<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd"
xmlns:rawvoice="http://www.rawvoice.com/rawvoiceRssModule/"
>

<channel>
	<title>Hyde Park &#187; Rischio Vesuvio</title>
	<atom:link href="http://www.rivistahydepark.org/category/rischio-vesuvio-campania/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.rivistahydepark.org</link>
	<description>La prima rivista scritta dai lettori!!!</description>
	<lastBuildDate>Thu, 02 Feb 2012 21:51:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0.1</generator>
<!-- podcast_generator="Blubrry PowerPress/2.0.1" -->
	<itunes:summary>Attraverso il podcast di Hyde Park potrete ascoltare alcuni dei più significativi contenuti audio tra quelli inviati dai lettori/scrittori di Hyde Park.
Il progetto Hyde Park, una rivista composta esclusivamente da contenuti scritti dai lettori e selezionati dalla redazione, si basa sulla valorizzazione di tutti i talenti che spesso hanno difficoltà ad accedere ai canali editoriali tradizionali.
Il progetto, fin dal suo inizio, ha riscosso un enorme successo tra la community web.
Visitate il sito http://www.rivistahydepark.org per maggiori informazioni.</itunes:summary>
	<itunes:author>Hyde Park</itunes:author>
	<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
	<itunes:image href="http://www.rivistahydepark.org/immagini/Hyde_Park_Podcast.png" />
	<itunes:owner>
		<itunes:name>Hyde Park</itunes:name>
		<itunes:email>redazione@rivistahydepark.org</itunes:email>
	</itunes:owner>
	<managingEditor>redazione@rivistahydepark.org (Hyde Park)</managingEditor>
	<itunes:subtitle>La prima rivista scritta dai lettori!!!</itunes:subtitle>
	<itunes:keywords>fabio volo, hyde park, free press, magazine onine, rivista free press, poesia, reading, lettura, prosa, recitare, arte, cinema</itunes:keywords>
	<image>
		<title>Hyde Park &#187; Rischio Vesuvio</title>
		<url>http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/powerpress/Hyde_Park_Podcast144.png</url>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/category/rischio-vesuvio-campania/</link>
	</image>
	<itunes:category text="Society &amp; Culture" />
	<itunes:category text="Arts" />
	<itunes:category text="News &amp; Politics" />
		<item>
		<title>“Rischio Vesuvio: l’orlo calderico del Monte Somma è uno scudo protettivo che difende dalle eruzioni? Lo chiediamo al Professor Giuseppe Mastrolorenzo…” di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9crischio-vesuvio-l%e2%80%99orlo-calderico-del-monte-somma-e-uno-scudo-protettivo-che-difende-dalle-eruzioni-lo-chiediamo-al-professor-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%a6%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9crischio-vesuvio-l%e2%80%99orlo-calderico-del-monte-somma-e-uno-scudo-protettivo-che-difende-dalle-eruzioni-lo-chiediamo-al-professor-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%a6%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 22:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[colate piroclastiche]]></category>
		<category><![CDATA[eruzione 1631]]></category>
		<category><![CDATA[eruzione 472 d. C.]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[gran cono]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[monte somma]]></category>
		<category><![CDATA[nubi ardenti]]></category>
		<category><![CDATA[orlo calderico somma]]></category>
		<category><![CDATA[ottaviano]]></category>
		<category><![CDATA[piani emergenza vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[professor mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[pyroclastic flow]]></category>
		<category><![CDATA[pyroclastic surge]]></category>
		<category><![CDATA[rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[san giuseppe vesuviano]]></category>
		<category><![CDATA[sant'Anastasia]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco sant'anastasia]]></category>
		<category><![CDATA[somma vesuviana]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[zona rossa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=9414</guid>
		<description><![CDATA[Nell’area vesuviana il rumore di fondo da un po’ di tempo non proviene dalle viscere del noto vulcano, bensì dal sindaco del comune di Sant’Anastasia. Con enfasi il primo cittadino segnala come l’abbattimento dei fabbricati abusivi molto spesso danneggia le fasce più deboli della popolazione, col rischio che poi qualcuno potrebbe dedicarsi al malaffare per sopravvivere. Lo spunto per siffatta ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-9415" title="vesuvio" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/vesuvio9-678x508.jpg" alt="" width="678" height="508" />Nell’area vesuviana il rumore di fondo da un po’ di tempo non proviene dalle viscere del noto vulcano, bensì dal sindaco del comune di <strong>Sant’Anastasia</strong>. Con enfasi il primo cittadino segnala come l’abbattimento dei fabbricati abusivi molto spesso danneggia le fasce più deboli della popolazione, col rischio che poi qualcuno potrebbe dedicarsi al malaffare per sopravvivere. Lo spunto per siffatta filippica indirizzata ad autorità e colleghi, proviene dalla cronaca che registra l’abbattimento di un capannone nel comune di <strong>San Giorgio a Cremano</strong>.<br />
Non molti mesi fa lo stesso sindaco dichiarò provocatoriamente che non bisognava fare figli nella <strong>zona rossa</strong>, in modo da dare pieno riscontro alle politiche preventive consistenti nello sfoltimento demografico del settore geografico dichiarato a rischio. Il primo cittadino poi, dando mostra di uno spirito d’iniziativa un tantino dissacrante contro la zona rossa, ebbe a realizzare pure una canzoncina canzonatoria, mettendo in parodia il testo della più nota rose rosse per te di  Massimo Ranieri.<br />
Le ferree limitazioni all’edilizia residenziale nell’area rossa dettate dalla legge regionale numero <strong>21 del 10 dicembre 2003</strong>, incombono e caratterizzano la plaga vesuviana che conta ben diciotto comuni a rischio per un totale di circa seicentomila abitanti. Molti cittadini però, non intravedono in questo disposto legislativo un baluardo logico per frenare l’incremento demografico che metterebbe altre persone in pericolo. Tutt’altro! La legge regionale è vista come un intollerabile freno allo sviluppo e all’economia della red zone: pensiero questo favorito dall’opera oratoria di navigati opinion leader locali.</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-9416" title="vesuvio1" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/vesuvio11-678x568.jpg" alt="" width="678" height="568" />Le voci dei fustigatori del decreto regionale si alzano prevalentemente dal versante nord del<strong> Somma-Vesuvio</strong>. Costoro ritengono che l’orlo calderico del <strong>Monte Somma</strong> (a sinistra nella foto d’apertura), sia sufficientemente alto per porli al riparo da qualsiasi fenomenologia vulcanica proveniente, in caso di eruzione, dal cono del Vesuvio (sulla destra). Una convinzione che non regge tantissimo però, tant’è che l’eruzione del <strong>1906</strong>, pur non assurgendo a valori d’intensità pliniana, portò morte e rovina soprattutto nelle cittadine di<strong> San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia</strong> e addirittura nella città di <strong>Napoli</strong>. Comuni questi, ubicati proprio sul versante in questione. I danni furono causati dai prodotti piroclastici di ricaduta (cenere, sabbia e lapilli) che, appesantendo le coperture dei fabbricati, causarono in alcuni casi lo sprofondamento dei solai. A San Giuseppe Vesuviano in particolare, per l’insolito sovraccarico crollarono molti tetti tra cui quello della chiesa entro cui si erano rifugiati tantissimi cittadini in preghiera che rimasero travolti e sepolti dalle macerie. Si contarono più di cento morti: una stele, alla stregua della più nota lapide di <strong>Portici</strong>, ricorda il tragico evento lanciando un monito ai posteri.</p>
<p style="text-align: center;"><em>IN<br />
S. GIUSEPPE VESUVIANO<br />
LO STERMINIO DEL VESUVIO<br />
NELLA NOTTE SENZA<br />
ALBA DELL’VIII APRILE MCMVI<br />
ATTERRAVA<br />
L’ORATORIO DELLO S. SANTO<br />
E CV FEDELI<br />
ACCORSI ALL’ALTO PERDONO<br />
FURONO PIETOSA MACERIE<br />
SIA QUESTA PIETRA<br />
SACRA MEMORIA AI VENTURI<br />
XXXI AGOSTO MCMXIII</em></p>
<p>Sono anni che nel settore orientale pedemontano del Somma-Vesuvio, si mormora contro la zona rossa e la legge regionale che sancisce (oggi un po’ meno), l’inedificabilità assoluta. Il motivo del malcontento è da ricercarsi nel mancato eldorado edilizio cui poteva essere sottoposta tale area che racchiude, rischio a parte, ancora spazi liberi e di sicuro interesse per gli speculatori e per coloro che cercano consensi elettorali.</p>
<p>Il versante marittimo (occidentale) invece, è “muto”, non per convinzione ma perché lì hanno già edificato dal dopoguerra in poi in modo giulivo e massiccio, esautorando tutti gli spazi a disposizione con una conurbazione asfissiante. Il risultato finale si misura in migliaia di persone addossate, con una qualità di vita prossima a quella di un termitaio. Ogni altra espansione risulta quindi impossibile lungo la linea del<strong> miglio d’oro</strong>, a causa dei limiti imposti  da barriere  tutte naturali come il  mare e i pendii  scoscesi e friabili  del  Vesuvio. Pur di non lasciare cazzuola e cemento allora, in questi “lidi” si accontentano delle opere pubbliche: difatti e in nome dell’interesse collettivo, si bruciano gli ultimi fazzoletti di terra rimasti.<br />
Da Sant’Anastasia dicono che mettere mano al cemento significherebbe anche garantire l’adeguamento antisismico dei fabbricati esistenti e fatiscenti. Non a caso e si sa, i terremoti rientrano tra i prodromi eruttivi. Probabilmente questi consolidamenti statici senza aumenti di volumetria potrebbero essere sicuramente autorizzati, ma non per sanare amministrativamente i fabbricati abusivi. D’altra parte chi mette in sicurezza la propria casa non  può chiedere una contropartita diversa dai benefici fiscali. Se dovesse passare questa logica, dovremmo offrire qualcosa pure a quelli che in auto non utilizzano le cinture di sicurezza …<br />
E’ bene che i cittadini sappiano che contro i terremoti e le profezie benevoli di certe commissioni (grandi rischi), ci si può anche difendere attraverso appunto l’adeguamento strutturale dei fabbricati. Purtroppo però, ciò non vale per le temibili <strong>nubi ardenti</strong>, che potrebbero caratterizzare le eruzioni esplosive, come quella presa in esame (<strong>1631</strong>) dal comitato scientifico che ha tracciato i possibili scenari massimi eruttivi del Vesuvio. Contro le <strong>colate piroclastiche</strong>, infatti, non c’è modo di difendersi, se non attraverso l’allontanamento preventivo nel momento in cui si avvertono o si segnalano le prime avvisaglie pre-eruttive.<br />
Per dare una risposta eloquente a quanti si pongono dubbi sulla reale utilità dell’orlo calderico del Monte Somma, in termini di difesa passiva a fronte di una possibile eruzione del Vesuvio, chiediamo al Professor <strong>Giuseppe Mastrolorenzo</strong>, ricercatore ed esperto vulcanologo, un parere nel merito.</p>
<p><strong>Professore, il Monte Somma dovrebbe essere un baluardo, una sorta di diga per tutto quello che scivola dalle pendici del Vesuvio: è così?</strong></p>
<p>Il<strong> Monte Somma</strong> così com’è rappresenta certamente una barriera naturale atta a deviare eventuali colate laviche che potrebbero scaturire dal cratere del Vesuvio o dalle bocche eruttive che potrebbero originarsi sui versanti del <strong>Gran Cono</strong> in caso di eruzione.  I territori a Nord del Vesuvio però, non avrebbero alcuna protezione per quanto attiene la pioggia di cenere e lapilli e i flussi piroclastici.  Al riguardo dobbiamo rilevare che i mass media e talvolta anche alcuni operatori del rischio vulcanico, hanno contribuito a creare false certezze.<br />
In effetti, le evidenze vulcanologiche come gli studi sul campo, dimostrano come i comuni a Nord del Somma siano a rischio almeno quanto quelli della fascia costiera. Basti pensare che buona parte delle conoscenze sulla storia eruttiva passata del Somma-Vesuvio, si basano sugli studi dei prodotti vulcanici (strati di ceneri e lapilli) depositatisi nel corso dei millenni in questi luoghi, eruzione dopo eruzione.<br />
Tutte le evidenze geologiche mostrano come il territorio a Nord del Somma, fino a una distanza di oltre 20 km dall’orlo dell&#8217;antico edificio vulcanico, sia stato devastato molte volte da eruzioni <strong>sub-pliniane</strong> e <strong>pliniane</strong>, e in alcuni casi anche da eventi di minore intensità. Ad esempio, in una mia ricerca sull&#8217;eruzione sub-pliniana avvenuta nel <strong>472 </strong>dopo Cristo, ho rilevato la totale distruzione dei centri abitati di epoca romana localizzati sui versanti a nord del Somma, con danni in tutta la piana fino ai territori di Pomigliano D&#8217;arco, Acerra, Nola e Sarno. L&#8217;intera area in esame, dopo un parziale seppellimento dovuto a una spessa coltre di cenere e lapilli, fu soggetta poi a vaste inondazioni e frane, quali effetti secondari dell&#8217;eruzione. Alcune zone furono coperte da depositi piroclastici e fangosi dell&#8217;ordine di 10 metri di spessore.<br />
Quello dell&#8217;eruzione del<strong> 472 D.C</strong>. è l&#8217;esempio più eclatante su come siano poco fondate le rassicurazioni circa la protezione offerta dal Monte Somma ai paesi limitrofi a quel versante, anche se molti altri eventi eruttivi documentati nelle stratigrafie geologiche, evidenziano coerentemente  l&#8217;elevato livello di pericolosità del settore geografico in dsicussione.<br />
Quest&#8217;area quindi è esposta al rischio di accumulo di spessi strati di cenere e lapilli, quali prodotti di ricaduta, perché le colonne eruttive possono raggiungere  altezze di qualche decina di chilometri sul cratere, rispetto alle quali il dislivello di alcune centinaia di metri dell&#8217;orlo del Somma, non servirebbe  a riparare alcunché. Infatti, il materiale piroclastico sbalzato in alto dall’eruzione, cadrebbe con traiettorie balistiche sia dentro (Atrio del Cavallo – Valle dell’Inferno) sia fuori dai contrafforti del Monte Somma.<br />
Più complessa invece è la spiegazione per quanto riguarda i flussi piroclastici (<strong>pyroclastic flow e pyroclastic surge</strong>). Questi in realtà, non di rado derivano dal collasso ad alta quota delle colonne eruttive che poi avanzano con fronti spessi decine o centinaia di metri, che si espandono ulteriormente per l&#8217;inglobamento di aria che, raggiungendo a sua volta alte temperature, migliora ulteriormente la mobilità dei flussi.<br />
Simulazioni al computer che abbiamo sviluppato sulla base delle conoscenze vulcanologiche e delle equazioni che controllano la mobilità dei flussi piroclastici, dimostrano come non esistano zone sicure intorno al Vesuvio.<br />
L&#8217;unica certezza di salvezza nel caso di una possibile eruzione è la totale evacuazione di un&#8217;area estesa almeno<strong> 20 km</strong> dal vulcano. Qualsiasi altra soluzione sarebbe comunque un puro azzardo, e purtroppo l&#8217;attuale piano di emergenza, basato non sul massimo prevedibile e conosciuto, ma su un evento intermedio (1631), costituisce un rischio permanente per la collettività.</p>
<p><strong>Le cittadine di Sant’Anastasia e di Somma Vesuviana, in caso di eruzione simile a quella massima preventivata del tipo 1631, sostanzialmente a cosa andrebbero incontro in termini di pericolo?</strong></p>
<p>Ovviamente Sant’Anastasia e Somma Vesuviana, come tutti i comuni a nord del Somma, sono esposti a un elevato livello di rischio in caso di eruzioni esplosive. In particolare, in queste zone a causa dell&#8217;elevata pendenza dei versanti, agli effetti primari dell&#8217;eruzione (caduta di lapilli e flussi piroclastici), si aggiungerebbero quelli secondari (lahar, inondazioni, frane), indotti dall&#8217;accumulo di materiale incoerente sui versanti del vecchio vulcano.</p>
<p><strong>E’ poco probabile che sui versanti del Monte Somma si possano aprire bocche eruttive?</strong></p>
<p>Sulla base della storia eruttiva del Somma-Vesuvio, e per il quadro vulcano-tettonico esistente, l&#8217;apertura di bocche sul versante nord del Somma è improbabile. In ogni caso l&#8217;eventuale attivazione di un settore, inattivo da migliaia di anni, sarebbe preceduto molto probabilmente da rilevanti fenomeni precursori.</p>
<p><strong>Cosa ci dicono i parametri fisici e chimici del Vesuvio per l’anno che è appena passato?</strong></p>
