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	<title>Hyde Park &#187; RACCONTI</title>
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	<description>La prima rivista scritta dai lettori!!!</description>
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		<title>&#8220;Un mondo nuovo&#8221; di Davide Zanardi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 15:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
All&#8217;inizio le sembrò di scivolare&#8230;era come se qualcosa la stesse chiamando.
Sentì il suo corpo e le sembrò che non fosse una cosa sua.
In quel momento era solo un nucleo fievole di coscienza appena accennata.
Cominciò ad avere una sensazione che non era fisica ne mentale.
Le sembrò di ricordare che avrebbe dovuto avere un corpo, una forma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/mondo1.jpg" alt="" title="mondo" width="575" height="383" class="alignleft size-full wp-image-5351" /></p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inizio le sembrò di scivolare&#8230;era come se qualcosa la stesse chiamando.<br />
Sentì il suo corpo e le sembrò che non fosse una cosa sua.<br />
In quel momento era solo un nucleo fievole di coscienza appena accennata.<br />
Cominciò ad avere una sensazione che non era fisica ne mentale.<br />
Le sembrò di ricordare che avrebbe dovuto avere un corpo, una forma fisica adagiata in qualche luogo indefinito, in un posto che non conosceva e del quale non aveva consapevolezza.<br />
Qualcosa si agitò in un angolo di quella  cosa che piano piano stava prendendo forma e che doveva essere, o almeno così le parve, la sua mente.<br />
Sentì uno spasmo.<br />
Quasi un dolore.<br />
Quel nucleo di pensiero fece un balzo in avanti e si ingrandì&#8230;come se fosse stato un fiore che, dopo millenni di oscurità, avesse visto un piccola luce e fosse balzato verso di essa per aggrapparvisi&#8230;<br />
Ad un tratto arrivò la consapevolezza di essere appoggiata su qualcosa di rigido e polveroso, ma la sensazione assomigliava più ad un ricordo che a qualcosa di fisico.<br />
La sua mente ebbe un altro strappo e immediatamente comprese di esistere come un corpo fisico con una forma precisa.<br />
Capì di essere in possesso di arti, testa, organi&#8230;anche se per ora queste parole non avevano alcun senso per lei.<br />
Così rimase per un po&#8217;, ad esplorare queste sensazioni ed a fare una specie di mappa di ciò che le sembrava di essere fisicamente.<br />
Mentre una parte primitiva della sua mente cominciava a ricordare delle sensazioni che chiamava freddo, caldo, umido, buio, luce, un lampo esplose nella sua coscienza e si rese conto di avere un&#8217;urgenza molto pressante, quasi vitale, anche se non riusciva a ricordare cosa fosse.<br />
Si rese conto di poter muovere alcune parti del suo corpo.<br />
Era ancora cieca, ma capì che era stesa supina a terra.<br />
Sentiva i suoi arti affondare leggermente nel terreno morbido se provava ad esercitare un po&#8217; di pressione.<br />
Ad un tratto una frase le si presentò alla mente.<br />
Sul momento non capì cosa significasse, poi il senso di urgenza ritornò ed iniziò ad aumentare in modo esponenziale.<br />
Questo le causò un senso di ansia indicibile senza che ancora capisse a cosa fosse dovuto.<br />
Poi quella frase che aveva sentito cominciò ad avere un senso.<br />
I miei figli&#8230;ed ebbe un sussulto, quasi doloroso.<br />
Un attimo di buio e senti il suo pensiero ripeterle: I MIEI FIGLI !<br />
Sentì immediatamente che il suo corpo avevo ripreso a funzionare al massimo, anche se non riusciva ancora a controllarlo.<br />
La prima cosa fisica che percepì fu una fame tremenda, come se non avesse più mangiato da chissà quanto tempo.<br />
Aprì lentamente gli occhi, ormai conscia di chi fosse e di cosa dovesse fare.<br />
Non vedeva nulla.<br />
Tutto era buio.<br />
Ma era certa di avere gli occhi aperti.<br />
Semplicemente non c&#8217;era luce.<br />
In lontananza vide una debole luminescenza.<br />
Si avviò lentamente verso di essa&#8230;uscì all&#8217;aperto e guardò il mondo in cui era arrivata.<br />
Un mondo nuovo, ricordò, che lei aveva raggiunto per colonizzarlo.<br />
Ora tutto era chiaro.<br />
Il suo era stato un lungo letargo.<br />
Raggiunse la sala buia dove si era svegliata, fini di mangiare ciò che restava del suo compagno e, con due delle sue sei zampe accarezzò il grappolo di uova che aveva attaccato con la saliva ad una parete della grotta e guardandolo con amorevoli occhi sfaccettati disse: figli miei, un mondo nuovo ci aspetta.<br />
E&#8217; ora di nascere&#8230;</p>
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		<title>“Contro ogni ragionevole dubbio – Parte 2″ di Carmine Bussone</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 14:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<category><![CDATA[RACCONTI]]></category>
		<category><![CDATA[Big Bang]]></category>
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		<description><![CDATA[
Marco fece scorrere la cosa senza alcun peso, individuò il file che Daria cercava. Stava per allegarlo alla posta quando squillò il telefono. Sul display lampeggiava il nome di Igor, uno dei responsabili dell&#8217;IT. Una delle poche persone lì dentro che metteva allegria a Marco.
“Brutto porco!” Rispose Marco.
“Cazzone, tutto ok?”
“Abbastanza, tu?”
“Senti quando hai finito di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5199" title="dubbio" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/dubbio.jpg" alt="" width="575" height="383" /></p>
<p style="text-align: justify;">Marco fece scorrere la cosa senza alcun peso, individuò il file che Daria cercava. Stava per allegarlo alla posta quando squillò il telefono. Sul display lampeggiava il nome di Igor, uno dei responsabili dell&#8217;IT. Una delle poche persone lì dentro che metteva allegria a Marco.</p>
<p style="text-align: justify;">“Brutto porco!” Rispose Marco.<br />
“Cazzone, tutto ok?”<br />
“Abbastanza, tu?”<br />
“Senti quando hai finito di vederti tutti gli aggiornamenti dei siti zozzi di stamattina potresti cambiarti il nome utente in <em>nome punto cognome punto matricola</em> e cambiarti anche la password mettendoci magari un carattere maiuscolo?”<br />
“Sicuro, ma come mai?”<br />
“No, niente abbiamo resettato un attimo il sistema e lo stiamo riallineando, però questo rompipalle ha bisogno dei nomi diversi.”<br />
“Ok, cinque minuti e faccio tutto.”<br />
“Grazie bello. Oh ma venerdì sera ci sei anche tu?”<br />
“E certo. Alle bevute non dico mai di no.”<br />
“Grande. A presto.”<br />
“Ciao.”</p>
<p style="text-align: justify;">Igor non doveva perdere molto tempo a spiegare le cose con lui, dato che l&#8217;informatica non gli era del tutto ostica ed era dotato di un intelletto almeno superiore a quello di una carpa. Al contrario dei suoi colleghi ai quali Igor e gli altri dell&#8217;IT preferivano andare a fare le cose di persona. In alcuni casi un cambio di una password poteva anche voler dire perdere un quarto d&#8217;ora.</p>
<p style="text-align: justify;">“Allora, scusami.” Si rivolse a Daria.<br />
“No, figurati.”<br />
“Questo è il file e questo è il tuo indirizzo di posta&#8230;fatto.”<br />
“Grazie mille!”<br />
“Prego.”</p>
<p style="text-align: justify;">La mattinata scorse veloce e si ritrovò a mensa. A Marco non dispiaceva per niente mangiare solo ma Daria, sebbene fosse in fila con altre colleghe si separò e si mise davanti a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">“Solo il pollo arrosto e le carote?”<br />
“E questa è la mia botta di vita. Di solito solo acqua e bresaola.”<br />
“Come mai?” &#8211; disse lei portandosi alla bocca gli gnocchi con la mozzarella.<br />
“Se mangio anche solo un pochino di più ingrasso troppo. E mi faccio già abbastanza schifo così.”<br />
“Non credevo fossi uno che si fa questi problemi.”<br />
“Non sono problemi, e&#8217; che quello che e&#8217; illogico mi fa incazzare. E se non si aggiusta da solo lo aggiusto io.”<br />
“Senti signor logico: stasera suonano dei miei amici in un pub giù vicino all&#8217;aeroporto. Ti va di venire?”</p>
<p style="text-align: justify;">A quella domanda davvero il cervello di Marco era uno di quegli enormi centralini tutti buchi e i fili che stava impazzendo. Una donna, che per di più gli piaceva l&#8217;aveva invitato fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">“Stasera?” &#8211; non ebbe la forza di far trapelare la minima emozione.<br />
“Sì.”<br />
“Ok, mandami in mail il tuo indirizzo e il cellulare che ti passo a prendere io.”<br />
“Consideralo fatto, mister logica.”</p>
<p style="text-align: justify;">Quel nomignolo non faceva per niente ridere ed era un insulto a qualunque sfottò inventato nei secoli dall&#8217;uomo, ma a Marco non importava. Quel pomeriggio passò con lui davanti allo schermo che si faceva sanguinare le meningi per pensare a cosa sarebbe successo quella sera. Tornò a casa e dopo una doccia velocissima si cambiò, scese di nuovo e non ebbe nemmeno il tempo materiale di pensare ad un eventuale assalitore nascosto dietro il pilastro del garage. Partì verso casa di Daria.<br />
Le fece uno squillo una decina di minuti prima di arrivare e quando fu sotto casa aspettò altri cinque minuti circa. Lei uscì dal portoncino indossando dei jeans e un paio di stivali con sopra una maglietta rosa e un giubbino glicine. Nel pub si scambiarono poche battute e qualche fatto personale e dopo poco il gruppo cominciò a suonare. Daria li aveva giusto salutati e a Marco risultava un po&#8217; esagerata la parola <em>amici</em>, ma non ci fece molto caso. Il modo in cui il jeans stringeva le ginocchia di Daria era meritevole di molta più attenzione. Il suono che usciva dall&#8217;impianto era qualcosa di abominevole: i singoli suonatori (<em>musicisti</em> era veramente troppo) parevano totalmente incuranti del suono e di qualunque concetto di intonazione. La voce gracchiava ed usciva con un eco irreale, le chitarre avevano un suono da amplificatore da duemila lire. Daria sembrava non fregarsene e si divertiva, mentre Marco guardava il gruppo lei si girava verso di lui:</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti piacciono?”<br />
“Ho sentito di meglio&#8230;”<br />
“Che stronzo che sei.” &#8211; e sorrise dando un sorso dal bicchiere da una pinta.<br />
“Sempre troppo gentile&#8230;”<br />
“Senti, domattina ho delle cose da chiederti, ci vediamo nel mio ufficio?”<br />
“Va bene, ma perché me lo dici ora?”<br />
“Ora mi e&#8217; venuto in mente, e non pensare sempre&#8230;metti in pausa la mente ogni tanto.”</p>
<p style="text-align: justify;">Le urla di alcune ragazze della claque salutarono la fine del pezzo degli incapaci mentre loro si godevano quel piccolo pezzo di Madison Square Garden a pochi chilometri dall&#8217;acquedotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornarono alla macchina e mentre si dividevano per entrare dai rispettivi sportelli, lei accelerò, si mise davanti a lui e lo baciò sulle labbra. Tilt, caos, supernova. Quello era troppo anche per Marco che alzò le braccia e le strinse gli avambracci. Non sapeva cosa fare, non ne aveva proprio la minima idea, tutti i cassetti della memoria erano miseramente vuoti. Lei si staccò dicendo “Mi piaci, <em>signor tutto é logico</em>. E non ci puoi fare niente. Adesso però&#8230;riaccompagnami a casa.” E mentre disse questo girava intorno alla macchina con Marco che tremava nel tirare la maniglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei risalì verso casa sua girandosi un&#8217;ultima volta e poi scomparendo nel portone. Marco schiacciò l&#8217;acceleratore e fuggì verso il suo garage. Stanotte non c&#8217;era tempo per nessun sicario. Passò la notte a girarsi e rigirarsi nel letto. Era stato scagliato in una dimensione che non era la sua, dove non c&#8217;era niente che lui conoscesse, dove c&#8217;erano cose che lui aveva solo immaginato. Rivide il super-8 della sua vita con tutte le femmine che non se lo filavano minimamente, con tutte le umiliazioni che aveva dovuto subire dai compagni. Lui che era sempre stato discreto come ora e non aveva mai dato fastidio ad una ragazza passava per il ragazzo-piattola che non si stacca più, anche solo per una telefonata o uno sguardo. Lui che aveva deciso di chiudere con il genere femminile ed era addirittura convinto di essere uno di quelli che era stato messo lì dall&#8217;evoluzione per far risaltare ancora di più quelli migliori di lui. Adesso stringeva il cuscino ripetendo a bassa voce “Fa che non sia quello che penso&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina dopo i due occhi scavati di Marco guardavano il monitor mentre l&#8217;odore di caffè amaro riempiva la stanza. Alle nove e mezza del lunedì successivo la sagoma di Daria ricomparve alla porta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi sono divertita giovedì.”<br />
“Anche io.”<br />
“Che faccia orrenda che hai oggi!”<br />
“Allora non mi preoccupo.”<br />
“Stupido. Senti, posso chiederti una cosa?”<br />
“Dimmi.”<br />
“Il mio lavoro sarebbe molto più facile se sapessi di cosa sto scrivendo le specifiche amministrative.”<br />
“Giusto, ma è un vero peccato che dei dati relativi agli accrediti e ai conti abbastanza corposi di una società non siano a disposizione di chiunque.”<br />
“Questo lo so, ma mi farebbe piacere&#8230;come dire&#8230;leggerli anche dal tuo computer. In fondo in mio possesso dopo non ci sarebbe nulla, giusto? Oppure potresti dirmeli tu.”<br />
“Fammici pensare.” &#8211; Lasciando intendere un no grande quanto un palazzo.<br />
“Ok.” Daria lasciò la stanza.<br />
<em>Fa che non sia quello che penso&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Due secondi dopo:</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma porca puttana!” Il grido si sentì dal fondo del corridoio e Marco si affacciò sull&#8217;ufficio di Armando.</p>
<p style="text-align: justify;">“Arma&#8217; che e&#8217; successo?”<br />
“Quei dati che avevo sono tutti corrotti! Sembra che si siano cambiate delle date all&#8217;interno e qualcosa non sta piacendo al programma per leggerli e al software della banca. Merda!”<br />
“Hai fatto qualcosa?”<br />
“Macché&#8217;&#8230;ieri l&#8217;ho portato con me come sempre, ma l&#8217;ho tenuto spento a casa. Non ho avuto il tempo di lavorarci. Puttana Eva, e adesso come la mettiamo nome con i movimenti?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non preoccuparti, faccio una telefonata a Igor e ripigliamo i dati delle copie di sicurezza. Male che va ci perdiamo un paio di giorni, non di più.”<br />
“Fai sta cazzo di telefonata e vedi un po&#8217;.”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Fa che non sia quello che penso&#8230;”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il cellulare aziendale squillava, Igor rispose.<br />
“Igor sono io. Potresti per piacere avviare la procedura di ripristino per i dati?”<br />
“Che avete combinato?”<br />
“Armando chissà che avrà fatto, non lo so, però quei dati ci servono. Quanto ci vuole?”<br />
“Eh voi avete la priorità su tutto, ma purtroppo qui è successo un impiccio.”<br />
“Che impiccio?”<br />
