Design — 3 giu ’09 09:03

“Intervista a Romolo Stanco” di Michele Nascia

In un’intervista a designer blog ha dichiarato che le idee migliori si ottengono vivendo le situazioni più assurde. Ci racconta un’esperienza strana che ha fatto da scintilla ad una sua idea di successo?

Mia nonna, quella di mia nonna sicuramente non la dimenticherò facilmente. Ho trascorso un intero pomeriggio a svuotare la sua cantina di corredi, tovaglie e lenzuola di pizzo, appartenenti a non so quante generazioni familiari. Pur essendo stata un’esperienza fisicamente devastante (era sotto Natale e le cantine della pianura padana non eccellono come confort ambientale) si trattava di quelle mansioni cui un nipote “decente” non può sottrarsi, soprattutto quando la posta in gioco è rappresentata dal possesso di un corredo tessile di cui non si farà MAI uso.
Tuttavia la fatica ha avuto un inaspettato risvolto. Ho portato a casa, per caso, una delle tovaglie ricamate e, stravolto dalla giornata trascorsa nella cantina, l’ho appoggiata sul tavolo appena entrato in casa. Io ho un tavolo di vetro trasparente essenziale all’estremo: tre lastre incollate UV sugli smussi a 45°. Dopo una doccia ristoratrice torno giù per mangiucchiare qualcosa e accendendo la luce noto l’ombra della tovaglia di pizzo sotto il tavolo di vetro che “ricama” un disegno floreale di una imbarazzante bellezza sul pavimento bianco candido.
Un effetto fantastico.
Probabilmente nessun ricamatore di pizzi ha mai pensato all’effetto della luce attraverso questa tipologia di tessili poiché sono stati tradizionalmente sempre impiegati come decori sovrapposti a tavoli in legno, letti, divani…
Qui è nata l’idea che ha poi condotto a “La Nonna”, protagonista della collezione di NONESISTE denominata appunto “Riflessioni su mia nonna”.
Certo il caso o, se si vuole, l’esperienza bizzarra hanno evocato un’intuizione, ma successivamente il percorso progettuale ha condotto a interrogarsi sul senso contemporaneo del decoro e quindi di una restituzione non solo citazionista dell’uso di un tessile classico.

La Nonna non è “rivestita” da un tessile e non vi è alcuna sovrapposizione materica (che farebbe pensare ad un orpello, per dirla con le parole di Enzo Mari) ma integra al suo interno, grazie a una sofisticata lavorazione, il decoro digitalizzato da un pizzo di fine ottocento.
È un tavolo in vetro, freddo, monomaterico, che tuttavia proietta un’ombra intrigante e di grande suggestione nell’ambiente che lo ospita.
È un oggetto che include molti dei miei sogni progettuali, la non-linearità cronologica – che permette di far dialogare passato e futuro come campi in interazione e non come momenti storici in progressione lineare – la ricerca di una interpretazione contemporanea di un oggetto d’uso, l’espressione di tali esigenze attraverso tecnologie che ne consentano una inequivocabile resa formale (sarebbe stato troppo semplice – e concettualmente discutibile – sovrapporre al vetro un disegno serigrafico del tessile in pizzo) e l’interazione – a mio avviso sempre indispensabile – tra l’oggetto e lo spazio circostante, inteso come spazio fisico e relazione con l’utilizzatore.
Ultima, ma non meno importante, la relazione tra la vita quotidiana, extraprofessionale, ed una intuizione progettuale, un’idea che ha dato poi vita ad un percorso di sviluppo stimolante e di grande soddisfazione.

È art director del NONESISTE DESIGN LAB. Cosa “non deve esistere” nella professione del designer e cosa purtroppo ancora (r)esiste, a dispetto dei nuovi orizzonti, (in Italia, ovviamente)?