<p>Nel corso del 2011 non si sono verificate modificazioni apprezzabili nei parametri meccanici e chimico fisici, rilevati dalla rete di monitoraggio. E&#8217; stato un anno geologicamente tranquillo, ma come ho sottolineato in altri casi, non ci sono ragioni per stare del tutto rilassati sotto il Vesuvio. La tranquillità può essere costruita solo con un adeguato livello di preparazione delle autorità e della collettività a fronte di una possibile crisi vulcanica che, come spesso ho sottolineato, potrebbe manifestarsi tra secoli o decenni, o anche domani…</p>
<p>Come sempre la redazione ringrazia il Professor <strong>Giuseppe Mastrolorenzo</strong> per l’importante contributo scientifico che ci ha assicurato, tutto volto a fare chiarezza su alcuni punti importanti legati al rischio Vesuvio.<br />
Alcune riflessioni sono d’obbligo. Come tutte le barriere che non arginano ma deviano, anche nel caso delle colate laviche potrebbe esserci in ultima analisi qualche paese risparmiato grazie alla naturale barriera del Monte Somma e qualche altro ancora votato per orografia e posizione geografica a ricevere puntualmente, speriamo mai,  materiale lavico incandescente.<br />
Inoltre, visto che l’orlo calderico del Somma non è una pensilina acclivata, abbiamo capito che i comuni a ridosso del vecchio monte vulcanico non sono al sicuro in caso di eruzioni esplosive, tanto dalla pioggia di lapillo quanto  dalle nubi ardenti.<br />
In termini d’informazione corretta e puntuale bisognerebbe dire a chiari lettere che contro le colate piroclastiche, fenomeno imprevedibile e distruttivo al massimo, non c’è riparo. In termini di prevenzione invece, risulterebbe certamente proficuo ogni intervento atto a consolidare le abitazioni dai sussulti sismici. Sarebbero poi parimenti utili, tetti spioventi (per evitare accumuli) e vie di comunicazioni larghe che si irradiano in modo diametralmente opposto al cratere con larghezza crescente. Tutti interventi insomma, che andrebbero nella direzione della prevenzione con significativi spiragli di lavoro per le imprese edili locali. L’aumento del numero di abitanti invece, non farebbe che accrescere i livelli di rischio che, ricordiamo, potrebbero anche assurgere a livelli di inaccettabilità. Parametro quest’ultimo che discende anche dalla cultura, dal progresso  e dalla emancipazione di un popolo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9crischio-vesuvio-l%e2%80%99orlo-calderico-del-monte-somma-e-uno-scudo-protettivo-che-difende-dalle-eruzioni-lo-chiediamo-al-professor-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%a6%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Il piano di emergenza nazionale rischio Vesuvio: lezioni di piano 2” di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cil-piano-di-emergenza-nazionale-rischio-vesuvio-lezioni-di-piano-2%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cil-piano-di-emergenza-nazionale-rischio-vesuvio-lezioni-di-piano-2%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 23:37:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[boscoreale]]></category>
		<category><![CDATA[commissione grandi rischi]]></category>
		<category><![CDATA[dipartimento protezione civile]]></category>
		<category><![CDATA[Ercolano]]></category>
		<category><![CDATA[INGV]]></category>
		<category><![CDATA[lezioni di piano]]></category>
		<category><![CDATA[livelli di allerta]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[piano d'evacuazione]]></category>
		<category><![CDATA[piano emergenza Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[portici]]></category>
		<category><![CDATA[radio3 scienze]]></category>
		<category><![CDATA[rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto l'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio 2001]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=9298</guid>
		<description><![CDATA[Ogni volta che guardate una trasmissione televisiva o ascoltate un programma radiofonico o leggete quotidiani e riviste scientifiche ad oggetto il Vesuvio, sentirete o leggerete sempre le stesse cose:&#60;&#60;… è il vulcano più pericoloso del mondo e per questo è stato redatto un dettagliato piano d’emergenza dal Dipartimento della Protezione Civile, per mettere in salvo gli oltre seicentomila abitanti della ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-9299" title="vesuv" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/vesuv-678x508.jpg" alt="" width="678" height="508" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta che guardate una trasmissione televisiva o ascoltate un programma radiofonico o leggete quotidiani e riviste scientifiche ad oggetto il Vesuvio, sentirete o leggerete sempre le stesse cose:&lt;&lt;… <em>è il vulcano più pericoloso del mondo e per questo è stato redatto un dettagliato piano d’emergenza dal Dipartimento della Protezione Civile, per mettere in salvo gli oltre seicentomila abitanti della plaga vesuviana, nel momento in cui si coglieranno con largo anticipo le variazione dei parametri controllati del vulcano, nel senso dell’eruzione …</em>&gt;&gt;.<br />
Molto spesso queste affermazioni provengono scontatamente dal personale del noto dipartimento. Altre volte invece, le forniscono docenti e ricercatori ed esperti di settore. Per lo più usano, tranne qualche rarissima eccezione, un linguaggio di benevole fiducia sull’argomento <em>piani,<strong> </strong></em>che accennano senza approfondire<em>,</em> prediligendo di contro la trattazione geologica, che ben si presta a disquisizioni e approfondimenti di ogni genere. Inevitabilmente quindi, il <strong>piano d’evacuazione</strong> è lasciato in sordina e richiamato solo per le sue finalità, senza entrare nel merito dei contenuti. D’altra parte è un problema tecnico e non scientifico. E i tecnici non ne parlano.<br />
Il piano d’emergenza contiene in prima battuta le conclusioni del mondo scientifico (<strong>INGV</strong>), relativamente agli scenari ipotizzati in caso di ripresa dell’attività eruttiva.  L’evento massimo che potrebbe manifestarsi (<strong>EMA</strong>) nel medio termine, hanno stimato possa essere un’eruzione simile a quella che avvenne nel <strong>1631</strong>: particolarmente distruttiva ma limitata al comprensorio vesuviano (i diciotto comuni dell’area rossa). Ovviamente c’è chi ritiene necessario, in assenza di certezza matematiche, non tarare i piani sul massimo atteso ma sul massimo possibile (conosciuto), che potrebbe  essere una pliniana del <strong>tipo Avellino. </strong>In questo caso i fenomeni investirebbero anche la città di Napoli. La differenza in termini di vite umane esposte al pericolo cambierebbe significativamente.<br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-2751" title="rischio_vesuvio" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/rischio_vesuvio-188x135.jpg" alt="" width="188" height="135" />Restando sulle stime che caratterizzarono gli eventi del 1631, sono state individuate tre distinte aree su cui possono abbattersi i fenomeni  vulcanici: la <strong>zona rossa</strong>, quella <strong>gialla</strong> e quella <strong>blu</strong>.<br />
Ovviamente la zona rossa potrebbe essere investita dalle micidiali <strong>nubi ardenti</strong>, caldissime e velocissime.  Secondo le strategie del piano quindi, la zona rossa sarebbe evacuata per prima in caso di allarme. Dalla gialla la popolazione smobiliterebbe solo con eruzione in corso. Gli strateghi, infatti, ritengono fattibile una tale operazione anche durante la <strong>ricaduta di cenere e lapillo</strong>.<br />
Premesso che la zona blu di base è una zona gialla, valgono le regole già previste per quest’ultima. Ovviamente nel settore blu sussiste l’aggiunta e l’aggravante di possibili <strong>fenomeni alluvionali</strong> indotti  dall’eruzione.<br />
Gli evacuati della zona rossa dovrebbero raggiungere varie regioni d’Italia con cui ogni comune vesuviano è gemellato (così dicono). Quelli della zona gialla attenderebbero invece lo scemare dei fenomeni nell’ambito della stessa regione Campania, presumibilmente addossati nelle piane del Sele e del Volturno e relative fasce costiere dove si contano numerosi complessi turistici.<br />
In termini operativi, i passaggi alle varie fasi (quattro) sono dettati dai corrispettivi <strong><a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-i-livelli-di-allerta-parte-settima-di-malko/">livelli di allerta</a></strong> geologica (quattro). Col “rosso” scatterebbe l’evacuazione dell’intera zona appunto rossa, e degli stessi soccorritori che arretrerebbero nella zona gialla.<br />
Nel merito dei tempi a disposizione per mettersi in salvo, furono azzardate cifre molto ottimistiche fino agli anni ’90. Nella revisione del <strong>2001</strong> si optò per sette giorni, mentre oggi ufficiosamente si sa che i tempi di fuga dovranno essere misurati in tre giorni.<br />
Per le strategie di allontanamento dovrà farsi riferimento, come detto, al <strong>piano d’evacuazione </strong>che è un annesso del<strong> <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%E2%80%9Crischio-vesuvio-i-piani-nel-cassetto%E2%80%9D-di-malko/">piano d’emergenza nazionale Vesuvio</a>.</strong><br />
In realtà questo piano, drammaticamente e inutilmente generico, è fermo ai disposti del 2001, tra l’altro ancora vigenti. Come vettori di trasferimento della popolazione furono previsti treno, autobus e, solo per i capifamiglia, l’autovettura.<br />
Il naviglio leggero (aliscafi e catamarani) non fu preso in considerazione come trasporto alternativo marittimo, pare perché gli analisti temevano tra i prodromi eruttivi un significativo rigonfiamento dei suoli costieri che avrebbero reso inservibili i porti.<br />
Agli assertori di tale teoria però, è sfuggito che la ferrovia passa a pochi metri dal mare e per lunghi tratti confina con gli scogli.  Ai binari bastano pochi centimetri di disallineamento per diventare inservibili. Addirittura dopo ogni scossa sismica di una certa consistenza, ed è prassi mondiale, bisogna interrompere il transito dei vagoni fino a quando non s’ispeziona la linea ferrata con un carrello. Anche i terremoti rientrano nei prodromi…<br />
Sempre gli strateghi hanno poi cacciato il coniglio dal cappello: consentiranno a ogni capo famiglia di mettere i materassi e i bagagli in macchina e andarsene lestamente nella regione di destinazione.  Lì da qualche parte poi, aspetteranno moglie e figli che dovranno salvarsi autonomamente con qualche tradotta, tra i sussulti litosferici, i tremori vulcanici e la calca impazzita che non conosce regole.<br />
I cittadini di <strong>Boscoreale</strong> invece, dovranno andare via, sempre col treno, partendo dalla locale stazione delle ferrovie dello Stato. Missione ardua perché la linea ferrata è stata completamente dismessa da anni, con rimozione addirittura della tratta aerea elettrificata e delle sbarre ai passaggi a livello.<br />
I cittadini di <strong>Portici</strong>, dovrebbero porsi al sicuro prendendo invece il treno a San Giovanni a Teduccio (Napoli), perché la loro stazione ubicata a ridosso del porto del Granatello, dovrà essere usata dagli abitanti di <strong>Ercolano</strong> che non hanno fermate ferroviarie. Si tratterebbe di un atto di generosità e di altruismo…<br />
Potremmo continuare aggiungendo incongruenze organizzative, paradossi e altro che riguardano anche la semplice organizzazione operativa. I pochi esempi fatti però, dovrebbero essere sufficienti per intuire la bontà di un prodotto inutile  e per questo solo pubblicizzato. La parte geologica invece, è  ampiamente  trattata in ogni dove, estero compreso. Ecco perché passa la tesi di un grande piano d’emergenza…<br />
L’attuale pseudo piano di evacuazione per l’area vesuviana quindi, è un insieme di carte e numeri senza alcuna utilità operativa. Un vero piano di evacuazione è idealmente quello che di norma è  affisso dietro le porte degli alberghi, nei corridoi delle scuole, delle navi, delle fabbriche, ecc… istruzioni semplici, sintetiche, chiare e corredate da mappe con i percorsi di fuga a colori comprensivi di una simbologia adeguata.<br />
Il dipartimento della protezione civile, in ragione del fatto che il rischio Vesuvio è annoverato come calamità di portata nazionale, ha il compito istituzionale di mettere a punto il piano d’emergenza con annesso piano d’evacuazione. Questa prerogativa che si avvale di commissioni e sottocommissioni e gruppi di lavoro, dura dal 1993. Sono circa <strong>diciotto anni</strong> quindi, che gli esperti si riuniscono in conclavi, per mettere su carte e ancora carte, e solo carte purtroppo ad oggi senza alcuna utilità operativa, almeno dal punto di vista dell’evacuazione. Nessuna utilità! In tanti anni mai uno straccio di foglio è giunto nelle case dei vesuviani per dire: attenzione! In caso di <strong>allarme eruzione</strong> fate questo. Mai!<br />
Abbiamo apprezzato moltissimo la pacata trasmissione radiofonica mandata in onda da RADIO3 scienza dal titolo: <strong><a href="http://www.radio.rai.it/podcast/A34290118.mp3">Lezioni di piano</a></strong>. Non dubitavamo che le interviste le avrebbero fatte a Portici. Comunque, inizialmente un esperto del dipartimento, secondo procedure ampiamente standardizzate e collaudate, pubblicizza come al solito il piano d’evacuazione accennandolo solo a tratti, ma ribadendo subito dopo che è flessibile ed è  in corso di aggiornamento…non ha precisato l’esperto,  che questo  piano si aggiorna di continuo nello stesso luogo da dove non è mai uscito.<br />
Dal trentanovesimo minuto di registrazione in poi, il pubblico intervistato ammette, a onor del vero, di non avere notizie sul piano (e come potrebbero averle…).  Una sola intervistata afferma di aver avuto sotto mano un piano d’evacuazione circa dieci anni fa. In realtà era un vademecum concernente, l’esercitazione <strong>Vesuvio 2001</strong>, edito dal comune di Portici e distribuito ai porticesi <img class="alignleft size-full wp-image-9301" title="portici" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/portici.jpg" alt="" width="323" height="480" /> in seno all’esercitazione nazionale di  protezione civile che si tenne appunto in quella cittadina dal 27 al 30 settembre 2001. Non possiamo sbagliarci perché è l’unica <strong>bozza</strong> di piano comunale esistente. Fu una forzatura del comune. Il paradosso di quell’esercitazione fu che il treno con cui si dovevano evacuare diverse centinaia di persone, arrivò con circa un’ora di ritardo… e il catamarano preteso dal comune di Portici per testare la via del mare fu platealmente brillante nel suo operare.<br />
Nel famoso vademecum, fu stabilito che la via di fuga principale per i porticesi fosse l’autostrada A3 (<strong>casello di via libertà</strong>) e, quindi, l’evacuazione sarebbe avvenuta prevalentemente con autovetture private (iniziativa comunale unilaterale).   Diciamo subito che il comune di Portici anticipò di dodici anni (<strong><a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-e-protezione-civile-di-malko/">1999</a></strong>) le conclusioni attuali accennate ufficiosamente nell’intervista radiofonica dall’esperto del dipartimento. Purtroppo il casello di pedaggio sopra citato, strategico al massimo perché ubicato al termine di un’importante e mediana arteria cittadina, è in procinto di essere abolito dai lavori di ammodernamento dell’A3. Ci sarà un unico ingresso per Portici ed Ercolano ubicato ai limiti delle due cittadine: una brutta strozzatura!  La beffa, come abbiamo già citato in altri articoli, consiste pure nel fatto che i lavori autostradali già controproducenti per i porticesi, hanno fagocitato e reso inutilizzabile anche l’area prevista nel piano regolatore quale elisuperficie da utilizzarsi per esigenze di protezione civile. Eppure parliamo di un comune fortemente urbanizzato (12.000 ab. Per kmq.). Che dire…<br />
Intanto le autorità dovrebbero evitare rassicurazioni implicite dichiarando attivo un piano d’evacuazione che non c’è. In questo modo non si incorre nell’errore  che fu fatto nella città <strong>dell’Aquila </strong>pochi giorni prima del  <a href="http://www.rivistahydepark.org/attualita/sul-terremoto-dell%E2%80%99aquila-uno-sciame-di-dubbi-di-malko/">terremoto</a> del <strong>6 aprile 2009</strong>. In quell’occasione, alcuni componenti della <a href="http://www.rivistahydepark.org/attualita/%E2%80%9Cla-commissione-grandi-rischi-e-l%E2%80%99inutile-adunata-del-31-marzo-2009-all%E2%80%99aquila%E2%80%A6%E2%80%9D-di-malko/">commissione grandi rischi</a> tranquillizzarono gli aquilani sul fatto che i frequenti sisma non avrebbero superato una certa soglia. Per qualcuno questa indicazione, purtroppo risultò  fatale.<br />
