La questione femminile resta un nodo cruciale della società islamica (e non solo), anche se la situazione dei singoli Paesi è molto variegata: fino a non molto tempo fa le storie in argomento raccontate nei libri erano riconducibili o alla vicenda della figlia o moglie di qualche integralista fatta praticamente prigioniera e privata dei diritti, o alle storie delle odalische negli harem dei secoli passati, rapite e vendute come schiave.
Nessuno nega che ci siano state e ci siano realtà come quelle descritte, ma man mano che la società è diventata sempre più globalizzata e multiculturale non è più possibile appiattire la donna musulmana sullo stereotipo di velata, ignorante e vittima, e nelle proposte editoriali di questi ultimi mesi ci sono alcune segnalazioni interessanti, che compongono una serie di ritratti dell’universo femminile molto sfaccettati.
I Love Islam di Patrizia Finucci Gallo, edito da Newton Compton, presenta la sua linea, ben lontana da certi luoghi comuni fin dal sottotitolo: Cinque ragazze occidentali, single e modaiole alla ricerca dell’Islam che conquista. Attraverso una serie di testimonianze reali, con tono più leggero e glamour di libri analoghi scritti per esempio da una Lilli Gruber, l’autrice descrive sia le musulmane rimaste nei Paesi di cultura islamica, sia quelle emigrate in Occidente, tra attenzione alla moda e ai dettami religiosi, desiderio di lavorare e studiare ma nello stesso tempo di avere una famiglia, che patiscono i chili di troppo e il non trovare la persona giusta, in un ventaglio di storie in cui non si parla una sola volta di integralismo religioso, ma dove si scopre come poter fare un rossetto senza mettere alcool dentro, o si incontrano le ultime cantanti di moda in Giordania o in Egitto, trasgressive come Madonna ai tempi d’oro.
In Italia nascono ogni anno moltissimi bambini e bambine da famiglie di immigrati, e molti di questi nuovi italiani ormai sono decisamente adulti. Porto il velo, adoro i Queen (Sonzogno) racconta in prima persona la storia di una di loro, Sumaya Abdel Qader, nata a Perugia nel 1978 da una famiglia giordana, due lauree, un marito e due figlie, donna in carriera e molto osservante della sua religione, che sfata tutta una serie di luoghi comuni, raccontando quanto in comune abbiano questi nuovi occidentali, a cominciare dai gusti musicali e di immaginario legato a film e fumetti, con gli italiani di lunga generazione. Il tutto senza rinunciare alle proprie radici.
Del resto l’amore per la cultura occidentale non è estraneo al mondo islamico, soprattutto agli intellettuali, e in particolare alle donne. In Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi (edito da Adelphi) si parlava delle difficoltà di amare la letteratura occidentale, partendo appunto da Lolita per arrivare a Henry James, Francis Scott Fitzerald e Jane Austen, da parte di un gruppo di lettura al femminile nella capitale iraniana, dove si intrecciavano varie storie, alcune pesantamente condizionate dal regime integtralista, ma tutte desiderose di trovare un’evasione e un riscatto proprio in quei libri che sono visti come simbolo di libertà. In Sognando Jane Austen a Baghdad, storia vera del carteggio tra la giornalista inglese Bee Rowlatt e la professoressa irachena May Witwit, la passione comune per una delle più popolari scrittrici occidentali di tutti i tempi mette in contatto due donne diverse, tra quotidianità e guerra, creando complementarietà e punti in comune tra due culture che si vorrebbero distanti, ma i cui appartenenti alla lunga possono anche sognare e volere le stesse cose nella vita.
I matrimoni combinati sono un nodo difficile non solo delle minoranze di fede islamica, visto che sono largamente praticati nelle comunità cinesi, indiane, filippine, giapponesi: ma vederli sempre e comunque come un dramma può essere sbagliato, come si scopre ne Il mio matrimonio combinato di Elizabeth Eslami (Newton Compton), romanzo che racconta la storia di Jasmine, figlia di un iraniano e di un’americana che si è persa per strada non finendo l’Università e che, tornata a casa, onta inaccettabile oltre oceano dove i bamboccioni non sono la regola anche se la crisi economica li sta portando in auge, assiste prima riluttante e poi man mano partecipe ai tentativi del padre di combinarle un matrimonio. Una storia agrodolce, non scontata, non violenta, non oppressiva, che racconta una realtà di oggi, lontana dalla mentalità occidentale ma presente nelle nostre società.
Due storie non facili ma appassionanti di donne islamiche di oggi sono presenti in due libri, un romanzo e un saggio basato su una storia vera, entrambi editi da Piemme. L’usignolo di Mosul, ambientato nell’Iraq sotto la dominazione americana, racconta la storia di Leila, giovane medico, che decide di continuare a cercare la propria strada, vivendo e lavorando, malgrado la situazione delle donne del suo Paese sia drasticamente peggiorata al punto che è diventato obbligatorio portare il chador e lo fa assistendo l’esercito statunitense, trovandosi poi coinvolta nelle efferratezze di entrambi i fronti.
Giocando a calcio a Kabul di Awista Ayub racconta di un modo per reagire all’integralismo dei talebani afghani, quello di creare una squadra di calcio al femminile, con tutte le storie delle ragazze coinvolte, viste dagli occhi della loro allenatrice, scappata in Occidente da bambina con la sua famiglia, ma che non ha mai dimenticato il suo Paese e decide di aiutarlo portando alle donne non solo lo spirito sportivo e di squadra, ma anche la sicurezza e l’autostima, a partire dalle otto giovani che riesce a portare con sé negli Stati Uniti.
I drammi della condizione femminile e in generale dei regimi dittatoriali, tipici non certo solo dei Paesi musulmani, tornano anche nella testimonianza di Roxana Saberi, Prigioniera in Iran (Newton Compton), storia della giornalista di origine iraniana ma naturalizzata occidentale messa in prigione per presunto spionaggio. E se si ha nostalgia di storie di harem, di odalische e sultani, sono da segnalare i due romanzi di Katie Hickman Il giardino delle favorite e Il diamante dell’harem, avventura e intrighi all’inizio del Seicento, tra Venezia e Costantinopoli, avvicenti e interessanti, e molto lontani comunque dai luoghi comuni. Se la bionda inglese Celia cercherà di fuggire dall’harem per ritrovare l’uomo amato, Annetta, italiana di umile estrazione, rimpiangerà il serraglio una volta che, tornata in Occidente e ormai considerata disonorata, verrà rinchiusa in un convento di suore: un luogo dove tante ragazze di quell’epoca, povere e condannate a casa loro ad una vita di stenti e fatiche, trovavano cibo a sufficienza, abiti e gioielli, e una vita obiettivamente meno terribile.
“Donne e Islam nei libri di oggi” di Elena Romanello
Posted by Hyde Park on 23 nov ’10 in Miscellanea · 0 Comments
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