[SinglePic not found]Ho fatto esperienze diversissime, dalla DesignWeek londinese al Tent, al Fuorisalone di Milano, da una recentissima esposizione personale a Roma dal titolo “The Opposite” alla presenza in una galleria madrilena durante Ar.Co. (manifestazione internazionale di arte contemporanea).
Il mio è un ruolo “borderline” tra architettura, design, arte e ricerca ed ho cercato di confrontarmi con tutti questi “differenti” mondi raccogliendone sempre una importanti esperienze e stimoli.
Credo che il confronto e l’incrocio tra campi “altri”, per usare uno slang musicale direi un “crossover” disciplinare, – che non è una multidisciplinarietà tuttologica ma una rete di competenze in rapporto dialettico – possa aprire orizzonti capaci di allargare in modo incredibile il proprio panorama di riferimento.
Questa affermazione è peraltro bidirezionale!
Mi è personalmente capitato, pochi mesi fa, di essere relatore (io, architetto!) in un convegno specialistico su materiali innovativi – SMST The International Conference on Shape Memory and Superelastic Technologies, Stresa, 25 settembre 2008 – e di aver proposto un approccio nuovo e stimolante – a loro dire! – a scienziati e fisici di fama internazionale nel settore biomedicale che lavorano ogni giorno per salvare vite umane…
Non credo esista un reale evento di svolta, ritengo che la mia caratteristica di guardare “fuori” da uno specifico campo d’azione sia stata allo stesso tempo una risorsa di crescita e una interessante eccezionalità nel panorama in cui opero.
L’Italia poi non è certamente il contesto ideale in cui operare proposte sperimentali.
Architettonicamente storicista, o legata comunque a dinamiche che salvaguardano i grandi nomi, ha trovato nel design una forte spinta creativa, avanguardistica direi, che tuttavia ha visto radicarsi nel tempo un approccio che definirei quasi “neoclassico”, nel quale i grandi maestri come Sotsass, Castiglioni, De Lucchi restano ancora (dopo 40 anni) riferimenti di percorso imprescindibili.
Intendiamoci, io adoro il lavoro di questi “Grandi”, così come posso adorare Fidia o Terragni, ma ogni fuoriclasse è tale solo se relazionato al suo tempo, al suo contesto di riferimento.
Dubito che il Pelè dei giorni migliori – pur restando uno dei migliori calciatori di ogni tempo – potrebbe avere chanche, oggi, di essere capocannoniere della Champions League!
L’arte contemporanea e la ricerca scientifica hanno assorbito questa convinzione già da tempo mentre architettura e design restano radicati ancora ad una gabbia di riferimento che non ha più nulla in comune con il modo di vivere del 2010 e per questa ragione mi piace restare sempre in contatto con situazioni “al limite” in cui il confine tra le discipline si assottiglia fino a scomparire quasi del tutto.
Citando Robert Zimmerman “The times they are a changin’ ” la cosa più difficile sta nell’accettarlo oltre che nel cantarlo…

La ricerca dell’innovazione è uno stimolo costante nell’universo del design. C’è, al contrario, nei suoi lavori un punto fermo che si ripete, un filo conduttore che collega le sue creazioni?

[SinglePic not found]Ho iniziato gli studi universitari alla facoltà di Fisica a Parma – dopo un liceo Classico affrontato con una imbarazzante incoscienza e concluso con più che decorosi risultati – affascinato dalla fisica “romantica” dei laboratori di ricerca, di scienziati proiettati a scoprire le regole che governano il mondo.
Poi un giorno, dopo un annetto di studio di funzioni matematiche e formule chimiche, mi sono accorto che mi mancava un elemento che ho capito essere indispensabile nella mia vita personale e professionale: l’aspetto creativo o progettuale, inteso come tentativo di portare un contenuto soggettivo “nella” realtà per renderla migliore, o comunque, per spostare ed ampliare gli orizzonti del contesto in cui ogni giorno ci troviamo a vivere.
La scienza di oggi non è più un paniere di certezze, ma un avvincente fluido dinamico in cui coesistono realtà antitetiche e contraddittorie.
La teorizzazione del caos o la crisi del principio di non contraddizione sono solo esempi di una vasta serie di “affinità” tra il quadro che sembra emergere dalla fisica contemporanea e gli insegnamenti delle religioni orientali.
Questo aspetto, che considero molto attuale e contemporaneo anche nella visione del nostro contesto quotidiano, ha continuato ad appassionarmi e a rappresentare un punto fermo dell’approccio che caratterizza la mia professione. Fin dai primi lavori e progetti per me nulla era scontato.
Non ho mai avuto miti o riferimenti, sia in architettura che nel design, non ho mai cercato ispirazioni o maestri ed ogni volta ho affrontato il progetto come un rapporto dinamico, di relazione in divenire, di “scoperta”, o forse, per usare un termine scientifico, di ricerca.
Credo che questo sia uno degli aspetti che interessa maggiormente la critica e i magazine di settore; che io lavori con spazi e volumi in scala architettonica o su oggetti d’uso, la mia passione per una sperimentazione concettuale e formale tende sempre a produrre risultati fortemente contrastanti (dal punto di vista dello stile) ma dall’approccio personale e dichiarato.
Voglio che i miei progetti lascino un “segno” esperienziale su coloro che hanno modo di entrarne in contatto e che, a loro volta, dalla presenza e dall’uso dell’uomo vengano “segnati”.