Ai cittadini bisogna quindi dire chiaramente e a larghe lettere la verità! Chi s’insedia abusivamente o lecitamente nell’area vesuviana, si sottopone a un rischio non mitigabile con certezza in termini di salvaguardia. Se con quest’affermazione poi crolla il mercato immobiliare e i sindaci e gli assessori dovranno darsi da fare per rispondere a tante domande concernenti il loro (in)operato, non  è un problema di chi ha il compito di garantire la sicurezza. Intanto il dipartimento della protezione civile dovrebbe spiegarci quanto ci sono costati diciotto anni di commissioni e sottocommissioni e dov’è il piano di evacuazione! Domande che è lecito fare se si vive in una grande democrazia…Perché noi siamo una grande democrazia vero?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cil-piano-di-emergenza-nazionale-rischio-vesuvio-lezioni-di-piano-2%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Vesuvio: un rischio da votare” di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cvesuvio-un-rischio-da-votare%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cvesuvio-un-rischio-da-votare%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 14:10:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[bagnoli]]></category>
		<category><![CDATA[bertolaso]]></category>
		<category><![CDATA[Campi Flegrei]]></category>
		<category><![CDATA[cava sari]]></category>
		<category><![CDATA[colpa cosciente]]></category>
		<category><![CDATA[De Magistris]]></category>
		<category><![CDATA[dipartimento protezione civile]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[piani emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[regione Campania]]></category>
		<category><![CDATA[rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto dell'aquila]]></category>
		<category><![CDATA[terzigno]]></category>
		<category><![CDATA[thyssen]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=9287</guid>
		<description><![CDATA[Il Vesuvio tra le meraviglie mondiali? Non si sa. Intanto il nostro amato vulcano figura nell’elenco delle ventotto bellezze  naturali più apprezzate nel mondo. Addirittura potrebbe classificarsi nelle primissime posizioni (votazione online). Chi abita nei pressi della discarica di Terzigno, lì alle falde sud orientali del Vesuvio, stenta a crederci. Intanto il vulcano nonostante i depositi di spazzatura della cava ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-9291" title="vesuvio" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/vesuvio8-678x524.jpg" alt="" width="678" height="524" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il Vesuvio tra le meraviglie mondiali? Non si sa. Intanto il nostro amato vulcano figura nell’elenco delle ventotto bellezze  naturali più apprezzate nel mondo. Addirittura potrebbe classificarsi nelle primissime posizioni (votazione online). Chi abita nei pressi della discarica di <a href="http://www.rivistahydepark.org/ambiente/%E2%80%9Cla-discarica-di-terzigno%E2%80%9D-di-malko/"><strong>Terzigno</strong></a>, lì alle falde sud orientali del Vesuvio, stenta a crederci. Intanto il vulcano nonostante i depositi di spazzatura della <strong>cava sari</strong>, serba ancora spunti paesaggistici di straordinaria bellezza. Neanche questo governo con <strong>Bertolaso</strong> in testa è riuscito a intaccare le peculiarità del vulcano, tutte fatte di magica commistione del panorama arso, montano e marittimo, con luoghi pregni di storia come Pompei, Ercolano, Oplonti e la vicina partenope.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spettacolo che si gode da quota mille è di una mediterraneità esemplare, con il giallo delle ginestre elegantemente stagliato sul grigio scuro della cenere e del lapillo. Le virtù dell’antico e focoso monte sono ancora intatte, anche se è accerchiato da un edificato stringente e soffocante. La conurbazione è smodata e la città di Napoli oramai assurge a metropoli spalmata sull’intero territorio provinciale. Il vulcano è quindi l’unico polmone di verde centrale. Un vulcano che più che parco naturale si configura come parco cittadino, col pregio e la differenza di svettare anche sul più alto dei grattacieli napoletani.</p>
<p style="text-align: justify;">Un premio il Vesuvio lo meriterebbe non solo per il panorama e la sua indiscutibile bellezza, ma anche per la sua potenziale pericolosità che crea un fascino adrenalinico. Il vulcano è oggi orgoglio e maestà, ma potrebbe un dì essere causa di rovina. L’apnea magmatica, infatti, che dura da sessantasette anni, non potrà essere eterna, anche se per tutti, scaramantici in testa, l’auspicio è quello.</p>
<p style="text-align: justify;">Al dipartimento della protezione civile di Roma continuano a rovistare nei <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%E2%80%9Crischio-vesuvio-i-piani-nel-cassetto%E2%80%9D-di-malko/">cassetti in cerca del piano Vesuvio</a> che ancora non salta fuori. Il responsabile della protezione civile regionale campana non batte moneta su questi argomenti. Dal canto suo avrà pure escogitato iniziative per mitigare il rischio Vesuvio, ma sono tutte drammaticamente ermetiche, almeno così sembra, perché non ci sono spunti in tal senso, a parte un segnale di segno opposto che implica un’erosione del divieto assoluto di edificare nell’area rossa.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragedia della <strong>Thyssen</strong> con le sue condanne iniziali, per la prima volta ha messo in campo un concetto di responsabilità molto logico che forse potrà essere applicato per intero anche <em>all’affaire</em> Vesuvio, nella malaugurata ipotesi di un’eruzione. Gli enti responsabili della mancata pianificazione d’emergenza, infatti, potrebbero essere chiamati a rispondere di <strong>dolo eventuale e colpa cosciente</strong>. In pratica, la formulazione di colpa consisterebbe nel concetto che gli “attori” inadempienti, dirigenti di enti e istituzioni competenti, pur conoscendo i pericoli dettati dalla quiescenza del vulcano attivo (<a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-i-livelli-di-allerta-parte-settima-di-malko/">Vesuvio</a>), sanciti dal mondo scientifico e accademico, non producono adeguati sistemi di tutela (<a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-le-fasi-operative-del-piano-d%E2%80%99emergenza-parte-ottava-di-malko/">piani d’emergenza</a>). In questo modo accettano, di fatto, la responsabilità di considerare il rischio Vesuvio non meritevole di atti concreti; cioè, per loro il rischio non ha reali possibilità di  tramutarsi  in danno per la vita umana, almeno nei limiti del loro personalissimo arco temporale lavorativo di comando (è qui il punto!), e, quindi, dedicano attenzioni e risorse  altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Sui media però, gli stessi attori inadempienti, tentano di far passare il concetto che i piani esistono e sono efficacissimi. In realtà, e non ci stancheremo di dirlo e ripeterlo, questi piani non solo non esistono, ma dire che sono in vigore  inducono un’incauta sicurezza nella popolazione che, molto verosimilmente e alla stregua della rassicurazioni che precedettero il funesto <a href="http://www.rivistahydepark.org/attualita/%E2%80%9Cla-commissione-grandi-rischi-e-l%E2%80%99inutile-adunata-del-31-marzo-2009-all%E2%80%99aquila%E2%80%A6%E2%80%9D-di-malko/"><strong>terremoto dell’Aquila</strong></a>, lasciano calare  la guardia anche in termini di prevenzione sul  rischio in esame.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo chiesti spesso come mai gli allarmi lanciati dai media italiani e stranieri sul rischio Vesuvio non abbiano sortito effetti e preoccupazioni a carico dei responsabili della sicurezza civile. La risposta non è che una: in un sistema in perenne allarme sociale, prendere coscienza del rischio significherebbe muoversi con un ordine e un metodo che non si concilierebbe  con le esigenze spicciole e caotiche di una popolazione comprensiva di amministrazioni  e istituzioni, che vivono  secondo la regola del giorno dopo giorno… Ecco! La sopravvivenza sociale è ritenuta prioritaria e improcrastinabile rispetto alla vita umana minacciata da un rischio solo ipotizzato. Ovviamente finché il pericolo non è manifesto, perché in tal caso si sovvertirebbero le priorità ma in modo nettamente tardivo per porvi rimedio con efficacia. Lo scaricabarile sarebbe in questi casi  la prassi successiva…</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’avvento di <a href="http://www.rivistahydepark.org/attualita/ballottaggio-lettieri-de-magistris-ultime-battute-di-malko/"><strong>De Magistris</strong></a> sindaco, speriamo che sia messo mano anche alla questione Vesuvio e <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%E2%80%9Crischio-vulcanico-ai-campi-flegrei-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo%E2%80%9D-di-malko/"><strong>Campi Flegrei</strong></a>. In termini concreti sperando che non si urbanizzi in senso residenziale l’area orientale di Napoli, e che la colmata di Bagnoli rimanga libera da opere strutturali assurgendo a imponente area polifunzionale di protezione civile. Forse è chiedere troppo in questo deserto di idee dove le superfici contano più degli spessori e gli interessi più delle tutele…</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cvesuvio-un-rischio-da-votare%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>21 maggio 2011: sarà di scena il Marsili? Note del Professor Mastrolorenzo e di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/21-maggio-2011-sara-di-scena-il-marsili-note-del-professor-mastrolorenzo-e-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/21-maggio-2011-sara-di-scena-il-marsili-note-del-professor-mastrolorenzo-e-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 May 2011 22:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[21 maggio 2011]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[maremoto]]></category>
		<category><![CDATA[marsili]]></category>
		<category><![CDATA[marsili 21 maggio 2011]]></category>
		<category><![CDATA[professor mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[tsunami]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=9108</guid>
		<description><![CDATA[Alcuni lettori ci scrivono con una certa inquietudine perché circola in rete e sui media, la profezia enunciata dai parascienziati, così li chiamano, che il 21 maggio 2011 il vulcano Marsili debba produrre un’eruzione accompagnata da onde di tsunami che spazzerebbero la parte meridionale della nostra Penisola che si affaccia sul tirreno. Gli scenari così prospettati, va da se che ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9109" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img class="size-large wp-image-9109" title="21_maggio_2011" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/21_maggio_2011-678x452.jpg" alt="" width="678" height="452" /><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/nathangibbs/4409365585/</p></div>
<p style="text-align: justify;">Alcuni lettori ci scrivono con una certa inquietudine perché circola in rete e sui media, la profezia enunciata dai parascienziati, così li chiamano, che il <strong>21 maggio 2011</strong> il vulcano <strong>Marsili</strong> debba produrre un’eruzione accompagnata da onde di tsunami che spazzerebbero la parte meridionale della nostra Penisola che si affaccia sul tirreno. Gli scenari così prospettati, va da se che sono un tantino surreali.<br />
La lettrice Monica, nello spazio riservato ai commenti, ha posto alcune domande a proposito del Marsili e della sua pericolosità intrinseca.<br />
Andiamo alle risposte. L’Etna per storia e tradizione è un vulcano di superficie, di notevole importanza ed è più che monitorato. Il Marsili per ubicazione e storia recente, dubitiamo che possa essere controllato in termini fisici e chimici alla stregua di quanto già si fa per l’Etna. Bisogna anche dire che da poco, anche sulla scorta di allarmismi ingiustificati, l’attenzione sul vulcano più grande d’Europa sia  nettamente in crescita.<br />
La lettrice Monica ovviamente, attraverso le sue domande intendeva capire se siamo in condizioni di prevedere un’eruzione vulcanica con netto anticipo. Le eruzioni vulcaniche non sono matematicamente prevedibili, sia nel lungo sia nel medio termine. Nel breve e brevissimo invece, forse è possibile azzardare ipotesi che potrebbero rivelarsi comunque e alla fine fallaci.<br />
Anche se eruttasse il Marsili, una distanza di oltre cento chilometri dalla costa con una colonna d’acqua sovrastante di quattrocentocinquanta metri, dovrebbe rappresentare un limite di sicurezza cospicuo per ritenere le popolazioni peninsulari al sicuro dai fenomeni vulcanici più violenti e distruttivi.<br />
Del Marsili quindi, più che l’eruzione, è stato sottolineato il rischio tsunami come elemento concreto di preoccupazione, generabile, dicono gli esperti,  da frane da crollo che potrebbero staccarsi dai declivi subacquei del monte sommerso.<br />
Tali crolli potrebbero originarsi in seno a un’eruzione, un sisma o anche per processi naturalmente legati alla gravità e ai suoi equilibri.<br />
Per capire il problema in termini concettuali, basti pensare a quello che succede in una piscina: il nostro voluminoso amico che si getterà in acqua <em>a tuffo</em>, genererà onde. Se lo stesso scende lentamente dalla scaletta, l’acqua rimarrà sostanzialmente immota. La frana quindi, nel caso di eventi legati a questo tipo di fenomeno e remotamente ipotizzati per il Marsili, per produrre onde anomale, dovrebbe essere volumetricamente (metri cubi) molto grande, con velocità di distacco e impatto sostenuta, per  smuovere masse d’acqua dai fondali che si muoverebbero poi sotto forma di onde. Predire un’eruzione è un azzardo. Prevedere una frana lo è ancora di più. Indicare una data di una calamità è fuori da ogni logica scientifica.<br />
Al Professor <strong><em>Giuseppe Mastrolorenzo</em></strong>, esperto di vulcani, chiediamo una nota che valga come risposta alla nostra lettrice Monica, ma anche a tutti i nostri lettori che vivono con ansia una profezia, quella della fine del mondo ad opera del Marsili, il 21 maggio 2011, che, pur non avendo fondamento in termini di previsioni, si è rivelata a torto notizia a  grande  impatto giornalistico.<br />
Il parere del Professor Mastrolorenzo è il seguente:<br />
<strong><em>le conoscenze vulcanologiche sul Marsili sono ancora limitate, e da poco è stata ipotizzata la realizzazione di una rete di monitoraggio confrontabile con quelle di altri vulcani attivi italiani. </em></strong><br />
<strong><em>Allo stato attuale non esistono elementi per ritenere che siano state o siano in atto modificazione di parametri vulcanologici, geochimici o geofisici che riguardano il Marsili. In termini rigorosamente scientifici quindi, non c&#8217;è alcuna novità! Suggerisco a questo proposito un criterio molto semplice e universalmente valido per capire se una data notizia riguardante il rischio di terremoti, eruzioni vulcaniche, frane o tsunami, possa avere fondamento scientifico. Si adotti la regola che, qualsiasi notizia riguardante uno di tali eventi, che riporti anche il giorno in cui si verificherà, deve essere del tutto ignorata.  Questo perché con le attuali conoscenze scientifiche è assolutamente impossibile la previsione di un’eruzione, un terremoto o di altri eventi a questi correlati, che riportino addirittura l&#8217;indicazione della data. Si parla, infatti, sempre di generiche probabilità che l&#8217;evento possa verificarsi in un intervallo più o meno lungo, ma mai di certezza.</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/21-maggio-2011-sara-di-scena-il-marsili-note-del-professor-mastrolorenzo-e-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;21 maggio 2011: l’incubo Marsili?&#8221; di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/21-maggio-2011-l%e2%80%99incubo-marsili-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/21-maggio-2011-l%e2%80%99incubo-marsili-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 May 2011 09:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[11 maggio terremoto roma]]></category>
		<category><![CDATA[21 maggio 2011 tsunami]]></category>
		<category><![CDATA[bendandi terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[fine del mondo marsili]]></category>
		<category><![CDATA[giuliani]]></category>
		<category><![CDATA[krakatoa]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[maremoto marsili]]></category>
		<category><![CDATA[marsili]]></category>
		<category><![CDATA[marsili 21 maggio 2011]]></category>
		<category><![CDATA[marsili tsunami]]></category>
		<category><![CDATA[onda anomala]]></category>
		<category><![CDATA[rischio marsili]]></category>
		<category><![CDATA[stromboli]]></category>