“Abbiamo avuto dei problemi con la protezione della rete, e adesso stiamo vedendo di che si tratta. Nulla che impedisca il lavoro, però ci sono troppe cose strane.”</p>
<p style="text-align: justify;">Marco chiuse gli occhi ed ebbe un brivido. I cavi del centralino forse adesso erano dritti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ok, Igor, avvia comunque la procedura e fammi sapere quando e&#8217; pronto.” &#8211; disse sempre con gli occhi chiusi.<br />
“Comandi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Prese un altro numero dalla rubrica del cellulare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Direttore salve, sono Marco&#8230;bene bene&#8230;ho bisogno di parlare con lei. Possibilmente con urgenza.”</p>
<p style="text-align: justify;">La sedia che prima era fredda adesso lo era forse ancora di più.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ed è stato da quello che ti sei accorto che io cercavo di rubare i vostri dati?”<br />
“Dal fatto che i file sul computer di Armando si fossero incasinati?”<br />
“Si&#8217;.”<br />
“No, non è stato per quello”<br />
“E da cosa?”<br />
“Da quando mi hai detto <em>Mi piaci..</em>.”<br />
“Senti se vuoi pigliarmi per il culo vattene ora prima che cerco di ammazzarti di botte e il carcere me lo faccio sul serio.”<br />
“Non sto scherzando.”<br />
“Ma che cazzo dici?”<br />
“Diciamo che quella e&#8217; stata la cosa che mi ha aiutato a comporre tutta la figura del puzzle: tu in realtà non sai un cazzo dei Rolling Stones e certe cose su di me le sapevi perché i tuoi amichetti da fuori erano entrati nel pc mio e in quello di Armando. Siete riusciti a vedere poche cose, ma potevano bastare per un po&#8217; di scena all&#8217;inizio. Igor davanti alla birra mi aveva parlato delle tentate violazioni che c&#8217;erano state alla nostra rete, ovviamente la cosa era stata fatta passare in silenzio per non allarmare quei pescivendoli dei nostri colleghi che lavorano anche loro in rete ma non avrebbero capito una mazza e avrebbero solo fatto guai. Poi la nostra serata e casualmente qualche giorno dopo un nuovo tentativo di intrusione e tu che mi chiedi quasi senza vergogna di vedere quei file.”<br />
“Non mi hai ancora spiegato la stronzata del <em>Mi piaci&#8230;</em>”<br />
“Daria, io ho trentacinque anni. Non ho mai avuto una donna in vita mia. Non so cosa significhi avere qualcuno di fianco, qualcuno che ti pensa, qualcuno che ti guarda. Tutte le donne che sono passate nella mia vita mi hanno visto come uno da evitare senza che ne&#8217; io ne&#8217; loro sapessimo il perché. Non ho mai dato fastidio a nessuna donna, anche a quelle a cui non riuscivo a smettere di pensare perché ero innamorato perso. Non sono un maniaco eppure dò fastidio come la più schifosa delle zecche. Questo è quello che le donne hanno sempre pensato di me, quella sensazione mista a terrore e schifo. Forse per questa faccia che ho, non lo so. So solo che ho rinunciato anche a sperare o sognare un giorno di innamorarmi. Non è facile, a volte sto davvero male. Ma poi passa.<br />
Tu sei la prima in trentacinque anni di esistenza che mi chiede di fare qualcosa insieme la sera. Quello di due settimane fa è stato il primo appuntamento della mia vita con una donna e come avrai indovinato, quello era il mio primo bacio. E dopo mi dici anche che ti piaccio. Tutto questo non poteva andare, capisci? Era un bagliore finito di riflesso nella mia vita.”<br />
“E quando hai pensato tutto questo&#8230;sei andato dal Direttore?”<br />
“Si&#8217;. Si è fidato subito di me e ha fatto partire le indagini.”<br />
“Non ci posso credere.”<br />
“Ah nemmeno io, ma non preoccuparti. La tua amica che sta al personale adesso è già ai domiciliari. Patteggerai qualcosa e fra un annetto e qualcosa sarai pulita. Mica stiamo in Texas.”<br />
“Lo dici come se ti dispiacesse, stronzo che non sei altro.”<br />
“Non sono io quello che fa i reati tentando di fregare le persone.”<br />
“E perché mi hai ringraziato?”<br />
“Vedi&#8230;la vita di una persona che è sola come lo sono io, come ti ho detto, non è facile. Ci sono quei piccoli momenti che io chiamo le <em>illusioni del dubbio.</em>”<br />
“Che?”<br />
“Si&#8217;, quei piccoli momenti in cui credi che forse ti eri sbagliato, che forse qualcosa può cambiare nella tua vita da essere solitario e inutile. Che forse puoi smettere di essere qualcuno che consuma solo ossigeno alla Terra e cominciare ad essere qualcuno che può vivere. Poi tutto passa, l&#8217;<em>illusione</em> scompare. Tu stai una merda come prima, però un sorriso ogni tanto ti scappa. E per qualche momento riesci a stare bene ricordando quelle piccole frazioni di tempo nel quale tutto era bello e illuminato. A me non succedeva da tanto, e quel tuo bacio è stata l&#8217;illusione più bella che abbia mai avuto finora.”</p>
<p style="text-align: justify;">Le guardie decretarono la fine dei colloqui e entrambi si alzarono. Lei lo guardò e chiese:</p>
<p style="text-align: justify;">“E adesso tutto è logico, vero?”<br />
“Forse sì, ma non lo voglio ancora sapere.”</p>
<p style="text-align: justify;">Daria tornò alle celle e Marco, riprendendo al contrario il tortuoso percorso fatto all&#8217;inizio, uscì attraversando il pesante portone. Erano quasi le otto e mezza. Pensò di non andare in ufficio e approfittarne per fare una passeggiata guardando il mare. Sorrise. Davvero. Per la prima volta.</p>
<p><em>Flash of gold in your ears, child<br />
Flash of gold in your eyes.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>FINE</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/metius/" target="_blank">Carmine  Bussone</a></em></p>
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		<title>“Ondadimare: Capitolo 5&#8243; di Legoista</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 15:46:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Settembre ti strappò via e ti portò lontano.
Qualcuno decise di spostare l’ufficio legale nella sede NORD.
Ricevesti l’ordine di trasferimento quella stessa mattina. Neanche il tempo di realizzare….
In piedi, appoggiato alla porta del tuo ufficio, io ti osservavo mentre raccoglievi le tue cose dentro una scatola di cartone. Il mio cuore era nel cesso…
Ero oppresso da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/ondadimare2.jpg" alt="" title="ondadimare" width="575" height="386" class="alignleft size-full wp-image-5165" /></p>
<p style="text-align: justify;">Settembre ti strappò via e ti portò lontano.<br />
Qualcuno decise di spostare l’ufficio legale nella sede NORD.<br />
Ricevesti l’ordine di trasferimento quella stessa mattina. Neanche il tempo di realizzare….<br />
In piedi, appoggiato alla porta del tuo ufficio, io ti osservavo mentre raccoglievi le tue cose dentro una scatola di cartone. Il mio cuore era nel cesso…<br />
Ero oppresso da un senso d’impotenza e privo di parole, e l’idea di non vederti più ogni giorno, ebbe lo stesso effetto della consapevolezza di un lutto…<br />
- … Vedi? Son tornata ieri sera dal mare… arrivo, e mi becco questa novità&#8230;! -<br />
- Appena l’ho saputo son corso qui… -<br />
- Cazzo! Mi ero abituata e poi… pensa, è così distante, quell’altro ufficio, che dovrò svegliarmi un’ora prima per arrivarci in tempo… -<br />
- Credo di non poter impedire questa cosa… -<br />
- Lo so… è così e basta… e pure con effetto immediato! –<br />
Eri veramente amareggiata e, il solco sottile di una ruga si accaniva sulla tua fronte…<br />
- Posso aiutarti..? –<br />
- Potresti portare questa scatola fino alla mia auto… non credo di farcela da sola… -<br />
Ci infilasti dentro ancora due o tre cose e poi ti aiutai a chiuderla col nastro adesivo.<br />
Era la prima volta che ti vedevo così risentita.<br />
- …Hai fatto buone vacanze..? – Ti chiesi, per allentare la tua tensione…<br />
- Sì, e fino a stamattina ero pure contenta… -<br />
- Stai molto bene… hai la pelle colorata d’ambra… e i tuoi capelli sono così biondi… e così arricciati… -<br />
- Mi stai prendendo in giro. Sembro una pazza… dovrei correre dal parrucchiere… -<br />
Mi avvicinai e con le mani strinsi le tue spalle…<br />
- E invece si bellissima… Dico sul serio, sei molto bella… Giulia… io, non voglio perderti…-<br />
Io non lo so in che modo te lo dissi, ma le tue gote s’infiammarono…</p>
<p>Non ci vedemmo per quasi tutta una settimana. Ogni tanto ti sentii al telefono ma, quella lontananza, rendeva ancora più esile il filo che ti legava a me e intanto, naufragavo in un oceano di dubbi e mi chiedevo quale diritto mi concedeva di volere invadere la tua vita.<br />
Io, cinquant’anni, moglie, due figli, e l’ombra di una noia e tu..? Tu poco più di trenta, mai stata madre e un matrimonio nuovo di due anni… che ero certo, ne avesse cento…<br />
Mi domandavo se fossi confuso dal desiderio, dalla tua bellezza oppure dalla tua giovane età, ma tu, che mi toglievi sonno e fame, non potevi essere tra i cuori di cui, fino allora, avevo abusato con l’animo leggero di un infedele perché, per la prima volta, sentivo pulsare il mio, in modo così disordinato da temere che qualcuno si accorgesse.<br />
Non riuscivo a sottrarmi a questa emozione ma essa, era avvelenata dalla consapevolezza dell’inganno… L’estremo bisogno di rivederti, mi coglieva impreparato e mi spaventava perché tu, non potevi che essere una scelta…<br />
Eri stata un risveglio e, da quel momento, riportai tutto in discussione.<br />
Sentii necessità di dovere riscattare una vita piatta e rassegnata, vissuta senza neanche avvertire stanchezza di viverla ogni giorno identico a quello prima poiché, precise e anestetiche inerzie ne avevano regolato il flusso ma adesso, mi sentivo accerchiato dalle mie bugie e, anche se mai avrei potuto averti, ciò non avrebbe frenato l’inizio di quel processo di presa coscienza.<br />
Quel pomeriggio, guidai fino al tuo ufficio e ti portai una rosa rossa.<br />
- …Avevo voglia di vederti… -<br />
- Sei qui per me..? –<br />
- Solo per te… -<br />
Accennasti un sorriso, mentre sistemavi la tua rosa sopra la scrivania.<br />
Forse un dubbio, governò un minuto di silenzio ma poi, una forza ti spinse…<br />
- …Enrico è partito questa mattina …un meeting di medici a Roma… Per questa sera, mio fratello e la sua ragazza, mi avevano proposto una pizza… -<br />
- Hai un fratello..? –<br />
- E’ cinque anni più giovane. Sta per laurearsi in architettura. –<br />
- …Bene, allora… se hai un impegno, magari… ci vediamo un’altra volta… &#8211; Avevo un mattone dentro al cuore.<br />
- …Dovevo ancora dargli una conferma… Potrei dire che avevo già programmato con un’amica… se ti va… -<br />
- Ne sei sicura? – Affondasti i tuoi occhi nei miei per un momento.<br />
- Sì, ne sono sicura. – E cominciasti a frugare nervosamente dentro la tua borsetta… &#8211; …Dove cavolo son finite le chiavi della macchina..? –<br />
Tirasti fuori un groviglio e sbrogliasti le chiavi da una collana di perline nere…<br />
- …Ti aspetto tra due ore. Sotto casa. Beh, non proprio sotto casa… Fammi uno squillo quando sei nei paraggi, meglio&#8230; Hai il mio numero? Aspetta, te lo scrivo…-</p>
<p>Quella sera eri straordinaria. Il vestito nero aderente, che esaltava il tuo corpo, e la cascata dei tuoi capelli biondi e impazziti, mi avevano stregato…<br />
Ti portai in un posto speciale, ricordi..?: si chiamava “SWING”… Era un piccolo locale, dove si beveva dell’ottimo vino e, a qualunque ora della notte, cucinavano gli spaghetti in cento salse diverse e poi, suono di pianoforte si mescolava alle luci soffuse ed era come starsene dentro al film “Casablanca”…</p>
<p>- Volevo che conoscessi questo posto… -<br />
- …Non ho parole… è fantastico..! -<br />
- Temevo il contrario… -<br />
- No, giuro, è proprio bello..! Ma come l’hai scovato..? –<br />
- Per caso. Una sera di pioggia che vagavo per la città… -<br />
- A volte mi stupisci… -<br />
- Meglio così, no..? –<br />
- Credo che tu… non mi abbia raccontato tutto di te… -<br />
- Non ho segreti… è che sono una specie di lupo solitario… Capita, che la sera me ne vada in giro per la città a risistemare i pensieri e così, una volta, son finito qua. Ogni tanto ci torno a bere un bicchiere di vino… -<br />
- E tua moglie …che torni a casa tardi? –<br />
- Non è sempre… -<br />
- T’inventi scuse? -<br />
- A volte. –<br />
- Perché..? –<br />
- Non lo so… Amo la solitudine, è un’esigenza, e succede spesso che ne senta il bisogno. Non condivido con nessuno questa cosa. -<br />
- Misterioso e solitario..! –<br />
- Non è poi così allegro… -<br />
- Però affascina… -<br />
- Sarà un effetto collaterale… Hai fame? –</p>
<p>…La macchina era in fondo alla strada. Camminando piano, sotto un magnifico cielo stellato, quella sera profumava di magia e mai, i rumori della città mi erano parsi così distanti, e tutto era sospeso in un’attesa…<br />
Camminammo ascoltando i nostri pensieri e poi… quando mi fermai un momento, e cercai la tua mano, spesi tutto il mio coraggio per affrontare il tuo sguardo, ma ugualmente mi avvicinai alle tue labbra e tu, che socchiudesti gli occhi in un’arresa, le abbandonasti a un bacio.</p>
<p>Io, ricordo ancora il sapore dolce di quel primo bacio, adesso che l’ho ritrovato nella mia memoria, e c’è una tenerezza, c’è una nostalgia, e c’è un rimpianto…<br />
Perché non si può tornare indietro a cambiare i destini..?</p>
<p>Guidai verso casa tua e non dicemmo una parola. Tu, girata verso il finestrino, seguivi uno scorrere di case, le mani strette tra i ginocchi e chissà dove navigava la tua mente. Io, nascosto dentro a un silenzio, e l’anima annegata in un secchio d’acqua sporca…<br />
Giunti sotto il tuo portone, ti chiesi scusa…<br />
- Sono stato uno stupido… So che non avrei dovuto&#8230; Ho agito d’impulso, perdonami… -<br />
- Io… voglio andare a casa. –<br />
Rimasi lì, con le mani strette sul volante, a guardarti aprire la portiera, cercare le tue chiavi e dopo un attimo sparire dentro il tuo palazzo. Non un saluto, né uno sguardo. Solo una fuga.</p>
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		<title>&#8220;Contro ogni ragionevole dubbio &#8211; Parte 1&#8243; di Carmine Bussone</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 07:45:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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Alzarsi alle quattro e un quarto del mattino non era una novità per Marco. Un viaggio o una partenza la mattina presto o quando gli venivano gli attacchi di colite e non riusciva più a riaddormentarsi. Ma alzarsi quando il sole è ancora là dietro per andare a fare la fila fuori al carcere per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5031" title="3607013460_ea582ffc83" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/3607013460_ea582ffc83.jpg" alt="" width="575" height="383" /></p>
