“Libertà di web, libertà di DNS” di Salvatore Capolupo
Internet permette di accedere a informazioni di ogni tipo, comprese quelle inattendibili ed illegali: questa è una cosa che, del resto, i navigatori con una certa esperienza sanno. Tuttavia in Italia, come in altri stati, è stato ritenuto necessario imporre una sorta di “filtro” sui siti effettivamente visionabili. Una sorta di misura precauzionale, almeno apparentemente, che evita che navigatori italiani possano (anche incautamente) incorrere in sanzioni legali per aver visitato o utilizzato siti contrari alle vigenti normative di legge. Vediamo di approfondire questa questione.
In sostanza molti siti web risultano inaccessibili dall’Italia: il motivo è che essi sono inerenti attività illegali come scommesse on-line non monopolizzate dallo Stato. Il blocco avviene mediante la manipolazione del DNS (Domain Name System) da parte delle autorità, ovvero il meccanismo secondo il quale si “risolvono” gli indirizzi che digitiamo nella barra dei nostri browser. Ovviamente se un giudice facesse rimuovere una “entry” di tale database – corrispondente all’indirizzo vietato sitoesempio.it, nel momento in cui digitiamo http://sitoesempio.it saremo, alternativamente, a) dirottati su una pagina predisposta (del tipo “sito sotto sequestro”, o simili) oppure b) su una semplice pagina di errore. Questa tecnica di “dirottamento” delle richieste è mutuata da una procedura simile, inizialmente utilizzata da alcuni hacker, allo scopo di sostituire temporaneamente un sito specifico con un altro.
Da tempo alcuni paesi – tra cui la Cina – sfruttano queste tecniche per controllare, di fatto, i navigatori: il tutto è spesso portato alle più estreme conseguenze, dato che era stata imposta anche una versione di Google che nascondesse i risultati delle ricerche “scomodi”, o non voluti dal regime. Oltre all’ovvia considerazione che si tratta di misure ingiuste ed anti-democratiche (contro cui molti utenti, oltre ad alcuni dirigenti di BigG, si sono ribellati), esse non risolvono affatto i problemi che dicono di voler risolvere: la campagna di sensibilizzazione, semmai, deve riguardare incentivi a non commettere alcun reato. E questo non perché il “grande fratello ci guarda“, ma perché dovrebbe semplicemente far parte del bagaglio di onestà (dentro e fuori la rete internet) di ognuno di noi. Del resto proibire una cosa ha spesso l’effetto di incentivare irrazionalmente i reati: tornando ai siti bloccati tramite DNS, essi si possono facilmente aggirare – sotto la personale responsabilità di ognuno – utilizzando servizi come Open DNS (http://www.opendns.com/start). Mediante esso, infatti, si può continuare a vedere ogni sito che si desidera, in sicurezza e trasparenza. OpenDNS (che è possibile utilizzare gratuitamente ovunque) permette di affidarci ad un database ben noto di indirizzi WEB, in modo tale che gli eventuali filtri sulle nostre richieste di URL vengano ignorati.
Ma qui, vorrei ribadire, non si tratta di giocare a “guardie e ladri”: i reati non devono essere commessi, ed è giusto che esistano leggi non ambigue che dicano a chiare lettere che ci sono (e sono puniti) dei reati anche (o soltanto) sulla rete. Quello che non va bene è prendere tali misure “precauzionali” su utenti ignari. Se consideriamo, infatti, la circostanza (neanche troppo remota) in cui venisse manipolata maliziosamente la tabella delle entry del nostro provider di internet, senza OpenDNS rischieremmo di finire dal nostro portale preferito su siti ad es. di phishing, con virus, worm, o “siti trappola” in generale. E non solo: una cosa simile è stata predisposta proprio dall’Italia per il sito di torrent The Pirate Bay. Durante un certo periodo, infatti, al suo indirizzo rispondeva quello di una casa discografica. Le proteste dei navigatori, tramite il passaparola su blog e siti, hanno permesso di bloccare questa assurdità dettata, tanto per (non) cambiare, da meri interessi commerciali avallati dalle autorità. Uno dei rischi connessi all’uso di Open DNS, tuttavia, è che durante il tragitto la richiesta possa essere comunque manipolata. Per cui vi invito ad utilizzare in modo critico questo strumento, senza vederlo come un’isola felice o peggio un alibi per commettere crimini.
In conclusione: impedire subdolamente di visionare siti (anche illegali, o presunti tali), impedendo alle persone di avere libero accesso alla rete, è assurdo come voler combattere la prostituzione bloccando integralmente il traffico di una strada dove spesso si “batte”. Diffidiamo dai politici che difendono la censura adducendola come desiderabile in alcuni casi: ad esempio per questioni di moralità, o sicurezza nazionale. Credo che sia opportuno far sapere a chi utilizza internet che esistono strumenti legali, come quello sopra indicato, per poter usufruire in modo integrale dei servizi che offre il WEB. L’uso responsabile di internet, poi, dovrebbe stare al di sopra di tutto.
Info sull’autore:
Sono un ingegnere informatico e programmatore free-lance PHP/Java: mi occupo prevalentemente di consulenze sul web per blog & CMS. Scrivo anche su Mondo Informatico, e potete contattarmi all’indirizzo sayhem@gmail.com
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In carica...
Molto interessante. Ottimo Salvatore, continua a scrivere.