		<category><![CDATA[tsunami mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[tsunami tirreno]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[vulcano Marsili]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=9064</guid>
		<description><![CDATA[Pare che l’allarme, circa la possibilità che il 21 maggio 2011 venga la fine del mondo, o comunque quella dell’Italia meridionale o forse di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo,  a causa di un’onda di tsunami generata dal vulcano sottomarino Marsili, sia stato raccolto da più di qualcuno in termini di apprensione. C’è anche chi anticipa le sue ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9066" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/onda2-678x508.jpg" alt="" title="onda" width="678" height="508" class="size-large wp-image-9066" /><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/look4u/279668622/</p></div>
<p style="text-align: justify;">Pare che l’allarme, circa la possibilità che il <strong>21 maggio 2011</strong> venga la fine del mondo, o comunque quella dell’Italia meridionale o forse di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo,  a causa di un’onda di tsunami generata dal <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/il-vulcano-marsili-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo-di-malko/">vulcano sottomarino <strong>Marsili</strong></a>, sia stato raccolto da più di qualcuno in termini di apprensione.<br /> C’è anche chi anticipa le sue angosce all<strong>’11 maggio</strong>, perché un’ulteriore  profezia, preannuncia un catastrofico terremoto nella zona di Roma: si  dice sia una previsione di Raffaele <strong>Bendandi</strong>, ma non si hanno certezze.<br /> Un’onda di <strong>tsunami</strong> generalmente può essere associata a tre eventi calamitosi: un forte sisma localizzato in mare o a ridosso di esso; un’eruzione vulcanica marina o sub marina o una consistente massa, di solito rocciosa, che precipita in acqua ancor più se velocemente. Nella fattispecie potrebbe essere un <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-e-meteoriti-di-malko/"><strong>meteorite</strong></a> o una frana staccatasi da un monte o, nel nostro caso (Marsili), da un vulcano. Ovviamente alla base del “sistema tsunami” concorrono due elementi fondamentali: una notevole energia e  il mare.  In realtà frane che spostano masse d’ acqua le abbiamo avute anche in terra ferma.<br /> La tragedia del <strong>Vajont,</strong> nel 1963, fu causata appunto dal traboccamento di un’ingente quantità d’acqua da un bacino artificiale (diga), a causa di una frana (oltre 250 milioni di metri cubi) staccatasi dal <strong>Monte Toc</strong>. <em>L’onda anomala (</em>chiamiamola impropriamente così<em>) </em>che si generò, superò di circa 100 metri in altezza il margine della diga, rovinando a valle con una corsa che distrusse  villaggi  e causò perdite umane ingenti.<br /> Un forte terremoto è il fenomeno che forse più siamo abituati ad associare quale causa del prodursi di uno tsunami. I sommovimenti ai bordi delle faglie ubicate sui fondali marini, infatti, hanno la capacità, in determinate condizioni, di imprimere un vigoroso movimento alle masse d’acqua marina sovrastanti. Le onde con questa genesi, percorrono centinaia e centinaia di chilometri ad alta velocità, prima di infrangersi  sui tratti costieri che vengono scavalcati  dall’incedere imperioso delle acque anche per diversi chilometri nell’entroterra  .<br /> In Italia il maremoto più richiamato nei testi è quello che si verificò  il <strong>28 dicembre 1908</strong> a seguito di un sisma violentissimo (10° grado Mercalli), che sconquassò le città di Reggio Calabria e Messina. Il più recente invece,è di pochi anni fa (2002): una frana staccatasi dai versanti scoscesi dello <strong>Stromboli</strong>, causò un’onda anomala con effetti prevalentemente locali  e  senza arrecare danni alle persone che, fortunatamente e per la stagione invernale, non erano esposte sulle spiagge.<br /> La dirompenza vulcanica può a sua volta creare uno tsunami. Il vulcano <strong>Krakatoa</strong> ubicato tra le isole di Giava e Sumatra, da questo punto di vista è stato uno spettacolare protagonista con l’eruzione del 1883, definita la più grande mai avvenuta in epoca storica. Cagionò onde altissime, anche di alcune decine di metri, che spazzarono le vicine isole da costa a costa. Una nave, racconta la cronaca dell’epoca, fu scaraventata direttamente nella giungla. Le onde furono più di una e, come detto, con altezze considerevoli. Dopo l’eruzione, dell’isola vulcanica Krakatoa, non rimase altro che qualche brandello di terra.<br /> Le teorie  dell’illustre Bendandi sulla previsione dei terremoti invece, afferiscono a cicli e congiunzioni astrali (generalizzando), come causa dei sommovimenti litosferici. Senza entrare nel merito di argomenti che non conosciamo bene, rileviamo che un’eventuale e non escludibile componente astrale che faciliti gli squilibri e gli equilibri litosferici, per effetto di attrazioni, allineamenti, congiunzioni e altro, in termini di cause ed effetti dovrebbe essere correlata nei dettagli alle variabili tutte terrestri della litosfera. Interrelazioni quindi, molto difficili da interpretare e quantificare e decifrare, al punto da rendere sostanzialmente impraticabile la strada della previsione puntiforme o quasi dei terremoti, attraverso il movimento dei corpi celesti.<br /> Comunque, se queste profezie o previsioni come dir si voglia, dovessero rilevarsi attendibili, giorno più giorno meno, (ma ci sentiamo di escluderlo), sarebbe una vera rivoluzione e uno smacco epocale per le più prestigiose accademie scientifiche nazionali e internazionali. Temiamo che non sia così. Temiamo che la previsione dei terremoti sia ancora una scienza imperfetta, anche se alcune tecniche come quelle introdotte dal ricercatore <strong>Giuliani</strong>, meritino ampia considerazione sperimentale.<br /> Purtroppo, non è ancora una realtà neanche la previsione a medio o lungo termine delle eruzioni vulcaniche. Sul breve e brevissimo periodo le percentuali di attendibilità della stima sui tempi eruttivi raggiungono cifre interessanti, ma non di matematica certezza.  Ancora peggio è la previsione del distacco di una frana da un’altura, soprattutto se sottomarina come nel caso del  Marsili.<br /> Tutti questi fenomeni che abbiamo citato possono verificarsi oggi, domani o dopodomani o anche tra un millennio o due: non è dato saperlo… ci si muove  sulle ipotesi rispetto a un sistema dinamico (la Terra) in cerca di equilibrio.<br /> Sul vulcano Marsili è bene che si pronuncino coloro che lo studiano più che i  parascienziati. D’altra parte il vulcano non erutta da un bel po’ di tempo. Questo significa che i segni delle famigerate frane, come produttrici di tsunami, li possiamo rinvenire tutti sul fondo marino. Avremo in tal modo un’idea non solo della quantità dei materiali che si distaccano dal monte, ma anche la quantità numerica degli eventi franosi fin qui avvenuti. Sarebbe una buona base di partenza per intuire i rischi derivanti dal Marsili, ma anche dai suoi “compagni” quiescenti. Tutti vulcani che devono essere oggetto di studi, sempre più mirati, per mettere insieme dati utili a quantificare i livelli di rischio per le popolazioni esposte.<br /> D’altra parte ogni tanto giunge la notizia che qualche nuovo vulcano viene individuato nel Tirreno. Sarebbe quindi auspicabile che si privilegi innanzitutto un piano di scandaglio dei fondali marini con elaborazione di carte tematiche. In seconda battuta si definiscano gli apparati vulcanici da controllare e il sistema migliore per farlo. Spendere un patrimonio per monitorare un solo vulcano senza sapere se ce ne sono altri e se quelli conosciuti possono assurgere a problema, potrebbe non essere la soluzione migliore.<br /> Bisogna poi fare una riflessione nella discussione generale: quale affidabilità può dare un sistema tecnico &#8211; politico come il nostro, dove si lanciano allarmismi su di un vulcano sottomarino (Marsili) ubicato a 150 chilometri dalle coste campane e  ancora da studiare e,quindi, ancora da valutare nella sua interezza in termini di rischio, e nulla si fa per il <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-di-malko/">Vesuvio</a> sul cui ventre sonnecchiano seicentomila “addormentati” abitanti  a distanza zero? Eppure sulla pericolosità del Vesuvio concordano tutti: parascienziati e scienziati, e statistiche e perfino il buon senso…<br /> Chi semina allora allarmismi  con la storia del Marsili? Non quelli che lo studiano di certo. I latini per individuare un colpevole partivano da un concetto bellissimo: <strong><em>cui prodest? </em></strong> (a chi giova?)…</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/21-maggio-2011-l%e2%80%99incubo-marsili-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Ischia: l’isola vulcanica. Intervista al Professore Giuseppe Mastrolorenzo” di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cischia-l%e2%80%99isola-vulcanica-intervista-al-professore-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cischia-l%e2%80%99isola-vulcanica-intervista-al-professore-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 13:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[arso]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[bertolaso]]></category>
		<category><![CDATA[Campi Flegrei]]></category>
		<category><![CDATA[casamicciola]]></category>
		<category><![CDATA[colpo in canna]]></category>
		<category><![CDATA[dipartimento protezione civile]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[ischia]]></category>
		<category><![CDATA[ischia rischio vulcanico]]></category>
		<category><![CDATA[isola vulcanica]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[monte epomeo]]></category>
		<category><![CDATA[piani emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[Procida]]></category>
		<category><![CDATA[tufo verde]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=8944</guid>
		<description><![CDATA[L’isola d’Ischia comprende un distretto vulcanico che ha dato per il passato origine a fenomeni eruttivi molto intensi, come quelli che circa  55.000 anni fa diedero corpo al tufo verde, un litoide caratteristico le cui sfumature verdastre sono il risultato dell’ingressione del mare nell’area calderica. L’eruzione dell’Arso nell’anno 1302 è stata l’ultima registrata sull’isola. Da allora persistono fenomeni di vulcanesimo ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8946" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img class="size-large wp-image-8946" title="isole flegree1" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/isole-flegree1-678x340.jpg" alt="" width="678" height="340" /><p class="wp-caption-text">Isole Flegree - Foto Di Malko</p></div>
<p style="text-align: justify;">L’isola d’Ischia comprende un distretto vulcanico che ha dato per il passato origine a fenomeni eruttivi molto intensi, come quelli che circa  55.000 anni fa diedero corpo al tufo verde, un litoide caratteristico le cui sfumature verdastre sono il risultato dell’ingressione del mare nell’area calderica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’eruzione dell’Arso nell’anno 1302 è stata l’ultima registrata sull’isola. Da allora persistono fenomeni di vulcanesimo che generano prevalentemente acqua calda e vapore in una quantità tale da rendere Ischia particolarmente ambita per il turismo termale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>Monte Epomeo</strong>, formatosi su di un campo vulcanico, è il rilievo più alto dell’isola (787 metri sul livello del mare). Questa cima è ritenuta da molti e a tutti gli effetti un  vulcano. La classificazione in realtà è un po’ più complessa perché non si tratterebbe di un edificio vulcanico nel senso classico, bensì di un “pilastro” tufaceo sorto all’interno di un’area vulcanica. L’Epomeo, infatti, non ha un condotto e una storia eruttiva autonoma recente. Ovviamente però, è “figlio” di quel campo vulcanico da cui si erge per cause dinamiche afferenti alla camera magmatica sottostante.  Anche se il rischio eruttivo non sembra manifesto, l’isola d’Ischia è comunque la parte emersa di una caldera vulcanica ancora attiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla ridente <em>isola verde</em>, la sera del 28 luglio del <strong>1883</strong> avvenne un violento terremoto (Casamicciola): durò sedici secondi, ma fu sufficiente per cagionare 2.333 morti. La sventura coinvolse pure l’allora giovanissimo <strong><em>Benedetto Croce</em></strong>, ad Ischia per le vacanze estive, che rimase ferito e bloccato per diverse ore tra le macerie, prima di essere tratto in salvo.</p>
<p style="text-align: justify;">In termini di rischio Ischia ha insito nelle sue viscere due pericoli potenziali: quello vulcanico e quello sismico. Per la fragilità del tufo poi, il dissesto idrogeologico particolarmente evidente sui versanti scoscesi delle alture, non fa che accrescere i rischi già menzionati che potrebbero essere amplificati dall’insorgere di frane causate dai sommovimenti crostali (terremoti).</p>
<p style="text-align: justify;">L’ex capo dipartimento della protezione civile, Bertolaso, quasi un anno fa esordì con un’affermazione per molti versi discutibile e che fece letteralmente scalpore:&lt;&lt; <em>Il Vesuvio indubbiamente è il problema più grande di protezione civile che abbiamo in Italia, </em>disse<em>…ma Il colpo in canna però, ce l’ha il Monte Epomeo ad Ischia…&gt;&gt;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per dissipare qualche dubbio attuale e annoso, facciamo appello, come sempre, sulla gentile disponibilità del Professor Giuseppe Mastrolorenzo, cui ci rivolgiamo per chiarimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) </strong><strong>Egregio Professore, la storia geologica d’ischia è molto dissimile dagli altri due distretti vulcanici campani (Campi Flegrei e Vesuvio)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Isola di Ischia è il risultato di una lunga sequenza di eventi vulcanici e vulcano-tettonici, che almeno per  quanto riguarda la parte rilevabile in superficie, è iniziata oltre 150000 anni fa. Benché la composizione dei magmi eruttati si avvicini a quella dei Campi Flegrei, la storia dell’Isola è indipendente da quella degli altri vulcani dell’area napoletana (Vesuvio, Campi Flegrei e Procida). Dal punto di vista dell’evoluzione vulcanologica, Ischia presenta alcune analogie con la caldera dei Campi Flegrei, seppure età degli eventi e tipologie eruttive mostrino notevoli differenze. Infatti, anche l’Isola, dopo la prima fase di attività eruttiva intensa, fu interessata da estesi sprofondamenti vulcano-tettonici, con la formazione di una struttura calderica. Analogamente a quanto avvenne nella caldera flegrea, questa fase fu seguita da una stasi e, quindi, da nuova attività vulcanica con bocche eruttive distribuite su di una vasta area. In sintesi, contrariamente a quanto avviene in vulcani centrali come il Somma-Vesuvio, l’attività vulcanica dell’isola si è manifestata lungo strutture tettoniche estese, con la formazione di decine di singoli apparati vulcanici, similmente a quanto è successo nel campo vulcanico dei Campi Flegrei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) </strong><strong>Potrebbe verificarsi un’<em>escalation</em> eruttiva capace di coinvolgere tutte e tre le aree vulcaniche campane contemporaneamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I centri eruttivi, così come i sistemi magmatici superficiali dei tre distretti vulcanici campani, sono totalmente distinti. Pertanto, non è assolutamente ipotizzabile un evento vulcanico che coinvolga Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia. E’ possibile invece, che eventi di particolare intensità possano produrre la deposizione di materiale piroclastico (cenere e lapilli), in un’area abbastanza vasta da comprendere i tre sistemi vulcanici citati. Eventi simili sono già avvenuti in passato e i depositi vulcanici sono ancora oggi rilevabili nelle sequenze stratigrafiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) </strong><strong>Il Monte Epomeo cos’è esattamente? E’ corretto definirlo un vulcano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Erroneamente il Monte Epomeo è stato definito come un vulcano non solo dai mass media ma anche da autorevoli esponenti della Protezione Civile Nazionale. In realtà si tratta di una struttura tettonica definita <em>Horst</em> vulcano-tettonico: in parole semplici è il risultato dell’innalzamento avvenuto nel corso di migliaia di anni di una sorta di “pilastro tufaceo” che ha raggiunto quota 787 metri sul livello del mare. L’inizio di tale ascesa è probabilmente databile a non meno di 33000 anni fa e in un periodo successivo all’attività eruttiva che generò appunto il tufo verde del Monte Epomeo. Eruzione quest’ultima, di 55000 anni fa, che ha lasciato una sequenza di depositi vulcanici spessi diverse centinaia di metri di natura litoide. Le cause del sollevamento del “blocco” (Monte Epomeo), sono state ricondotte alla spinta verticale generata dal sistema magmatico presente  al di sotto dell’isola che è anche responsabile  dell’intenso vulcanismo. In realtà il processo di sollevamento, definito pure come <em>risorgenza calderica</em>, sembra essere il risultato di una più complessa combinazione del campo di sforzo regionale e, quindi, delle compressioni e delle tensioni crostali attive lungo il margine tirrenico, che si combinano con la spinta verticale prodotta invece dal sistema magmatico superficiale. L’attività eruttiva successiva alla formazione del tufo verde dell’Epomeo, non si colloca in prossimità del rilievo montuoso, ma lungo linee di debolezza strutturali, poste prevalentemente ai bordi del blocco sollevato. In altre parole, non esistono bocche eruttive sul Monte Epomeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) </strong><strong>Bertolaso quando esordì con la famosa frase del <em>colpo in canna</em>, parlava di pericoli potenziali, presumibilmente di natura vulcanica. Sono stati predisposti degli scenari su questi eventi ipotizzati dall’ex capo dipartimento alla stregua di quanto è stato fatto per il Vesuvio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Allo stato attuale, a fronte delle dichiarazioni allarmistiche e scientificamente errate dell’ex Capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, non esiste alcun piano di emergenza per un eventuale possibile evento eruttivo a Ischia, così come non sono stati elaborati scenari di riferimento su base vulcanologica. Tale situazione è molto critica, data l’elevata attività documentata sull’isola nelle ultime migliaia di anni e l’evidenza di una notevole attività sismica di origine vulcano-tettonica, che testimonia l’elevata energia disponibile nel sistema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) </strong><strong>I sommovimenti della camera magmatica sono all’origine dei terremoti sull’isola verde?