<p style="text-align: justify;">Alzarsi alle quattro e un quarto del mattino non era una novità per Marco. Un viaggio o una partenza la mattina presto o quando gli venivano gli attacchi di colite e non riusciva più a riaddormentarsi. Ma alzarsi quando il sole è ancora là dietro per andare a fare la fila fuori al carcere per un colloquio no, quello mai. Le quattro e un quarto non sarebbero state più così insignificanti. Riuscì a parcheggiare vicino all&#8217;ingresso, che dava sul mare, a pochi passi da una rotatoria che, essendo ancora vergine del traffico e con quella luce, poteva essere anche una bella piazzetta storica. Non c&#8217;era molta gente vicino al portone blindato e le attese di trovare chissà quale fauna umana all&#8217;esterno di un carcere vennero smentite. C&#8217;era una signora bionda con una tuta chiara che teneva a bada due bambine che si contendevano un pezzo di passeggino, due anziane e un signore in visibile sovrappeso coi capelli unti e ricci che fumava. Marco si accostò ad un paletto e, sperando che il panzone non gli desse a parlare per solidarietà maschile, vi si appoggiò per aspettare che si facessero le sei e mezza. Entrò e superò tutti i controlli: documenti, modulo per la richiesta del colloquio e il suo casellario giudiziario. Per tutto il tempo Marco era convinto che il poliziotto che faceva i controlli avesse fatto qualche pensiero strano su di lui, che al contrario degli altri era vestito decentemente. Ma adesso che ci pensava, la faccia da quasi bambolotto che aveva e che nemmeno i suoi trentaquattro anni erano stati capaci di eliminare, aveva sempre lasciato pochi dubbi sulle sue intenzioni. Voleva una faccia cattiva, Marco. Forse non avrebbe avuto altri desideri sul resto del corpo. A parte la pancetta e la leggera stempiatura al resto si era abituato. Ma alla faccia no. Non riusciva manco a guardarsi allo specchio e a volte si lavava i denti con gli occhi chiusi o guardando l&#8217;acqua che scorreva. Oppure si pettinava lontano dallo specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sedette su un rottame di sedia di ferro gelida e si appoggiò al tavolo bianco coi gomiti stropicciandosi gli occhi. Tutto intorno era pulito e gli altri tavoli con le altre persone a colloquio sembravano distantissimi. Poi arrivò lei. Era bellissima, anche con la camicia celeste e quei pantaloni larghi blu scuri. I capelli neri le scendevano sempre fluidi sulle spalle Se non avesse avuto gli occhi scavati e scuri e uno zigomo con un graffio Marco avrebbe<br />
detto che era esattamente come se la ricordava l&#8217;ultima volta che l&#8217;aveva vista.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciao.”<br />
“Ciao.” &#8211; Fece lei aggiustandosi i capelli in una coda.<br />
“Che cazzo ci fai qua?” &#8211; Proseguì.<br />
“Parli come una che ha ucciso qualcuno.”<br />
“Qui sono bravi a farti sentire così.”<br />
“Alla fine sei qui dentro solo perché hai fatto resistenza.”<br />
“Mi hai già stancato, perché sei qui?”<br />
“Volevo guardarti negli occhi. E volevo dirti grazie.”</p>
<p style="text-align: justify;">Con gli occhi fissi davanti al distributore di bibite Marco digitava come un automa il numero cinquantaquattro, corrispondente alla bottiglietta di acqua naturale. Mentre si chinava a prenderla pensava a quando era arrivato in azienda e di come alla fine era felice di doversi leggere solo due contratti ogni tanto. Ora, invece, doveva farsi un culo quadrato perché non aveva esperienza in quel campo. Non aveva mai curato progetti secretati e non conosceva minimamente le normative che gli avevano dato da esaminare. Quindi un po&#8217; per non fare una figura di merda davanti ai suoi superiori e un po&#8217; per non sentirsi inferiore davanti ai suoi colleghi aveva preso quell&#8217;incarico che a lui stava decisamente largo. Ruppe il sigillo del tappo e in quell&#8217;istante cominciò il vociare di gente che si avvicinava. Marco ebbe un brivido</p>
<p style="text-align: justify;">“&#8230;e quello Marcolino sta qua&#8230;” Fu la prima cazzata pronunciata da Armando, un suo collega anche lui avvocato, stra-raccomandato e pallido imitatore di Lapo Elkann, dal quale Marco non si sarebbe fatto scrivere nemmeno una lista della spesa.<br />
“Marcolino, hai finito l&#8217;aggiornamento di oggi per il direttore?” Lo incalzava davanti alla cricca di colleghi.<br />
“Si&#8217;, glie lo porto dopo, e tu hai finito adesso di fare lo stronzo?” fece con un sorriso falsissimo per nascondere il fatto che in realtà era più serio che mai.<br />
“Aaaah Marcolì che ti possano&#8230;” Talmente coglione che l&#8217;aveva pure bevuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco si rimise alla scrivania mentre il calore del suo portatile gli dava già fastidio e vide che era quasi ora di andar via. Aveva quasi paura di tornare a casa. Viveva solo. La cosa gli dava di sicuro un sacco di libertà, ma gli procurava silenziosamente delle angosce che non si sarebbe mai immaginato. Aveva paura di lasciare le chiavi fuori di casa per sbaglio. Certe volte si alzava pure alle due di notte nel mezzo del sonno per accertarsi che avesse messo il mazzo nello svuotatasche all&#8217;ingresso. Gli veniva l&#8217;ansia per niente, anche se una finestra sbatteva. Alle volte aveva perfino paura che qualcuno volesse ucciderlo. Magari aveva guardato qualcuna senza volerlo al supermercato o al parcheggio ed era convinto che il marito o il fidanzato l&#8217;avessero seguito per ucciderlo o quantomeno pestarlo a sangue. Oppure gli era capitato di pensare ad alta voce senza volerlo qualcosa di sgradito a qualcuno, mentre era nell&#8217;androne del palazzo o mentre saliva le scale e quel qualcuno l&#8217;aveva sentito e glie l&#8217;avrebbe fatta pagare. Aveva individuato anche il suo punto debole: quando rincasava in macchina e la rimetteva in garage. Sarebbe stato un ottimo momento per ucciderlo, era totalmente indifeso mentre usciva dall&#8217;auto e il rumore del motore avrebbe coperto le grida di aiuto. Nelle serate in cui il panico lo assaliva era cacchio di metterci anche venti minuti prima di posare la macchina e salire. Ma al di là di tutto restava implacabile l&#8217;unica verità: che lui era solo. Non aveva mai avuto una ragazza. A quasi trentacinque anni non aveva ancora nemmeno sfiorato la pelle di una donna. Non aveva mai avuto il coraggio di parlare a qualche individuo di sesso femminile. Aveva paura. Gli si era sedimentata nel cervello la convinzione che lui no, una donna non l&#8217;avrebbe mai potuta avere. I fatti intorno a lui gli davano anche ragione in fondo: nessuna l&#8217;aveva mai cagato più di tanto; che a lui risultasse non era mai stato minimamente appetibile per nessuna fra le sue conoscenze o amicizie fugaci o meno. Non era strano né anormale, né fuori né dentro. Solo che il destino aveva concentrato in lui tutte le improbabilità dell&#8217;accoppiamento umano, definendolo come l&#8217;uomo che non poteva e non avrebbe mai avuto una donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornò a casa e manco un killer lo stava aspettando. La giornata volse alla fine fra una simmenthal buttata su un piattino di carta e una coperta di cotone fredda.</p>
<p style="text-align: justify;">“Marcoli&#8217; oggi viene la sostituta di Rossana, ce l&#8217;hai ancora quelle slide iniziali sul progetto?” Disse Armando in un tono serio, inadatto al personaggio ma che lo rendeva stranamente sopportabile da Marco.<br />
“Sì, dovrei avercele ancora qui sul computer, altrimenti ce le ha di sicuro il capo-area”<br />
“Ah bene allora appena le recuperi le facciamo questa presentazione. Adesso e&#8217; giù che sta aspettando me. Ma il colloquio questa con chi l&#8217;ha fatto?”<br />
“Che ne so, mica sono del personale.”<br />
“Pare che quasi nessuno sapesse che doveva venire&#8230;boh, comunque adesso la vado a prendere.”</p>
<p style="text-align: justify;">Marco quasi non aveva prestato attenzione a quello che gli era stato detto ed aveva continuato a lavorare con gli occhi sullo schermo finché il silenzio del corridoio non venne interrotto dal rumore di tacchi. Il passo era abbastanza lungo a giudicare dall&#8217;intervallo dei ticchettii e questo gli fece istintivamente girare la testa verso l&#8217;uscita dove la vide e per la prima volta vide tutto insieme, come in un boato di luci e suoni, tutto quello che una donna avrebbe dovuto significare per lui. L&#8217;olivastro della pelle e gli occhi marroni della corteccia secolare, il seno che respirava insieme a tutto il corpo e le gambe che accompagnavano quel busto fino a terra, non troppo in alto ne&#8217; troppo in basso, facendolo fluttuare su due piedi che non esprimevano né fatica né rilassamento. Era il Big Bang, erano tutti i fischi dei microfoni di tutti i concerti a cui era stato. Erano le prime seghe che si era fatto, quando non esisteva ancora nessun limite. Nonostante questo il cervello di Marco ordinò di reagire con la faccia ferma e senza espressione e il corpo ancora rilassato.</p>
<p style="text-align: justify;">“Marco lei e&#8217; Daria, è venuta a sostituire Rossana per l&#8217;amministrativo.” &#8211; disse Armando con un tono irritantissimo.<br />
“Ciao, Marco&#8230;”<br />
Non diceva mai <em>piacere</em> perché lo trovava cafonissimo e aveva tenuto questa abitudine perché era una delle cose che non gli pesava fare in modo diverso dal resto del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciao, piacere. Io sono Daria.”<br />
Le strinse la mano e non poté non notare che non si teneva distante come le altre donne che conosceva. Non aveva il braccio tesissimo per segnare una distanza, né gli aveva buttato in mano una sogliola morta. Ancora una volta il cervello di Marco aveva scelto di sottolineare questa scoperta felice senza alcuna espressione. La voce di Armando continuò:</p>
<p style="text-align: justify;">“Marco ti illustrerà il progetto di cui stiamo curando la parte legale e tutto quello che è consentito conoscere al tuo livello.”<br />
“Sì, quando volete. Il tempo di sistemarmi sulla scrivania e sono da voi.”<br />
“Ok, ti aspettiamo nella sala riunioni.”</p>
<p style="text-align: justify;">Daria girò verso il corridoio e appena lo imboccò Armando proferì con la finezza che contraddistingueva la sua persona: “Hai visto che bella patatona? Questa mi ci metto di impegno ma non me la faccio scappare.”<br />
“Piuttosto prendi il tuo portatile e attaccalo al proiettore in sala riunioni, che ti do la presentazione, coglione.” &#8211; Sempre col sorriso tirato che simulava uno scherzo fraterno ma mascherava la gelida verità delle parole di Marco.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fecero vedere una sequela di slide ognuna con il logo dell&#8217;azienda in alto a destra e con dei grafici dal vago sapore di copiaincolla per mostrare il progetto a Daria. Lei faceva domande, sembrava davvero interessata. Marco ogni tanto la guardava con il limite del suo campo visivo e la vedeva quasi persa nell&#8217;immagine illuminata sul muro. Armando aveva un&#8217;erezione ogni volta che lei chiedeva qualche dettaglio sulle definizioni legali e doveva rispondergli da finto duro : “Eh mi spiace, questi non sono dettagli ancora rivelabili.” oppure “La vuoi finire di fare domande che non puoi farmi, birichina?”. Lei rideva. Per tutto il giorno fu portata a spasso per l&#8217;azienda, nei magazzini, negli altri uffici, perfino nella cucina della mensa. Fece amicizia e collezionò due inviti a cena.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco spense il PC. Mezz&#8217;ora dopo sollevava la fredda serranda del suo garage. Uno sguardo in giro e poi di corsa dentro. Di notte aveva le palpebre con una sbarra che le bloccava in posizione aperta, il sonno aveva dimenticato cosa fosse. Mise il cuscino in posizione orizzontale, lo strinse e vi appoggiò la sua testa inarcata. Dormì.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma quella nuova è arrivata ieri?”<br />
“Sì, sta al secondo piano.” “Ma è vero che è stata quasi una sorpresa?” “Boh, ho solo sentito che ancora non si è capito come mai è qui, cioè pare che nessuno sappia con chi ha fatto il colloquio.” “Sarà venuta tramite agenzia di lavoro&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;">Questi discorsi si rincorrevano alle spalle di Marco fra persone che facevano a gara a dire cose nella maniera più banale possibile, come in un patetico corso di recitazione per principianti. La bottiglietta numero cinquantaquattro uscì dal suo blocco e cadde col solito tonfo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Marco ma questa lavora con te?” &#8211; Chiese Livio, un suo collega di un&#8217;altra area aziendale.<br />
“Per adesso le abbiamo fatto vedere giusto qualcosina, e&#8217; venuta a sostituire Rossana che sta in aspettativa.”<br />
“Ho capito, ma ti pare preparata?”<br />
“Non saprei, ancora dobbiamo fare praticamente niente insieme.”</p>
<p style="text-align: justify;">Marco indietreggiava velocemente simulando fretta per smarcarsi dalle domande stupide e riuscì a fuggire nel suo ufficio. Daria lo attendeva davanti alla sua scrivania in una tenuta molto più comoda di quella del giorno precedente, ma che non ne diminuiva affatto l&#8217;attrattiva.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciao”<br />
“Ciao, come mai qui?”<br />
“Armando mi ha detto di chiederti la procedura di servizio per esaminarla. Oggi lui non c&#8217;è.”<br />
“Si&#8217;, certo. Accendo il computer e te la mando.”</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre faceva il giro della scrivania notò le braccia scoperte e leggermente in carne di Daria che gli diedero un piccolo attimo di piacere. Il PC si accese facendo apparire la copertina intera di <em>Exile on Main Street</em> che Marco usava come sfondo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Wow! I Rolling Stones!”</p>
<p style="text-align: justify;">Marco rimase sorpreso da quella esclamazione. Non solo perché conosceva i gusti medi delle femmine che gli erano intorno, ma anche perché da quando usava quello sfondo nessuno aveva mai azzeccato cosa fosse. La top tre dei tentativi era:</p>
<p style="text-align: justify;">1.“Sono foto segnaletiche?”<br />
2.“E&#8217; una bacheca?”<br />
3.“E&#8217; l&#8217;album di famiglia?”</p>
<p style="text-align: justify;">Si girò verso di lei e disse:</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, conosci questo album?”<br />
“Sì, e per dirtela tutta preferisco Mick Taylor a Ron Wood”<br />
“Ah si&#8217;?” &#8211; Anche Marco era della stessa opinione. E la sorpresa aumentò di intensità.<br />
“Sì, il riff di <em>Hey Negrita</em> mi fa impazzire.”<br />
“Allora dovresti ricrederti.”<br />
“Perché?”<br />
“<em>Hey Negrita</em> sta su <em>Black and Blue</em>, che è del &#8216;76. Mick Taylor andò via nel &#8216;74”<br />
“Ah&#8230;” con una voce da ragionamento troncato senza possibilità di recupero. Continuò: “&#8230;eppure ero convinta&#8230;bah.”</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>(CONTINUA)</strong></em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/metius/" target="_blank">Carmine Bussone</a></em></p>
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		<title>“Mambo – Capitolo 7 con Epilogo&#8221; di Marianna Grillo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 08:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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Al funerale di Matisse c’erano molte persone, amici di Mario, il signor Gennaro visibilmente commosso e Ewan che era stato da poco scarcerato.