Il 22 aprile ha inaugurato una mostra a Milano presso la Edizioni Galleria Colombari, di che si tratta?

[SinglePic not found]Quest’anno è stata per me un’esperienza nuova, inusuale rispetto alle mie precedenti partecipazioni.
Ho ricevuto infatti l’invito da Edizioni Galleria Colombari di Milano – una delle più importanti a livello mondiale nel campo del design, testa di ponte italiana delle case d’asta Christies e Pierre Bergé – a presentare un nuovo oggetto, MotherBoard, nel contesto della mostra EcoTransPop, che si terrà, proprio nel periodo del Salone, nel prestigioso spazio di via Maroncelli.
L’esposizione è incentrata sul tema del  “transfer ecologico effimero” che supera la promiscuità postmoderna alla ricerca di un equilibrio nuovo che caratterizzi un linguaggio mobile e surreale,  pop e contemporaneo.
Insieme a me designer e artisti di caratura internazionale del calibro di Karim Rashid, Pawel Grunert e Antonio Cagianelli – per citarne alcuni – sono stati invitati a presentare una personale interpretazione del tema proposto da Paola Colombari senza alcuna limitazione tipologica o progettuale.
MotherBoard, l’oggetto concepito per questa mostra, ha una forte e innovativa valenza concettuale: si tratta di uno specchio che “include” in se stesso – grazie a una sofisticata lavorazione laser presa a prestito dalla neurochirurgia – una traccia fuori scala mutuata dai circuiti elettronici stampati. Il laser altera la struttura cristallina, la “stressa”, rendendo visibili segni grafici all’interno del materiale, intoccabili e sospesi nella trasparenza del vetro come le pietanze di Ferran Adrià.
Ho voluto “forzare” la valenza funzionale dell’oggetto specchio – che non ha tradizionalmente altro scopo che mostrare una “copia” della realtà – consentendo ad esso di alterare l’immagine riflessa, di creare una realtà “alternativa” violata da elementi che appartengono alla identità propria dell’oggetto ma non a quella del mondo in esso riflesso.
Il senso di MotherBoard è quello di una trasfigurazione della realtà tramite una presa di coscienza dell’appartenenza ad un’epoca, ad una cultura contemporanea in cui spesso non conosciamo senso e significato di ciò che usiamo, dei nostri quotidiani strumenti di lavoro o di gioco.
La realtà riflessa da Motherboard diventa una “immagine della realtà” – in senso Pop, come la bandiera di Jasper Johns diventa un segno grafico privo di ogni valenza simbolica – una “interpretazione grafica” basata sulla realtà, “alterata” dall’inserimento di un pattern di circuiti stampati privati del loro significato tecnico. Lo specchio, apparentemente innocuo ed obiettivo replicatore della realtà si trasforma (anche) in uno strumento attivo che restituisce una interpretazione grafica della realtà.
Motherboard, che è un oggetto anche tecnicamente di forte ricerca, sarà realizzato da Edizioni Galleria Colombari in soli sei esemplari, come un pezzo d’arte.
E qui torniamo al punto iniziale… cosa faccio? Prototipi sperimentali di ricerca? Oggetti d’uso? Opere d’arte? Forse la risposta migliore è negare la domanda e prendere i miei lavori come dei punti di partenza, delle opzioni che aprono immaginari, possibilità, stimoli.

