Usufruendo di un grande specchio, strumento che ci permette di osservare l’immagine riflessa della nostra fisicità, è possibile ammirare i miracoli immanenti che si manifestano concretamente ogni istante, permettendoci inconsapevolmente di vivere: è facile, infatti, constatare che il nostro torace crea e accoglie il respiro, i nostri occhi (impegnati a muovere spesso le palpebre per concedere un beneficio essenziale alle pupille, che hanno bisogno necessariamente di inumidirsi) ci consentono la visione stessa dell’effigie offerta dalla superficie riflettente, e gli esempi sulle microscopiche e/o macroscopiche manifestazioni che riguardano gli aspetti fisici della nostra esistenza sono davvero numerosi. Indubbiamente, gli esseri umani usufruiscono dello specchio nella loro quotidianità per pratiche igieniche ed estetiche, eppure tale oggetto può davvero invitarci a un’affascinante meditazione: in ogni attimo che sfruttiamo per contemplarci, il nostro cuore continua a palpitare nel petto incessantemente mentre il sangue percorre con veemenza le arterie del nostro corpo, il cervello coordina centinaia di segnali diversi e i suddetti miracoli immanenti sfruttano l’energia di milioni di cellule, ognuna delle quali è a sua volta un’unità infinitesimale di coordinamento, capace d’impiegare per complesse operazioni un tempo minimo. Il nostro organismo è una vera macchina perfetta, resa imperfetta da inevitabili agenti esterni appartenenti alla realtà in cui si è sviluppata. Le teorie scientifiche sostengono che il nostro corpo è stato oggetto di una lunga evoluzione, tuttavia non si può fare a meno di notare in esso alcune caratteristiche che sembrano essere frutto di un’intelligenza estrinseca: molta della nostra peluria, ad esempio, è stata ridotta nei millenni rispetto alla lanugine tipica delle scimmie dalle quali discendiamo, ciononostante non abbiamo perso le sopracciglia, che ci permettono di fermare il sudore della fronte e di evitare una sicura cecità, oppure l’uso delle unghie che, abbandonando il proprio ruolo di artigli nell’evoluzione, impediscono la formazione di calli sui polpastrelli, evitando il rischio di privarci del tatto. La collocazione, la qualità e la quantità dei nostri organi, degli arti e della conformazione che ci caratterizza, suggeriscono inintelligibilmente il finalismo dell’esistenza, specialmente se essa viene relazionata all’accoglienza della natura in cui ha avuto origine e sviluppo. Il naturale e delizioso sgomento con il quale l’essere umano si avvicina al mistero della vita, accresce qualora egli estendesse la sua attenzione all’avvicendarsi delle stagioni, al gravitare del pianeta Terra, che gli ha offerto miliardi di anni fa ospitalità, intorno ad una gigantesca stella chiamata Sole che continua a fornirgli luce e calore garantendogli miracolosamente la sussistenza, all’universo che continua a presentarsi con i suoi enigmi tra corpi celesti, astri e lo spazio che lo contraddistingue. Tale riflessione sembra intersecare la teoria del celeberrimo demiurgo di Platone, in altre parole dell’artigiano che, plasmando la materia secondo una determinata sapienza, ispirandosi alle Idee (entità presenti nell’Iperuranio), fu artefice del mondo; la religione cristiana individua e loda Dio come unico creatore.
Gli scettici, alla lettura dei summenzionati riverberi, si appellerebbero alla fiducia della scienza, che sostiene tesi legate indissolubilmente al Caso, ritenuto l’esclusivo presupposto della vita; nondimeno, l’eminente scienziato Pierre Lecomte de Noüy, fondatore di un laboratorio di chimica applicata alla biologia a New York, ha dimostrato con la matematica l’impossibilità della genesi casuale di una sola molecola di proteina. Le leggi statistiche permettono, infatti, di stabilire quante fattibilità hanno gli avvenimenti di verificarsi: il calcolo delle probabilità dimostra l’ineffettuabilità dell’eventuale formazione di una sola particella, tenendo conto della massa di atomi che potevano entrare in combinazione e del numero di anni a disposizione. Lo scienziato, inoltre, afferma che alla nascita della prima molecola di proteina non si può ricongiungere direttamente la complessa composizione del più rudimentale essere vivente unicellulare, per non parlare della loro aggregazione in organi, che devono eseguire specifici compiti e per sopravvivere hanno dall’inizio trovato un ambiente favorevole alla loro conservazione, opportunità che non può collegarsi al Caso ma che suppone un finalismo. Il sacerdote cattolico e scienziato Pierre Teilhard de Chardin, vissuto nella prima metà del Novecento, ha individuato l’integrazione tra la scienza moderna e la rivelazione cristiana: l’avanzamento dell’umanità fino alla civiltà, attraverso la comunicazione di sentimenti, ha avuto origine da Dio, l’Intelligenza Eterna, e con essa si realizza grazie all’amore fraterno enunciato dal Cristo. L’involuzione, secondo Pierre Teilhard de Chardin, avviene da sé o per il Caso, mentre l’evoluzione implica un progetto prestabilito che segue leggi necessarie.
In conclusione, è interessante la lettura delle parole dell’anzidetto Pierre Lecomte de Noüy: “Alla convinzione razionale dell’esistenza di Dio è impossibile che non arrivi ogni scienziato che rifletta, a meno che non sia accecato o in mala fede”. Bisogna aggiungere che Dio, allontanando la Sua sostanza dalle esigue enunciazioni con le quali è stato delineato, non è la risposta a tutti i quesiti, ma è la domanda di tutti gli interrogativi, la culla del nostro pensiero che custodisce passionalmente ogni mistero.










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Grazie mille! :)
non credo in Dio e credo non sia giusto definire in malafede gli scienziati che non credono,trovo molto complicato lo scritto,un po rompicapo e con riferimenti a filosofo o scienziati che suppone da parte di chi legge una conoscenza.Se chi scrive è bravo non lo è nel raccontare,un po di umilta’ in piu’?