Quando la bara fu ricoperta di terreno e Serena e Omero misero sul mucchio di terra un girasole, il signor Gennaro  si avvicinò ai due ragazzi
“IO VOLEVO BENE ALLA SIGNORINA MATISSE, ERO [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5014" title="art-henri-matisse" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/art-henri-matisse.jpg" alt="" width="575" height="386" /></p>
<p style="text-align: justify;">Al funerale di Matisse c’erano molte persone, amici di Mario, il signor Gennaro visibilmente commosso e Ewan che era stato da poco scarcerato.<br />
Quando la bara fu ricoperta di terreno e Serena e Omero misero sul mucchio di terra un girasole, il signor Gennaro  si avvicinò ai due ragazzi<br />
“IO VOLEVO BENE ALLA SIGNORINA MATISSE, ERO UN PO’ BURBERO CON LEI MA LE VOLEVO BENE…”<br />
“MATISSE LO SAPEVA, ANCHE LEI LE ERA, MOLTO LEGATA”<br />
rispose Serena e l’uomo andò via seguendo gli altri, ma insieme ai due ragazzi rimase Ewan, che piangeva come un bambino<br />
“NON SERVE PIU’ A NULLA PIANGERE EWAN…”<br />
gli disse Omero con rabbia avvicinandosi a lui<br />
“IO AMAVO MATISSE”<br />
Che modo di amare era stato il suo?<br />
“TUTTO SOMMATO MI PIACE CREDERE CHE LA VITA CI PRESERVA SEMPRE UN ALTRA POSSIBILITA’, LEI HA SEMPRE SPERATO POTESSI CAPIRLO ANCHE TU”<br />
“NON HO IL CORAGGIO CHE AVEVA LEI”<br />
“BASTA FARSI AIUTARE, EWAN”<br />
continuò Serena prendendolo per mano, ma lui gliela lasciò e sia avviò fuori dal cimitero.<br />
Omero e la ragazza rimasero ancora lì, con le lacrime che non smettevano di scendere e il naso freddo.<br />
“A COSA STAI PENSANDO?”<br />
Gli chiese Serena<br />
“A LEI…”<br />
Si guardarono negli occhi e si sorrisero<br />
“IO VADO SERENA, TORNO A CASA”<br />
“TRA UN PO’ VADO ANCHE IO”<br />
“OK”<br />
Omero le baciò la fronte e andò via.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="font-size: large;">EPILOGO</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La libreria era piena di gente e Omero non credeva che a quella conferenza c’era così tanta gente, era il suo secondo libro e dopo il successo del primo non immaginava di fare altrettanto con il successivo.<br />
Una marea di ragazzini affollava la prima fila accanto a fotografi e giornalisti<br />
“ALLORA SIGNOR DI PIETRO LA SUA EROINA E’ TORNATA?”<br />
Fece un giornalista iniziando<br />
“SI, MI PIACEVA L’IDEA CHE LEI POTESSE RITORNARE PER UN’ALTRA SFIDA”<br />
“MATISSE DOPO LA MORTE DEL PRIMO LIBRO RESUSCITA QUINDI…”<br />
“SI, E NEL SECONDO SPIEGO COME”<br />
“INSOMMA SI SPERA CHE DAVVERO NEL 2999 ANCHE NOI POTREMMO DAVVERO FAR RESUSCITARE I MORTI”<br />
“CON LE TECNOLOGIE CHE AVREMO TRA MILLE ANNI E’ IL MINIMO”<br />
Dopo varie risposte a domande per la maggior parte stupide, firmò i libri per tutti fino al tardo pomeriggio, fino a sfollare la libreria.<br />
“GRAZIE SIGNOR OMERO PER ESSERE VENUTO”<br />
Il vecchio Don Gennaro si avvicinò al ragazzo, e gli strinse la mano<br />
“DOPO TUTTI QUESTI ANNI RICORDARSI DI ME…”<br />
“VERAMENTE PENSAVO FOSSE MORTO”<br />
L’uomo si accigliò<br />
“SCHERZO!”<br />
“AHHH”<br />
Sospirò l’uomo allontanandosi.<br />
Ritornare a Napoli, dopo 4 anni vissuti a Roma e poi lì in quella libreria, gli vennero i brividi<br />
“E A ME NON FAI L’AUTOGRAFO?”<br />
Mentre indossava il cappotto si girò, era lei sì era proprio lei<br />
“SERENA”<br />
La ragazza sorrise e si avvicinò a lui<br />
“MA I TUOI CAPELLI…”<br />
“TI PIACCIONO? LI PORTO CORTI ORMAI”<br />
“SEMBRI UNA RAGAZZINA”<br />
“LO SO”<br />
Si abbracciarono forte, aveva lo stesso odore di sempre, quanto le era mancato.<br />
Uscirono dalla libreria e passeggiarono<br />
“COME SAPEVI CHE ERO Qui?”<br />
“VENGO SEMPRE IN QUESTA LIBRERIA, ME LO HA DETTO IL SIGNOR GENNARO”<br />
“CAPISCO..”<br />
Si sorridevano imbarazzati, erano passati 4 anni<br />
“SEI… INVECCHIATO”<br />
“HO SOLO 30 ANNI”<br />
e risero<br />
“LAVORI SEMPRE AL CENTRO?”<br />
“NO”<br />
“DAVVERO?”<br />
“HO UNO STUDIO MIO, FACCIO LA PSICOLOGA”<br />
“MA NON E’ POSSIBILE!”<br />
“SI INVECE, TU INVECE CI SEI RIUSCITO A PUBBLICARE UN LIBRO”<br />
“SI…”<br />
“MATISSE…”<br />
Si guardarono tristemente<br />
“SAREBBE BELLO SE POTESSE RESUSCITARE ANCHE LEI”<br />
Omero non rispose, e si mise le mani in tasca<br />
“HO L’HOTEL QUI VICINO”<br />
“NO ASPETTA, VIENI CON ME DEVO FARTI VEDERE UNA COSA”<br />
“OK”<br />
Rimasero in silenzio tutto il tragitto, conosceva benissimo la strada che stavano facendo, i palazzi, le pietre, l’asfalto delle strade, i colori, non era cambiato nulla, entrarono nell’appartamento, era tutto diverso<br />
“MI SEMBRA COSI’ STRANO VEDERLO DIVERSO”<br />
“TI PIACE?”<br />
“UN CAMINO ANCHE…”<br />
“SI”<br />
Si sorrisero imbarazzati, tutto gli tornava in mente, le parole, le risate di Matisse, eppure la teneva vicino ogni giorno.<br />
Alle pareti c’erano varie fotografie, c’era anche lei, e poi Serena in abito da sposa con un uomo al suo fianco, la vide<br />
“TI SEI SPOSATA?”<br />
“SI”<br />
Suonarono alla porta, lui rimase a guardare la foto, era un bel ragazzo l’uomo che sorrideva con lei, Omero si sentiva anestetizzato, voleva scappare via, troppi ricordi, fece un giro per la casa ed entrò in quella che un tempo era di Maty, ora era tutta colorata e c’era un lettino piccolo, giochi sparsi ovunque, e un libro su un piccolo comodino rosa, cosa significava tutto quello?<br />
Era il suo libro, il primo, “IL SOGNO DI MATISSE” l’eroina del 2999<br />
“OMERO”<br />
“HAI UN FIGLIO?”<br />
Una bambina con un grembiule rosa e un caschetto nero, sbucò da dietro le gambe di Serena<br />
“SEI TU CHE SCRIVI LE STORIE?”<br />
Serena sorrideva felice, non l’aveva mai vista così<br />
“SI”<br />
Rispose lui ancora senza capire<br />
“HAI VISTO TE L’HO DETTO CHE MAMMA NON DICE BUGIE CHE CONOSCE DAVVERO IL SIGNORE DELLE STORIE”<br />
Omero si inginocchiò di fronte a lei, la bambina gli toccò il viso, aveva degli occhi neri e grandi<br />
“LO SAI CHE SI CHIAMA COME ME?”<br />
Fece la piccola<br />
“CHI?”<br />
“MATISSE, COME ME MATISSE”<br />
Omero iniziò a ridere e con lui anche Serena, prese in braccio la bambina e la abbracciò forte.<br />
Matisse continuava ad esserci.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="font-size: large;">THE END</span></strong></p>
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		<title>“Ondadimare: Capitolo 4″ di Legoista</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 21:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ambulanza]]></category>
		<category><![CDATA[amore a distanza]]></category>
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		<category><![CDATA[storia d’amore]]></category>
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		<description><![CDATA[
Il giorno dopo, ti venni a cercare.
Volli rivederti presto. Eri stata un pensiero ricorrente ma diverso da quelli percorsi da altre donne. C’era qualcosa di te che sfuggiva al mio intuito ma, averti in mente, mi faceva stare in pace col mondo.
Intimamente, mi pareva di sentire una specie di allarme ma, non riuscivo a decifrarlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/ondadimare004.jpg" alt="" title="ondadimare004" width="575" height="431" class="alignleft size-full wp-image-5009" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo, ti venni a cercare.<br />
Volli rivederti presto. Eri stata un pensiero ricorrente ma diverso da quelli percorsi da altre donne. C’era qualcosa di te che sfuggiva al mio intuito ma, averti in mente, mi faceva stare in pace col mondo.<br />
Intimamente, mi pareva di sentire una specie di allarme ma, non riuscivo a decifrarlo e comunque, qualunque cosa fosse che mi spingeva a te, superava ogni timore. Così, bussai alla porta del tuo ufficio…<br />
- …Ciao, posso entrare..? –<br />
- …Sì, si, certo, vieni pure …scusa, è che …non ricordo il tuo nome… -<br />
- Fabio, Fabio Trevi… -<br />
- Sì, giusto. Perdonami, Fabio, siete in tanti e faccio ancora fatica… -<br />
- Normale. Come va, Giulia..? –<br />
- Bene. Sto cercando di organizzarmi. –<br />
- E’ facile? –<br />
- Più o meno&#8230; –<br />
Eri fantastica, così com’eri, tutta indaffarata tra carte e fascicoli, e una matita infilata fra i capelli raccolti.<br />
- …Hai una matita tra i capelli&#8230;! – Ti feci notare, e tu arrossisti.<br />
- …E’ che mi ricadevano giù continuamente, rovistando tra i cassetti bassi… era per tenerli su… &#8211; E facesti per risistemarti…<br />
- No, ti prego, non farlo …stai benissimo così… &#8211; Trattenesti quel gesto per un momento e abbozzasti un sorriso assieme a una domanda nello sguardo…<br />
- …Ecco, volevo dirti… insomma, passavo solo per un saluto… continua pure a fare le tue cose… comunque stai veramente bene coi capelli su e poi, non sembra neanche una matita… è una buona idea… sì,stai proprio bene… &#8211; Mi fissavi come a chiederti dove volessi giungere…<br />
Tagliai corto.<br />
- …Bene, adesso devo andare… allora, buon lavoro, Giulia…-<br />
- …Grazie …buon lavoro anche a te…- Mi seguì il tuo sguardo fino a che non mi allontanai e<br />
mi portai il ricordo del tuo ultimo sorriso…<br />
Che stronzo, pensai… avrai creduto che fossi il solito coglione…<br />
Chissà quanti, erano venuti a darti il benvenuto quella stessa mattina, sparando cazzate… ecco, io avevo allungato la lista. M’imposi di non ripetere più simili sciocchezze e decisi di evitarti per quanto potevo..: solo “ciao, come va…” e battute simili, ma sempre accompagnate da un sorriso e mai essere pressante o sconveniente…<br />
Confesso che attuavo un’ignobile tattica per volermi distinguere e renderti curiosa…<br />
Poi, un giorno, presi un’improvvisa decisione…<br />
Seduto alla mia scrivania, disegnavo ghirigori su un angolo di planning. Mancava una settimana alla chiusura estiva e la città cominciava a vuotarsi, il caldo era opprimente, il condizionatore annaspava e tu passeggiavi ostinata tra i miei pensieri.<br />
Alzai la cornetta del telefono e composi il numero del tuo interno.<br />
-&#8230;Sì..? –<br />
- Giulia..? Sono Fabio Trevi&#8230; –<br />
- Salve, Fabio, dimmi pure… -<br />
- Manca mezz’ora alla pausa pranzo. Mi chiedevo se ti facesse piacere un piatto di spaghetti in mia compagnia… -<br />
Chissà cosa pensasti in un attimo di pausa…<br />
- Aglio e olio..? – Mi piacque, il tuo modo deciso di affrontarmi.<br />
- …E vino rosso. – Proposi.<br />
- CocaCola. –<br />
- CocaCola e vino rosso. –<br />
- E gelato… -<br />
- …E gelato. – Fatto..!</p>
<p style="text-align: justify;">La trattoria era proprio dietro l’ufficio e la raggiungemmo a piedi in pochi minuti.<br />
Il locale era freso. Scegliemmo un tavolo tranquillo e ordinammo gli spaghetti con i frutti di mare, la tua passione, CocaCola per te e un bicchiere di rosso per me, macedonia, e caffè.<br />
Pranzammo chiacchierando di lavoro e delle vacanze che ciascuno aveva organizzato per quell’agosto alle porte, ma poi la conversazione assunse toni meno generici…</p>
<p style="text-align: justify;">- …Allora, signor Fabio Trevi, parlami un po’ di te&#8230; – Mi chiedesti a tradimento… e i tuoi occhi a fissarmi, pronti ad analizzare la risposta…<br />
- … Ci provo… dunque: …sono a un passo dai ‘cinquanta… sposato, due figli… mi piace leggere, scrivere, passeggiare… amo i film d’avventura, odio la televisione… è bello l’autunno, ascolto jazz, bevo vino rosso, fumo sigarette e adoro il caffè… –<br />
Era bello guardarti…<br />
- Continua… -<br />
- …Condanno le ingiustizie… cerco di vivere le emozioni, c’è sempre qualcosa che riesce a meravigliarmi… odio la sveglia, mi piace la notte… e tu..? –<br />
- …Io cosa&#8230;? -<br />
- Mi pare giusto, che anche tu dica qualcosa di te, no? –<br />
- Okkey… -<br />
…Ecco, io credo che ti amai da quell’okkey in poi…<br />
- …Vediamo un po’..: il mese prossimo compirò trentatré anni… sono sposata da due, per adesso niente figli, mi piace leggere, viaggiare, ballare… mi appassionano i misteri… mi affascina lo yoga, adoro i Beatles, sono una sognatrice… mi piace cucinare, odio stirare… Tutto qui… –<br />
Avrei voluto baciarti…<br />
Per tutta quella settimana dividemmo insieme le ore di pausa dedicate al pranzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piaceva parlare con te, Giulia, perché non eri mai banale.<br />
Io rimanevo stregato dal suono della tua voce e come ne modulavi il tono ed erano affascinanti le tue riflessioni, quando si percorrevano strane filosofie per chiederci se i misteri della vita fossero poi tanto misteriosi e… mi torna in mente, quasi da sentirlo, quell’adorabile e tuo contagioso modo di ridere, quando ti facevo ridere…<br />
Eri dolcezza mescolata a pazzia, e fu così facile amarti perché in te io riconobbi la mia essenza.<br />
Mi dicevi che t’insegnavo sempre nuove cose, ma io non ti ho mai detto che imparavo da te a diventare ogni giorno migliore.<br />
Mi domandavo perché, un destino bizzarro ci fece incontrare così tardi..?<br />
Un giorno ti chiesi se eri felice…<br />
- …Non lo so… forse sì… forse no… -<br />
- Che cosa vuol dire forse sì, forse no…? –<br />
- …Forse perché credevo che la felicità fosse qualcosa di diverso… una specie di diritto… -<br />
- Continua.. –<br />
- Difficile, saperlo spiegare… chessò, i sogni per esempio… i desideri, i progetti… troppe cose, alla fine, non si realizzeranno mai… -<br />
- Io credo che sia fondamentale sapere vivere bene il presente… dentro ogni presente ci può essere un briciolo di felicità da cogliere.. basta solo riconoscerla… –<br />
- Ti seguo poco… -<br />
- Voglio dire che la vita si vive attimo dopo attimo… Pensa, non c’è altra vita oltre il momento in cui viviamo… Oltre, c’è solo la morte …e nessun’altra possibilità…-<br />
- …Cogliere al volo ogni opportunità..? –<br />
- Magari non tutte… ma quelle buone si. –<br />
- Già… e se poi sbagli..? -<br />
- Fa parte del gioco, ma se lo lascerai fare, è il tuo cuore che ti saprà guidare… -<br />
- Quando l’ho fatto, ne ho goduto poco&#8230; E’ sempre combaciato col dolore di qualcuno… -<br />
- &#8230;Si chiama “senso di colpa”, e ti frega continuamente… Facci caso: ogni scelta implica una rinuncia e, quando una rinuncia è qualcuno… hai sempre a che fare con la tua coscienza… -<br />
- Vero. E tu, sei felice..? –<br />
- …Poche volte, ho ascoltato il mio cuore… -<br />
- Cos’è, una questione di coraggio…? Di palle..? –<br />
- Mi sa tanto di si… Comunque, c’entra il fatto di dover pensare ogni tanto a se stessi… -<br />
- Odora di egoismo… -<br />
- Credo che sia meglio dire “volersi bene”… -<br />
Adesso, i nostri sguardi erano nudi e, in essi, ciascuno intravedeva i segreti dell’anima dell’altro…<br />
- Giulia… sei felice con tuo marito&#8230;? &#8211; Ti chiesi a bruciapelo…<br />
Tirasti su un respiro e distogliesti lo sguardo dal mio.<br />
- Ti chiedo perdono… forse, sono stato indiscreto… -<br />
- Non farci caso… comunque si, sto bene con mio marito… &#8211; Era un secco No..!<br />
Era stata una domanda infelice e comunque fosse, adesso conoscevo la risposta…</p>
<p style="text-align: justify;">Quell’indomani, ti donai un libro da poter leggere al mare.<br />
Saresti partita e non ti avrei rivista per l’intero mese d’agosto.<br />
Avevo insistito perché mi seguissi, appena fuori città.<br />
C’era un laghetto artificiale, in un ritaglio tranquillo di campagna, lontano dai rumori, all’ombra di grandi alberi che lo circondavano. Un capanno di legno era attrezzato come un bar e vi si potevano comprare panini e bibite fresche e c’era una serie di panche, sotto un tetto di canne, al riparo dal sole, da potersi sedere tranquilli a chiacchierare. Un po’ più distante, una piccola stalla era circondata da un recinto dove, tre cavalli annoiati cacciavano via le mosche scuotendo la coda e, proprio accanto, nello spazio di un’aia, protetta da un girotondo di reticolato, passeggiavano alcune oche e due o tre galline.<br />
A me questo posto piaceva e anche tu, te ne stupisti…<br />
Era una pausa di campagna, dove mi rifugiavo spesso a riflettere, contemplando l’orizzonte disegnato dai palazzi di Milano e, ogni volta, avevo la sensazione di avere lasciato un me stesso laggiù in città, ed era come avere il dono dell’ubiquità perché, un altro me, se ne stava invece qui, a rigenerarsi, in armonia con questo pezzetto di natura.<br />
Tirai fuori il libro dalla mia borsa…<br />
- Ti ho comprato un libro… lo potrai leggere mentre ti abbronzerai… -<br />
Disegnati un bel sorriso…<br />
- Sei un tesoro, grazie… -<br />
- E’ la storia di un amore… Sono sicuro che ti piacerà… Ci ho scritto sopra, alcune parole per te… -<br />
Sfogliasti le prime pagine, curiosa di sapere…<br />
- Aspetta… vorrei leggertele io… -<br />
Mi porgesti quel libro ed io lo aprii sul primo foglio bianco, e lessi quelle parole …</p>
<p style="text-align: justify;">…Ti ho cercato per mille volte dietro a ogni orizzonte…<br />
dentro gli sguardi della gente, e in fondo a ogni cassetto…<br />
Peccato, che ti ho riconosciuto troppo tardi…<br />
Ti penserò ogni giorno, amica mia,<br />
perché, so già, che tu mi mancherai…</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi due piccole gocce danzare sulle tue ciglia ed io… le te le asciugai con una carezza…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>(continua…)</strong></p>
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		<title>&#8220;Mentre aspetto accade che&#8221; di Ornella Pennacchioni</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 11:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Accade che durante lo spazio assegnato al diurno venga assalita da  reiterazioni a catena da accreditare alle scorribande mentali del  notturno, e senza tregua la mente sussurra ipotesi astrali contro la  ruvidezza della materia quotidiana.
