“La scrittura è il mio esercizio salutare…” di Dario De Giacomo

Sono nato in dicembre, il nove dicembre, ma da quarantadue anni festeggio il compleanno in anticipo, perché a mia madre le arrivarono le doglie il giorno dell’Immacolata.
Per questo e per quella ingenuità duplice nascosta nel mio segno, il sagittario, ho continuato a coltivare la superfluità nella vita e nella scrittura.
Esercitarsi ad esserci a tutti i costi è faticoso; la salute dell’in-fermo, al contrario, è nell’immobilità.
La scrittura è il mio esercizio salutare, la pratico tra solide mura pietrificate orlate di finiture in legno, con grandi finestre fioche e tende di panno bianche.
In questa camera onirica, abbellita dai fumi degli incensi esotici che colleziono con i sapori del the, scrivo racconti di atmosfere che mi evocano stati d’animo.
Di qui passeggio nei miei interstizi, a volte rubando frammenti di storie per strada, oppure collezionando i sogni di altre vite, diverse dalla mia.
Così il racconto nasce quando ho l’urgenza di restare immobile dentro un’immagine, che poi svanisce perché la sua virtù è l’impermanenza e a volte rasenta l’incoerenza. Il racconto, nell’attimo in cui si scrive, riannoda sempre tutti i fili in un punto che è l’intuizione meravigliata dell’ordine del mondo. Effimero come la sua capacità di cogliere un solo segmento di quel meccanismo che riesce a mutare la configurazione interna dei suoi congegni, di momento in momento.
Finora mi è capitato di pubblicare qualcuna delle mie divagazioni sulle riviste: Hyde ParK, LaVocetta di Venezia, Paradiso degli Orchi, Sagarana, Tellus Folio, Rivoluzione creativa, Gocce Magazine.
Mi sono appassionato al tempo, scrivendo di ore fulminanti che scoppiano in un giorno, e continuiamo ad inseguire per tutta la vita; dei tempi ereditati dai padri, e di quelli incerti dove affondiamo i piedi.
Poi ho scoperto i personaggi femminili, vuoti e riempiti di vento, marginali come erba ruderale.
Non ho teorie sulla letteratura, come non ne ho sulla vita, e non capisco dove finisce il racconto e inizio io, o al contrario.
Quando uno nasce con un arco tra le mani e le gambe di un cavallo, e decide di scrivere ciò che vede, sia dentro che fuori, qualsiasi biografia possibile diventa inutile, il colore politico solo una bandiera per avvolgere comunque dei morti, e la fede un greto basso verso l’amore superstizioso per l’anima dei ciottoli.



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