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	<title>Hyde Park &#187; CINEMA</title>
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	<description>La prima rivista scritta dai lettori!!!</description>
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		<title>&#8220;Tutta la vita davanti&#8221; di Stefania Sarrubba</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 13:41:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel panorama del cinema italiano, sempre denigrato, raramente spunta qualche pellicola degna di nota. “Tutta la vita davanti”, film del 2008 diretto da Paolo Virzì e attuale come non mai, è una di queste.
Racconta la storia di Marta (Isabella Ragonese), laureata con lode in filosofia, che fatica ad entrare nel mondo della ricerca e lotta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-5343" title="tutta-la-vita-davanti" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/tutta-la-vita-davanti.jpg" alt="" width="575" height="821" />Nel panorama del cinema italiano, sempre denigrato, raramente spunta qualche pellicola degna di nota. “Tutta la vita davanti”, film del 2008 diretto da Paolo Virzì e attuale come non mai, è una di queste.<br />
Racconta la storia di Marta (Isabella Ragonese), laureata con lode in filosofia, che fatica ad entrare nel mondo della ricerca e lotta per non essere inghiottita nella logica fagocitante del lavoro part-time in un call center.<br />
Fin dai primi minuti, si avverte che qualcosa non va. La protagonista presenta la tesi davanti a una commissione i cui membri hanno il triplo dei suoi anni e sembra stiano quasi per spezzarsi nel darle l’abbraccio accademico. Che ci siano poche speranze per i giovani, insomma, è chiaro fin dall’inizio.<br />
E il film continua in maniera impietosa, tra problemi personali e incessanti rifiuti da parte di case editrici specializzate in filosofia.<br />
Marta accetta una sistemazione in un call center come soluzione temporanea, osservando dall’interno le dinamiche grottesche del lavoro precario in questo settore. Coreografie motivanti da villaggio turistico a inizio giornata, contesi quanto inutili premi per la migliore telefonista del mese, impossibilità di qualsiasi contatto con i sindacati, sfruttamento psicologico e clima di terrore tra i dipendenti, che farebbero di tutto per tenersi stretto il posto.<br />
La ragazza, tuttavia, è davvero brava nel convincere casalinghe e vecchiette a non riattaccare, fingendosi del loro quartiere, nominando scuole elementari e pizzerie che possano avvicinarla al cliente di turno.<br />
Questa strategia vincente, che la mette in luce con i capi ma le fa perdere stima in sé, è la stessa che è alla base del film. Infatti, tutti conoscono almeno una Marta, tutti possono essere come lei. I fatti sono narrati dalla voce imparziale di Laura Morante, che aggiunge una delicata inquietudine ad una vicenda che già da sola è capace di turbare poiché cruda e fin troppo reale. L’identificazione è forte e più il film va avanti, più si vorrebbe smettere di guardarlo come si fa con un horror movie. Ma non si può, lo spettatore vuole, deve essere messo al corrente, come recita il titolo del libro di Michela Murgia da cui è tratta la sceneggiatura, “Il mondo deve sapere”.<br />
Si arriva alla fine con gli occhi che ne hanno viste troppe, stanchi ma per nulla sorpresi del fatto che ancora una volta l’estero sembra l’unica via per i giovani laureati, con Marta che riesce a pubblicare sull’Oxford Journal of Philosophy un suo saggio comparante la filosofia esistenzialista di Heidegger e i concorrenti dei reality.<br />
E quando la piccola Lara, a cui la protagonista fa da baby-sitter, asserisce convinta che da grande desidera studiare filosofia, le si vorrebbe urlare di cambiare idea, ma non si può trattenere un sorriso.</p>
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		<title>&#8220;Gli amabili resti di una creatura del cielo&#8221; di Elena Romanello</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 14:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quindici anni fa il regista neozelandese Peter Jackson si impose all&#8217;attenzione internazionale con Creature del cielo, storia vera trattata tra realismo e fantasia di un crimine scioccante che sconvolse la Nuova Zelanda puritana degli anni Cinquanta. Adesso, dopo aver diretto i tre kolossal ispirati a Il signore degli anelli di Tolkien, torna a raccontare un&#8217;altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4550" title="ACCHIAPPAFILM_AMABILIRESTI" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/Amabili-Resti-Poster-317x430.jpg" alt="" width="317" height="430" />Quindici anni fa il regista neozelandese Peter Jackson si impose all&#8217;attenzione internazionale con <em>Creature del cielo</em>, storia vera trattata tra realismo e fantasia di un crimine scioccante che sconvolse la Nuova Zelanda puritana degli anni Cinquanta. Adesso, dopo aver diretto i tre kolossal ispirati a <em>Il signore degli anelli</em> di Tolkien, torna a raccontare un&#8217;altra storia al femminile tra crimine e fantasia con <em>Amabili resti</em>, dall&#8217;omonimo romanzo di Alice Sebold.<br />
Juliette Hulme e Pauline Parker, le protagoniste realmente esistite ed ancora viventi sotto altro nome di <em>Creature del cielo</em> (una delle due è la popolare autrice di thriller vittoriani Anne Perry) erano due ragazze fantasiose, anticonformiste, piene di vita, ma incapaci di dare la giusta misura ai loro sogni e alle loro aspirazioni, al punto di perdere il contatto con la realtà e con un sentire comune, uccidendo la madre di Pauline che sentivano come un ostacolo alla loro relazione che pare, e Jackson prendeva per buona questa teoria, fosse omosessuale.<br />
Susie Salmon, come il pesce come dice lei stessa, personaggio fittizio ma ricalcato dall&#8217;autrice su se stessa, vittima di uno stupro quando era ragazzina, è vittima anziché carnefice, sognatrice e desiderosa di un futuro e di una vita, professionale, con la sua famiglia, d&#8217;amore, che non potrà mai avere per il gesto criminale del vicino di casa, che si scoprirà essere un serial killer inafferrabile. Due storie non uguali, certo, ma speculari, tra sogni e crudeltà, sangue e fatalità, realizzate dal regista unendo realismo, ricostruzione d&#8217;epoca, suspense ed effetti speciali.<br />
