“Tutta la vita davanti” di Stefania Sarrubba

Nel panorama del cinema italiano, sempre denigrato, raramente spunta qualche pellicola degna di nota. “Tutta la vita davanti”, film del 2008 diretto da Paolo Virzì e attuale come non mai, è una di queste.
Racconta la storia di Marta (Isabella Ragonese), laureata con lode in filosofia, che fatica ad entrare nel mondo della ricerca e lotta per non essere inghiottita nella logica fagocitante del lavoro part-time in un call center.
Fin dai primi minuti, si avverte che qualcosa non va. La protagonista presenta la tesi davanti a una commissione i cui membri hanno il triplo dei suoi anni e sembra stiano quasi per spezzarsi nel darle l’abbraccio accademico. Che ci siano poche speranze per i giovani, insomma, è chiaro fin dall’inizio.
E il film continua in maniera impietosa, tra problemi personali e incessanti rifiuti da parte di case editrici specializzate in filosofia.
Marta accetta una sistemazione in un call center come soluzione temporanea, osservando dall’interno le dinamiche grottesche del lavoro precario in questo settore. Coreografie motivanti da villaggio turistico a inizio giornata, contesi quanto inutili premi per la migliore telefonista del mese, impossibilità di qualsiasi contatto con i sindacati, sfruttamento psicologico e clima di terrore tra i dipendenti, che farebbero di tutto per tenersi stretto il posto.
La ragazza, tuttavia, è davvero brava nel convincere casalinghe e vecchiette a non riattaccare, fingendosi del loro quartiere, nominando scuole elementari e pizzerie che possano avvicinarla al cliente di turno.
Questa strategia vincente, che la mette in luce con i capi ma le fa perdere stima in sé, è la stessa che è alla base del film. Infatti, tutti conoscono almeno una Marta, tutti possono essere come lei. I fatti sono narrati dalla voce imparziale di Laura Morante, che aggiunge una delicata inquietudine ad una vicenda che già da sola è capace di turbare poiché cruda e fin troppo reale. L’identificazione è forte e più il film va avanti, più si vorrebbe smettere di guardarlo come si fa con un horror movie. Ma non si può, lo spettatore vuole, deve essere messo al corrente, come recita il titolo del libro di Michela Murgia da cui è tratta la sceneggiatura, “Il mondo deve sapere”.
Si arriva alla fine con gli occhi che ne hanno viste troppe, stanchi ma per nulla sorpresi del fatto che ancora una volta l’estero sembra l’unica via per i giovani laureati, con Marta che riesce a pubblicare sull’Oxford Journal of Philosophy un suo saggio comparante la filosofia esistenzialista di Heidegger e i concorrenti dei reality.
E quando la piccola Lara, a cui la protagonista fa da baby-sitter, asserisce convinta che da grande desidera studiare filosofia, le si vorrebbe urlare di cambiare idea, ma non si può trattenere un sorriso.



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