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le relazioni genetiche tra l’attività sismica e l’evoluzione del sistema magmatico restano di difficile investigazione. E’ probabile, infatti, che l’attività sismica sia riconducibile almeno in generale alla presenza di un importante sistema magmatico a bassa profondità, ma restano poco chiare le relazioni tra le diverse fenomenologie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6) </strong><strong>Perché qui i terremoti sono per certi versi ristretti come raggio ma intensi e micidiali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un’idea del rischio associato a eventi sismici sull’isola, ci proviene dalla cronaca del drammatico terremoto avvenuto la sera del 28 luglio 1883, che causò la distruzione pressoché totale di Casamicciola con 2.333 vittime. L’evento, generato da faglie attive bordanti a nord il Monte Epomeo, la zona più attiva dell’isola, di magnitudo stimata intorno al quinto grado Richter, a causa della bassa profondità ipocentrale causò elevatissimi valori d’intensità macrosismica, che in alcune aree raggiunse addirittura l’<strong>XI</strong> grado MCS (scala del danneggiamento di uso corrente derivata dalla Scala Mercalli). La percentuale di edifici crollati o gravemente lesionati dal sisma fu altissima. L’estrema superficialità dell’evento, tra 1 e 2 km. di profondità, fu alla base di effetti intensi entro un raggio di circa 2 km. dall’epicentro, e di una rapidissima attenuazione degli stessi già nel vicino comune di Ischia, dove l’intensità risultò in media inferiore al <strong>VI</strong> grado.   L’amplificazione degli effetti in superficie in una ristretta area intorno all’epicentro, con modesti valori di magnitudo, e quindi dell’energia rilasciata dal terremoto, sono tipici delle aree vulcaniche e derivano sempre dalla bassa profondità degli ipocentri. Comportamenti analoghi furono registrati anche durante l’ultima crisi bradisismica ai Campi Flegrei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7) </strong><strong>C’è una continuità di fenomeni vulcanici sottomarini tra Ischia e i Campi Flegrei o le due caldere sono strettamente divise e riconoscibili?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà l’isola di <strong>Procida</strong>, localizzata tra la caldera attiva dei Campi Flegrei e quella di Ischia, sia cronologicamente che come tipologia di fenomeni eruttivi, presenta analogie con i due sistemi vulcanici appena citati. Tuttavia la composizione dei prodotti eruttivi presenta caratteristiche distinte, indicando che seppure il vulcanismo dell’area ha certamente radici comuni, almeno a livello dei sistemi magmatici attivi superficiali presenta distinzioni sostanziali. In particolare, l’isola di Procida non ha manifestato eventi eruttivi negli ultimi 14000 anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8) </strong><strong>L’ordine di pericolosità per Ischia prevede il rischio vulcanico al primo posto o tale primato spetta a quello sismico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ischia presenta le stesse tipologie di rischi naturali comuni alle altre aree vulcaniche dell’area napoletana: rischio sismico, vulcanico e idrogeologico. Tutti rischi questi, strettamente connessi tra di loro, che si manifestano con intensità diversa e che sono di complessa valutazione. In termini di frequenza, cioè di numero di eventi nell’unità di tempo, certamente frane, terremoti ed eruzioni vulcaniche, presentano una probabilità di accadimento nell’ordine molto diversa fra loro.  I fenomeni franosi sono ovviamente più frequenti di quelli sismici e vulcanici, che di contro però, sono molto più devastanti.  Il rischio sismico, rispetto a quello vulcanico è più facilmente mitigabile attraverso la realizzazione di costruzioni antisismiche. Il rischio vulcanico comunque, consente pure un buon livello di mitigazione, purché si adottino validi piani di emergenza capaci di porre lontano la popolazione esposta al pericolo, nel momento in cui dovessero manifestarsi fenomeni precursori significativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste differenze rendono poco indicativa una classifica dei rischi. Oltretutto un’eventuale crisi vulcanica comporterebbe con grande probabilità tutte le tipologie di eventi citati. Tant’è che un’intensa attività sismica pre-eruttiva ed eruttiva, così come eventi franosi durante e prevalentemente dopo l’evento vulcanico, potrebbero uguagliare se non superare, in termini di devastazione, la stessa eruzione. Contrariamente all’attività sismica che è da ritenersi limitata a valori modesti di magnitudo, l’attività vulcanica può raggiungere livelli energetici anche di notevole intensità (Volcanic explosivity index).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9) </strong><strong>Il monitoraggio dei fenomeni legati al vulcanesimo ischitano negli ultimi anni, cosa lascia ritenere nel breve medio e lungo periodo? Ovviamente con tutti i limiti della previsione scientifica in questo campo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’isola di Ischia è monitorata dall’Osservatorio Vesuviano con un completo sistema di sensori in grado di rilevare qualsiasi modificazione di natura geofisica e geochimica. Purtroppo, a causa della sua estrema complessità, il sistema vulcanico non consente alcuna previsione a lungo termine, ma solo l’immediata rilevazione di qualsiasi modificazione del sistema, quale possibile precursore di eruzioni. Allo stato attuale l’assenza di anomalie non può costituire motivo di rassicurazione per il futuro, ma solo per il breve termine. D’altra parte questa è una condizione comune a tutti gli altri vulcani attivi. Lo strumento indispensabile per garantire la sicurezza della collettività esposta al rischio vulcanico,ripetiamo, è un adeguato piano di evacuazione e un’autorità di protezione civile in grado di assumere efficacemente la gestione delle operazioni di salvaguardia, nel caso che vengano rilevate  significative modificazioni  dei parametri geofisici e geochimici. Qualsiasi improvvisazione o valutazione ottimistica sulla pericolosità di Ischia, così come per i Campi Flegrei e il Vesuvio, è un pericoloso azzardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Un particolare ringraziamento va al Professor <strong>Giuseppe Mastrolorenzo</strong> che, attraverso una  dettagliata esposizione delle caratteristiche dei distretti vulcanici campani, ci ha consentito di avere un quadro d’insieme molto chiaro sul rischio vulcanico che caratterizza il territorio napoletano).</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cischia-l%e2%80%99isola-vulcanica-intervista-al-professore-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Rischio Vesuvio: i piani nel cassetto” di Malko</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9crischio-vesuvio-i-piani-nel-cassetto%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9crischio-vesuvio-i-piani-nel-cassetto%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 15:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[bagnoli]]></category>
		<category><![CDATA[bertolaso]]></category>
		<category><![CDATA[boscoreale]]></category>
		<category><![CDATA[caldoro]]></category>
		<category><![CDATA[Campi Flegrei]]></category>
		<category><![CDATA[cosenza assessore regione campania]]></category>
		<category><![CDATA[deep dribbling]]></category>
		<category><![CDATA[dipartimento protezione civile]]></category>
		<category><![CDATA[edoardo cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[edoardo cosenza protezione civile campania]]></category>
		<category><![CDATA[franco gabrielli]]></category>
		<category><![CDATA[gabrielli capo dipartimento]]></category>
		<category><![CDATA[ischia]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[piano emergenza Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[portici]]></category>
		<category><![CDATA[prefetto gabrielli]]></category>
		<category><![CDATA[regione Campania]]></category>
		<category><![CDATA[rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[sant'Anastasia]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco di napoli]]></category>
		<category><![CDATA[somma vesuviana]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=8879</guid>
		<description><![CDATA[Il Prefetto Franco Gabrielli, come tutti sanno, da novembre 2010 occupa lo scranno di capo dipartimento della protezione civile. Sostituisce un personaggio scomodo e inviso a molti: Guido Bertolaso. Quest’ultimo, nel suo commiato pseudo pensionistico, scrisse che scendeva dalla nave e che il suo successore (Gabrielli), era salito a bordo già dalle prime ore del terremoto all’Aquila, senza neanche rendersene ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-8883" title="Franco_Gabrielli" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/Franco_Gabrielli1-678x424.jpg" alt="" width="678" height="424" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il Prefetto <strong>Franco Gabrielli</strong>, come tutti sanno, da <strong>novembre 2010</strong> occupa lo scranno di capo dipartimento della protezione civile. Sostituisce un personaggio scomodo e inviso a molti: <a href="http://www.rivistahydepark.org/attualita/bertolaso-forza-vesuvio-di-malko/"><strong>Guido Bertolaso</strong></a>. Quest’ultimo, nel suo commiato pseudo pensionistico, scrisse che scendeva dalla nave e che il suo successore (Gabrielli), era salito a bordo già dalle prime ore del <a href="http://www.rivistahydepark.org/attualita/i-terremoti-dellaquila-di-malko/">terremoto all’Aquila</a>, senza neanche rendersene conto: &lt;&lt; <em>gli lascio due medaglie d’oro, bofonchia, e il sacrosanto diritto di reclamarne una terza</em>&gt;&gt;. E ancora: <em>gli lascio un servizio nazionale che ha dato il meglio di se in Abruzzo …siamo riusciti per la prima volta nelle grandi tragedie italiane a non far scrivere a nessuno che i soccorsi erano in ritardo, che qualcuno non aveva ricevuto subito aiuto</em>&gt;&gt;.<br />
Franco Gabrielli, leggiamo, è entrato in polizia nel 1985, ed è stato impegnato tantissimo nell’antiterrorismo. A Dicembre del 2006 viene nominato direttore del SISDE. Poi, su indicazioni di Bertolaso, nel 2009 assume l’incarico di Prefetto dell’Aquila fino a quando non sostituirà alla guida del dipartimento il suo chiacchierato predecessore.<br />
Del Prefetto Gabrielli sappiamo ben poco e il tempo ci dirà se la sua nomina è stata oculata per riportare onore e competenza a una struttura “sporcata” da non pochi scandali e zavorrata all’inverosimile dalla politica. Gli imbarazzi però non sono solo quelli del malaffare fatti di appalti, sprechi, affitti e donnine. Gli scandali sono anche altri. Un po’ più profondi e che attingono direttamente ai compiti istituzionali del dipartimento stesso. Il riferimento è tutto rivolto al <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-le-fasi-operative-del-piano-d%E2%80%99emergenza-parte-ottava-di-malko/"><strong>piano nazionale per l’emergenza Vesuvio</strong></a> che ancora una volta è in cima alle nostre attenzioni.<br />
Il capo dipartimento Gabrielli si è recato a Napoli il <strong>18 febbraio 2011</strong> per incontrare le autorità regionali e le istituzioni competenti in tema di rischio, con un occhio di riguardo a quello vulcanico. Nelle prime battute il prefetto esordisce chiarendo subito che:&lt;&lt; <em>Il rischio si misura sull’antropizzazione del territorio e questo è uno dei territori più antropizzati</em>&gt;&gt;. Gli astanti annuivano tutti<em>.</em> Parole sante! La missione napoletana comprendeva visita e rilancio dei piani d’emergenza, soprattutto quelli a maggior… polemica; quindi, in primis quello per il rischio <strong>Vesuvio</strong>; in secundis <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%E2%80%9Crischio-vulcanico-ai-campi-flegrei-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo%E2%80%9D-di-malko/"><strong>Campi Flegrei</strong></a> e a seguire <strong>Ischia </strong>e qualcun altro a minore pericolosità.  Nel merito, il prefetto ha affermato che molto spesso questi piani sono semplicemente chiusi nei cassetti e, quindi afferma &lt;&lt; <em>Si dice abbiamo i piani: ma i cittadini di questi piani cosa sanno?</em><br />
Non vorremmo ovviamente contraddire il capo dipartimento della <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-e-protezione-civile-di-malko/">protezione civile</a>, il prefetto Gabrielli, che è di recente nomina e deve ancora “guardarsi intorno”. Vorremmo però, che prima di affermare che i piani d’emergenza sono chiusi nei cassetti, li  verificasse questi piani. Perché i cassetti potrebbero anche contenere tante carte accuratamente rilegate che non costituiscono in se un piano d’emergenza. Un piano quando è pronto e collaudato, si semplifica e si condensa per la parte che interessa la popolazione, con linguaggio semplice che non lascia arbitrii interpretativi: disegni e carte tematiche da questo punto di vista aiutano molto. Dopodiché, il piano si distribuisce in forma cartacea ai possibili utenti da salvaguardare, con tanto di firma del sindaco (autorità locale di protezione civile), avvisando che è fatta salva la possibilità di aggiornamenti che vanno segnati a tergo e in apposite pagine lasciate intenzionalmente in bianco.<br />
Certamente la regione Campania rappresentata dal governatore e soprattutto dall’assessore alla protezione civile <strong>Edoardo Cosenza</strong>, vigilerà acchè i cassetti siano effettivamente aperti, pratica questa che sarebbe dovuta iniziare,se diamo un peso alle parole, il <strong>19 febbraio 2011</strong>,  garantendo così alla popolazione vesuviana, in verità ottimista e poco vigile, quell’imprescindibile diritto alla sicurezza che un po’ sembra manchi, quando si toccano i tasti del rischio Vesuvio, Flegreo e, grazie alla famosa frase del colpo in canna,dell’isola d’Ischia.<br />
Purtroppo pensiamo che ci siano delle incongruenze fondamentali nelle affermazioni che rilasciano i nostri rappresentanti istituzionali e amministrativi. Gabrielli ha detto una cosa giustissima all’inizio del confronto con le autorità campane, tra l’altro condivisa dal presidente <strong>Caldoro</strong> e dall’assessore <strong>Cosenza</strong>: <em>l’antropizzazione mina in termini di rischio il territorio</em>!  Che cosa fa quindi il sindaco di Napoli il <strong>4 marzo 2011</strong>? Leggiamolo dal Mattino di Napoli: … <em>oggi per lei normale pomeriggio di lavoro. Il primo cittadino ha presieduto una giunta durante la quale è stata approvata la variante PUA di <strong>Bagnoli</strong> e sono stati prorogati i termini del condono. Nel primo caso è previsto un aumento di <strong>600 case</strong> a uso residenziale, mentre per il condono i termini sono stati prorogati al <strong>31 dicembre 2011</strong></em>.<br />
