“Che cos’è un pollo?” di Rolando Giancola

Cos’è un pollo? E un film? Cosa sono la Norvegia, Steve McQueen, il viagra, la malaria, il cibo per cani, le ipotesi, i comodini, i fogli di calcolo, George Bush, i tremori, il pulviscolo atmosferico, etc…?

Voi direte “Ma sono domande stupide!”. E allora vi chiedo, cos’è una “domanda stupida”? Cosa sono le domande? Cos’è la stupidità? E così via. Qualunque risposta mi diate, io potrei porvi all’infinito domande su quanto avete detto, ricevendo risposte sulle quali interrogarvi, ricevendo risposte sulle quali interrogarvi, ricevendo risposte sulle quali interrogarvi, etc… A quel punto, credo, mi direste “Se non la pianti di fare domande, ti prendo a pugni”. E allora vi domanderei “Ma cosa è un pugno?”

“Questo è un pugno!!” direste voi, prima di colpirmi e farmi stramazzare al suolo. Al che io, steso in terra e con il labbro spaccato, vi direi “No! Questo che mi hai dato è solo un esempio di pugno!” E a pensarci, tutti i torti non li avrei. Tuttavia, qualcosa in me è cambiato: ho il labbro che sanguina. E come mai? Perché qualcuno mi ha dato un pugno. Cosa è un pugno? Qualcosa che fa male. E se Rita Levi Montalcini desse un pugno a Bud Spencer? Gli farebbe male? No, certo. Tuttavia, anche se non nocivo, quello sarebbe a tutti gli effetti un pugno. E allora cosa deve avere un pugno per essere considerato tale? Forse deve essere finalizzato a fare del male…ma in tal caso, qualora un pugile prendesse a pugni, per esercitarsi, un sacco, il fine di tale gesto non sarebbe quello di fare del male, ma solo di allenarsi. Tuttavia, quelli che il pugile darebbe al sacco sarebbero a tutti gli effetti dei pugni. E mi domando, cosa li rende tali? Forse il fatto che sono dei movimenti delle braccia compiuti con le mani chiuse? Beh, in tal caso, anche il gesto di tirare una leva potrebbe essere definito un pugno, così come cambiare marcia mentre si guida, bussare ad una porta, etc…

Forse il pugno non è un atto, ma solo un modo di tenere le mani. Forse possiamo parlare di pugno quando la mano di un soggetto è stretta su sé stessa. Non male come definizione, vero? Tuttavia c’è una falla, in quanto è possibilissimo dare dei pugni con la mano non perfettamente chiusa, colpendo l’avversario con le nocche. Tali colpi, pur non rispondendo al criterio della mano stretta su sé stessa, sono comunque definibili “pugni”.

E dunque, come stanno le cose? È forse sbagliato definire i suddetti colpi come dei pugni? Oppure è giusto che la parola pugno includa quei colpi, escludendo però altri significati in contraddizione con essi? In base a quale criterio si può stabilire che un pugno sia qualcosa e non qualcos’altro?

La risposta può essere semplice: “pugno” è una parola, usata per indicare alcuni elementi del reale, quali un colpo violento assestato a mano chiusa, una unità di misura imprecisata (es: un pugno di sale), etc… Ma, in quanto parola, non può avere una definizione che lo caratterizzi in pieno, nella sua totalità. La sola maniera per comprendere il significato di ciò che vogliamo definire è quella di concepire quell’elemento (ad esempio, il pugno) non come “qualcosa di esistente”, ma come  “vocabolo” utilizzato per indicare una serie di elementi. Dunque, arriviamo ad un nuovo approdo: i “pugni”, in realtà, non esistono. “Pugno” è una parola utilizzata dall’uomo per definire una serie di atti, oggetti, modi di colpire. In quanto tale, esso non è una realtà, ma uno strumento attraverso il quale comprendere un certo aspetto della realtà. Poniamo, dunque, un’ipotesi: qualora domattina incontraste un tizio con al guinzaglio un cane, come reagireste se questi vi dicesse “Ciao! Da’ un’occhiata al mio pugno, ti piace? È un pastore abruzzese: il pugno più fedele che ci sia”? Posso immaginare la vostra reazione: lo credereste matto e direste “Hey, quello non è un pugno, ma un cane!”. E allora quel tizio vi risponderebbe “Un cane? E cos’è un cane?” E allora voi cerchereste di spiegargli cosa sia un cane, dicendogli che è un animale a quattro zampe, peloso, con la coda: il miglior amico dell’uomo. Poi gli indichereste l’animale che si porta al guinzaglio e gli direste “Vedi? Questo qui è un cane” e lui “No, questo è un pugno!” e voi, innervositi “No! Questo è un pugno!” gli direste, prima di stenderlo con un destro. Lui e il cane.

