione di perdermi l’ultima puntata, stasera Eva deve decidere se perdonare Marco o partire per Milano e lasciarsi il passato alle spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ragazzi voi andate altrimenti qui facciamo notte…dai andate rimango io con Simone, devo capire se mi sta prendendo in giro o veramente non distingue il rosso dal verde…è importante, devo saperlo…voi andate, ci vediamo dopo in associazione».</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso perché se ne vanno tutti? Dove andate? Che faccio qui da solo, non potete fare merenda senza di me, non potete mangiare tutta la pizza al rosmarino. Lo sapevo che era tutta una fregatura la storia di andare a fare merenda, io ve lo dico, se stasera mi perdo i Cesaroni,  ve lo dico se stasera mi perdo l’ultima puntata dei Cesaroni io qui non ci vengo più.</p>
<p style="text-align: justify;">«Simone, Simone ora siamo solo io e te, concentrati un attimo e aiutami a capire se veramente non sai riconoscere il verde dal rosso o se mi stai solo prendendo in giro. I tuoi compagni se ne sono andati quindi non abbiamo nessuna fretta, è importante che tu mi faccia capire».</p>
<p style="text-align: justify;">Che dice questo? Non sarà per colpa sua che io sto qui da solo e gli altri se ne sono andati.</p>
<p style="text-align: justify;">«Allora Simone guarda il colore che c’è adesso, vedi, vedi quello lì è il verde, verde…verde come le foglie, verde come le foglie degli alberi, le foglie degli alberi hai capito? Vedi quell’albero là, vedi le sue foglie, le foglie hanno lo stesso colore che il semaforo ha adesso, quando vedi quel colore, quando il semaforo ha il colore delle foglie vuol dire che puoi passare…adesso invece vedi che colore c’è, c’è il rosso…il rosso…il rosso della pizza rossa, adesso c’è il rosso della pizza che ti piace tanto,  ecco si, allora quando vedi il rosso della pizza vuol dire che non puoi passare, vuol dire che devi aspettare il verde delle foglie e solo  a quel punto puoi attraversare..hai capito? Il verde delle foglie e il rosso della pizza».</p>
<p style="text-align: justify;">Pizza? Ha detto pizza? Si ha detto pizza ne sono sicuro, ha detto pizza rossa, ha detto pizza rossa e indicava là.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso ho capito, è li che devo andare per mangiare la mia pizza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove c’è il rosso c’è anche la  pizza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rosso della pizza.</p>
<p style="text-align: justify;">Io attraverso.</p>
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