Pensieri — 8 nov ’09 20:24

“1975 e dintorni” di Gianni Ascione

Non siamo stati certo il meglio di questo paese. Ma avevamo la presunzione di considerare l’individualismo un’accezione e non la prassi di una vita in comune. Per quelli nati nel decennio della contestazione giovanile, gli anni ’70 sono stati il crogiolo delle abitudini e l’apoteosi delle coscienze collettive. Schemi e visioni si sovrapponevano senza soluzione di continuità. Dai Pink Floyd ai Led Zeppelin, dalla Citroen 2CV al Maggiolino, dai “Guerrieri della notte” a “Taxi Driver”, tutti noi conoscevano la fierezza dell’appartenenza e quella perenne voglia di sperimentare.
Un pò come se avessimo coabitato in molti, tutti stretti fra le righe dei versi di quella canzone di Bennato “Un giorno credi”. Delicatamente menefreghisti e sospesi tra la lotta organica e l’intimo scorrere degli eventi famigliari. Genitori perbenisti, a loro volta, figli di una generazione salvifica e orgogliosa allineati nelle caselle numerate delle classi sociali, attenti e diffidenti senza un briciolo di apertura verso nuovi spettri di luce.
In un mondo dominato da steccati subiti e mai accettati, costruiti dagli eventi di una guerra fredda a tal punto che persino noi, libri alla mano, stentavamo a isolare dalla logica storica e politica.
Tutti facevano da cornice all’attesa di un domani sempre troppo lontano. Il “poi” sarebbe stato, troppo spesso, il peso da sopportare per chi guardava oltre il muro.
Nessuna generazione è esente dalla macigno delle guerre. Oltre il nostro ristretto immaginario tuonava un Vietnam guardato come simbolo di quel superamento mai avvenuto, come quelle freccette lanciate mai al centro, sempre a sfiorarlo. Era un gioco al ribasso, una lotta rovesciata per le strade come uno tsunami di ideali pronto a travolgerti non appena il tuo sguardo avesse ceduto, anche solo per un attimo.
I flipper tuonavano come armi di distrazione, amici-nemici dei pensieri e degli istinti. Non c’era immedesimazione nei prototipi, piuttosto erano un punto di partenza verso l’eterno confronto, quello che avrebbe portato sangue e morte in altre strade e in altre menti. Non capivamo allora e non abbiamo capito poi. Abbiamo accettato supinamente il gioco poderoso della politica. Sicuri e ottimisti di un domani diverso e altrettanto travolgente. “Peace & Love” avevano la faccia di Wess e Dori Ghezzi intenti a cantare “Un corpo e un’anima” proprio negli anni in cui un certo Sig. Bossi Umberto vendeva quadri e in tasca aveva una tessera del PCI.
Era il gioco della vita. Non se ne azzeccava una. Ma era troppo bello per mollare.

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