Ma i risultati sono opposti.<br />
In <em>Creature del cielo</em> il tutto, l&#8217;atmosfera soffocante a casa e a scuola, la ricostruzione d&#8217;epoca tra le canzoni di Mario Lanza e i film di Orson Welles, il crescendo di tensione verso il delitto, la storia d&#8217;amore tra le ragazze e il loro Quarto Mondo, microcosmo fantasy ricco di pulsioni anche erotiche, era tutto perfetto e perfettamente funzionale alla trama. Non c&#8217;erano sbavature, non c&#8217;erano cose di troppo, tutto concorreva al risultato finale di un ottimo film, dove spiccavano anche le ottime interpretazioni degli attori, a cominciare dalle giovanissime Kate Winslet, proiettata poi verso una delle carriere più interessanti tra le attrici contemporanee, e Melanie Lynskey, che ha avuto per ora meno fortuna.<br />
In <em>Amabili resti </em>abbiamo un&#8217;ottima ricostruzione d&#8217;epoca e come atmosfere e come ambienti, una tensione sia prima che dopo il delitto intorno all&#8217;assassino con un paio di sequenze davvero efficaci, un quadro toccante di tragedia familiare, il tutto rovinato da un uso superfluo, eccessivo e anche un po&#8217; gratuito degli effetti speciali. Se il Quarto Mondo era lo specchio della follia e della fantasia di Juliette e Pauline, qui il Paradiso stereotipato in cui Susie si trova a vivere in attesa di staccarsi definitivamente dal nostro mondo con serenità, è decisamente irritante, pieno di luoghi comuni, tra alberi che si spogliano e si rivestono di foglie e fiori, voli di uccellini cantanti, prati, danze di altri spiriti beati. E tutto il pathos, la tragedia, la tensione che c&#8217;è in questa storia di una vittima innocente viene rovinato dagli effetti speciali, tra gazebi ottocenteschi e fari nella notte. Peccato, perché per molte cose poteva funzionare, non solo per gli interpreti, anche se è facile augurare a Saoirse Ronan una carriera modello quella della Winslet e se Stanley Tucci caratterizza uno dei villain più inquietanti di questi ultimi anni, vero orco metropolitano e insospettabile.<br />
Forse Peter Jackson è rimasto fagocitato da un meccanismo che vede negli effetti speciali la soluzione a tutti i film, un arricchimento necessario: peccato che in <em>Amabili resti</em> impoveriscano il tutto, rendendolo confuso e facendo arrivare alla chiosa finale, all&#8217;augurio di una vita lunga e felice di Susie, creatura ormai libera di volare in cielo dopo che la sua famiglia ha trovato un equilibrio e il suo carnefice ha pagato, senza commozione. Come invece ci si commoveva sapendo, alla fine di <em>Creature del cielo</em>, che quelle due tenere assassine vittime di un amore troppo grande e di una società troppo oppressiva, hanno potuto uscire dal carcere dove erano state condannate all&#8217;ergastolo a patto che promettessero di non incontrarsi mai più.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>&#8220;Alice in Wonderland&#8221; di Mariangela Princi</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 09:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è stato un gran parlare dell&#8217;uscita di Alice in Wonderland proprio perchè realizzato da Tim Burton (regista di Edward mani di forbici, La fabbrica di cioccolato, il mistero di Sleepy Hollow&#8230;) ma sembra un pò convenzionale rispetto all&#8217;attesa e non all&#8217;altezza delle aspettative. Resta comunque un buon film che ha incassato già otto milioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4185" title="alice-in-wonderland" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/alice-in-wonderland-268x430.jpg" alt="" width="268" height="430" />C&#8217;è stato un gran parlare dell&#8217;uscita di Alice in Wonderland proprio perchè realizzato da Tim Burton (regista di Edward mani di forbici, La fabbrica di cioccolato, il mistero di Sleepy Hollow&#8230;) ma sembra un pò convenzionale rispetto all&#8217;attesa e non all&#8217;altezza delle aspettative. Resta comunque un buon film che ha incassato già otto milioni di euro nel primo fine settimana italiano.<span id="more-4184"></span> La trama è la seguente: Alice (interpretata da Mia Wasikowska)  dicianovenne si trova a un ricevimento ignorando che presto le verrà fatta una proposta di matrimonio da un insipido giovane nobile che lei non ama, ma che tutti si aspettano che sposi. La sua risposta sarà quella di scappare nel boschetto dove incontrerà e seguirà il bianconiglio fino a precipitare nella sua tana e ritrovarsi così nel mondo sottoterra (o sottomondo). Alice ritrova così i personaggi incontrati da bambina tra cui il cappellaio matto, il coniglio marzolino&#8230;. La storia scorre fluida e in modo piacevole. Fin dall&#8217;inizio viene messo subito in chiaro quale sia la missione di Alice, uccidere il mostruoso &#8220;Ciciarampa&#8221; e liberare il mondo sottoterra (o sottomondo) dalla malvagia Regina rossa, sorella della più amata Regina bianca personaggio che, a dir il vero, sembra un pò stralunato. Vale la pena vedere questo film per le scene fiabesche, ricche di colori, gli spazi scenografici e gli effetti speciali del 3D (fantastica la caduta di Alice nella tana) che per un mio gusto personale ho apprezzato. Mi ha lasciata un pò perplessa la &#8220;deliranza&#8221; del Cappellaio Matto (interpretato da Johnny Depp) personaggio nel quale si scorge maggiormente, rispetto agli altri protagonisti, la firma dell&#8217;autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film è tratto da &#8220;Alice nel paese delle meraviglie&#8221; e dal suo sequel &#8220;Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;antieroe Gregory House&#8221; di Sebastiano Sacco</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 18:53:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una descrizione: “medico di una serie televisiva, mette quotidianamente il proprio Io cinico, cattivo al servizio del buono, del bene”.
Ce ne sono tanti, d&#8217;accordo, ma il primo che vi salta in mente?