Accade che di notte, pause  satinate, pensate appena perché disobbedienti, fili colorati tesi e  molli nell’etere, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4992" title="aspettare01" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/aspettare01.jpg" alt="" width="575" height="425" /></p>
<p style="text-align: justify;">Accade che durante lo spazio assegnato al diurno venga assalita da  reiterazioni a catena da accreditare alle scorribande mentali del  notturno, e senza tregua la mente sussurra ipotesi astrali contro la  ruvidezza della materia quotidiana.<br />
Accade che di notte, pause  satinate, pensate appena perché disobbedienti, fili colorati tesi e  molli nell’etere, trama e ordito a circuito chiuso a confronto,  diventino piesse e repliche a canovaccio.<br />
Accade che l’immaginario  traslato in aree ben perimetrate allaghi e diventi sintesi d’oceano  nella dimora segreta. In alto, salvato dalle acque un barattolo di  cioccolato aspetta me e chi già si lecca le dita ammettendone il  piacere. L’ordine preme alla porta chiusa a chiave dall’interno, nulla  da fare.<br />
Atolli decomposti creano ostacoli e appigli in attesa di  risposta. Vige il pensiero condizionato, sottinteso di libertà cui un  irrefrenabile moto nega la stasi. Il sogno si prende cura  dell’impossibile, nel ruolo di creatore curatore installatore  d’immagini, si fa urgenza delle necessità reali assegna i ruoli e  fornisce gli attori.<br />
Poi.<br />
Un film paradossale, il set della veglia  è sempre allestito, ma convertibile all’istante. Ed io vado, ogni notte  vado.<br />
La particella RI è un’altra delle responsabilità grammaticali  da cui non posso esimermi e Ri/peto, Ri/passo le scene durante il giorno  RI/trattabili di notte, intanto Afrodite, tormentone del momento,  apparecchia la tavola. I piedi spumosi che sanno di battigia, il bouquet  di gerani rossi infilato nel lembo del pareo come fosse un revolver, i  boccioli asfissiati dall’acqua della pasta in bollore subiscono affranti  il dinamismo domestico, sulla nuca un nodo di capelli imperfetto,  ciocche anarchiche che languono sullo zigomo fiero, un canto d’amore  salta su dalle cosce affaccendate nel giro tovaglia, balza sui muri  indenne, come fosse cielo, come fosse alba, come fosse il giorno assente  di magia, quindi scivola, cade, si spacca in note maltagliate addette  all’oblio, finché la notte le Ri/vuole indietro per Ri/comporre il  canto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è giorno. Di giorno l’eco è come un’arteria pronta, a  volte punitivo spiccia le parole, le separa dall’incantesimo, le  ottura. Ma so dove RI/trovarle. Basta stia zitto la notte. Intanto che  la tovaglia ha raggiunto la perfezione centro tavola Ri/passo e Ri/cordo  le battute già dette. Tengo la porta socchiusa alla condizione della  luce, rassetto in fretta le stoviglie, sbircio il lento trapasso del  giorno al bacio crepuscolare, spazzo il pavimento,le ombre Ri/abilitano  il rosso, ed io sciolgo i capelli profumati all&#8217;estratto di viola  selvatica.<br />
Lama di corallo che fende il nero lasciami entrare con  te, è scoccata la mezzanotte e conosco ottime ricette a base di zucca.  Le fate mignon, quelle nascoste sotto il cuscino, quelle gigantesche che  si parano davanti alle porte dove gl’incantesimi stipano i desideri  irregolari non dispensati da loro, vadano pure a letto, è l&#8217;una passata,  ho appena cominciato e la smetto quando mi pare.</p>
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		<title>“Mambo – Capitolo 6&#8243; di Marianna Grillo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 18:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Tornarono a casa dopo qualche mese, Maty aveva preso una brutta polmonite, quando tossiva sembrava cacciare via dal suo corpicino un po’ di vita.
Odiava stare a letto e in compagnia dei due suoi amici, andava comunque in giro per la sua Napoli, infagottata da sciarpe e cappellini di lana, l’inverno le entrava nelle ossa gracili.
Continuava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4965" title="mambo-capitolo6" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/mambo-capitolo6.jpg" alt="" width="575" height="439" /></p>
<p style="text-align: justify;">Tornarono a casa dopo qualche mese, Maty aveva preso una brutta polmonite, quando tossiva sembrava cacciare via dal suo corpicino un po’ di vita.<br />
Odiava stare a letto e in compagnia dei due suoi amici, andava comunque in giro per la sua Napoli, infagottata da sciarpe e cappellini di lana, l’inverno le entrava nelle ossa gracili.<br />
Continuava a lavorare al centro e alla libreria, senza che il signor Gennaro sapesse tutto quello che le era accaduto, anche se il vecchio si era ben informato, fingeva, perché aveva imparato a volerle  bene.<br />
Il padre di Maty arrivò una mattina, con la grandine e le regalò un quadro che la ritraeva nuda che correva in un campo di girasoli, assomigliava a qualcosa, pensò la ragazza, ma non ricordava a cosa….<br />
“SONO STATO IN OLANDA, QUESTO E’ UN SOGNO CHE HO FATTO LI’”<br />
La sua bambina aveva la pelle piu’ bianca del solito, poteva solo immaginare  quanto soffrisse, comprendeva quanto aveva subito, anche se non aveva mai perso la forza di sorridere, con il cuore.<br />
Suo padre la osservava dormire di notte, con il suo respiro leggero e si accusò di tutto quello che la sua bambina aveva passato, lasciarla anni interi da sola, in qualche paesino sperduto, da qualche suo amico, poi riprenderla con sé e poi riconsegnarla di nuovo nelle mani di qualche sconosciuto in qualche parte del mondo, lontano, Matisse non possedeva radici, proprio come lui, aveva insegnato a sua figlia l’arte di amare ogni cosa, ogni oggetto, ogni uomo, ogni donna che entrasse a far parte della sua esistenza, ma non era stato capace di starle vicino, di farle da padre.<br />
Un pomeriggio in casa rimasero i tre amici, soli come un tempo, Serena si preparava per andare al centro, mentre Omero e Maty giocavano al cruciverba sdraiati sul divano, §non la lasciavano mai sola.<br />
“OK IO VADO”<br />
la ragazza baciò le labbra di Maty e la fronte del ragazzo<br />
“SERENA NON FARE TARDI CHE STASERA CUCINIAMO UNA COSA CHE ABBIAMO TROVATO SU INTERNET IN UN SITO DI RICETTE, UNA COSA INDIANA”<br />
fece il ragazzo prendendola in giro<br />
“FACCIO TARDI STASERA!!”<br />
risero mentre la sentirono sbattere la porta.<br />
Serena scendeva le scale sorridendo, sì, avevano avuto tutti e tre un’altra possibilità!<br />
“ALLORA DOVE ERAVAMO RIMASTI?”<br />
“AH SONO STANCA OMERO DI QUESTO GIOCO”<br />
“MA SCHERZI E’ ECCITANTE!!”<br />
i due ragazzi risero, poi Omero piano divenne silenzioso<br />
“E ORA, COSA TI PRENDE?!”<br />
“NIENTE, E’ CHE SEI COSI’ BELLA”<br />
“MI PRENDI IN GIRO COME AL SOLITO”<br />
il ragazzo sorrise e Maty lo abbracciò<br />
“OCCHI GRANDI COME IL CIELO”<br />
il ragazzo la guardò, Maty si consumava ogni giorno di più, ma la sua pelle rimaneva intatta e bianca, erano sparite anche le macchie nere dal corpo e respirava meglio<br />
“NON HO MAI FATTO L’AMORE CON NESSUNO”<br />
fece la ragazza<br />
“MI PRENDI PER IL CULO?”<br />
fece il ragazzo irrigidendosi<br />
“QUELLO ERA SESSO, E’ DIFFERENTE!!”<br />
Maty si alzò e andò in cucina, si avvicinò al frigo per prendere del tè, Omero la seguì e iniziò a baciarle il collo dolcemente, dalle mani di Maty  cadde la bottiglia aperta della bevanda, facendola rovesciare tutta sul pavimento<br />
“ACCIDENTI”<br />
“LASCIA PERDERE MATISSE , VIENI CON ME”<br />
lei sorrise e lo seguì tenendolo per mano, in camera, non capiva, seguiva lo sguardo diverso del ragazzo e non intuiva, ma si fece portare senza opporre resistenza e Omero per la prima volta dopo tanto tempo sapeva cosa fare e in che modo.<br />
Si stesero sul grande letto della ragazza<br />
“COSA VUOI FARE OMERO?”<br />
“HO VOGLIA DI FARE L’AMORE CON TE”<br />
Maty sorrise arrossendo come una bambina, Omero aiutò la ragazza a svestirsi piano, affondava la bocca nella sua carne, con la lingua le accarezzava piano il palato, le labbra semiaperte, modellava con le mani la sua forma esile, baciò ogni vertebra della sua schiena, le accarezzava i capelli e si perdeva nel suo sorriso timido.<br />
La proteggeva tenendola stretta al suo torace, aveva così paura che ogni sua carezza potesse farle del male, quasi potesse spezzarla.<br />
Come aveva potuto procurarsi da sola cosi tanto dolore?<br />
Da vicino vide le sue sfumature violacee, i punti di non ritorno sulla pelle e li baciò, Maty sentiva il respiro del ragazzo sui suoi seni, piangeva, e le lacrime le rigavano silenziosamente il suo sorriso, non aveva mai provato tanto.<br />
I due ragazzi si tennero stretti quasi a soffocare l’urlo viscerale del ventre del cuore, del petto, della carne, che gridava di dolore, d’amore… d’amore… d’amore<br />
“RIMANI OMERO, RIMANI”<br />
gli disse mentre gli accarezzava la nuca dolcemente.<br />
A letto rimasero a guardarsi, a sorridersi, ad accarezzarsi<br />
“METTI LA MIA MUSICA…”<br />
“OK VADO”<br />
il ragazzo scese dal letto e andò in salotto, mise su il vecchio disco, quando le prime parole iniziarono a scaldare l’aria, Omero rientrò in camera e si sdraiò di nuovo al fianco della ragazza, le baciò le labbra e fu lì che si accorse che non c’era respiro, appoggiò l’orecchio al cuore e nulla…<br />
Matisse non c’era più.<br />
“MATISSE NON SCHERZARE…”<br />
Nulla<br />
“MATISSE CAZZO RESPIRA NON MI PIACE QUESTO SCHERZO”<br />
Rimase a fissarla sconvolto, mentre anche il suo respiro si fermava<br />
“OH DIO MIO NO, CAZZO NO MATISSE CAZZO…”<br />
urlava piangendo il suo nome<br />
“MATISSE, PERCHE? PERCHE’?”<br />
le chiese il ragazzo senza ricevere risposta<br />
“PERCHE’ NON MI HAI DATO IL TEMPO DI DIRTI CHE…. TI AMO NON E’ GIUSTO MATISSE, CAZZO RESPIRA… RESPIRA TI PREGO”<br />
le baciò forte la bocca, ma Maty era da un’altra parte.<br />
Si accoccolò accanto al suo corpo piangendo e stringendola forte.<br />
Qualche ora più tardi quando Mario rientrò in casa, fu lui a trovare nel buio il corpo gelido e nudo di sua figlia accanto a quello febbricitante di Omero.</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>(CONTINUA)</strong></em></p>
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		<title>“Mambo – Capitolo 5&#8243; di Marianna Grillo</title>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 18:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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Il tempo a Napoli migliorava, dopo giorni di pioggia incessante, si sentivano gli odori freschi, i colori intorno sembravano divenire vivi.