Qual è la verità? (domanda pretenziosa, a cui tuttavia pretendiamo di rispondere). La verità è che l’animale che quel tizio ha al guinzaglio non è né un cane né un pugno. “Cane” e “pugno” sono i modi che voi e lui utilizzate per definirlo. Le parole sono strumenti per inquadrare, comprendere e interagire con il mondo circostante. In questo senso, non vi è nulla in esse che oltrepassi la mera finalità pratica. Chiamare quell’animale “cane” anziché “pugno” ci permette di poter interagire con gli altri senza essere presi a cazzotti. Dunque, quell’animale non è un cane. A dirla tutta, quell’essere non è nemmeno un animale. Anzi, vi dirò di più: quella cosa non è un essere…quell’ente non è una cosa, quel frammento di mondo non è un ente, non è un frammento…nemmeno il mondo è il mondo…siamo noi che lo chiamiamo così. Come mai? Beh, il fine di ciò è squisitamente pratico. Se non potessimo definire il mondo, nel mondo non potremmo viverci, poiché non disporremmo degli strumenti teorici per poterci adattare al nostro ambiente. Dunque, pare che la realtà sia questa: le parole non sono nient’altro che uno strumento di adattamento e sopravvivenza. Eppure, pare che la storiaccia non finisca qui.

Poniamo che all’improvviso, in quell’angolo di strada in cui vi accingete a percuotere il tizio col cane al guinzaglio, si trovi a passeggiare il professor Umberto Eco in persona. Poniamo che questi, avendo ascoltato il vostro diverbio sul significato delle parole “cane” e “pugno”, irrompa nella vostra conversazione e vi cominci a parlare, spiegandovi che – secondo l’etimologia latina del vocabolo “pugno” e sulla base dell’analisi socio-storica della genealogia Foucaultiana – in realtà la parola più appropriata per definire quell’animale non è “cane”, bensì – udite udite – proprio il sostantivo “pugno”. In quel caso, voi cosa fareste? A chi dareste ragione?

Di certo questo non posso saperlo. Una cosa però è certa: un dubbio, seppur minimo, vi viene. E a questo punto la domanda è: come mai l’uomo con il cane al guinzaglio si becca un pugno in faccia e Umberto Eco no? Se le parole sono strumenti, allora non è necessario stare a spremerci troppo sul significato di “cane” e “pugno”. Dunque, logico sarebbe mollare un destro anche al professor Eco. Eppure è difficile che ciò accada. Come mai? La risposta è una sola: autorità.

Il fatto che Umberto Eco sia un professore (altro vocabolo di dubbia valenza semantica) offre alle sue asserzioni una credibilità che non avrebbero, se questi fosse un benzinaio. Inoltre, pronunciata da un professore, la parola “pugno” acquisisce una sorta di aura, un luccichio, un che di etereo che la rende non più un semplice (come si diceva poc’anzi) strumento, ma qualcosa di “più”. Inoltre, per quanto quel qualcosa possa essere vacuo e illusorio, esso ci offre un argomento pressoché inattaccabile, qualora volessimo entrare in un bar e sostenere a gran voce che il sostantivo più appropriato per definire un cane non è “cane” bensì “pugno”. E l’argomento in questione non avrebbe nulla a che vedere né con l’etimologia latina del vocabolo “pugno” né con la genealogia Foucaultiana. Esso, semplice è conciso, irromperebbe nella nostra argomentazione in quattro semplici parole: lo ha detto il professore.

Ma cosa è un professore? Che vuol dire “lo ha detto”? Cos’è un pugno? Cos’è un cane?

Ma soprattutto: che cosa diavolo è un “pollo”?

E così via…

3 total comments on this postSubmit yours
  1. Pura FILOSOFIA DEI NOMI!
    Un cavallo bianco non è un cavallo :-)

  2. mi ricorda di discorsi in una cucina a roma. ma tanto la cucina e idiscorsi non sono nulla.

  3. Ahahah :) bella lezione di semiotica!

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