Forse sarebbe bastato “medico di una serie televisiva”. Ma comunque giusto, Gregory House.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4169" title="house" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/house-573x430.jpg" alt="" width="573" height="430" />Una descrizione: “medico di una serie televisiva, mette quotidianamente il proprio Io cinico, cattivo al servizio del buono, del bene”.<span id="more-4168"></span><br />
Ce ne sono tanti, d&#8217;accordo, ma il primo che vi salta in mente?<br />
Forse sarebbe bastato “medico di una serie televisiva”. Ma comunque giusto, Gregory House.<br />
E sapete perché? Perché chi segue (soprattutto chi di rado) il mezzo televisivo free ne è piuttosto coinvolto, tanta è la pochezza della maggior parte dei palinsesti.<br />
Dalla prima serie? Dalla seconda? Non importa. Si è inchiodati, nel seguire le gesta del Dottor House, seduti su una sedia o una poltrona come sdraiati su un lettino. Un lettino posto al centro di un cinema senza altri spettatori. Perché l&#8217;epica del nostro nelle corsie del Princeton Plainsboro Teaching Hospital può, forse come poche altre serie televisive, definirsi cinema. E in questo cinema, in un certo senso, si è pazienti.<br />
Chi scrive le avventure, i casi del perfido dottore tutto questo lo sa. Come anche sa che “l&#8217;imperfezione” della sua barba, dei suoi modi, dei suoi abiti e del suo stile contraddittorio piace. Come piace il mondo di Q. Tarantino, ad esempio, perché quell&#8217;ironia strampalata alla base della sua eccellente regia, della sua narrativa filmica, disegna personaggi dai quali non immagini cosa aspettarti. E che per questo ti sorprendono, molto spesso “vittime” disorientate dalle vicissitudini. Antieroi che vagano tra il “bene” ed il “male”, tra yin e yang, con sconcertante umanità.<br />
E antieroe è anche House.<br />
Agganciato all&#8217;immancabile bastone, alle sue pillole dell&#8217;oppiaceo Vicodin, si, ma soprattutto frammentato tra i suoi stati d&#8217;animo, che lo portano a cospargere di giocattoli la sua scrivania da primario; ma anche, struggente e solitario, a suonare il piano a casa sua, regalando bellissime note ad un bicchiere di whiskey, unico amaro ascoltatore delle sue esecuzioni.<br />
Oppure a proporsi ambiguamente alla dottoressa Cuddy o a qualsiasi altra donna transiti nell&#8217;ospedale, attraverso allusioni da caserma, e allo stesso tempo a saper parlare di Vita, Amore, Passione, Ossessione ad un paziente la cui esistenza sta tristemente dissolvendosi, o è appesa ad un filo.<br />
Perché queste ambiguità sono caratteristiche del personaggio interpretato da Hugh Laurie lo si scopre facilmente, dando uno sguardo alla biografia.<br />
La scheda di Greg House ci rivela ad esempio che egli porta con se il frutto di brusche punizioni paterne, durante l&#8217;infanzia, contrapposte ad un forte amore da parte de e per la madre.<br />
Ancora, ci viene spiegato il forte amore provato per l&#8217;avvocato costituzionalista Stacy, che si spezza però dopo che quest&#8217;ultima lega inconsapevolmente, nell&#8217;esercizio della sua procura medica, il proprio amato al dolore della gamba per la vita.<br />
Lo stesso modo di curare i suoi pazienti, con completo, cioè, disinteresse (apparentemente) per la vita del paziente, ma con interesse quasi maniacale per i sintomi riscontrati, è un&#8217;ottima testimonianza dell&#8217;ambiguità di cui sopra.<br />
Greg House, in fondo, è alla ricerca di una cura. Una cura alle rare diagnosi che spera perennemente di scovare fra i suoi pazienti. Ma anche una cura per il suo animo fragile, che dondola tra i suoi giorni come un&#8217;altalena meccanica e inarrestabile. E risolvere i casi medici a cui il suo ruolo di medico lo sottopone, trasmigra metaforicamente nella ricerca del senso. Una ricerca condotta con l&#8217;intuizione, con l&#8217;intelligenza, con l&#8217;umanità. Mascherate spesso (in e yang) da passività, stupidità, cinismo.<br />
Un personaggio che ha saputo dare fortissima linfa vitale ad un genere, quello del serial televisivo, e che ha prodotto altrettanto interessanti derivati, essendo ottimo derivato a sua volta, da quali fonti ne discuteremo altrove.<br />
Un novello Sherlock Holmes dell&#8217;arte di Ippocrate, come da più parti sottolineato, ma anche un Pinocchio che (ancora apparentemente) non ascolta il suo Grillo parlante, primo fra tutti incarnato dal personaggio di James Wilson.<br />
E forse, più di ogn&#8217;altra definizione, il burbero Dottor House ci piace perché è metafora (di se stesso) e specchio (dei suoi spettatori).</p>
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		<title>&#8220;La prima cosa bella&#8221; di Elena Romanello</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 08:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Claudia Pandolfi]]></category>
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GLI AFFETTI SPECIALI DELLA PRIMA COSA BELLA

Non ha avuto paura di uscire lo stesso week end di Avatar, Paolo Virzì, con la sua ultima opera, La prima cosa bella: è anche se il concorrente in 3D è imbattibile per ovvie ragioni di marketing e diffusione sul mercato, ha saputo difendersi bene, proponendo una storia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4127" title="la-prima-cosa-bella-poster-italia_mid" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/la-prima-cosa-bella-poster-italia_mid-301x430.jpg" alt="" width="301" height="430" /></p>