Dietro al bancone della libreria, Maty leggeva un libro di cucina, voleva imparare a farlo per i suoi amici, mordicchiando come al solito una mela
“SIGNORINA MATY IO ESCO PER IL PRANZO”
“OK SIGNOR GENNARO”
l’uomo uscì mentre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4923" title="matisse 01" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/matisse-01.jpg" alt="" width="575" height="472" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo a Napoli migliorava, dopo giorni di pioggia incessante, si sentivano gli odori freschi, i colori intorno sembravano divenire vivi.<br />
Dietro al bancone della libreria, Maty leggeva un libro di cucina, voleva imparare a farlo per i suoi amici, mordicchiando come al solito una mela<br />
“SIGNORINA MATY IO ESCO PER IL PRANZO”<br />
“OK SIGNOR GENNARO”<br />
l’uomo uscì mentre la ragazza passeggiava avanti e indietro ripetendo le parti più salienti di un capitolo ad alta voce, ad un tratto il rumore della porta che si apriva le fece distogliere lo sguardo dalle righe del libro sottolineate<br />
“CIAO MATISSE”<br />
il libro le cadde da mano inevitabilmente<br />
“EWAN…”<br />
“E’ DA UN BEL PO’ CHE NON CI VEDIAMO”<br />
“COSA CI FAI QUI?”<br />
“SONO RIMASTO QUI FUORI A GUARDARTI QUASI PER UN‘ ORA  E…”<br />
timidamente il ragazzo le porse un pezzo di carta e si accese una canna<br />
“QUI NON SI PUO’ FUMARE”<br />
ma il ragazzo non l’ascoltò, Maty notò che aveva l’aria molto trasandata, i capelli arruffati, la barba incolta, ma i suoi occhi verdi, erano gli stessi di sempre, grandi e tormentati<br />
“AVANTI LEGGI”<br />
“PERCHE’?”<br />
“L’HO SCRITTA PER TE ORA”<br />
quando il ragazzo le diede il foglio, Maty notò le sue mani piene di buchi e graffi, un tempo erano così delicate, ora invece rovinate da aghi e provò fastidio<br />
“IO SONO NEL SUO PETTO E NELLA SUA CARNE, NON AVRO’ PAURA DI LEI QUANDO I SUOI OCCHI DILANIERANNO IL MIO DOLORE, POICHE’  MASSACRERA’ SE STESSA”<br />
“ALLORA, TI PIACE?”<br />
“TI HO DETTO CHE NON SI FUMA QUI!”<br />
rispose la ragazza con rabbia, perché era tornato? cosa voleva da lei?<br />
Proprio in quei giorni, nei quali, dopo tanto, si sentiva veramente e pienamente serena.<br />
“E IO TI HO CHIESTO SOLO SE TI PIACE!”<br />
urlò Ewan, ma Maty non rispose e raccolse il suo libro da terra<br />
“MA CAZZO MATISSE! NON TI CHIEDO UNA SCOPATA SOLO SAPERE SE TI E’ PIACIUTA!”<br />
“COSA CERCHI EWAN, SOLDI?!  ECCO E’ TUTTO QUELLO CHE HO!”<br />
fece la ragazza cacciando dalla tasca pochi centesimi<br />
“VOLEVO SOLO RIVEDERTI MATISSE, SAPERE COME STAVI, SPERANDO CHE NON STESSI MALE QUANTO LO SONO IO ADESSO, MI MANCAVI, COSA C’E’ DI SBAGLIATO?”<br />
“TUTTO EWAN, VA VIA ESCI FUORI DA QUI LASCIAMI STARE”<br />
fece porgendogli il foglio<br />
“LA POESIA E’ TUA, PUOI TENERLA. AH E CONGRATULAZIONI PER LA LAUREA”<br />
voltò le spalle e andò via.<br />
E ancora si chiedeva perché era tornato e cosa voleva da lei.<br />
Odiava ritornare a fare i conti col passato, soprattutto perché c’era stato Ewan, sì, lo aveva amato, aveva già fatto qualunque pazzia per lui, tanto da condannarsi a morte, poi quella maledetta e stupenda poesia, perché dargliela?<br />
Non sarebbe mai più ritornata come un tempo, ora c’erano Serena e Omero nella sua vita.<br />
Non parlò con nessuno dell’incontro con Ewan, non voleva ricordare ancora una volta quello che le aveva fatto, voleva soltanto dimenticare e lasciarsi andare a quella vita che le stava regalando ancora qualcosa di buono.<br />
Quando tornò a casa per il pranzo ordinò una pizza e per pagarla, mentre il ragazzo delle consegne aspettava vicino alla porta, senza accorgersene le cadde dalla tasca il foglietto con la poesia.<br />
Dormiva sul divano quando Serena lo raccolse da terra, leggendo la poesia rabbrividì per la bellezza e perché sapeva benissimo chi fosse stato a comporla, si avvicinò alla ragazza e la svegliò con uno scossone…<br />
“E’ TUO QUESTO FOGLIETTO?”<br />
“COSA?”<br />
rispose assonnata e senza capire<br />
“QUESTO FOGLIETTO”<br />
e glielo porse quasi gettandoglielo sul viso, Maty lo lesse si toccò la testa ricordando…<br />
“E’ UNA POESIA VECCHIA?”<br />
adesso si sentiva sotto inquisizione mentre Serena andava avanti e indietro con le braccia incrociate, Maty sorrise<br />
“COSA STAI PENSANDO?”<br />
“COME CAZZO FAI AD AVERE UNA POESIA DI QUEL PEZZO DI MERDA?”<br />
“CALMATI SERE E’ VENUTO IN LIBRERIA QUESTA MATTINA”<br />
“E COME CAZZO FA A SAPERE DOVE LAVORI?”<br />
Maty continuava a sorridere, le piaceva quel suo modo di farle le domande e soprattutto le faceva ridere il fatto che quando si innervosiva cominciava ad essere sboccata, si alzò dal divano e si avvicinò al frigo per prendersi un tè freddo da bere…<br />
“MATY MI RISPONDI?”<br />
“SERE NON LO SO, MA SE STAI PENSANDO CHE STO IN CONTATTO CON LUI DI NUOVO TI SBAGLI, NON FACCIO PIU’ CAZZATE TE LO GIURO….”<br />
“ME LO GIURI?”<br />
“SUI MIEI FIGLI…” e rise…<br />
“MATY SERIA…”<br />
“SI SERE L’HO ANCHE CACCIATO VIA DALLA LIBRERIA, LUI SI E’ ANCHE INNERVOSITO, E’ RIDOTTO MALE…”<br />
e bevve.<br />
Serena le credeva, aveva un radar per le bugie e Maty? Maty lo possedeva?<br />
E se sì, aveva gia capito che le aveva mentito una notte che le chiese se aveva mai provato qualcosa per Omero?<br />
Provare qualcosa per Omero? Non riusciva a capirlo neanche lei.<br />
Maty le aveva creduto perché la sentì addormentarsi serenamente, bugiarda Serena bugiarda…<br />
“VOLEVAMO AIUTARE ANCHE LUI…”<br />
“LO SO…”<br />
e si abbracciarono…<br />
Maty iniziò a lavorare gradualmente al centro con Serena, il signor Gennaro aveva bisogno di tempo per trovare una sua sostituta e lei faceva doppio lavoro, ma adorava farlo.<br />
Un pomeriggio fuori dal consultorio passò prenderla Omero, lei gli saltò al collo, quando sentiva le sue braccia cingerle i fianchi, rimaneva con il naso sul suo collo affinché il suo profumo potesse imprimersi meglio nelle narici, faceva un lungo respiro e sorrideva, aspettava che il ragazzo le baciasse la fronte e poi riapriva gli occhi<br />
“HO UNA SORPRESA PER TE”<br />
“QUALE?!”<br />
“BEH, SE TE LO DICO CHE SORPRESA E’?”<br />
“GIUSTO!”<br />
“TI DICO SOLO CHE UN MIO AMICO MI HA PRESTATO L’AUTO”<br />
Maty si staccò da lui e guardò l’auto<br />
“MA QUESTA E’ UNO SCASSONE!!”<br />
“LO SO MA ERA L’UNICO AMICO CHE POTEVA PRESTARMI UN AUTO”<br />
“GUIDI?!”<br />
“CERTO! ANCHE SE NON HO L’AUTO QUESTO NON SIGNIFICA CHE NON SO GUIDARE?!”<br />
“HO UN PO’ PAURA SINCERAMENTE”<br />
“FIDATI DI ME…”<br />
“DEVO PROPRIO?”<br />
“MATISSE MONTA IN MACCHINA E CHIUDI LA BOCCA!!”<br />
“SIGNORSI’, SIGNORE!!”<br />
e rise.<br />
I due ragazzi entrarono nell’ auto, presero l’autostrada, viaggiarono un bel po’ tanto che Maty si appisolò.<br />
Quando riaprì gli occhi sentì una leggera brezza solleticarle il viso e poi, il mare, Omero era appoggiato all’auto, la ragazza uscì e si avvicinò a lui<br />
Da lontano il cielo minacciava pioggia, tra il grigiore delle nuvole, un lampo squarciò l’orizzonte<br />
“VENIVO QUI DA BAMBINO, LE POCHE VOLTE CHE MIO PADRE MI VENIVA A TROVARE, ECCO LA TUA SORPRESA MATISSE”<br />
“E’ BELLISSIMO”<br />
“QUANDO IL SOLE STA PER TRAMONTARE E’ ANCORA PIU’ BELLO”<br />
“PREFERISCO QUANDO E’ CATTIVO TEMPO, GLI ODORI SI PERCEPISCONO MEGLIO, TI CONFONDONO”<br />
Maty respirò abbondantemente, l’aria che riempiva i polmoni le entrò dentro, tossì poi sorrise dolcemente, Omero la prese per la vita<br />
“TI SENTI MALE?”<br />
sì, si sentiva mancare<br />
“NO, STO BENE HO SOLO UN PO’ DI TOSSE”<br />
e baciò le labbra del ragazzo, poi lo guardò fisso negli occhi mentre il vento faceva muovere i suoi riccioli, che le coprivano il volto, lui li scostò<br />
“CHI ARRIVA ULTIMO E’ UN PERDENTE!!”<br />
e scappò  dalla morsa del ragazzo ridendo.<br />
Se per un attimo Omero era rimasto stupito e senza parole, subito dopo la seguì in spiaggia<br />
“DOVE SCAPPI”<br />
si rincorsero sporchi di acqua e sabbia fino a quando Omero l’abbracciò dalle spalle e la strinse senza forza<br />
“PRESA”<br />
“RIMANI COMUNQUE UN PERDENTE!”<br />
le baciò il collo, odorava di vaniglia e sale<br />
“OMERO…”<br />
“COSA C’E’ MATISSE?”<br />
“IO TI AMO”<br />
ma il ragazzo non rispose e gli si gelò il petto<br />
“E NON L’HO DETTO PERCHE’ TU POTESSI RISPONDERMI ALLO  STESSO MODO, MA PERCHE’ ORMAI NON RINUNCIO A DIRE QUELLO CHE SENTO A CHI MI STA VICINO NON HO PIU’ PAURA, CI CREDI?”<br />
ora era lui ad essere terrorizzato da quelle parole<br />
“OK MATY”<br />
la ragazza sorrise e scappò dalle sue braccia<br />
“QUESTA VOLTA NON MI PRENDI!”<br />
e come una bambina gli cacciò la lingua, girò il viso e la sua espressione divenne triste, aveva sperato che Omero ricambiasse, ma lui non era fatto per mentire, con i suoi occhi grandi e verdi le diceva sempre la verità ne era sicura.<br />
Giocarono ancora a buttarsi la sabbia bagnata, come se niente fosse stato detto o fatto, anche se entrambi si sentivano diversi.<br />
Quando ritornarono a casa, trovarono Serena<br />
“MA DOVE SIETE STATI, EHI PUZZATE!!”<br />
i due ragazzi l’abbracciarono e finirono a terra ridendo<br />
“BLEAH, CHE SCHIFO!”<br />
“OMERO MI HA PORTATO AL MARE…”<br />
le due ragazze si guardarono negli occhi, quando lo facevano entravano in un mondo tutto loro, dove anche Omero rimaneva un estraneo le due amiche si abbracciarono forte.<br />
I legami… ne esistono vari, c’è quello di sangue, c’è quello che si crea con un accordo, una stretta di mano, ma quello che c’era tra le due ragazze era cavernoso, abissale, legava dalle radici, dalla disperazione, quando si dividono le esperienze più basse della vita e la persona che hai al tuo fianco non ti giudica, ma ti tende la mano, in quell’incontrarsi senza paure, senza rumore, senza odore, senza parole, si incontrano due vite che si legano in un segreto, in un immagine, in una risata, in un pianto, in un fallimento… due, il numero è due, perché solo tra due persone esiste un legame più forte di altri, il nodo rimane unico e indissolubile, per questo Serena si sentiva di aver allentato la stretta di quel nodo, un tradimento, se Maty avesse saputo poteva decidere di sciogliere il legame e sarebbe caduta senza permettere a nessuno di farsi prendere.<br />
Serena sarebbe stata la causa di quel volo, o forse era lei che si sarebbe sentita abbandonata?<br />
Si rialzarono da terra<br />
“ORA VADO A FARE UNA DOCCIA E POI VI PREPARO LA CENA OK? NON TOCCATE NULLA FACCIO TUTTO IO!!”<br />
e corse in bagno<br />
“TI AVREI CHIAMATO MA ERI AL CENTRO”<br />
“SEI IMPAZZITO? POTREBBE PRENDERE FREDDO”<br />
“DAI SERE E’ COSI’ FELICE, L’HAI VISTA?!”<br />
“SI”<br />
Omero era entusiasta<br />
“C’E’ UNA COSA SERENA…”<br />
“COSA?<br />
“HA DETTO DI AMARMI…”<br />
Serena sentì un colpo al cuore e per un attimo tremò<br />
“E TU COSA LE HAI RISPOSTO?”<br />
“NULLA…”<br />
“COME NULLA?”<br />
“PERCHE’ AVREI DOVUTO RISPONDERLE UNA COSA CHE NON E’ VERA…”<br />
“PERCHE’ LE HAI SPEZZATO IL CUORE?”<br />
“MA SERENA NON CAPISCO, LEI DEVE SAPERE LA VERITA’ DELLE COSE, NON E’ UNA BAMBINA”<br />
“SAI CHE LE PERSONE CHE SI DROGANO NON SMETTONO MAI DI PENSARE DI FARSI DI NUOVO? LA DIPENDENZA NON LI ABBANDONA MAI CE L’HANNO NEL SANGUE…”<br />
“MATY NON E’ COSI’ DEBOLE SERENA, LEI HA IL DIRITTO DI SAPERE LA VERITA’ DELLE COSE…”<br />
“UN DOLORE POTREBBE FARLA RICADERE, CAZZO OMERO, NON CI PENSI?”<br />
“CI PENSO CONTINUAMENTE E MI FA PAURA…”<br />
“IO SO COSA HA VISSUTO TU NON SAI UN CAZZO DI LEI…”<br />
“PERCHE’ MI TRATTI IN QUESTO MODO? MA FORSE HAI RAGIONE, NON SO UN CAZZO DI LEI, DI TE, PERCHE’ CONTINUI A NASCONDERE LE COSE? A LEI, A TE STESSA,TI SEI MAI CHIESTA CHI E’ LA TOSSICODIPENDENTE TRA VOI DUE, SEI TU CHE DIPENDI DA LEI,SEI GELOSA DI ME E TE LA TIENI ATTACCATA CON UNA CORDA, LASCIALA VIVERE TU… CAZZO!! HAI ANCHE PAURA DI FARLE SAPERE CHE TI SEI INNAMORATA DI ME E CHE HAI UN FOTTUTO TERRORE DI RENDERTENE CONTO? SE SOLO PROVASSI A FARGLIELO CAPIRE…”<br />
“SEI UN ILLUSO IO NON PROVO NIENTE PER TE”<br />
“I FATTI NON TI DANNO RAGIONE, LO SAI BENISSIMO ANCHE TU! INSOMMA COSA C’E’ DI MALE, CAPIREBBE, LEI DEVE SAPERE COSA E’ SUCCESSO TRA DI NOI, TANTO E’ STATO UNO SBAGLIO, MA METTILA ALLA PROVA “<br />
Serena non riusciva a guardarlo negli occhi, Omero le stava di fianco e lei tremava, amava quel ragazzo e il suo modo di prendersi cura di loro, se non avesse avuto tutto quell’autocontrollo, si sarebbe abbandonata a quello che sentiva, ma non poteva, Matisse valeva piu’ di qualunque altra cosa al mondo.<br />
“VUOI SAPERE UNA COSA? NONOSTANTE L’ERRORE, QUEL BACIO E’ STATO FANTASTICO!”<br />
Fece il ragazzo scuotendola per un braccio<br />
“LO SO, CAZZO! MA NON DEVE SAPERE, L’IDEA DI NOI DUE NON DEVE NEANCHE SFIORARLA”<br />
“LEI DEVE SAPERE CHE CI POSSONO ESSERE ANCORA COSE AL MONDO CHE POTREBBERO FERIRLA ED E’ PROPRIO LI’ CHE DEVE COMBATTERE, INVECE TU LE VUOI OVATTARE LA REALTA’, LA VITA E’ BELLA, GLI AMICI SONO BELLI, TUTTO BELLO, LA VERITA’ E’ CHE LA VITA E’ UNA MERDA E LEI NON DEVE DIMENTICARLO.”<br />
“ZITTO NON URLARE, LEI SA BENISSIMO QUANTO E’ BASTARDA LA VITA MA ORA BASTA, LEI HA IL DIRITTO DI VIVERE UNA VITA NORMALE E FELICE, LE MACCHIE OMERO LE MACCHIE LE SONO AUMENTATE SUL CORPO, E SAI COSA SIGNIFICA? CHE STA MARCENDO CAZZO! STA MARCENDO”<br />
Serena si mise a sedere su una sedia in cucina con il viso tra le mani…<br />
“NON POSSO PERDONARMI, NON POSSO PROPRIO PERMETTERMI DI DIRLE LA VERITA’…”<br />
“QUALE….?”<br />
“CHE TI AMO! CAZZO IO TI AMO…”<br />
Maty sbucò da dietro l’angolo e li guardò<br />
“AVEVO SENTITO URLARE”<br />
sorrise<br />
“MATY…”<br />
“HO CAPITO…”<br />
riuscì ad urlarle, perché aveva sentito tutto, e la cosa che le aveva recato più dolore era che Serena non era stata in grado di essere sincera con lei.<br />
Maty corse via, perché tutto quel dolore era stato destinato proprio a lei?<br />