Quanto nelle sue creazioni si lascia guidare dal desiderio di stupire?

[SinglePic not found]Lo “stupire”, inteso nel senso etimologico del sorprendere, del condurre a scoprire diversi livelli di lettura e di interpretazione di un oggetto di design o di uno spazio architettonico, rappresenta uno dei punti chiave di un buon progetto.
Non amo la progettazione con effetto contemplativo, quel tipo di risultato che conduce a leggere una univoca e deterministica interpretazione di un oggetto o di uno spazio architettonico. Per questo motivo pur avendo un mio approccio caratteristico forse non sono riconducibile facilmente ad una scuola o ad un filone particolare.
Un esempio molto chiaro viene da uno dei miei primi progetti architettonici: Elfostudio, in quel di Tavernago nelle campagne emiliane, è uno studio di registrazione nato per precise esigenze acustiche che, tuttavia, ha una espressività formale teatrale, forse scenicamente lisergica a dire di alcuni, che stimola una percezione in bilico tra esplosione e aggregazione.
Ma è anche uno spazio in cui coesistono musicisti rock e ensemble classici, in cui la cresta e la Gibson del punk si incrociano con barba e bacchetta di un direttore d’orchestra. Queste presenze – la vita dello spazio architettonico – lo caratterizzano e ne sono caratterizzate. Elfostudio – ha scritto Michele Costanzo – è una architettura Jazz, non può (e non vuole) rinunciare alla propria relazione di simbiosi e antitesi con chi lo usa giorno dopo giorno.
Vive di chitarre appoggiate al muro e di pianoforti al centro della sala, si nutre di cavi audio e amplificatori vintage e per questo motivo “è” così.
In Elfostudio non ti senti a casa, non devi: ti senti in relazione con la musica, con un sogno rock’n’roll, con un immaginario americano cinematografico nel bel mezzo della pianura padana…
Questo aspetto della mia professione è fortemente “passionale” e mi costringe a cercare un equilibrio tra contenuto e contenitore, tra oggetto e utente attribuendo alle parti la stessa dignità, la possibilità di influenzarsi a vicenda.
È un approccio tipico della scienza contemporanea: anche la sola presenza di un oggetto “condiziona” ed influenza l’osservazione di un evento, anche soltanto la presenza di un osservatore passivo.
È il crollo dell’oggettività, del bello o brutto, del binomio stra-abusato forma-funzione come chiave di lettura da parte del soggetto pensante e agente.
Da questo proprio non riesco a prescindere: che io progetti una casa o un oggetto d’uso. Sono convinto che, soprattutto nella progettazione delle nostre abitazioni, il fatto di vivere in un “modo” che è nostro, tipico di un’epoca, di una cultura in evoluzione e cambiamento continuo, debba e possa influenzare pesantemente e positivamente la qualità degli spazi in cui trascorriamo la vostra vita.

Design sostenibile, cosa ne pensa? Quali materiali predilige per le sue opere?

[SinglePic not found]Credo che abbia senso quando si trasforma nella interpretazione attiva di una esigenza e non nella intenzione di cavalcare una moda, una tendenza del momento.
In effetti la realizzazione di nuovi oggetti che ottimizzino forme o funzioni preesistenti ed il concetto di sostenibilità rappresentano, intrinsecamente, un ossimoro.
Mi sto in un certo senso autoaccusando ma non c’è nulla di sostenibile nel produrre (e dunque aver concepito/ideato) una nuova sedia, tavolo o lampada che non porti nulla di profondamente differente nell’uso o nell’effetto che produce nel ( o con) il suo uso.
Poi occorre valutare la questione in senso più ampio e accettare un sistema di produzione che non ha modo di arrestarsi o di sospendere una naturale evoluzione. L’impiego di materiali considerati ecosostenibili ha dunque una ragione concreta e reale ma vi è una enorme confusione ( a mio avviso spesso dolosa ) tra ciò che è sostenibile o semplicemente ecologico riciclabile. La sostenibilità è un affare tra il nostro pianeta e un manufatto artificiale mentre il concetto di ecologia e di riciclo si integra in una logica di produzione, di mercato assai più complessa.
Leggo di oggetti in alluminio con intenti ECO sostenibili, ma occorre sapere che, per fare, ad esempio, una lattina per bibita, si impiegano 6 grammi di alluminio. Per fare 6 grammi di alluminio si producono 1 kg. di rifiuti di materiale roccioso dalla bauxite e 14 litri di acqua per la lavorazione…
Poi, per carità, esiste un processo di reimpiego dell’alluminio, ma a quale “costo”?
Lavorando spesso insieme a istituti di ricerca di prim’ordine impegnati su nuovi materiali e fonti energetiche rinnovabili (come il CNR-IENI di Lecco) considero la possibilità di realizzare presto un progetto che esprima la mia interpretazione del concetto di sostenibilità ma vorrei che emergesse davvero una aderenza totale alla logica di base aldilà dell’impiego di uno specifico materiale.