<p><strong>GLI AFFETTI SPECIALI DELLA PRIMA COSA BELLA<span id="more-4126"></span><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ha avuto paura di uscire lo stesso week end di <em>Avatar</em>, Paolo Virzì, con la sua ultima opera, <em>La prima cosa bella</em>: è anche se il concorrente in 3D è imbattibile per ovvie ragioni di marketing e diffusione sul mercato, ha saputo difendersi bene, proponendo una storia di affetti speciali piuttosto che di effetti speciali, sussurrata invece che urlata, in colori e musica che riecheggiano un passato così lontano anche se in fondo ancora vicino piuttosto che in rutilante 3-d.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è la prima volta che il cinema si interroga sulla morte dei genitori: e Virzì, tornando nella sua Livorno per darne un&#8217;immagine insolita, fatta di lungomare e di case antiche di pescatori, lo sceglie di fare mettendo al centro di tutto la figura di una madre speciale, ingombrante per i suoi figli, a volte imbarazzante, ma capace alla fine di riconciliarli con lei, con se stessi, con la vita in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anna Michelucci, mamma troppo bella all&#8217;inizio degli anni Settanta, cacciata via da un marito che poi continua a frequentarla di nascosto, amata per tutta la vita dal vicino di casa che sposerà in punto di morte, suscita sentimenti contrastanti nei suoi due figli, l&#8217;intellettuale Bruno e la precoce Valeria. Bruno preferisce distaccarsi da lei, andando al Nord a mettere a frutto la sua laurea in lettere, salvo poi essere incapace di costruirsi una vita con la fidanzata e andare a dormire nei prati vicino ai pusher. Valeria le rimane accanto, ma si butta in un matrimonio e in una maternità precoce per sottrarsi, almeno parzialmente, alla sua influenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La malattia di Anna, ancora capace di scappare dall&#8217;ospedale per godersi un film strappalacrime, lei che sognava di fare l&#8217;attrice e aveva fatto la comparsa in <em>La moglie del prete</em> di Dino Risi, riunisce i due figli e li mette di fronte al ruolo che questa madre, ingombrante e adorabile, ha avuto nella loro vita, e li porta a ridefinire se stessi, a portare con loro un po&#8217; di questa gioia di vivere, di questa incoscienza spensierata, che la madre aveva dentro di sé e metteva, spesso anche sbagliando, in tutte le cose della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Si possono dire tante cose su questo film, riflessione sul ruolo di una donna da un lato troppo in anticipo sui suoi tempi dall&#8217;altro troppo schiava di certi schemi, viaggio nella famiglia anche insolita e allargata, ammortizzare sociale assoluto nel nostro Paese e responsabile in larga parte, nel bene e nel male, delle scelte individuali in età adulta, specchio dell&#8217;evoluzione relativa di una società, dalle reginette di bellezza che faticavano a trovare un lavoro onesto alle precarie di oggi. Ma tra commozione, canzoni d&#8217;epoca, spiagge primi anni Settanta, flirt anni Ottanta e drammi e speranze del nuovo millennio, la storia funziona, amara e tenera, divertente e tragica, come molta della commedia all&#8217;italiana classica.</p>
<p style="text-align: justify;">E se Claudia Pandolfi e Valerio Mastrandea sono bravi ad interpretare i due insicuri figli di Anna di inizio Millennio, emblema di una società che spesso non riesce a ritrovarsi, e Micaela Ramazzotti se la cava niente male come bellona di quarant&#8217;anni fa, la mattatrice di tutto è Stefania Sandrelli, la mamma in fin di vita ma ancora piena di vita, capace ancora di innamorarsi, di dire la sua, di voler vivere fino in fondo. E per certi aspetti la sua Anna verso la morte sembra la versione anziana di alcuni personaggi interpretati dalla Sandrelli quando era giovane, la Angela di <em>Divorzio all&#8217;italiana</em>, la Agnese di <em>Sedotta e abbandonata</em>, la Adriana di <em>io la conoscevo bene</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mamma oggetto di affetti speciali, che consiglia senza essere pedante, che ha vissuto e vuole vivere, che cerca di dare ancora un po&#8217; d&#8217;amore ai suoi figli, che l&#8217;hanno amata e detestata, in un quadro dolce amaro, dove tra canzoni, ricordi e presente si cerca di capire l&#8217;importanza di vivere e di amare al meglio, malgrado tutto, nonostante tutto.</p>
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		<title>&#8220;Basta che funzioni&#8221; di Sergio Magaldi</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 15:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ad un anno di distanza da Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen torna sugli schermi con la regia di Whatever Works (BASTA CHE FUNZIONI) ed è sempre un piacere per gli spettatori. Torna a New York, con una sceneggiatura vecchia di oltre 30 anni – così dichiara lui stesso – scritta per l’attore Zero Mostel (brillante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3689" title="basta" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/basta-290x430.jpg" alt="basta" width="290" height="430" />Ad un anno di distanza da <em>Vicky Cristina Barcelona</em>, Woody Allen torna sugli schermi con la regia di <em>Whatever Works</em> (BASTA CHE FUNZIONI) ed è sempre un piacere per gli spettatori.<span id="more-3688"></span> Torna a New York, con una sceneggiatura vecchia di oltre 30 anni – così dichiara lui stesso – scritta per l’attore Zero Mostel (brillante interprete di <em>The Front</em> – IL PRESTANOME del ‘76), morto nel 1977. Occhio e croce, tuttavia, ritengo Larry David più adatto al ruolo di alter-ego di Woody Allen, di quanto sarebbe stato il pur bravo Zero Mostel. E ciò rivela ancora una volta l’abilità del regista nella scelta degli attori, giacché il film poggia, oltre che sul personaggio femminile di Melodie, quasi per intero sulla figura tragicomica di Boris Yellnikoff (perfetta sintesi di Woody Allen-Larry David campioni di umorismo yiddish), docente universitario a riposo riciclatosi come insegnante di scacchi che, con buona dose di cinismo mascherato d’ironia, giudica l’esistenza con lo stile del Woody Allen intellettuale di <em>Manhattan </em>(1979). Con la differenza che sono passati trent’anni e la vita dell’uomo nel pianeta appare al protagonista l’eterno scacco matto di “una specie fallita” ad opera di un Dio <em>assente </em>o al massimo “arredatore di interni”. Rispetto ad allora, c’è in meno forse <em>la curiosità di vivere</em>, ci sono in più le tematiche care al Woody Allen degli ultimi anni: il ruolo potente del fato, della fortuna e del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto, la sceneggiatura sembra meno ispirarsi ad una storia pensata da oltre trent’anni e più vicina al filone inaugurato con <em>Mighty Aphrodite </em>(LA DEA DELL’AMORE del ’95), approfondito magistralmente dieci anni più tardi nei 124 minuti di <em>Match