Cosa aveva fatto di così grave?<br />
Non aveva mai fatto del male a nessuno, se non a se stessa, bugie solo e sempre bugie, aveva ascoltato, ed era vero a volte sentiva ancora un eco di astinenza urlarle nelle vene, ma soffocava tutto con l’amore viscerale che provava per Serena e Omero, viveva per lui, viveva ancora per lui e se prima aveva quasi accettato l’idea di morire nel tempo, ora da quando lo aveva conosciuto, si ritrovava la notte ad avere paura, terrore per quella voce che sentiva nell’ombra e ripiegava il cuscino sulle sue orecchie dicendo sottovoce, che non voleva morire, non voleva morire, non voleva morire…<br />
La strada era buia e vagava da sola con i capelli ancora bagnati, tossiva continuamente, il dolore nel petto era un macigno, dovette fermarsi, e quando vide che dalla bocca le uscì del sangue iniziò ad urlare e a maledire se stessa.<br />
Come aveva potuto la sua Serena farle tanto male e nasconderle quello che era successo tra lei e Omero?<br />
Per troppa protezione aveva finito per esporla al vento sola, nuda e indifesa, ora lei era capace di non farsi del male?<br />
Le sembrava di essere ritornata a raschiare il fondo, un tradimento, un nodo sciolto.<br />
Camminando si ritrovò di fronte al locale che frequentava un tempo, il MAMBO, era lì che si andava ad impasticcare e a bere con il suo vecchio gruppo di amici, quando tentava di comprimere il male che le faceva Ewan, e fu proprio lui che incontrò<br />
“EWAN”<br />
“MATISSE COSA CI FAI QUI?”<br />
“PASSAVO…”<br />
Maty era visibilmente distrutta e confusa<br />
“COSA C’E’?”<br />
la ragazza scoppiò in lacrime e lo abbracciò<br />
“VIENI TI ACCOMPAGNO A CASA”<br />
“NO! A CASA NO”<br />
“COSA C’E’ MATISSE?”<br />
“PORTAMI VIA, MA NON A CASA MIA TI PREGO”<br />
“D’ACCORDO”<br />
Ewan la portò nella sua grande villa, dove un tempo viveva anche lei. Entrando e attraversando quelle stanze, le ritornarono in mente, come allucinazioni, momenti del suo turpe passato, camminava come spaesata seguita dal ragazzo<br />
“SEI FATTA MATISSE?”<br />
la fece sedere su un lungo divano nero<br />
“NO, PEGGIO AFFRONTO IL MALE CON ALTRI MEZZI”<br />
“E QUALI?”<br />
chiese il ragazzo sorridendo e accendendosi una canna<br />
“IL MIO CORAGGIO”<br />
“IO PREFERISCO BUTTARMI A CAPOFITTO SULLA POLVERE BIANCA”<br />
“SEI UN PERDENTE”<br />
il ragazzo rise<br />
“A TE PIACEVA UN TEMPO SE NON RICORDO MALE…”<br />
“SONO CAMBIATA EWAN, CE LA FACCIO CON LE MIE SOLE FORZE”<br />
Ma era vero?<br />
“GLI UOMINI, CREDIAMO DI AVERE COSI’ TANTE CAPACITA’ E INVECE PIANGIAMO COME BAMBINI DI FRONTE AL MALE CHE PUO’ FARE IL VIVERE, CI INGINOCCHIAMO, E POI CI RIFUGIAMO NELLO STESSO DOLORE, CON L’ILLUSIONE DI CONTROLLARLO, IN REALTA’ E’ LA NOIA CHE CONTROLLA TUTTO”<br />
“TU CAMBI STRADA INVECE, SCEGLI GIA’ DI MORIRE,”<br />
“IO VIVO PER VIVERE, MATISSE”<br />
urlò arrabbiandosi e prendendo a pugni l’aria<br />
“E TI BUCHI? BEL CONTROSENSO!”<br />
“OGNUNO DECIDE DI VIVERE COME MEGLIO CREDE, ANCHE TU LO PENSAVI”<br />
“E LO PENSO ANCORA, COME PENSO CHE SEI STATO TU AD INDICARMI UNA STRADA CHE MI AVREBBE FATTO SOLO DEL MALE IO NON MERITAVO QUESTO, ERO UNA RAGAZZINA“<br />
“E’ STATA UNA TUA SCELTA, MI HAI SEGUITO”<br />
“IO TI AMAVO E POI TU MI TRASCINAVI CON TE EWAN! VARCATO IL CONFINE NON SI TORNA PIU’ INDIETRO, ME LO DICESTI QUANDO MI AIUTASTI A SPARARMI DENTRO LA MIA PRIMA DOSE RICORDI?”<br />
il ragazzo diede l’ultimo tiro alla sua canna<br />
“COSA VUOI DA ME, MATISSE?”<br />
come era strano sentire di nuovo quella cadenza, quel tremore nella sua voce, prima di pronunciare il suo nome, anche Omero, pronunciavano quel suono con timidezza, così raro, per paura di sciuparlo…<br />
“HO BISOGNO DI UN POSTO DOVE DORMIRE STANOTTE”<br />
“PUOI RIMANERE QUI, CI SONO TANTE STANZE, NON HO PROBLEMI E POI LA CASA LA CONOSCI”<br />
Maty si guardò intorno, credeva di averla dimenticata<br />
“PURTROPPO SI”<br />
Ewan andò via sbattendo la porta.<br />
Sola, in quella stanza, in quella prigione di ricordi, le tornavano in mente i momenti della sua adolescenza, passata lì, gli angoli bui della casa dove un tempo aveva sofferto in silenzio le crisi di astinenza, tutto le procurava dei brividi, si stese sul divano e con gli occhi chiusi piangeva, tenendo la testa tra le mani, chissà dove erano Omero e Serena, se la stavano cercando.<br />
Stava sognando, forse era un incubo, ora si svegliava e il caldo sorriso di Serena le avrebbe riscaldato il petto e invece la mattina quando riaprì gli occhi, sul tavolino di fronte a lei trovò un bicchiere di latte, dei biscotti e sul divano Ewan che la fissava<br />
“BEN SVEGLIATA”<br />
“MI ACCOMPAGNI ALLA LIBRERIA?”<br />
“NON FAI COLAZIONE?”<br />
“NON HO FAME”<br />
“D’ACCORDO MATISSE”<br />
il ragazzo prese l’auto e l’accompagnò a lavoro, dove l’aiutò ad aprire la serranda<br />
“ALLORA CIAO MATISSE”<br />
“EWAN…”<br />
“COSA?”<br />
“GRAZIE PER STANOTTE, NON PERDERTI ANCORA, TI PREGO”<br />
il ragazzo si accese una sigaretta e sorrise<br />
“IO STO BENE, E COMUNQUE SAI CHE E’ CASA TUA QUELLA…”<br />
“NON PIU’”<br />
Ewan abbassò lo sguardo e andò verso l’auto, prima di mettere in moto si guardarono un tempo interminabile, lo aveva amato tanto e odiato allo stesso modo, le venne in mente la prima volta che avevano fatto l’amore, aveva pianto e lui l’aveva ricoperta di baci, quei suoi occhi verdi ormai spenti e tetri un tempo erano stati la causa del suo smarrimento.<br />
La malinconia prevalse e mentre metteva a posto i libri, sentiva sempre di più la voglia di rivedere i suoi due amici, e più li amava, più li odiava.<br />
Tossì, quando si sentì chiamare<br />
“MATY”<br />
era Omero, ma lei non rispose<br />
“DOVE SEI STATA STANOTTE? HO VISTO ANDARE VIA QUALCUNO QUANDO SONO ARRIVATO”<br />
“ERA EWAN”<br />
“QUELL’EWAN?!”<br />
si preoccupò e diede un pugno sul bancone<br />
“SI, OMERO, MA A TE COSA IMPORTA?”<br />
“DOVE HAI DORMITO?”<br />
“DA LUI!”<br />
il silenzio calò pesante tra i due, Omero sperava che la ragazza non avesse commesso alcun errore, Maty era già cambiata i suoi occhi erano ridiventati grandi e tristi<br />
“E NON MI SONO FATTA, SE E’ QUESTO CHE VUOI SAPERE!”<br />
“MATY, AVREMMO DOVUTO DIRTELO”<br />
“NO, NON TU OMERO, MA SERENA SI”<br />
“E’ STATA COLPA MIA”<br />
“AVREBBE DOVUTO DIRMELO CHE LEI PROVAVA QUALCOSA PER TE, IO CREDEVO IN LEI, L’AMICIZIA E’ SINCERITA’ IO AVREI CAPITO E INVECE IN TUTTI QUESTI ANNI NON HA FATTO ALTRO CHE DARMI UNA VISIONE DELLA REALTA’ SBAGLIATA, COME SI PUO’ VOLER DARE AMORE, SE NON SI HA IL CORAGGIO DI DIMOSTRARE ANCHE LE PROPRIE DEBOLEZZE?”<br />
“LO HA FATTO SOLO PER PROTEGGERTI”<br />
“E LA SINCERITA’? PERCHE’ CAZZO LA SINCERITA’ DEVE ESSERE UNA DELLE TANTE OPZIONI ALLA BASE DI QUALSIASI RAPPORTO? E NON LA COSA FONDAMENTALE!”<br />
urlò piangendo<br />
“MATY…. SERNA VOLEVA SOLO PROTEGGERTI”<br />
“VA VIA OMERO, TI PREGO VAI VIA E LASCIAMI SOLA”<br />
il ragazzo restò ancora lì per poco, poi aprì la porta della libreria e uscì.<br />
Stupido e vigliacco e ora come avrebbe fatto senza di lei?<br />
Era questo e tante altre cose che si chiedeva, mentre andava via, l’avevano cercata tutta la notte anche nei posti in cui aveva vissuto un esistenza in preda a deliri artificiali, ne era uscita pulita, allora avevano sbagliato, Serena aveva sbagliato tutto, il dolore ti rende egoista, ma se qualcuno ti insegna che qualcosa di buono, dopotutto rimane, se si è abbastanza forti, non torni indietro, non butti tutto quello per cui hai lottato, ma soffrendo quel dolore lo combatti, lo cambi, lo affronti, lo vinci.<br />
Maty aveva vinto quella notte e sarebbe stata capace anche di vincere la verità dei sentimenti dell’amica, pensò Omero, Maty aveva vinto, anche se lo aveva cacciato via dal negozio, era felice e non vedeva l’ora di dirlo a  Serena, che la sua migliore amica, ce l’aveva fatta, poi però ad un tratto si sentì terribilmente solo, i sorrisi di Maty, aveva promesso a suo padre che l’avrebbe fatta ridere sempre con il cuore e invece, il cuore, glielo aveva preso a pugni, l’aveva fatta piangere, questo non riusciva a perdonarselo.<br />
Camminò fino al centro dove lavorava Serena, con le mani in tasca e distrutto, si presentò davanti agli occhi della ragazza<br />
“L’HO TROVATA, E’ AL NEGOZIO, HA DORMITO DA EWAN”<br />
“EWAN? MERDA! DOVEVO PREVEDERLO CHE SAREBBE ANDATA DA LUI”<br />
“STAVA BENE, INSOMMA NON SEMBRAVA FATTA, ERA LUCIDA E POI ME LO HA ANCHE DETTO”<br />
“HO SBAGLIATO TUTTO, TUTTO, MATY E’ MOLTO FORTE E IO CHE TENTAVO DI PROTEGGERLA CONTINUAMENTE, POI DA COSA? PROBABILMENTE DA ME….”<br />
Portò una mano sul viso e singhiozzò il nome della ragaz za,il ragazzo la baciò, era così bella…<br />
“NON DIRE COSI’, DOVRESTI PARLARLE, DEVI DIRLE COSA SENTI PER LEI, CHE CREDEVI DI FARE LA COSA GIUSTA”<br />
“SO QUANTO STA SOFFRENDO, SPERO SOLO NON MOLLI PROPRIO ORA”<br />
“NON MOLLA VEDRAI E’ CAPACE DI FARCELA CREDO CHE ABBIA SOLO BISOGNO DI SAPERE LA VERITA’”<br />
Serena si abbandonò tra le braccia di Omero, stringendolo forte pianse lamentandosi, il ragazzo le accarezzava dolcemente la testa e le baciava i capelli, quanto amavano Maty?<br />
Erano loro ad aver bisogno di lei disperatamente, come una droga.<br />
Serena tornò a casa la sera e Maty era lì, chiusa in camera sua, la ragazza si avvicinò alla porta e bussò con il cuore che le batteva forte tra le costole<br />
“MATY…”<br />
ma non ebbe risposta<br />
“ASCOLTA, SO DI AVER SBAGLIATO TUTTO, ANCHE IO HO AVUTO PAURA DI QUELLO CHE SENTIVO E POI PENSAVO TU FOSSI ANCORA TROPPO FRAGILE, MATY, NON TI FAREI MAI DEL MALE DI PROPOSITO, LO SAI”<br />
la ragazza aprì la porta<br />
“NON AVEVI IL DIRITTO DI DECIDERE PER ME, SONO FORTE ABBASTANZA PER FARLO”<br />
“VOLEVO PROTEGGERTI ”<br />
“IO POTEVO BENISSIMO DIFENDERMI DA SOLA, SE NON HAI TU FIDUCIA IN ME, CHI AVREBBE MAI DOVUTO AVERLA?! DIMOSTRARE, DIMOSTRARE, IO SONO COME SONO, SE NON MI HAI DATO LA POSSIBILITA’ DI REAGIRE, COME HAI FATTO A CAPIRE COME AVREI POTUTO PRENDERLA?”<br />
“NON LO SO MATY, NON LO SO”<br />
“CREDEVI DI SAPERE CON CERTEZZA COME AVREI POTUTO AGIRE IO PERCHE’ TU NEL TUO PROVARE AMORE PER OMERO SEI STATA SPIAZZATA, PERCHE’ NON CREDEVI, NON TI CREDEVI CAPACE DI UNA SIMILE DEBOLEZZA, SII SINCERA CON ME E CON TE STESSA E NON MI PARLARE AL PASSATO MA AL PRESENTE TU AMI QUEL RAGAZZO E LO AMO ANCHE IO E ALLORA? CE LO DIVIDIAMO? NO NON PUO’ ESSERE, ALLORA E’ DI MATY, SI E’ SUO, E’ MIO, OMERO NON E’ MAI STATO DI NESSUNO SERENA E SAI PERCHE’? PERCHE’ NEANCHE LUI SA COSA VUOLE DA ME, DA TE E PERCHE’ SI TROVA QUI “<br />
Maty era davvero una roccia? Serena si sentiva sovrastata da quelle parole<br />
“E ORA LASCIAMI IN PACE! ”<br />
e richiuse la porta, le passerà…<br />
Maty aveva ragione, chi era lei per decidere?<br />
Avrebbe dovuto offrirle la realtà spogliata e acerba senza smorzarla come aveva sempre fatto per proteggerla.<br />
Voleva solo aiutarla.<br />
Riprese la sua borsa e uscì di casa, voleva stare anche lei da sola, parlare con se stessa e capire, forse la sera fredda di Napoli avrebbe potuto aiutarla nel chiarirsi le idee.<br />
Maty invece rimase da sola in camera sua, con gli EPO a palla nelle orecchie, Serena voleva solo renderle la vita più semplice, dopo aver affrontato tanto male, eppure l’amica aveva rinunciato ai suoi sentimenti per lei, perché le voleva bene e Omero, occhi verdi,  poi così confuso dopo quel TI AMO, ed estremamente sincero da star male, mentire su quello che c’era stato tra lui e Serena, si sentiva una stupida, si sentivano tutti e tre stupidi e soli e chi ci capiva nulla della vita?<br />
Chi decideva in realtà cosa era giusto o sbagliato, bene o male, amore o odio?<br />
Maty alzò la cornetta e compose un numero<br />
“PRONTO…”<br />
“PRONTO MONICA, SONO MATY, C’E’ SERENA?”<br />
Maty chiamò il centro<br />
“MI DISPIACE, MA SERENA E’ ANDATA VIA UN ORA FA”<br />
“AH OK…”<br />
rispose la ragazza tremando e sudando<br />
“MA TUTTO OK MATY?”<br />
“SI, SI NON IMPORTA CIAO”<br />
“MATY…”<br />
ma la ragazza riagganciò, poi compose un altro numero<br />
“PRONTO…”<br />
“EWAN”<br />
“MATISSE, SEI TU?”<br />
“SI, EWAN, HO BISOGNO DI FARMI”<br />
Maty si passò una mano sulla fronte bagnata, la vena urlava di vittoria, poi tossì e sputò sangue sul tappeto verde,i l tappeto verde… lo aveva comprato con Omero per il compleanno di Serena e iniziò a piangere era la disfatta…<br />
“NO, MATISSE, TU SEI FUORI ORMAI”<br />
la gola bruciava, respirava a stento, si sentiva morire<br />
“L’ULTIMA VOLTA EWAN”<br />
“MATISSE, PERCHE’?”<br />
la ragazza si grattò il naso e si asciugò una lacrima<br />
“FACCIO L’AMORE CON TE, TE LO GIURO EWAN”<br />
“MATISSE… MA COSA DICI?”<br />
“FACCIO TUTTO QUELLO CHE VUOI COME UN TEMPO, MA HO BISOGNO DI FARMI, STO TROPPO MALE”<br />
un vecchio film dice ”chi può sapere il peccato nei disegni di Dio?”<br />
“ARRIVO MATISSE”<br />
la ragazza attaccò e respirò piano, ingoiava sangue e tossiva, stava forse già morendo?<br />
Allora pensò ad Omero, e iniziò a piangere, si era ancora una volta annullata per un uomo.<br />
Ewan arrivò a casa e Maty lo aprì tremando<br />
“NON FARO’ L’AMORE CON TE”<br />
“NON SONO VENUTO QUI PER SCOPARE MATISSE”<br />
e le preparò la siringa, le legò il laccio emostatico al braccio, le infilò l’ago nella carne e mentre il nettare infernale le iniziò a scorrere in vena Ewan tirò di coca, Maty cadde con la testa all’indietro, era come farsi per la prima volta chiuse gli occhi e prese per mano il ragazzo<br />
“TIENIMI PER MANO VIAGGIAMO INSIEME MATISSE, MIA PICCOLA MATISSE,”<br />
Maty viaggiò nei quadri di suo padre, tra i colori caldi della tela, volava e si vedeva bambina, qualcuno la chiamava, era Omero e al suo fianco Serena, poi si trovò a correre da sola e nuda in un campo di girasoli e poi cadde a terra senza riuscire più ad alzarsi, una figura scura la teneva ferma sul terreno fangoso, con un piede sulla sua testa, forse era Dio.<br />