Qual è il progetto con il quale si identifica, quello che più di tutti porta la sua impronta?

[SinglePic not found]Credo che un buona intuizione sia quella di progettare in relazione aperta con chi utilizzerà il progetto/oggetto. Quando ho disegnato la seduta LaDinDon, ad esempio, ho pensato ad un oggetto che oltre ad avere una forma essenziale e come elemento funzionale fosse in grado di stabilire con l’utente una relazione di interazione. Così oggi, domani o tra cent’anni, chi si siederà su quella poltroncina avrà sempre in un primo tempo una sensazione di incertezza e di dubbio, poi acquisirà confidenza e fiducia, poi inizierà a giocare e a entrare in sintonia con l’oggetto. La forma potrà essere certamente soggetta ad una moda ma le sensazioni, la natura esperienziale della relazione con un oggetto, quelle non passeranno mai di moda e saranno diverse per ogni persona.

Cosa si aspetta dal futuro professionale, cosa spera? I progetti che promuoverà prossimamente?

[SinglePic not found]Sono un pessimo aruspice e adoro le esperienze nuove soprattutto quando inaspettate.
Se pensiamo a quello che era il mondo nel 1998 e pensiamo ad oggi credo che una previsione possa davvero essere azzardata.
Prendiamo uno del 1998 e diciamogli “Hey, hai visto il mio blog? Se hai voglia posta la tua opinione o chiamai su Skype così poi ci becchiamo in Facebook. Tanto le mail le guardo dall’iPhone anche mentre mi guardo un DViX sull’Lcd”
Non capirebbe un accidenti!
Niente, di tutto questo esisteva nel 1998.
Era reale come il teletrasporto del capitano Kirk o come il computer HAL di 2001 (8 anni fa accidenti) Odissea nello Spazio.
Forse persone come William Gibson, Gene Roddenberry, Gorge Lucas potrebbero farci sbirciare nel 2018 ad aiutarci a capire la direzione in cui andare.
Sempre che qualcuno nel frattempo non decida di mettere anzitempo la parola fine alla vita di questo pianeta con qualche “genialata” alla quale il genere umano non è immune, spero che il mondo che ci saremo “costruiti” tra 10 anni, con i suoi oggetti, le sue architetture, la sua natura e i suoi uomini sia ancora capace di fare la cosa più grande di cui da sempre è capace: emozionare.

Che tipo di consigli darebbe ad un’aspirante designer?

[SinglePic not found]Il bello del nostro lavoro è che non è un vero lavoro ma un privilegio. E per questo suggerisco di non smettere mai di guardarsi intorno, esplorare, scoprire. E intendo soprattutto al di fuori del proprio “campo”. Adoro chiacchierare con amici che si occupano di neurochirurgia, biomedicina, ingegneria aerospaziale, amo confrontarmi con il mondo dell’arte contemporanea, del teatro, del cinema. Il “crossover” è fondamentale nel mio lavoro, è l’opzione per esplorare diversi orizzonti possibili per non essere convinti che il proprio mondo sia l’unico dei mondi possibili.
Non è così, la storia ce lo racconta.
Tutto cambia e noi siamo parte del tutto.
Accettarlo e non “pensare” di avere un punto di vista privilegiato è un buon trucco.

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A Jan Kaplicky.