Point</em>, continuato, forse con minore efficacia, nelle tre successive pellicole: <em>Scoop</em> (2006), <em>Vicky Cristina Barcelona</em> (2008) e questo <em>Whatever Works</em>, accomunate tra loro dalla durata minima per un lungometraggio e soprattutto dall’esilità della trama. C’è tuttavia una differenza in <em>Whatever Works </em>rispetto ai due precedenti lavori. Non solo, infatti, si torna a New York, cioè ad un habitat che il regista ben conosce, si torna anche alla freschezza di <em>Mighty Aphrodite</em> e al teatro greco. I temi del destino, della fortuna, dell’amore e del caso vengono trasposti in una cornice che nulla lascia all’improvvisazione. Chi, vedendo la Melodie (Evan Rachel Wood) di <em>Basta che funzioni</em> non pensa subito alla Linda Hash in arte Judy Orgasm (Mira Sorvino) di <em>La dea dell’amore</em>, nella versione italiana l’una e l’altra doppiate con straordinaria efficacia dalla voce di Ilaria Stagni? Prostituta l’una (Judy), ingenua fanciulla del sud degli Stati Uniti l’altra (Melodie), entrambe accomunate da una visione semplice e innocente (nonostante tutto) del vivere e destinate a raccogliere il premio finale (o quasi) della fortuna e dell’amore, secondo un concetto caro all’ultimo Woody Allen: “Non sappiamo perché siamo al mondo e persino la nascita è legata al caso. Tutto ciò che può rendere più accettabile l’esistenza della persona è benvenuto. Basta che funzioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle due pellicole, questa sorta di filosofia del <em>carpe diem</em>, segue uno schema quasi identico. Tutto si annuncia in un clima di tragedia greca per volgersi in commedia, quasi che un benevolo burattinaio, un occulto <em>deus ex machina</em>, a certe condizioni, s’incarichi di garantire alla “specie fallita” un minimo di felicità. E se nel film del ’95 il finale sembra più l’antefatto di una commedia di Plauto, allorché i due protagonisti s’incontrano dopo tanto tempo – ignaro Larry che la figlia di Linda è sua figlia, ignara Linda che il bambino allevato da Larry è il figlio che aveva abbandonato – in <em>Basta che funzioni</em> il finale è costellato di festose maschere plautine con Boris nel ruolo (così come fa per tutto il film) di colui che di tanto in tanto si separa dagli attori per intrattenersi col pubblico, con battute che a rifletterle appaiono scontate (come quella che Marx e Gesù hanno ragione in via di principio, ma anche il torto di trascurare che l’uomo, una sorta di vermetto nel migliore dei casi, non è buono…), ma che ad udirle, per l’efficacia e la semplicità con cui sono dette, arrivano allo spettatore come altrettante pillole di saggezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio la seconda parte del nuovo film di Woody Allen, tutta intesa a preparare il finale, a zoppicare. Non solo per un calo di ritmo e di stile, ma anche e soprattutto per aver il regista attinto a piene mani dal bagaglio dell’ovvio e della post-modernità, quasi un tributo da pagare alla facile psicologia dei cosiddetti vermetti: il padre e la madre di Melodie che le diverse circostanze mutano da bigotti di provincia in spregiudicati e appagati fruitori della propria libertà, consentendo a Marietta (Patricia Clarckson) di mettere a nudo, per così dire, il proprio talento fotografico assaporando insieme le delizie di un <em>ménage à trois</em>, e al marito di scoprirsi felicemente gay. Melodie e Boris, dal canto loro, per gli intrighi di Marietta e il disegno improbabile della Fortuna e del Caso, tornano ad una normalità che li rende improvvisamente meno interessanti, ma con la possibilità, se tutto funziona, di percorrere un maggiore tratto di felicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Film, comunque, da non perdere perché opera di uno, forse, degli ultimi grandi maestri del Cinema.</p>
<p>Sergio Magaldi</p>
<p>(DAL BLOG: <a href="http://zibaldone-sergio.blogspot.com/">http://zibaldone-sergio.blogspot.com/</a> )</p>
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		<title>&#8220;The Reader&#8221; di Sergio Magaldi</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 13:46:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<category><![CDATA[A voce alta]]></category>
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		<description><![CDATA[Da non perdere questo film, tratto dal romanzo di Bernhard Schlink, edito in Italia da Garzanti col titolo A voce alta.
Già candidato all’Oscar, The Reader (Il lettore) ha ottenuto nei giorni scorsi la celebre statuetta per Kate Winslet quale migliore attrice protagonista.
L’azione si svolge a Berlino e in altre città tedesche nel 1995, ma ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3591" title="the_reader" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/the_reader-290x430.jpg" alt="the_reader" width="290" height="430" />Da non perdere questo film, tratto dal romanzo di Bernhard Schlink, edito in Italia da Garzanti col titolo <em>A voce alta</em>.<span id="more-3590"></span><br />
Già candidato all’Oscar, <em>The Reader</em> (Il lettore) ha ottenuto nei giorni scorsi la celebre statuetta per Kate Winslet quale migliore attrice protagonista.<br />
L’azione si svolge a Berlino e in altre città tedesche nel 1995, ma ciò che le dà significato risale a molti anni prima. Innanzi tutto il 1958, allorché il quindicenne Michael Berg s’imbatte in Hanna Schmitz (Kate Winslet), una donna che ha il doppio dei suoi anni. Nasce tra i due una passione che per Michael ha il sapore di una iniziazione sessuale. Il giovane manifesta velatamente il desiderio e la donna lo seduce. Per la verità, seduzione e iniziazione sessuale sanno di maniera, e le scene di nudo e seminudo non hanno il potere di stimolare più di tanto la fantasia erotica dello spettatore. Eros freddo ancorché innocente, voluto forse dalla regia, tant’è che col passare dei giorni Hanna pretende, prima di concedersi, che il giovane la intrattenga leggendole pagine di testi famosi. Dopo qualche tempo la relazione s’interrompe perché la donna, per un motivo banale e che tuttavia è per lei di capitale importanza, come scopriremo più avanti, lascia il lavoro e la città di Berlino senza neppure avvertire il ragazzo.