Bagnoli per chi non lo sa, è un quartiere della città di Napoli ricadente nella zona rossa a maggior rischio vulcanico dettato dalla caldera Flegrea, in un settore dove è maggiore la probabilità che si riversino flussi piroclastici in caso d’eruzione o super eruzione. Bagnoli è anche il sito dell’esperimento internazionale di perforazione profonda (<a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%E2%80%9Ccampi-flegrei-e-progetto-di-perforazione-profonda%E2%80%9D-phlegraean-fielddeep-drilling-project-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo-di-malko/"><strong>Deep drilling</strong></a>), progettato e finalizzato al sondaggio per carpire dati fisici e chimici dal sottosuolo pieno zeppo di magma sotterraneo. Una perforazione che potrebbe innescare terremoti o eruzioni, affermano alcuni autorevoli scienziati nazionali e internazionali. Il sindaco di Napoli quindi, prudentemente ha sospeso l’esperimento giudicandolo troppo pericoloso per un simile territorio (Bagnoli), rimandando ogni responsabilità decisionale al dipartimento della protezione civile che potrebbe non essere <em>super partes</em> in questa faccenda. E le case?<br />
La legge regionale <strong>n° 21 del 2003</strong>, era molto importante perché prevedeva l’inedificabilità assoluta nell’area rossa a maggior rischio vulcanico, rappresentato in questo caso dal temibile <strong>Vesuvio</strong>. Il <strong>5 gennaio 2011</strong>, presso la regione Campania succede che passa un emendamento che modifica il comma 2 articolo 5 della succitata legge del 2003. La postilla in questione caldeggiata da una consigliera regionale di Somma Vesuviana, consentirà interventi di ristrutturazione, anche mediante demolizione e ricostruzione in altro sito, in coerenza con le previsioni urbanistiche vigenti, a condizione che almeno il cinquanta per cento della volumetria originaria dell’immobile sia destinata a uso diverso dalla residenza.<br />
L’assessore regionale alla protezione civile, <strong>prof. Edoardo Cosenza</strong>, esattamente quello che ha incontrato Gabrielli, dice che vigilerà su questa piccola postilla. La nostra preoccupazione è che la modifica citata possa essere un primo passo per favorire i tanti cittadini che premono per dar mano al cemento, oppure che sperano attraverso questa prima opportunità e come atto successivo, che si aprano anche i termini per richiedere provvidenziali condoni edilizi che sanino decenni di abusi che si perpetrerebbero con fiducia.<br />
Intanto il sindaco di <strong>Somma Vesuviana</strong> e quello di <strong>Sant’Anastasia</strong> si <em>scaldano</em> perché la perimetrazione della <a href="http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/rischio-vesuvio-di-malko-parte-seconda/">zona rossa</a> gli va troppo stretta. Anzi strettissima. Il sindaco di <strong>Boscoreale</strong> concorda e plaude. Bisogna restringerla questa maledetta zona rossa! Un esponente regionale però, di lungo corso, dice che non bisogna restringerla anzi: sarebbe opportuno allargarla.Allarghiamola. Ovviamente senza queste limitazioni all’edificazione così fiscali…<br />
Leggiamo poi che un partito politico si sta organizzando per presentare il numero di firme necessarie per varare un referendum abrogativo della zona rossa. <em>Siano i cittadini a decidere è lo slogan</em>… Qualcun altro parla di zona arancio, mentre da <strong>San Sebastiano</strong> si alza il grido: <em>resti pure la zona rossa: ma almeno dateci soldi in cambio</em>. Anche in questo caso dobbiamo precisare che la zona rossa non va bene a nessun arco politico. La par condicio in questo caso è perfettamente rispettata. Se gli togli il cemento, affogano tutti,generalizzando, nella mediocrità che li caratterizza…<br />
Intanto bisognerebbe capire  perché le autostrade meridionali hanno ingabbiato la popolazione di Portici, vincolandola a un unico casello d’ingresso in autostrada da condividere con Ercolano e da raggiungere attraverso un po’ di incroci e qualche galleria realizzata per sotto passare un … giardino. Eppure l’autostrada è la via di fuga per i comuni litorali… Al danno la beffa! Per fare questo magnifico tracciato hanno dovuto pure utilizzare lo spazio vincolato nel piano di urbanizzazione quale area atterraggio elicotteri per esigenze di protezione civile… che dire. Se non lasciano qualche rampa praticabile almeno nelle emergenze, i porticesi saranno come topi in gabbia. Il progetto ovviamente, è stato cofinanziato dalla regione Campania.<br />
Tra pochi  giorni sarà un mese che si aprono cassetti al dipartimento. Bisogna saper aspettare…Vorremmo essere i primi a dare la notizia del piano d’emergenza Vesuvio che vede la luce.  Intanto vorremmo sottolineare che il Vesuvio sarà anche il più grande problema di protezione civile che abbiamo in Italia, ma è anche il più inestricabile  problema politico.<br />
Forse siamo pessimisti. Ovviamente possiamo anche resettare le nostre apprensioni e dire così, tutti insieme, cittadini e politici, che abbiamo consapevolezza e giudizio sufficiente per accettare il giochino del cerino acceso…</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9crischio-vesuvio-i-piani-nel-cassetto%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Il villaggio preistorico di Nola e l’eruzione del Vesuvio di 3800 anni fa: intervista al Professore Giuseppe Mastrolorenzo” di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cil-villaggio-preistorico-di-nola-e-l%e2%80%99eruzione-del-vesuvio-di-3800-anni-fa-intervista-al-professore-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cil-villaggio-preistorico-di-nola-e-l%e2%80%99eruzione-del-vesuvio-di-3800-anni-fa-intervista-al-professore-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 18:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[eruzione pomici avellino]]></category>
		<category><![CDATA[fall-out eruzione avellino]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[Mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[pomici avellino]]></category>
		<category><![CDATA[pyroclastic surge]]></category>
		<category><![CDATA[san paolo blesità]]></category>
		<category><![CDATA[somma vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[vesivuio eruzione 3800 anni fa]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[villaggio mola]]></category>
		<category><![CDATA[villaggio preistorico mola]]></category>
		<category><![CDATA[villaggio preistorico nola età bronzo antico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=8668</guid>
		<description><![CDATA[A Nola (provincia di Napoli), rimasero davvero stupiti un po’ di anni fa, quando nello scavare un suolo dove erigere le fondazioni di un supermercato, rinvennero resti di un villaggio preistorico risalente all’età del bronzo antico, cioè circa 3800 anni fa. Le capanne erano state rinvenute all’interno di uno spiazzo con forni e recinti per animali: capre e probabilmente cavalli ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8671" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/nola-678x485.jpg" alt="" title="nola" width="678" height="485" class="size-large wp-image-8671" /><p class="wp-caption-text">Foto MalKo - Somma Vesuvio: punta Nasone vista dal Vesuvio.</p></div>
<p style="text-align: justify;">A Nola (provincia di Napoli), rimasero davvero stupiti un po’ di anni fa, quando nello scavare un suolo dove erigere le fondazioni di un supermercato, rinvennero resti di un villaggio preistorico risalente all’età del bronzo antico, cioè circa 3800 anni fa. Le capanne erano state rinvenute all’interno di uno spiazzo con forni e recinti per animali: capre e probabilmente cavalli o asini. Suppellettili varie hanno lasciato intuire una vita svolta prevalentemente all’esterno, lì nell’aia, e all’interno dei ripari di legno, dove gli indigeni si proteggevano dalle intemperie e dalla notte.<br />
Il villaggio fu seppellito letteralmente dalla più terribile eruzione del Vesuvio, nota come delle pomici di Avellino. Infatti, una coltre di lapillo pomiceo e successivamente una nube molto pervasiva formata da cenere e gas,  “imbalsamarono” il vasto insediamento preistorico.<br />
Il sito archeologico nasconde ancora altri manufatti dell’epoca del bronzo. Probabilmente vicino a questo agglomerato ve ne saranno altri che andrebbero cercati e riportati alla luce con un’accorta opera di scavo. Purtroppo, l’area archeologica attuale è stata invasa dalle acque e da smottamenti di terreno che forse hanno definitivamente distrutto ciò che la furia del vulcano aveva invece conservato. Per gli scavi archeologici si sa, non è un buon periodo…<br />
Ciò che è stato rinvenuto in questo sito non lascia dubbi: la comunità antica fu colta dall’eruzione e lasciò frettolosamente la zona senza avere neanche il tempo di liberare le capre dai recinti.  L’eruzione di circa quattromila anni fa fu potente come quella pliniana che distrusse Pompei. La differenza è da ricercarsi nella zona di accumulo dei materiali piroclastici. In questo caso, i depositi si formarono   più a nord rispetto all’eruzione di Pompei.<br />
Anche in quest’occasione facciamo appello alla gentile collaborazione del Professore Giuseppe Mastrolorenzo, che ringraziamo, per comprendere meglio i fenomeni dell’epoca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) </strong><strong>Professor Mastrolorenzo, l’eruzione di Avellino di 3800 anni fa è una pliniana  “sbilanciata” a nord?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà l’eruzione pliniana cosiddetta delle “pomici di Avellino” comprende una prima fase da fallout (pioggia di cenere e lapilli) con dispersione in un ampio settore a nord-est del vulcano in direzione di Avellino, e una seconda fase di nubi ardenti (pyroclastic surge) che si propagarono a 360 gradi intorno al cratere con una prevalenza verso nord-ovest.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) </strong><strong>Le stratigrafie dei materiali eruttati qui a Nola, nel villaggio preistorico, che cosa “narrano”? Quali furono le sequenze eruttive?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le sequenze stratigrafiche rinvenute in decine di affioramenti in tutto il territorio vesuviano, nolano e napoletano, descrivono la tipica successione eruttiva e di deposito del classico evento pliniano del Somma-Vesuvio. All’inizio si sviluppò una colonna convettiva di cenere e gas che raggiunse un’altezza di circa 35 km nella stratosfera, dando così luogo a una intensa pioggia di cenere e lapilli che si depositarono al suolo secondo l’effetto direzionale dei venti dominanti. Questa fase dell’eruzione in genere dura poche ore e può determinare accumuli di cenere e lapilli particolarmente consistenti, che possono raggiungere spessori anche di qualche decina di metri in prossimità del vulcano con una tendenza ovviamente decrescente dipendente dalla distanza dalla bocca eruttiva.<br />
Questa prima fase è seguita da una successione di collassi della colonna eruttiva che producono flussi piroclastici di gas, cenere e blocchi ad alta temperatura e velocità (pyroclastic flows and surge). Questi si propagano lungo i fianchi del vulcano raggiungendo distanze anche di 20 km. Durante il loro cammino producono devastazione del territorio e morte per impatto, soffocamento e shock termico, delle persone e degli animali investiti. I depositi di cenere che, questi flussi lasciano al suolo, consistono in strati spessi da decine di metri presso il cono  fino a pochi centimetri nelle zone più distanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) </strong><strong>Il Somma-Vesuvio dell’epoca che altezza aveva e quanto questa influisce sulle distanze percorse dalle nubi ardenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I dati disponibili non consentono di ricostruire l’altezza del Somma Vesuvio prima dell’eruzione delle Pomici di Avellino, ma in base ad alcuni indizi ed in particolare al profilo topografico del cono, alcuni autori in passato hanno ipotizzato che avesse un altezza dell’ordine dei 1800 ­- 2000 metri. Tuttavia, queste ipotesi non possono essere confermate da verifiche oggettive. L’altezza di un vulcano può contribuire alla distanza di propagazione dei flussi piroclastici in quanto la sommità di un vulcano costituisce la quota minima di partenza del flusso diretto verso valle. Analogamente a quanto succede nel caso di rottura di dighe o frane, la propagazione di liquidi e detriti  raggiunge distanze tanto maggiori quanto più elevata è la quota di origine del fenomeno. Nel caso delle eruzioni vulcaniche esplosive, è comunque prevalente l’altezza di collasso della colonna eruttiva, che in genere è molto superiore a quella della bocca craterica, ed è appunto questo il fattore principale che condiziona la distanza di propagazione dei flussi al suolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) </strong><strong>La popolazione del villaggio scappò precipitosamente per paure ancestrali o reali dovute alla furia dell’eruzione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le evidenze che abbiamo rinvenuto nei vari scavi archeologici dimostrano che la fuga dai villaggi avvenne molto probabilmente poco dopo l’inizio dell’eruzione. Nel villaggio del Bronzo Antico di Nola, oggi totalmente distrutto per l’incuria, rilevai la presenza d’impronte umane, su un substrato fangoso, riempite dai primi livelli di pomice sottili che testimoniavano l’inizio della fase di fallout. E’ quindi probabile che nelle prime ore dell’eruzione, mentre si sviluppava l’enorme colonna stratosferica che oscurò totalmente il cielo tra boati e fulmini,  gli abitanti dei villaggi dovettero domandarsi  quale fosse la direzione di fuga più vantaggiosa per  attuare la loro evacuazione spontanea  già all’inizio della pioggia di cenere e lapilli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) </strong><strong>I resti umani o animali rinvenuti a Nola sono stati utili per capire le cause di morte, alla stregua di quanto è stato fatto per Pompei ? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’unica evidenza di resti umani, che è anche il primo ritrovamento di vittime di un’eruzione preistorica, sono i due scheletri che abbiamo rinvenuto a San Paolo Belsito nel 1995, alla base dello strato di lapilli dello spessore di circa 1 metro. Questi resti appartenevano a una donna di circa venti anni e a un uomo di oltre quarant’anni che, sfortunatamente, si trovarono proprio sull’asse di maggiore intensità della pioggia di cenere e lapilli,vedendosi così preclusa qualsiasi possibilità di fuga. Questa evidenza dovrebbe rappresentare un monito per le autorità responsabili della realizzazione del piano di emergenza, che nell’attuale versione rischia di esporre centinaia di migliaia di persone residenti nella “zona gialla” alla stessa sorte delle due sfortunate  vittime di S. Paolo Belsito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6) </strong><strong>I prodotti di quell’eruzione fino a dove sono stati ritrovati in termini di distanza dal Vesuvio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le ceneri della fase del fallout hanno raggiunto anche diverse centinaia di chilometri di distanza dal vulcano; così come rinvenimenti ancora di diversi millimetri sono stati segnalati in Puglia. Le ceneri deposte dalle nubi ardenti sono invece state ritrovate fino a 20 km dal vulcano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7) </strong><strong>Un’eruzione tipo Avellino oggi è statisticamente improbabile visto la quantità di anni che ci separa da quegli eventi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sfortunatamente tutte le ricerche condotte fino a oggi hanno dimostrato l’intrinseca imprevedibilità delle eruzioni vulcaniche, almeno per quanto riguarda il lungo termine. In sintesi, è stato dimostrato che, nel caso di vulcani simili al Vesuvio, non è possibile prevedere l’entità e il tipo di eruzione che potrà verificarsi in futuro, sulla base della durata del periodo di riposo. D’altra parte per sistemi estremamente complessi come quelli vulcanici, l’applicazione di procedure statistiche risulta enormemente più inaffidabile e certamente più rischiosa rispetto ad altri sistemi  che pure sono scarsamente prevedibili come ad esempio quelli economici.<br />
