Alcuni libri di recente uscita sembrano voler indagare nel lato oscuro di alcuni animi femminili, con risultati interessanti e presentando figure più svariate, a volte più fuori norma che veramente criminali.
Più desiderosa di portare la libertà al suo popolo contro l’oppressore inglese che vera criminale, anche se terrorizzò l’Occidente per i metodi non certo pacifici del suo esercito è Hazrat Mahal, protagonista de La principessa ribelle di Kenize Mourad (Newton Compton), che riprende l’epopea che ispirò già venticinque anni fa Michele di Grecia con il suo best seller da riscoprire La donna sacra. Cresciuta nell’harem di un piccolo regno Moghul, Hazrat prenderà la guida della rivolta dei sepoys, a metà Ottocento, per difendere l’indipendenza del suo regno, in cui convivono armonicamente fedi e culture diverse, e per combattere contro le violazioni dei precetti religiosi hindu e musulmani fatti dall’impero britannico. Un’epopea tragica e crudele, ma Hazrat ebbe per prima l’idea dell’indipendenza dell’India, un secolo prima di Gandhi, ed oggi è celebrata nel Paese che cercò di liberare per poi morire in esilio in Nepal senza avere una tomba riconoscibile con monumenti e francobolli.
Ben più fosca e losca risulta essere ancora oggi la contessa Erzsebeth Bathory, considerata il serial killer più sanguinoso della storia, per gli omicidi efferrati di cui rimasero, secondo l’accusa, vittime contadine e giovani nobili, nel tentativo di conquistarsi l’eterna giovinezza con il loro sangue.
In realtà pare che la vera storia di questa antieroina che ispirò i fratelli Grimm per la figura della strega Grimilde di Biancaneve e che è alla base di alcune storie di vampiri non fosse proprio così, e ci prova a raccontare Rebecca West nel romanzo La contessa nera (Garzanti), in cui Erzsebeth è innanzitutto la figlia di un’epoca in cui violenza e crudeltà non erano certo suo appannaggio, dove le morti di servi e serve non erano una rarità in un sistema ancora feudale, dove si era divisi tra modernità e retaggi di antico vassallaggio e dove soprattutto una donna da sola, come era Erzsebeth dopo la morte del marito, che voleva sopravvivere in un mondo maschile e maschilista era scomoda e pericolosa, e poteva appunto essere accusata delle peggiori nefandezze per toglierla di mezzo. Un ritratto affascinante, non certo agiografico e santificatore, ma che dà una dimensione diversa alla vita e all’agire della contessa Bathory, ultimamente fatta oggetto anche di un paio di film interessanti finora rimasti inediti da noi.
Con un taglio invece non romanzesco ma da cronaca giornalistica Cinzia Tani, già autrice alcuni anni fa dell’interessante Assassine compie un altro viaggio nei delitti commessi da donne, in questo caso giovanissime, negli ultimi due secoli, citando casi ormai caduti nel dimenticatoio come quello della vittoriana Constance Kent, assassina del fratellino, o della garçonne anni Venti Violette Nozière, riportata alla ribalta da Chabrol una trentina d’anni fa, per arrivare a casi più recenti, come la sconvolgente storia di Doretta Graneris o una delle tante vicende legate alla Shoah della giovanissima kapò Irma Greese. Un saggio che vuole dimostrare ancora una volta quanto il male possa essere banale, sia quando è commesso da una donna che quando è commesso da un uomo. Certo, bisogna però sottolineare come i crimini commessi da donne colpiscano l’opinione pubblica e l’immaginario spesso più di quelli, ben più numerosi, commessi dagli uomini, tanto da rimanere nelle cronache per mesi, se non per anni.
Ne Le 101 donne più malvage della storia di Stefania Bonura (Newton Compton) si crea invece una galleria di donne, certo criminali (non manca la Bathory, e ci sono assassine di ieri e di oggi come Anna Maria Franzoni, Bonnie Parker, Pauline Parker e Juliet Hulme, Catherine de Brinvilliers), alcune appartenenti alla fiction da Circe a Milady, dalla Monaca di Monza a Beatrix Kiddo di Kill Bill, ma ci sono molte donne di potere e accusate di ogni nefandezza proprio dagli uomini a cui davano fastidio.
Si trovano infatti i nomi di Elisabetta I d’Inghilterra, odiata come bastarda ed eretica ma capace di trasformare il suo Paese in una potenza mondiale e di tenerlo unito negli anni delle guerre di religione, di Lucrezia Borgia e Maria Antonietta, rivalutate negli anni e spogliate da molte delle accuse di nefandezze a loro attribuite, di Caterina II di Russia, odiata dai sovrani maschi della sua epoca per il potere di godeva, di piratesse loro malgrado come Anne Bonny e Mary Read, di Francisca de Zubiaga, compagna di lotte alla pari di Simon Bolivar per la libertà dell’America latina.
Forse è quando una donna, anche non facendo un male così assoluto, invade il mondo degli uomini, che diventa cattiva e pericolosa, e se di fronte al crimine obiettivamente non si può discutere sul comunque la devianza non abbia sesso (ma sulla diversità dei moventi e dei delitti tra uomo e donna sì), di fronte al potere in mano alle donne e su quanto possa essere considerato criminale nella Storia dagli uomini è un fatto indubbio, al di là di libri interessanti, appassionanti ma non certo mere letture da spiaggia o da prato per l’estate che dovrebbe essere in procinto di arrivare.
“Libri su Donne Pericolose” di Elena Romanello
Posted by Hyde Park on 17 giu ’11 in Miscellanea · 0 Comments