</p>
<p style="text-align: justify;">Mai realmente rassegnato alla scomparsa di Hanna, troviamo Michael frequentare ora la facoltà di Legge. Egli appare perplesso e silenzioso mentre segue un seminario incentrato sul rapporto tra legge e morale. Il tema non è di largo richiamo nonostante l’alone di saggezza che traspare dal volto e dalle parole dell’anziano docente. Pochi sono, infatti, gli studenti che frequentano il seminario. Con loro, Michael si reca un giorno in Tribunale per una vera e propria esercitazione. Si celebra il processo contro le sorveglianti di un campo di sterminio nazista, le quali avevano il compito di selezionare le donne da eliminare per far posto ai nuovi arrivi nel lager. Tra le imputate Michael riconosce Hanna, contro la quale le sue colleghe sembrano essersi alleate nell’attribuirle le maggiori responsabilità. Prima fra tutte, quella di aver redatto un verbale dal quale risulta che 300 donne ebree sono state lasciate morire durante un incendio scoppiato all’interno della chiesa dove in precedenza erano state rinchiuse. Hanna, che peraltro non si avvede della presenza di Michael al processo, non si giustifica né chiede perdono. Si limita a dire (non, come ci si attenderebbe, di essere stata costretta alle selezioni da un ordine al quale era necessario ubbidire, pena la vita) che selezionare in quella condizioni era necessario per questioni di sopravvivenza all’interno dello spazio angusto del lager che veniva sempre più restringendosi per effetto di nuovi arrivi. E, quando il giudice le chiede perché all’insorgere dell’incendio non sono state aperte le porte della chiesa, dichiara che la decisione presa di comune accordo dalle sorveglianti era stata motivata dal timore che, una volta aperte le porte, le prigioniere potessero fuggire in quel caos generato dall’incendio, dai bombardamenti e dal fioccare della neve. E questa volta la donna lascia intendere che il dovere di un sorvegliante è proprio quello d’impedire la fuga dei prigionieri. Ma le colleghe l’accusano di aver preso lei da sola la decisione e d’aver redatto lei il verbale. Interviene a testimoniare l’unica superstite della strage, scampata al rogo della chiesa con la figlioletta. Dichiara che Hanna a prima vista sembrava più umana delle altre con le prigioniere, soprattutto con le più giovani che di notte chiamava accanto a sé a farsi leggere libri ma di cui poi improvvisamente si liberava.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal canto suo, Hanna nega di aver redatto il verbale dell’incendio e continua a sostenere che la decisione di non aprire le porte della chiesa è stata condivisa da tutte le sorveglianti. Il giudice chiede allora la perizia calligrafica della donna. Posta di fronte a penna e foglio perché scriva qualcosa, Hanna sembra titubare ed è a quel punto che, con straordinari effetti della macchina da presa, Michael intuisce, così come ogni spettatore, che la donna è analfabeta. E tanta è la vergogna di confessare la propria condizione che Hanna dichiara la perizia inutile perché è stata lei a redigere il verbale. Bugia che le costa il carcere a vita, mentre le sue colleghe se la cavano con qualche anno di prigione.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche considerazione si fa a questo punto possibile. Innanzi tutto, il diverso punto di vista di Hanna e delle colleghe. Le ultime si nascondono ipocritamente dietro l’ordine ricevuto, risolvendo il conflitto tra legge e morale in base alla norma che impone di selezionare le prigioniere, pur sapendo che saranno eliminate, e che costringe a non aprire le porte della chiesa pur sapendo che le prigioniere non avranno scampo. È la tesi maggiormente sostenuta, a propria discolpa, dagli aguzzini di Hitler durante il processo di Norimberga e nei processi successivi. C’è poi un altro punto di vista, non ipocrita, ma persino più grave che Hanna Schmitz rappresenta in nome e per conto dell’intero popolo tedesco in quelle tristi storiche circostanze. Il dovere per il dovere, da etica kantiana, fattosi grande leviatano che cancella persino il confronto tra legge e morale e lo riguarda con sovrana indifferenza. Non è un caso che pochi siano gli studenti che partecipano al citato seminario. Ma in Hanna c’è anche qualcosa di più: l’incapacità di chiedere perdono (in più di una occasione la si sente affermare che non c’è nulla di cui pentirsi e di cui chiedere perdono) e l’analfabetismo dell’animo che bene traduce la memoria storica di un popolo in perenne contrasto tra il vergognarsi di sé e l’incapacità di prendere coscienza delle ragioni autentiche di tale vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo di Hanna e delle altre vale invece la presa di coscienza di Michael. La visita di un ex-lager nazista ne è l’espressione muta, più profonda ed efficace. Ma lo studente è ora posto di fronte al dilemma: testimoniare che Hanna non può aver scritto il verbale perché analfabeta, appellandosi così alla legge che consentirebbe alla sua ex-amante di cavarsela con qualche anno di carcere, oppure tacere in virtù di un’etica che ai suoi occhi la rende complice dell’olocausto e meritevole di una pena ben più severa. Michael sceglie la morale, non la legge, ma quasi a farsi perdonare il dovere di una testimonianza non resa, alla quale sarebbe obbligato in nome del diritto – come gli ricorda anche il docente del seminario – egli per vent’anni fa pervenire alla donna in carcere un registratore e una quantità innumerevole di nastri incisi con la sua voce di lettore di opere celebri d’ogni tempo. Peccato solo che lo spettatore europeo sia portato a concludere che i libri che circolavano allora in Germania, Odissea di Omero compresa, fossero tutti scritti in inglese. Sbavatura stilistica del film questa, certamente dovuta alle esigenze del pubblico americano e a motivi di cassetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Vent’anni dopo, allorché Hanna, sopravvenuta nel frattempo la grazia, sta per uscire dal carcere, Michael si reca infine a trovarla. “Cosa hai imparato in tutti questi anni?”, domanda ansioso, sperando in cuor suo che Hanna abbia finalmente preso coscienza. La risposta lo delude profondamente: “Ho imparato a leggere”, si limita a dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Pure, il successivo duplice gesto di Hanna lascia le porte aperte a far credere che la donna, ormai in grado di leggere e scrivere, abbia trovato un barlume di coscienza e passando ben oltre gli astratti concetti di “dovere per il dovere” e di norme storicamente datate, abbia finalmente appreso a riconoscere il linguaggio della legge morale dentro di sé.<br />