In base all’attuale livello di conoscenza, si può affermare che, nel caso di ripresa dell’attività al Vesuvio, la probabilità di un’eruzione di tipo pliniano possa raggiungere il 20 per cento.  Questo valore, seppure solo orientativo, è estremamente elevato in termini di pericolosità e mostra l’assoluta inadeguatezza dell’attuale piano di emergenza, basato invece su uno scenario molto inferiore. Questa gravissima carenza che ho denunciato in contesti scientifici ed  è stata oggetto di interrogazioni parlamentari, pone la popolazione dell’area vesuviana e napoletana in una permanente condizione di grave rischio. Purtroppo, benché tutte le ricerche fino ad oggi condotte confermano tale situazione, la Protezione Civile e la Commissione Grandi Rischi non sono state in grado aggiornare adeguatamente il Piano di emergenza, che, di fatto, era già inadeguato nella sua prima stesura risalente al 1995.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8) </strong><strong>Per la geologia e la vulcanologia quanto è importante il sito preistorico di Nola?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente il ritrovamento del villaggio preistorico di Nola è stato determinante per la comprensione della catastrofe vulcanica  e per la valutazione del rischio vulcanico che ci interessa. Personalmente ebbi l’opportunità di seguire la scoperta e lo scavo del sito e di acquisirne i dati necessari per lo la ricostruzione dei meccanismi eruttivi.  Dai primi giorni segnalai ai responsabili istituzionali    l’assoluta eccezionalità del ritrovamento che ne imponevano la preservazione integrale attraverso adeguati e prudenti interventi sul contesto bio-geoarcheologico locale. Purtroppo, una serie di circostanze, quali l’originaria destinazione dell’area alla costruzione di un supermercato, portarono gli archeologi alla decisione di scavare rapidamente per prelevare le suppellettili.<br />
In pochi mesi quello che era il villaggio preistorico meglio preservato al mondo, fu ridotto a semplici ammassi di terreno, relitti delle strutture delle capanne totalmente sventrate, e oggi frequentemente sommerse dalla falda acquifera e ridotti a cumuli di fango.<br />
A nulla valsero i miei interventi in articoli giornalistici e notiziari televisivi.<br />
Nel 2006, sulla prestigiosa testata scientifica PNAS (<a href="http://www.pnas.org/content/103/12/4366.full">http://www.pnas.org/content/103/12/4366.full</a>), in collaborazione con Lucia Pappalardo dell’Osservatorio Vesuviano, Pier Paolo Petrone del Museo di Antropologia  dell’Università di Napoli Federico II e Michael Sheridan dell’università di Buffalo (USA), pubblicammo uno studio dell’eruzione delle Pomici di Avellino, basato sui vari siti archeologici rinvenuti, e inesorabilmente abbandonati alla distruzione. La nostra ricerca dimostrava, tra l’altro, la totale inadeguatezza del piano di emergenza e pose sotto i riflettori le carenze nell’operato della Protezione Civile e della Commissione grandi rischi.<br />
Un anno dopo, a settembre del 2007, veniva pubblicato un dossier sulla testata National Geographic Magazine<br />
(<a href="http://www.nationalgeographic.it/italia/2007/09/30/news/vesuvio-17517/">http://www.nationalgeographic.it/italia/2007/09/30/news/vesuvio-17517/</a>)<br />
che in milioni di copie, in decine di lingue raccontava il disastro vulcanico, nonché le gravissime carenze di gestione dei siti da parte delle Soprintendenze Archeologiche e la sottovalutazione del rischio da Parte della Protezione Civile.<br />
La persistente sommersione sotto metri d’acqua di falda dei pochi resti del villaggio e la frana di una delle pareti dello scavo, verificatasi lo scorso mese di dicembre, hanno richiamato l’attenzione su un disastro archeologico che avevo già denunciato alcuni anni fa.<br />
Ormai, quello che era il villaggio preistorico di Nola, recuperato e preservato integralmente da una disastrosa eruzione del Vesuvio, è ridotto a una piscina torbida con un fondo fangoso sul quale si elevano piccoli cumuli di terreno in via di totale disfacimento. (<a href="http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2011/01/14/foto/sott_acqua_la_pompei_della_preistoria-169197/1/">http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2011/01/14/foto/sott_acqua_la_pompei_della_preistoria-169197/1/</a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8669" title="mappa" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/mappa.jpg" alt="" width="306" height="268" />In Figura : Simulazione al computer dello scorrimento di una nube piroclastica  simile a quella dell’eruzione di Avellino sull’attuale morfologia del Vesuvio. La scala di colori indica la forza di impatto della nube (sovrappressione dinamica) espressa in kPa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cil-villaggio-preistorico-di-nola-e-l%e2%80%99eruzione-del-vesuvio-di-3800-anni-fa-intervista-al-professore-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Is the Merapi like Vesuvius? Interview with Professor Giuseppe Mastrolorenzo” by MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cis-the-merapi-like-vesuvius-interview-with-professor-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-by-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cis-the-merapi-like-vesuvius-interview-with-professor-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-by-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 21:40:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[asiatic pompeii]]></category>
		<category><![CDATA[commission for great risk]]></category>
		<category><![CDATA[eruption of merapi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[Mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[merapi]]></category>
		<category><![CDATA[merapi monitored]]></category>
		<category><![CDATA[merapi plinian]]></category>
		<category><![CDATA[merapi sub plinian]]></category>
		<category><![CDATA[pyroclastic surge]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvius]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvius emergency plane]]></category>
		<category><![CDATA[yellowstone caldera]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=8524</guid>
		<description><![CDATA[On the world scene of the most dangerous volcanoes,  meaning those near inhabited areas, the Indonesian volcano Merapi is one of the most formidable.  On October 26 2010 it exerted its force in the form of eruptions and the formation of burning clouds highly dangerous to the inhabitants.  Unfortunately, there have been up until now about three hundred deaths and ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8168" class="wp-caption alignleft" style="width: 688px"><img class="size-full wp-image-8168" title="Mount Merapi, Indonesia" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/Mount_Merapi.jpg" alt="" width="678" height="509" /><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/digitalglobe-imagery/5179051887/</p></div>
<p style="text-align: justify;">On the world scene of the most dangerous volcanoes,  meaning those near inhabited areas, the Indonesian volcano <strong>Merapi </strong>is one of the most formidable.  On October 26 2010 it exerted its force in the form of eruptions and the formation of burning clouds highly dangerous to the inhabitants.  Unfortunately, there have been up until now about three hundred deaths and two hundred thousand people left homeless.<br />
Merapi, whose name means mountain of fire, produces plinian and  sub-plinian eruptive phenomena.  This characteristic leads us to compare it to the historic activity of the Neapolitan Vesuvius.  Both volcanoes have caused vast numbers of deaths, in the case of Merapi as a result of the population not following the evacuation order.  Rescuers found themselves face to face with scenes in many ways similar to those to which the plaster casts of Pompeii so dramatically bear witness following the famous and terrible plinian eruption of the Vesuvius in 79 AD.  From this point of view Merapi seems like an Asiatic Pompeii; many inhabitants were surprised in their sleep by the burning clouds and victims were even found in the village of Argomulyo, eleven miles from the volcano.<br />
To understand the similarities better, we asked Professor <strong><em>Giuseppe Mastrolorenzo</em> </strong>for his scientific contribution.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>a) </strong><strong>How would you describe the eruption of Merapi that began on October 26 2010?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">It was a mixed type, effusive explosive-eruption characterised in the initial phases by the formation of a lava dome followed by an eruptive column of gas and ashes of a relatively modest height of between about half a mile and four and a half miles.  A sequence of pyroclastic surges and flows was propagated on the flanks of the volcano reaching very high temperatures and speeds.  This eruption typology is recurrent in the Merapi and other volcanoes fed by highly viscous <strong><em>dacitic </em></strong>magma where effusive activity (lava flows and domes) alternate with devastating clouds of gas and ash that are propagated radially in respect to the crater.  An analogous eruption took place in 1902 with the <strong>Montagna Pelee </strong>on the island of Martique in the French Antilles, causing the total destruction of the city of Saint Pierre and the death off its 30,000 inhabitants.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>b) </strong><strong>Professor Mastrolorenzo, what geological affinites are there between the Merapi and the Vesuvius?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">The Vesuvius and the Merapi are both strato-volcanoes formed of a thick succession of lava flows and pyroclastic deposits of ash and lapilli caused by the alternation in the course of thousands of explosive, effusive and mixed eruptions.  These two volcanoes differ, however, in the composition of their magma: <strong>phonolitic </strong>and <strong>tephritic </strong>in the Vesuvius and <strong>rhyolitic </strong>and<strong> dacite</strong> in the Merapi.  This last type, characterised by greater viscosity than the Vesuvian magmas, in some cases results in the formation of viscous lava flows that gently move to form lavic domes, while in other cases are highly explosive which is dangerous in the presence of even small quatities of magma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>c) </strong><strong>Is the Merapi monitored in the same way as the Vesuvius?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">The Merapi has a network that monitors seismic activity, ground deformation and magnetic anomalies that altogether make it possible to follow the precursory events of an eruption.<br />
It should be emphasised, however, that the monitoring systems on the Merapi, as on the Vesuvius and other active volcanoes in the world, detect changes deep in the magmatic system but cannot give any information about the duration of the precursors nor about the type and size of the eruption.  Therefore, in terms of mitigating risk, for a monitoring system to be useful it always needs to be supported by an adequate emergency plan.  Obviously, it is also necessary, as soon as precursory events have taken place,  for the competent authorities to rapidly decide  on what course of action to take, and to evaluate the necessity or not of evacuating an area at risk previously defined according to scientific analysis.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> d) Should the deaths recorded in this eruption be blamed on an undervaluation of the danger of the pyroclastic flows and surges?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">There is no doubt that the undervaluation of the risks associated with the generation and movement of the pyroclastic clouds is amongst the basic factors that caused the disaster.  Infact, although in the early days of the eruption evacuation had been predisposed, the area considered to be at risk was limited to about six miles from the eruptive centre, a decidedly optimistic evaluation of the potentially maximum limit of the propagation of the pyroclastic clouds.  This decision was fatal for many, as the  high temperature <strong>pyroclastic surge </strong>caused victims in a radius even beyond ten and a half miles from the volcano.  This initial underevaluation made it necessary to carry out a desperate operation to modify the evacuation plan while the eruption was already taking place.<br />
On this subject, I have been drawing attention for years in scientfic research carried out with other colleagues as well as in conferences and interviews given to the national and international mass media to the paradoxical dangerousness of the present <strong>Vesuvius emergency plan. </strong>I have underlined, infact, how the sub-plinian scenario adopted by the <strong>Civil Protection </strong>on the recommendation of the <strong>Commission for Great Risks </strong>is utterly inadequate in the event of a plinian eruption.<strong> </strong>Research carried out both by my own group and by others has shown the strong likelihood of a plinian eruption with its extreme dangerousness and would put at risk atleast three million people who live in a radius of about twelve miles from the volcano.  The present emergency plan provides for the preventive evacuation of only 600,000 people including those who live in the red zone less than 6 miles from the volcano.<br />
It is obvious that the present situation of the Vesuvius is very similar to what was tragically experienced in the recent eruption of the Merapi.  Given, as revealed in parliamentary questioning, that the risk management system is incapable of providing an adequate emergency plan in the light of scientific evidence, it is essential that a revision of the entire risk management system for the Vesuvius area be carried out immediately.<br />
A few months before the eruption of the Merapi, my research group published the results of a study of the eruption of Pompeii in 79AD and of the victims caused by it. We showed that the exposure to high temperatures and not suffocation, as had been previously erroneously, was the main cause of death in the Pompeiian population.  Studying the Merapi victims from the photographic material available, it can be seen that their postures are identical to those of the Pompeii plaster casts, so much so as to make us consider the Merapi disaster to be a new Pompeii.<br />
In October 2010, when the eruption of the Merapi had already begun, the <em>Journal of Geophysical Research</em> published a paper written by me together with the volcanologist <strong>Lucia Pappalardo</strong> of the <strong>Ossevatorio Vesuviano</strong>, on all the possible eruptive scenarios of the Somma Vesuvius.  We set forth the results of the most advanced numerological simulations applied to volcanology, calling world attention to researchers and the authorities of the necessity of adopting the worse case scenario as the basis for an emergency plan which would be the only way to guarantee the survival of the population at risk in the event of an explosive volcanic event.  We also showed how any other optimistic choice constitutes not only a limit to the efficacity of a preventive protective intervention but also a further cause of risk since it creates an unfounded perception of safety to the community.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>d) </strong><strong>How soon did the Indonesian authorities order the evacuation of the population living around the volcano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In the case of the eruption of the Merapi, the first clear precursory phenomena occurred September 1, but the commencement of the eruption was observed, although in a limited way, on September 12.  The evacuation order was given on September 25, more than 40 days after the effective beginning of the eruption and only a day before the beginning of the most intensive explosive phase.  Such a long wait before giving the evacuation order did not cause a disaster on the Merapi only by good luck….whereas such a hazardous decision in the case of the eruption of the Vesuvius would result in a catastrophe since it would obviously be impossible to evacuate millions of inhabitants in the area at risk in a very short period of time.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>e) </strong><strong>The Merapi like the Vesuvius is on a short list of highly dangerous volcanoes. But what is the most dangerous volcano in the world?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Unfortunately, as I have already underlined in other circumstances, our volcanoes, the Vesuvius and the Phlegraean Fields compete for the title of most dangerous volcano in the world.  This is obviously in relation to normal volcanic activity and the effects on the territory on a regional scale (millions of lives at risk).  In relation to possible planetary catastrophes, events which are little talked about as they take place only every hundreds of thousands of years, without doubt the most dangerous volcano in the world is the <strong>Yellowstone </strong>caldera in the United States which 600,000 years ago erupted well over a hundred thousand cubic miles of magma in a few days with serious consequences for the climate on a global scale.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-8166" title="1" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/12.jpg" alt="" width="234" height="147" />The figure on the left shows a diagram of the deep structure of the Somma-Vesuvius.<br />