Romolo Stanco Architect: Nonesiste Design Lab’s Director & main designer

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Dopo il biennio alla facoltà di Fisica si laurea con lode e dignità di pubblicazione al Politecnico di Milano con una tesi sperimentale vincitrice di diversi concorsi internazionali. Inizia la professione di architetto giovanissimo, creando uno studio capace di spaziare tra la progettazione architettonica, l’interior design e la ricerca applicata. Ha condotto numerosi progetti architettonici, di interni, spazi pubblici e residenziali senza una rigorosa coerenza accademica ma seguendo una ricerca poetica di “essenza” e una evoluzione creativa che non implica necessariamente un approccio minimale. Il suo modo di affrontare i progetti ne richiede un “amore” incondizionato, una sorta di devozione che non può ridursi a causa di ragioni tecniche o produttive.
Ha attraversato un approccio di decostruzione organica nelle studio di registrazione “ELFO”, è passato attraverso una estremamente rigorosa organizzazione dello spazio con una sfida strutturale contro la forza di gravità nella “IV House”, fino a manipolare le superfici in maniera ironica e biomorfica nel grill bar “X-Grill” ispirato ai sushi bar giapponesi. Nei suoi progetti il conflitto tra l’essenza pura delle forme e la dinamica della loro percezione diventa un principio poetico. I confini di forma e funzione si assottigliano fino a scomparire nei luoghi progettati, percepiti, vissuti.
Romolo Stanco è animato dalla convinzione che il mondo delle forme (in architettura come nel design) sia infinitamente ricco e che possa essere solo gradualmente scoperto dalla conoscenza umana; pertanto lo studio e l’organizzazione dello spazio si evolve necessariamente nostro malgrado giorno per giorno. Ciò conduce necessariamente ad affrontare i nuovi progetti con il coraggio e l’orgoglio di cambiare ogni volta l’approccio poetico del progetto perché il tempo, la percezione dello spazio e la vita stessa concorrono come componenti fondamentali nella organizzazione dello spazio in rapporto all’uomo ed hanno la forza di sradicare e sgretolare anche le coerenze più radicali.
Definito “Poeticamente dissacrante” per  la sua sensibilità ed ironia in progetti assolutamente inusuali, lavora in collaborazione di prestigiosi istituti di ricerca (Consiglio Nazionale delle Ricerche, Laboratorio Sperimentale del Politecnico) con un approccio progettuale caratteristico sia dal punto di vista compositivo che concettuale. I suoi lavori architettonici sono pubblicati da riviste internazionali e recensiti come “progetti con la decisa intenzione di coniugare logiche antitetiche” (Michele Costanzo su “L’Architettura Cronache e Storia riguardo a Elfostudio), le sue sperimentazioni nel campo del design varcano i confini tradizionali di settore centrando obiettivi incredibili e surreali (”Design Magic” titola Laura Traldi su Curve) e percorrendo dinamiche di forte innovazione formale e tecnica alla ricerca di un approccio essenziale ed espressivo (”Design as Art” scrive Karen Klages sul Chicago Tribune). Domus, in un profilo/intervista sul numero di aprile pubblica Romolo Stanco tra i “giovani talenti del design internazionale”. Il suo approccio rifugge dai canoni accademici e da una formalizzazione di pensiero; ispirato dalle logiche paradossali e contraddittorie della fisica contemporanea, dalle ricerche della biomedicina, dal fascino dell’arte di strada, Romolo Stanco sviluppa i suoi lavori con un approccio di volta in volta differente, animato da una amore e da una devozione assoluta per l’idea di partenza e la consapevolezza di una evoluzione non lineare, dinamica e in continua interazione con il progetto e con il mutevole mondo in cui, ogni giorno, si trova a vivere.

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1 Commento

  • è molto bello quando il proprio talento viene vissuto con generosià e apertura verso gli altri.sono d’accordo sul fatto che tutto si evolve e noi ci evolviamo in sintonia con l’ambiente.Sarà x questo che io cambio spesso casa ?ciò riflette anche il mio carattere sempre in evoluzione a parte la naturale esigenza di migliorare il mio habitat,sempre secondo le mie possibilità.il ns habitat lo vedo come uno specchio noi riflettiamo lui e lui? riflette chi siamo noi.

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