Stupenda oltre ogni dire l’interpretazione di Kate Winslet, ottimo il film, anche se il finale appare banale quanto superfluo.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">The Reader</span><span style="text-decoration: underline;">,</span> Febbraio 2009, regia di Stephen Daldry</p>
<p>(DAL BLOG: Lo zibaldone di Sergio Magaldi <a href="http://zibaldone-sergio.blogspot.com/">http://zibaldone-sergio.blogspot.com/</a> )</p>
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		<title>“Nel più alto dei cieli” di Lorenzo Lombardi</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 12:43:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-4393" title="silvano_agosti" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/silvano_agosti.jpg" alt="" width="250" height="372" />“Nel più alto dei cieli” un film di Silvano Agosti. Già dal titolo si può capire la tematica. La storia narra di un gruppo di persone che vanno in pellegrinaggio a Roma per trovare il Papa e rimangono chiusi nell’ascensore del Vaticano. In questa assurda situazione i protagonisti impazziranno e faranno uscire tutta la loro cattiveria. La storia ricorda molto “L’angelo sterminatore” di Luis Buñuel ma, a differenza di quest’ultimo, i personaggi attaccati non sono borghesi bensì i cattolici e i comunisti. Infatti nel famigerato ascensore troviamo un prete marxista, varie suore e dei sindacalisti. Ho rivisto in questo film situazioni Buñuelliane ma, Agosti, strizza l’occhio anche ad artisti come Jodorowsky, Arrabal e Cavallone. Diciamo che quest’opera può considerarsi un “Film-metafora”. Il lettore si chiederà, Metafora di cosa? Credo che il regista con questo film abbia voluto far capire che tutti gli uomini sono uguali, pur essendo a volte uomini di chiesa o schierati politicamente. Ma in che modo uguali? Cioè simili per quando riguarda la cattiveria, cioè tutti i protagonisti escono fuori il loro lato animalesco trovandosi in una situazione disperata allora ritroviamo un prete che arriva a violentare una ragazzina, un uomo che uccide un suo simile solo per placare la sua rabbia, persone che arrivano all’antropofagia pur di mangiare. Interessante è anche la voce che si sente dagli auto parlanti dell’ascensore che trasmettono a intervalli di tempo una trasmissione molto simile a Radio Maria che incita seguire degli insegnamenti della Bibbia quasi a indicare che Dio è sempre con noi e cerca di inculcarci i suoi insegnamenti ma, come accade nel film, questi insegnamenti in situazioni disperate non valgono niente e vengono tranquillamente infranti anzi, infrangendo quegli insegnamenti a volte si può sopravvivere. Allora buttando via i falsi moralismi ritroviamo una suora che fa sesso e che in quel momento sta “bene” rispetto alla situazione creata intorno a lei. Credo sia geniale la scritta che appare all’inizio del film che dice “la vicenda narrata in questo film è immaginaria. I personaggi che la vivono purtroppo no”. Forse questa frase ci fa capire che nel mondo esistono davvero i soggetti che troviamo nel film. Bisogna anche stare attenti alle frasi che alcuni di essi dicono che sono delle “frecciatine” che attaccano sia la politica che la chiesa. Infatti è molto bella sia la frase che dice all’inizio il prete marxista (“anche mia madre che ha 85 anni ha votato comunista e non ho neanche dovuto convincerla, il glorioso mondo cattolico sta morendo”) sia la figura della suora che considera tutti “SenzaDio” e peccatori. La suora di certo rappresenta tutti quei moralisti che sono destinati a soccombere (come succede nel film) per mano delle persone  che sono stanche di essere giudicate per nulla. Concludo questa recensione dicendo che il film di Agosti è un’opera molto bella e che, in Italia, dovrebbero fare più film di questo genere (surreali e grotteschi) e non i soliti film buonisti che parlano di amori stupidi come succede ultimamente.</p>
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		<title>&#8220;Bones&#8221; di Elena Romanello</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 08:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In principio ci sono una serie di romanzi thriller scritti dall&#8217;autrice Kathy Reics, con protagonista l&#8217;antropologa Temperance Brennan, sulla cinquantina, divorziata da tempo con una figlia ormai adulta che sta per conto suo, che collabora con la polizia statunitense e canadese per la sua ottima conoscenza delle ossa, fondamentale per risolvere casi estremi di omicidio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3543" title="bones-stars" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/bones-stars-332x430.jpg" alt="bones-stars" width="332" height="430" />In principio ci sono una serie di romanzi thriller scritti dall&#8217;autrice Kathy Reics, con protagonista l&#8217;antropologa Temperance Brennan, sulla cinquantina, divorziata da tempo con una figlia ormai adulta che sta per conto suo, che collabora con la polizia statunitense e canadese per la sua ottima conoscenza delle ossa, fondamentale per risolvere casi estremi di omicidio.<span id="more-3541"></span> Ma in principio ci sono anche le indagini scientifiche di <em>CSI</em> , telefilm che ha rivoluzionato il genere poliziesco, mettendo al centro di tutto l&#8217;importanza e l&#8217;incontestabilità delle prove, ma anche il rapporto tra due detective di sesso opposto introdotto da <em>X-Files</em>, in cui i due sono attratti ma non consumano e sono in contrasto tra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Bones </em> deriva da queste premesse, presentando un lui e una lei affiatati ma distanti, in contrasto ma complementari come l&#8217;agente dell&#8217;FBI Seeley Booth e la dottoressa Temperance Brennan, un&#8217;indagine basata su prove scientifiche e l&#8217;idea di fondo tratta dai romanzi di Kathy Reics. Ma in realtà, le carte poi vengono mescolate e le cose sono ben diverse da quello che si può pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">I romanzi della Reics sono solo un vago pretesto di ispirazione, perché in realtà la dottoressa Brennan dei telefilm è una trentenne mai stata sposata, dedita alla carriera come antropologa e come autrice di romanzi gialli, con una storia familiare tormentata alle spalle tra padre ecoterrorista, madre morta misteriosamente e fratello con guai con la giustizia. L&#8217;agente Booth è un&#8217;invenzione del telefilm, un ex cecchino dell&#8217;esercito, divorziato con un figlio e con un approccio meno rigido della collega. Nessuna trama degli episodi si è ispirata in qualche modo ai libri, editi nel nostro Paese da Rizzoli con una cadenza abbastanza regolare, e nella serie tv ci sono anche altri personaggi originali, come i colleghi di Brennan, il paranoico Jack Hodgins, il genietto Zack Addy e l&#8217;esuberante tecnica di computer Angela Montenegro.