The results of a recent study (Lucia Pappalardo and Giuseppe Mastrolorenzo, Earth and Planetary Science  Letters  296 2010, 133-143),<br />
indicating the presence at a depth of 6 miles of an extensive phonolitic magma chamber (full of silica and gas) ready to feed any typology eruption not excluding a plinian eruption..</p>
<p style="text-align: justify;">
<img class="alignright size-full wp-image-8167" title="2" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/21.jpg" alt="" width="250" height="188" /> The figure on the right is the image of an electron microscope scan of  bone from a victim of the eruption of Pompeii in 79AD.   The micro fractures are caused by the heat from the pyroclastic surge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>(The editors of Hyde Park would like to thank Professor Giuseppe Mastrolorenzo, as always, for kindly giving us his time to clarify scientific questions.) </em></strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Translation: by Lisa Norall</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cis-the-merapi-like-vesuvius-interview-with-professor-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-by-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>“Merapi come il Vesuvio? Intervista al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo” di MalKo</title>
		<link>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cmerapi-come-il-vesuvio-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/</link>
		<comments>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cmerapi-come-il-vesuvio-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 02 Jan 2011 19:42:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rischio Vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[commissione grandi rischi]]></category>
		<category><![CDATA[eruzione pliniana]]></category>
		<category><![CDATA[eruzione subpliniana]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia Pappalardo]]></category>
		<category><![CDATA[malko]]></category>
		<category><![CDATA[Mastrolorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[merapi]]></category>
		<category><![CDATA[nube ardente]]></category>
		<category><![CDATA[osservatorio vesuviano]]></category>
		<category><![CDATA[piano emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[Protezione Civile]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>
		<category><![CDATA[yellowstone]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistahydepark.org/?p=8165</guid>
		<description><![CDATA[Nel panorama mondiale dei vulcani più pericolosi, intendendo con questo soprattutto quelli a ridosso di abitati, il vulcano indonesiano Merapi occupa un posto di tutto rispetto. Il 26 ottobre 2010 dall’isola di Giava ha fatto sentire la sua potenza sotto forma di eruzione e sviluppo di nubi ardenti pericolosissime per le popolazioni residenti. A oggi, purtroppo, si contano circa trecento ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-large wp-image-7836" title="mastrolorenzo" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/mastrolorenzo1-448x494.jpg" alt="" width="242" height="266" />Nel panorama mondiale dei vulcani più pericolosi, intendendo con questo soprattutto quelli a ridosso di abitati, il vulcano indonesiano <strong>Merapi</strong> occupa un posto di tutto rispetto. Il 26 ottobre 2010 dall’isola di Giava ha fatto sentire la sua potenza sotto forma di eruzione e sviluppo di nubi ardenti pericolosissime per le popolazioni residenti. A oggi, purtroppo, si contano circa trecento morti e 200 mila sfollati.<br />
L’attività eruttiva del Merapi, il cui nome significa montagna di fuoco, presenta fenomeni eruttivi di tipo pliniano e sub pliniano. Sarà proprio questa caratteristica a riportarci come accostamento all’attività passata del Vesuvio, e ad allargare il campo delle similitudini con l’arcinoto vulcano partenopeo, anche sulla scorta dei decessi avvenuti tra la popolazione che non ha seguito l’ordine di evacuazione lanciato dalle autorità locali. I soccorritori, infatti, si sono trovati di fronte a scene per molti versi affini a quelle che i calchi di gesso di Pompei ci rimandano drammaticamente e come testimonianza della famosa e terribile eruzione pliniana del Vesuvio nel 79 d.C.  In questa che sembra una Pompei asiatica, diversi  abitanti sono stati sorpresi nel sonno dalle nubi ardenti e si registrano vittime anche nel villaggio di Argomulyo, a diciotto chilometri di distanza dal vulcano.<br />
Per capire bene queste similitudini, chiediamo come sempre al gentilissimo Professor <strong><em>Giuseppe Mastrolorenzo</em> </strong>un contributo scientifico.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b31347;"><strong>a) </strong><strong>L’eruzione del Merapi iniziata il 26 ottobre 2010 a quale tipologia eruttiva deve ascriversi?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">E’ un’eruzione di tipo misto, effusivo-esplosivo, caratterizzata nella fase iniziale dallo sviluppo di un duomo lavico seguito dalla generazione di colonne eruttive di gas e cenere di altezza relativamente modesta, compresa tra 1 e 7 km, e dalla generazione di sequenze di nubi ardenti (<em>pyroclastic surge and flow</em>), che si sono propagate sulle pendici del vulcano ad elevata velocità e  temperatura. Questa tipologia di eruzioni è ricorrente al Merapi e in altri vulcani alimentati da magmi di composizione <strong><em>dacitica</em></strong> ad alta viscosità, nei quali l’attività effusiva (colate laviche e duomi) si alterna a devastanti nubi di gas e cenere, che si propagano radialmente rispetto al cratere. Un’eruzione analoga si verificò nel 1902 al vulcano <strong>Montagna Pelee</strong>, nell’isola della Martinica, nelle Antille francesi, e provocò la distruzione totale della città di Saint Pierre con la morte dei suoi 30000 abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b31347;"><strong><em>b) </em></strong><strong><em>Professor Mastrolorenzo, quali affinità geologiche tra il Merapi e il Vesuvio?</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il Vesuvio e il Merapi sono entrambi strato-vulcani formati da una spessa successione di colate laviche e depositi piroclastici di cenere e lapilli, dovuti all’alternanza nel corso dei millenni di eruzioni esplosive, effusive e miste. Questi due vulcani differiscono invece nella composizione del magma: da <strong>fonolitica</strong> a <strong>tefritica</strong> quella del Vesuvio, da <strong>riolitica</strong> a <strong>dacitica</strong> quella del Merapi.  Quest’ultimo tipo, caratterizzato da una maggiore viscosità rispetto ai magmi vesuviani, in alcuni casi può portare alla formazione di colate laviche viscose che fluiscono lentamente formando una cupola lavica, mentre in altri casi può innescare un’elevata esplosività e, quindi, pericolosità, anche in presenza di modeste quantità di magma.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b31347;"><strong><em>c) </em></strong><strong><em>Il Merapi è vigilato e monitorato alla stregua del nostro Vesuvio?</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Al Merapi esiste una rete di monitoraggio dell’attività sismica, delle deformazioni del suolo e delle anomalie magnetiche che, nel complesso, consente di seguire gli eventi precursori di un’eruzione.<br />
Bisogna comunque ribadire che i sistemi di monitoraggio al Merapi, come al Vesuvio e in altri vulcani attivi a livello mondiale, consentono di rilevare l’esistenza di modificazioni in profondità nel sistema magmatico, ma non possono fornire alcuna informazione sulla durata dei precursori e sul tipo e sull’entità dell’eruzione. Pertanto, in termini di mitigazione del rischio, affinché un sistema di monitoraggio risulti utile è necessario che esso sia sempre supportato da un adeguato piano di emergenza. Ovviamente è anche necessario che già dal primo manifestarsi dei fenomeni precursori le autorità competenti assumano rapidamente una decisione sul da farsi, valutando subito la necessità o meno di evacuare l’area a rischio<span style="text-decoration: line-through;"> </span>definita preventivamente a cura dell’autorità scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b31347;"><strong>d) </strong><strong>Le morti registrate in questa eruzione sono da addebitarsi a una sottovalutazione della pericolosità delle nubi ardenti?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente tra i fattori alla base del disastro deve essere considerata la sottovalutazione del rischio associato alla generazione e al passaggio di nubi piroclastiche. Infatti, benché nei primi giorni dell’eruzione fosse stata predisposta un’evacuazione, l’area considerata a rischio era stata limitata a circa 10 km dal centro eruttivo. Una valutazione decisamente ottimistica su quello che sarebbe stato il limite massimo di propagazione delle nubi ardenti. Tale decisione si è rilevata invece fatale per molti, perché durante le fasi più intense dell’evento, i <strong><em>pyroclastic surge</em></strong> ad alta temperatura hanno causato vittime entro un raggio anche superiore a 17 km dal vulcano. Questa sottovalutazione iniziale ha reso necessaria una disperata operazione di modifica del piano di evacuazione a eruzione in corso.<br />
A tale proposito, da molti anni in numerose ricerche scientifiche condotte in collaborazione con altri colleghi, nonché in convegni e interviste rilasciate a mass-media nazionali e internazionali, ho richiamato l’attenzione sulla paradossale pericolosità dell’attuale <strong>piano di emergenza Vesuvio</strong>. Ho evidenziato, infatti, come lo scenario sub-pliniano, attualmente adottato dalla <strong>Protezione Civile</strong> su indicazione della <strong>Commissione Grandi Rischi</strong>, sia totalmente inadeguato in caso di un evento pliniano comunque possibile al Vesuvio. Infatti, ricerche condotte dal mio gruppo e da altri, hanno dimostrato l’elevata probabilità di un evento pliniano e la sua estrema pericolosità. Un’eventualità che metterebbe a rischio almeno 3 milioni di persone che vivono entro un raggio di circa 20 km dal vulcano. Nell’attuale piano di emergenza è prevista invece, l’evacuazione preventiva dei soli 600.000 abitanti compresi nella zona rossa limitata in questo caso ad un raggio inferiore ai 10 km dal vulcano.<br />
Appare evidente come l’attuale situazione al Vesuvio sia del tutto simile a quella che si è purtroppo drammaticamente sperimentata nella recente eruzione del Merapi. È opportuno quindi, un’immediata revisione dell’organizzazione dell’intero sistema di gestione del rischio vulcanico nell’area vesuviana che, come denunciato in alcune interrogazioni parlamentari, non è stato in grado di porre in atto l’indispensabile adeguamento del piano di emergenza a fronte delle evidenze scientifiche.<br />
Proprio pochi mesi prima dell’eruzione del Merapi, con il mio gruppo di ricerca avevamo pubblicato i risultati di uno studio sull’eruzione di Pompei del 79 DC e sulle vittime che l’evento causò. Dimostrammo che l’esposizione all’alta temperatura e non il soffocamento, come erroneamente ritenuto in precedenza, fu la causa principale di morte dei pompeiani. Studiando le vittime del Merapi, dal materiale fotografico disponibile, è risultato evidente come le loro posture siano del tutto simili a quelle impresse nei calchi di Pompei, tanto da farci ritenere il disastro del Merapi una nuova Pompei.<br />
Nel mese di ottobre 2010, quando ha avuto inizio l’eruzione del Merapi, la testata scientifica <em>Journal of Geophysical Research</em> ha pubblicato un lavoro mio e della vulcanologa <strong>Lucia Pappalardo</strong> dell’<strong>Ossevatorio Vesuviano</strong>, su tutti gli scenari eruttivi possibili al Somma Vesuvio. Nel merito esponemmo i risultati delle più avanzate simulazioni numeriche su base vulcanologica, richiamando l’attenzione mondiale dei ricercatori e delle autorità, sulla necessità dell’adozione dello scenario massimo atteso per la stesura dei piani d’emergenza, come unica possibilità di garantire la sopravvivenza della popolazione a rischio in caso di evento vulcanico esplosivo. Abbiamo dimostrato, infatti, come qualsiasi altra scelta ottimistica, costituisca non solo una limitazione all’efficacia dell’intervento preventivo di tutela ma anche una causa ulteriore di rischio per la infondata percezione  di sicurezza che trasmette alla collettività.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b31347;"><strong>e) </strong><strong>Quanto tempo prima le autorità indonesiane hanno diramato l’ordine di evacuazione della popolazione residente intorno al vulcano?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso dell’eruzione del Merapi, i primi chiari fenomeni precursori si verificarono ai primi di settembre, mentre l’inizio dell’evento eruttivo anche se di entità molto limitata, fu segnalato il 12 settembre. L’ordine di evacuazione fu dato invece il 25 ottobre, oltre 40 giorni dopo l’inizio effettivo dell’eruzione e solo un giorno prima dell’inizio della fase esplosiva più intensa.  Un’attesa cosi lunga per l’ordine di evacuazione non ha causato un disastro al Merapi solo per una circostanza fortunata… una decisione cosi azzardata in caso di eruzione al Vesuvio ,determinerebbe una catastrofe, poiché sarebbe ovviamente impossibile evacuare i milioni di abitanti dell’area a rischio in un brevissimo periodo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #b31347;"><strong>f) </strong><strong>Il Merapi come il Vesuvio rientra in un elenco ristretto per quanto riguarda la pericolosità vulcanica. Ma il vulcano più pericoloso del mondo qual’è?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, come ho già evidenziato in altre circostanze, sono proprio i nostri vulcani <strong>Vesuvio</strong> e <strong>Campi Flegrei</strong> a contendersi il titolo di vulcano più pericoloso al mondo. Questo ovviamente per quanto riguarda la normale attività vulcanica e gli effetti sul territorio a scala regionale (milioni di vite umane esposte). Per quanto riguarda le possibili catastrofi planetarie, eventi di cui si parla poco poiché trattasi di fenomeni con periodi di ritorno dell’ordine di centinaia di migliaia di anni, sicuramente fra i vulcani più pericolosi al mondo deve essere segnalata la caldera dello <strong>Yellowstone</strong>, nello stato del Wyoming (Stati Uniti), che 600000 anni fa ha prodotto una eruzione di migliaia di km<sup>3</sup> di magma in pochi giorni, con gravi conseguenze sul clima a scala globale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8166" title="1" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/12.jpg" alt="" width="234" height="147" />La figura a sinistra mostra uno schema della struttura profonda del Somma-Vesuvio.<br />
I risultati di uno studio recente (Lucia Pappalardo and Giuseppe Mastrolorenzo, Earth and Planetary Science  Letters  296 2010, 133-143),<br />
indicano la presenza a circa 8 km di profondità di una estesa camera magmatica fonolitica (ricca di silice e gas), pronta ad alimentare una eventuale eruzione di qualsiasi tipologia eruttiva, non esclusa quella pliniana.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8167" title="2" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/21.jpg" alt="" width="250" height="188" />La figura a destra invece, mostra  l’immagine al microscopio elettronico a scansione di un campione di ossa di vittima dell’eruzione di Pompei del 79 D.C..<br />
In primo piano sono visibili le microfratture prodotte sulle ossa dal calore della nube ardente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>(Al Professore Giuseppe Mastrolorenzo vadano i ringraziamenti della redazione di Hyde ParK, per la chiarezza e la disponibilità che sempre ci assicura nel campo della divulgazione scientifica.) </em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%e2%80%9cmerapi-come-il-vesuvio-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo%e2%80%9d-di-malko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

