“La prima linea, tra condanna e cronaca” di Elena Romanello

Francamente con il senno di poi sembrano davvero eccessive le accuse di apologia del terrorismo che sarebbe presente in Prima linea, il film di Renato de Maria che ricostruisce le vicende del gruppo terroristico, tragico protagonista degli anni di piombo tra i Settanta e gli Ottanta insieme alle Brigate Rosse.

Sembrano eccessive, perché il film, sobrio, mai sensazionalistico, non rinuncia mai a condannare le azioni del gruppo, e se racconta le loro vicende lo fa con distacco ma senza mai nascondere l’efferratezza delle azioni.

La violenza peraltro non è mai compiaciuta e forse sarebbe meglio preoccuparsi di più riguardo ad un effetto deleterio sui giovani e non solo sui vari filmetti d’azione con protagonisti ammazzasette propinati a tutte le ore sulle nostre tv. I protagonisti si confrontano spesso con genitori (quelli operai di Sergio Segio e la madre malata di Susanna Ronconi) e amici che non lesinano critiche alla scelta di una lotta armata e violenta (“Avete sbagliato il giorno che avete preso in mano un’arma”). Senza contare la condanna ferma delle azioni di Prima linea ribadita dalla voce narrante di Sergio Segio con il volto di Riccardo Scamarcio, azioni che spesso coinvolsero persone innocenti, come il pensionato con il cagnolino rimasto ucciso durante l’evasione di Susanna Ronconi e delle altre donne dal carcere di Rovigo.

La vicenda èraccontata con vari flash back sui fatti cruciali di quegli anni, con un tono un po’ da Bignami, ma non sono fatti così noti, soprattutto presso le giovani generazioni, mentre quelle già vive allora li hanno magari dimenticati sotto l’accumularsi di mille altri fatti: il gruppo si prepara a far evadere Susanna Ronconi e le altre compagne dal carcere di Rovigo e nel frattempo Sergio ricorda il loro incontro, ma anche i fatti, dalla protesta ad oltranza al rogo dell’auto di un cosiddetto crumiro fino agli omicidi, come quello terribile del giudice Alessandrini, punto di non ritorno sulla strada di violenza di Prima linea.

Quello che manca nel film è la spiegazione di come questo gruppo di ragazzi, studenti universitari e lavoratori, siano passati da ascoltare le canzoni di Fabrizio de André e credere nella giustizia sociale (ci sono riferimenti anche all’attuale situazione lavorativa, caratterizzata dal precariato più selvaggio, di cui allora c’erano i primi germi) a sparare e uccidere a chiunque percepivano come un nemico da abbattere.

Giovanna Mezzogiorno è ottima nella parte di Susanna Ronconi, sono efficaci gli attori di contorno, volti reali e non da divi, mentre Riccardo Scamarcio cerca faticosamente di scrollarsi di dosso l’etichetta di idolo delle adolescenti, cosa che non gli riesce in pieno.

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