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto a <em>CSI</em> <em>Bones</em> ha toni molto più brillanti, si ride di più malgrado ci siano premesse e vicende terrificanti, i casi a volte sono più paradossali, i personaggi sono meno statiti e più dinamici. E anche se Mulder e Scully non possono non venire in mente vedendo Booth e Brennan, i due protagonisti di <em>Bones</em> sono comunque diversi, forse più spensierati e meno tormentati, più affini ma anche più distanti. La Temperance di Emily Deschanel ha qualcosa di Dana Scully ma è anche meno accomodante e diplomatica, il Booth di David Boreanaz (già Angel, vampiro innamorato di Buffy nella serie omonima) è meno paranoico di Mulder o nasconde forse meglio i fantasmi del suo passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Senz&#8217;altro <em>Bones</em> piace e piacerà a chi ama o ha amato <em>Csi</em>, <em>X-Files</em> e i romanzi della Reics, ma può potenzialmente piacere anche a chi ama la commedia brillante, l&#8217;humour nero, i drammi familiari, i sentimenti, perché contiene tutti questi elementi, oltre ad un&#8217;indagine che parte dalle ossa, l&#8217;ultima cosa che rimane di un essere umano. Ed è un peccato che nel nostro Paese una serie come questa non sia riuscita ad ottenere il successo che merita, per colpa anche di una collocazione su un canale poco propenso ad attirare l&#8217;attenzione dei fan delle nuove serie made in Usa come Rete 4. Se il sabato sera è risultato invece vincente per Rai due con <em>Senza traccia </em> prima e <em>Cold case</em>, Rete 4 non riesce ad attirare più di tanto pubblico con le indagini di Booth e Brennan, un pubblico che spesso arriva per il passaparola su Internet più che per reale interesse e conoscenza della serie, molto diversa da quelle normalmente proposte dalla rete.</p>
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		<title>&#8220;True Blood: I vampiri sono tra di noi&#8221; di Marco Lombardi</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 14:59:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[CINEMA]]></category>
		<category><![CDATA[Alan Ball]]></category>
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		<category><![CDATA[Charleine Harris]]></category>
		<category><![CDATA[Dracula]]></category>
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		<category><![CDATA[Twilight]]></category>
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		<description><![CDATA[Signori e signore sono tornati di moda i vampiri! Eh si, l’essere oscuro, il nosferatu è ritornato nelle nostre  case, a dir la verità non che ci mancasse particolarmente, ne avevamo lette e viste di ogni sui “simpatici” succhiasangue con lieve accento dell’est, che con il loro fare da aristocratici e gentiluomini d’antan finivano sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3486" title="trueblood" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/trueblood-290x430.jpg" alt="trueblood" width="290" height="430" />Signori e signore sono tornati di moda i vampiri!<span id="more-3484"></span> Eh si, l’essere oscuro, il nosferatu è ritornato nelle nostre  case, a dir la verità non che ci mancasse particolarmente, ne avevamo lette e viste di ogni sui “simpatici” succhiasangue con lieve accento dell’est, che con il loro fare da aristocratici e gentiluomini d’antan finivano sempre col brindare con le nostre mogli in apparente menopausa e le nostre sacre e vergini figlie ( molto più di un’apparenza, poveri padri!).<br />
Non mi fraintendete cari lettori anch’io ho subito il fascino del conte Vlad, infatti credo che il libro di Bram Stoker sia uno dei migliori romanzi mai letti e giudico il film di Coppola un capolavoro assoluto della storia del cinema, ma negli ultimi anni il povero conte ce lo ritrovavamo un po’ dappertutto tra format televisivi (vedi Voyager) e soprattutto sul grande schermo con discutibili film tipo La regina dei dannati e Dracula’s legacy,  nel primo dei quali il vampiro forma una rock band ( a ve lo immaginate voi il nobiluomo che canta canzoni folkloristiche rumene?) e nel secondo si scopre alla fine che in realtà Dracula è Giuda iscariota.<br />
Insomma tra un Twilight che irrompe nelle nostre sale e rompe i cuori delle nostre adolescenti, io vi segnalo una serie statunitense, uscita da noi il 27 aprile del 2009, ora alla seconda stagione in onda sul canale satellitare Fox Italia, che a mio avviso merita la vostra attenzione, si chiama True Blood.<br />
La serie è stata creata da Alan Ball (Six Feet Under) basata sui romanzi Sookie Stackhouse della scrittrice Charleine Harris, la storia è incentrata sulla co-esistenza tra vampiri e umani, da circa due anni i vampiri si sono rivelati al mondo, il telefilm segue un non morto, Bill Compton, che si trasferisce a Bon Temps, piccola e fittizia cittadina della Lousiana, e qui incontra Sookie Stackouse, giovane cameriera con poteri paranormali e per questo mal vista dalla maggior parte degli abitanti.<br />
Tra i due nasce un&#8217; inevitabile attrazione con conseguente innamoramento, ma non è chiaramente qui che sta l’originalità della serie, ma sta invece nel trattare attraverso la chiave fantasy i problemi razziali che attanagliano ancora l’America di oggi, quell’America del sud dove si è creato il ku klux klan e prima ancora dove migliaia di schiavi sono stati deportati per lavorare nelle piantagioni, insomma l’America che hanno ben riportato gli sceneggiatori di questa serie dove l’odio si è spostato verso i vampiri che rappresentano il diverso, il mostro che non faresti mai entrare in casa tua.<br />
I nostri due protagonisti dovranno affrontare i pregiudizi delle persone “normali” che mal vedono la loro relazione e mal vedono tutti gli esseri umani che hanno relazioni con i vampiri, infatti nella prima stagione un serial killer uccide tutte le donne che hanno avuto rapporti sessuali con i non morti.<br />
Inoltre oltre alla trama avvicente, la serie True Blood vanta un cast di tutto rispetto, Sookie è interpretata da Anna Paquin (Oscar per Lezioni di piano), Bill è Stephen Moyer, e anche i personaggi di contorno sono di tutto rispetto; tra questi risalta Eric, interpretato dal bravissimo Alexander Skarsgard (Generation Kill).<br />
Insomma cari lettori spero di avervi convinto e vi saluto, a presto.</p>
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