Serena passeggiò fino alla metropolitana, dove vide seduto sulle scale Omero, con gli occhi persi nel vuoto<br />
“OMERO…”<br />
“NON C’E’ PIU’ TEMPO?”<br />
la ragazza si mise a sedere accanto a lui e appoggiò la testa sulla sua spalla<br />
“IO HO BISOGNO DI LEI IO HO BISOGNO DI FARLE CAPIRE QUANTO LA AMO, QUANTO HO VOGLIA DI LEI, QUANTO MI FA PAURA IL SOLO PENSIERO DI SENTIRMI ABBANDONATO”<br />
a Serena tornarono in mente le parole di Maty, forse ora in quel preciso istante Omero aveva scelto e le cose sarebbero cambiate<br />
“ANCHE IO, VEDRAI CHE CAPIRA’, TUTTO TORNERA’ COME PRIMA, MATY E’ FORTE”<br />
“MATY E’ GRANDE”<br />
Quando ritornarono insieme a casa, videro un autoambulanza e Serena riconobbe Ewan tra la folla, corse da lui allarmata e lo vide piangere,l o strattonò<br />
“COSA E’ SUCCESSO EWAN?”<br />
“NON SI SVEGLIAVA PIU’….”<br />
“COME NON SI SVEGLIAVA PIU’?!”<br />
“IO LA TOCCAVO MA AVEVA GLI OCCHI ALL’INDIETRO”<br />
“L’HAI FATTA MORIRE BASTARDO! GLI HAI PORTATO LA DROGA PEZZO DI MERDA”<br />
gli urlò piangendo e picchiandolo<br />
“OH MIO DIO OMERO, MATISSE”<br />
“COSA?”<br />
la ragazza piangeva stringendo il ragazzo, l’ambulanza partì, Serena cadde singhiozzando in ginocchio, non poteva essere vero<br />
“TI UCCIDO EWAN SE ME L’HAI PORTATA VIA TI UCCIDO”<br />
gli urlò contro Serena<br />
“NON C’E’ PROBLEMA SE VA VIA, IO LA SEGUO”<br />
la polizia ammanettò il ragazzo, mentre Serena e Omero furono accompagnati all’ospedale.<br />
In sala d’aspetto l’aria era cupa, buia e triste, Maty era in terapia intensiva e il ragazzo guardava fuori dalla finestra le luci della città, era caduto tutto vorticosamente, aveva sbagliato tutto?<br />
La vita, la morte, la vita ,la morte, un attimo e ti ritrovi a chiederti perché non le hai detto le cose che cercavi di sotterrare, di dimenticare, per cosa poi?<br />
Per difenderla da un amore?<br />
Per proteggerla?<br />
E’ possibile che troppo amore possa far così male?<br />
Forse se è smisurato come quello che provava Serena per Maty, allora sì, può essere letale.<br />
Omero si girò verso la ragazza e si andò a sedere al suo fianco, sulla sedia e l’abbracciò<br />
“E’ TUTTA COLPA MIA OMERO, TUTTA COLPA MIA”<br />
e si asciugò le lacrime…<br />
“ASCOLTA SERE, QUESTA ESTATE FAREMO UNA GRANDE VACANZA INSIEME, ANDREMO IN MESSICO, CI DIVERTIREMO VEDRAI “<br />
“SENZA DIMENTICARE IL SUO GRAMMOFONO E IL SUO DISCO”<br />
sorrise ricordandola ballare<br />
“TANTO CE LA FA, VERO SERE?”<br />
“LA PORTEREMO CON NOI OMERO”<br />
Il dottore uscì dalla terapia intensiva e andò verso i due ragazzi<br />
“ALLORA?”<br />
“UN OVERDOSE, E’ FUORI PERICOLO MA E’ ALLO STREMO, HA LA POLMONITE, SARA’ MEGLIO AVVISARE LA SUA FAMIGLIA…”<br />
“SIAMO NOI LA SUA FAMIGLIA”<br />
fece il ragazzo con una lacrima che gli scendeva giù<br />
“AVVISO IO SUO PADRE…”<br />
continuò Serena abbracciandolo per le spalle.<br />
Rimasero lì tutta la notte, a guardarla dormire, a spiarla nel suo sonno apparentemente sereno, così piccola, pensò Omero, la sua dolce e piccola donna di porcellana….<br />
Quando finalmente il mattino arrivò, Maty riaprì gli occhi e al suo fianco che la tenevano per mano vide i suoi due amici, sorrise nel pianto e i due fecero lo stesso.<br />
“MI DISPIACE”<br />
Chi è capace di andare incontro ai dolori dell’esistenza con l’armatura pronta, l’elmo e la spada scoperta?<br />
Non esiste un solo modo di reagire ad una difficoltà, perché ogni problema ha il suo grado di minaccia.<br />
Perché le vite sono varie, perché ogni vita umana è uguale e diversa allo stesso tempo dall’altra.</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>(CONTINUA)</strong></em></p>
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		<title>“Ondadimare: Capitolo 3″ di Legoista</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 14:13:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hyde Park</dc:creator>
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		<category><![CDATA[RACCONTI]]></category>
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Da questa terrazza, se voglio, riesco a vedere il mare… è l’erba di questa campagna che ho davanti, che ondeggia docile e fluida, alle carezze del vento, come fosse mare…
Oggi, ho guardato a lungo questo movimento, inseguito da un ricordo che avevo nascosto in me per dimenticarlo…
Ho ritrovato, tra vecchie carte che riordinavo, qualcosa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4914" title="ondadimare" src="http://www.rivistahydepark.org/wp-content/uploads/ondadimare1.jpg" alt="" width="575" height="431" /></p>
<p style="text-align: justify;">Da questa terrazza, se voglio, riesco a vedere il mare… è l’erba di questa campagna che ho davanti, che ondeggia docile e fluida, alle carezze del vento, come fosse mare…<br />
Oggi, ho guardato a lungo questo movimento, inseguito da un ricordo che avevo nascosto in me per dimenticarlo…</p>
<p style="text-align: justify;">Ho ritrovato, tra vecchie carte che riordinavo, qualcosa che volevo credere perduta e mai più ritrovare e invece è qui, tra le mie mani, questa cosa che mi toglie il respiro se la guardo.<br />
Sbiadita dal tempo, la cartella di cartoncino rosso, l’avevo sigillata col nastro adesivo per non riaprirla più, ma prima… ci avevo abbandonato il cuore, là dentro.<br />
Adesso, rileggo su quel cartone una parola che non pronunciavo da anni… Indelebile d’inchiostro nero, scritta come un graffio alla memoria, essa mi sfidava a farsi ridire ancora ed io, l’ho ripetuta per cento volte dentro al mio cervello, per riscoprire lo stesso suono dolce di una volta… che m’inventai quel nome di “ondadimare”…<br />
E’ stato, scivolare vertiginosamente incontro alla malinconia di un tempo lontano, e a questo, non ero per nulla preparato.<br />
Era dimenticata dietro due file di libri, giusto nel ripiano più inaccessibile, tra quelli poco importanti, che mai avrei scelto di leggere o rileggere e allora, mi domando se era destino o qualcosa di ultraterreno, che mi abbia spinto a cercare proprio là dietro a quei volumi perché, adesso che ci penso… io non mi ricordo, d’avere voluto cercare qualcosa, ma ho sentito invece l’impulso, forse da un pensiero subliminale, di arrampicarmi su una sedia, fino a quello scaffale, e infilare la mano tra i volumi per afferrare a colpo sicuro questa cartella nascosta, come se sapessi già dov’era… ma io non lo sapevo per niente…<br />
Sì, mi ha stordito… è il senso di questo ritrovamento che io non so orientare perché… il pensiero che il caso nasconda sempre un suo scopo, sebbene io voglia ricacciarlo, riaffiora ogni volta più marcato, e sento… che una volontà diversa, mi abbia condotto a confronto di ciò che racchiude questa cartella.<br />
Me ne sono stato per tutto il pomeriggio qui sulla terrazza, seduto sulla poltrona di vimini a guardare il mio mare, tra sigarette e vino rosso, a caccia di ciò che è nella memoria… così, fino a sera, fino a che non hanno sentito freddo le mie ossa…<br />
Venute da lontano, nubi scure che odorano di pioggia, si sono addensate lente lente trascinate dal vento e promettono tempesta. Sono rientrato in casa e ho richiuso con cura le imposte.</p>
<p style="text-align: justify;">Marisa ha lasciato la mia cena sul tavolo in cucina e, prima di andare via, aveva sprecato raccomandazioni perché la consumassi prima che si freddi…<br />
Non l’ho fatto. Non ho molta fame, forse più tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduto al mio scrittoio, incido con un coltellino la striscia adesiva che chiude la cartella.<br />
L’avevo lasciata lì, senza coraggio di riscoprire ciò che vi avevo nascosto vent’anni prima ma adesso, non posso più sfuggirle e l’apro…</p>
<p style="text-align: justify;">…E’ stato emozionante rivederti, “ondadimare”&#8230; tu, bella che sorridi, prigioniera di una piccola fotografia e dietro di te, cento fogli e tutte le mie parole…<br />
Il tuo sguardo mi fissa, e un accenno di sorriso ha fermato il tempo in cui ci amammo e tu, eri sempre così raggiante e lontana da ogni tristezza… ora però, mi trafigge come una lama il tuo ricordo, quando persi il tuo cuore e non lo volli più cercare e poi… dimenticare.<br />
Chissà dove sei adesso, “ondadimare”… annego in mille rimpianti, ora che ti ho ritrovata tra i ricordi e sapessi… c’è una goccia di pianto, tra la tua immagine e il mio sguardo…<br />
La solitudine ha indurito la mia anima e l’abitudine ai tradimenti della vita mi fa vivere più forte questa vecchiaia però, mi scopro fragile all’inquietudine che mi pervade adesso perché, ritrovando in me il nascondiglio dove tenevo velato il tuo ricordo, io lo rivivo così presente da rimanerne incredulo ma, richiamarti alla memoria è un dolore dolce e non fa male…<br />
Quante cose non ti ho detto e quante te ne saprei dire adesso, “ondadimare”, che solo Dio lo sa dove tu sei ma, se una linea della tua mano sono io, e tu mi riconosci, stringimi forte dentro al tuo pugno e regalami ogni tanto un tuo pensiero…</p>
<p style="text-align: justify;">Tra questi fogli di appunti e versi che ti dedicai, rileggo ancora le parole antiche di quell’amore…</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se mi fai entrare nel tuo cuore,</em><em><br />
sarò con te quando ti senti sola<br />
e, sei sarai triste, io ti farò ridere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se mi fai entrare nel tuo cuore,<br />
mi troverai ogni volta che ti perderai,<br />
e non sarò mai stanco di restarti accanto&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Saprò ascoltare i tuoi pensieri,<br />
e leggere ogni tuo sguardo,<br />
se mi fai entrare nel tuo cuore…</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Saprò curarti l’ansia e la malinconia,<br />
e mai, io ingannerò i tuoi sogni,<br />
se mi fai entrare nel tuo cuore…</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E… se mi fai entrare nel tuo cuore…<br />
Ti addormenterò ogni sera in un abbraccio<br />
e ti risveglierò al mattino, con un bacio…<br />
</em><br />
…Era di luglio e Milano era soffocante da far desiderare di fuggire al mare.<br />
In macchina era un calvario. Avevo già fatto due giri d’isolato prima di trovare un buco di parcheggio ma ero riuscito ad arrivare in tempo al ristorante.<br />
La società per cui lavoravo, aveva organizzato un pranzo. Succedeva due volte l’anno: a Natale, e prima delle ferie estive.<br />
Eravamo piuttosto numerosi, forse in trenta o quaranta, collocati in due sedi: Nord e Sud. Le chiamavamo così per la loro posizione topografica in città. Ci occupavamo di progettazione e gestioni immobiliari. Io ero della sede Sud ed ero responsabile alle vendite.<br />
In verità, quelli erano tediosi incontri dove, solo poche volte, avveniva qualcosa di singolare da potersene ricordare e quella volta sembrava uguale e noiosa come tante altre.<br />
Soliti discorsi, identiche facce, vecchie battute… sì, l’unica nota positiva sarebbe stata il pranzo: quello era un ottimo ristorante..!<br />
Avevo cominciato a masticare salatini sorseggiando un aperitivo e intanto distribuivo sorrisi e saluti, quando, dal fondo della sala, mi fece cenno il “grande capo”: …ingoiai una patatina e mi avvicinai per salutarlo.<br />
- …Caro Fabio, aspettavamo giusto lei… credo che adesso non manchi più nessuno… -<br />
- …Mi spiace, ho fatto più in fretta che potevo e… -<br />
- Si… si.. lasci perdere… piuttosto, voglio presentarle un nuova persona nuova… -<br />
Accanto a lui c’era una giovane donna …molto carina, molto bionda…<br />
- Fabio, le presento la signora Giulia Carisi… Giulia, le presento il signor Fabio Trevi… Giulia è con noi da oggi e non poteva essere migliore occasione di adesso per presentarla al resto del gruppo. Farà parte del nostro ufficio legale…<br />
Giulia, il nostro Fabio è responsabile del settore vendite… Credo che avrete parecchie occasioni per scambiarvi consigli… -<br />
- Benvenuta tra noi, Giulia… &#8211; Strinsi la tua mano e mi sembrò di conoscerti da sempre&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che ti cercai con lo sguardo per tutto il tempo e studiai ogni tua movenza, perché era irrefrenabile l’attrazione al fascino che ti avvolgeva…<br />
Tu eri là, come una margherita in un cesto di patate …e cercavi una formula che annullasse quell’imbarazzo che si vive quando ci si trova in un ambiente nuovo, tra gente sconosciuta che ti analizza e ti seziona. Le altre signore poi… t’avrebbero data alle fiamme con vero piacere… Intuivo i loro commenti e indovinavo i pensieri dei maschi…<br />
Era evidente quel tuo disagio, ma la tua bellezza annullava ogni impaccio.<br />
…Mi ero accorto che, durante quel pranzo, curando che nessuno potesse vederti, avevi concesso un accenno di libertà ai tuoi piedi, esausti d’essersene stati a lungo in bilico su tacchi troppo alti e allora, ti eri sfilata lievemente le scarpe, sfiancata dal continuare ad immolarti al sacrificio del mal di piedi che dovevi avere e, questa tua naturale spontaneità, mi parve tenera e disarmante.<br />
I tuoi capelli, belli e disubbidienti, racchiudevano come due carezze il tuo viso assieme ad un sorriso e gli occhi si accendevano, cinti dal trucco cielo; il vestito leggero esaltava morbidi profili ma, accompagnava ogni tuo gesto qualcosa d’indefinibile, di magico e sublime, che solo una regina poteva vantare uguale grazia alla tua, seppure, anche lei, avesse avuto un mal di piedi.<br />
Gesù, quante volte ti guardai, che per ciascuna avrei dovuto chiederti perdono, ma io mi innamorai di te perché di te io vidi l’invisibile e quale pazzia sarebbe stata chiedermi di non amarti… sarebbe stato dire al vento di non soffiare o ad un uccello di non volare…</p>
<p style="text-align: right;"><strong>(continua…)</strong></p>
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