Mi accolgono sempre con un sorriso, come se arrivasse un raggio di sole, una folata improvvisa di aria fresca.
E io mi sforzo di esserlo davvero, ogni volta.
Cerco di lasciare le mie tristezze nel vano dell’ascensore, percorro il corridoio lentamente preparandomi ad essere dispensatrice di gioia.
E’ un bell’ambiente questo, bello strutturalmente, intendo.
Curato, pulito, profumato. Ci sono piante disposte nelle zone luminose, quadri appesi su pareti dai colori pastello e tante finestre che permettono alla luce di inondare gli ambienti.
Tanto bello, quanto triste.
Entro nella sala da pranzo e loro sono li, in attesa.
Credo che fondamentalmente, molti di loro attendano solo la morte.
Alcuni lo dicono, nei momenti di maggior desolazione, la invocano come una liberazione.
Cosa si può attendere quando hai superato gli ottant’anni e sei stato parcheggiato in una casa di riposo?
Entro, poso la borsa sul divanetto arancione e comincio a raccontare.
Sorrido sempre mentre lo faccio.
Credo che sia molto importante per loro ed è una gioia immensa, quando questo sorriso viene ricambiato.
Assisto saltuariamente durante i pasti una persona a me molto cara, ma oggi non vi voglio parlare di lui. Oggi osservo con tenerezza queste sei persone che affrontano l’ultima parte di un cammino chiamato vita.
Questi sei uomini uniti da un triste destino, la lungodegenza in una casa di riposo.
Alcuni di loro indossano bavaglini enormi che li fanno assomigliare a teneri bambinoni dai capelli bianchi. Seduti sulle loro sedie a rotelle, si impegnano in arditi spostamenti con goffi gesti delle mani sulle ruote.
Altri più fortunati, camminano lentamente, passo dopo passo raggiungono il posto assegnato loro a tavola.
Quando guardi un anziano negli occhi, quando ti lasci catturare dall’intensità dello sguardo di una persona che soffre, non potrai mai più essere quello che eri prima.
Qualcosa dentro l’anima subisce una mutazione, dipende dal grado di sensibilità personale, certo, ma qualcosa cambia inevitabilmente.
A volte mi sforzo di immaginare come possa essere la vita di una persona che trascorre tutto il suo tempo chiuso nella stessa camera.
Tutto il mondo in una stanza.
Un metro quadrato di cielo, tutto quello che la finestra concede di poter vedere.
Dipendere completamente dal prossimo, sapere che non ci si potrà alzare dal letto, se non quando qualcuno deciderà per noi che è giunto il momento di farlo, deve essere fonte di una sofferenza indicibile.
E non mi riferisco alla sofferenza fisica, ma bensì a quella morale, psicologica.
Tornare ad essere come neonati, lasciarsi lavare, vestire e imboccare a 75 anni,con il cervello perfettamente funzionante…
Che dramma deve essere!
Quando la giovinezza non è altro che un lontano ricordo, la bellezza è fuggita e le illusioni della vita sono ormai tutte crollate, cosa resta?
Restano i ricordi.
E il desiderio di riviverli raccontandoli.
Il desiderio che qualcuno li ascolti con un minimo di interesse, di attenzione.
Rimane quasi l’esigenza di gridarli questi ricordi:
<< Sono stato giovane anch’io. Ho amato e sono stato amato.
Ho riso e ho pianto, ho assaporato la vita e forse ho anche sprecato del tempo prezioso. Certo, lo ammetto e adesso che ne ho tanto a disposizione, non lo posso più usare!
Adesso non sono più padrone del mio tempo.>>
Quanta amarezza si può scorgere nello sguardo di un anziano privato del suo tempo.
Quando non esiste differenza dal giorno alla notte. Quando non c’è più attesa.
E’ li, che emergono le paure interiori, i terrori dell’anima, i rimorsi, i rimpianti.
Quando il mondo non è più intorno, ma solo dentro, nella propria memoria.
E allora ci si aggrappa a quei frammenti di passato, del proprio vissuto personale nell’illusione di interessare ancora a qualcuno, ancora, anche oggi!
Osservo con tenerezza questi sei nonni, mi tuffo nei loro sguardi. Vorrei dirglielo con parole reali, dirglielo che a me interessano. Che mi ricordo di loro anche quando non sono qui, anche quando il quotidiano aggredisce con mille incombenze, mille impegni pressanti.
E anche se non lo faccio per pudore personale, cerco di trasmetterglielo con uno sguardo, con una mano appoggiata casualmente su un braccio.
Lo faccio portando una risata all’interno di questa sala da pranzo, raccontando qualche aneddoto vissuto al di fuori.
Vissuto, non subìto, semplicemente vissuto.
Cerco di farlo con allegria, a prescindere dal mio stato d’animo. Lo sento quasi come un dovere personale, e quando riprendo quell’ascensore che dal quarto piano mi riporterà a terra e poi fuori da li, cerco di fare la stessa cosa che ho fatto quando sono arrivata.
Cerco di lasciare la grande malinconia che mi ha invaso l’anima. La deposito nell’ingresso, prima di uscire.
Continuo a ripetermi che non posso farmi carico della sofferenza del prossimo.
Devo vivere anche per loro. Farlo fuori di li e gioire delle piccole cose, delle banalità
Farlo dando importanza anche alle cose che troppe volte diamo per scontate. Al semplice poter camminare con le mie gambe, al poter vedere con i miei occhi.
E se per caso trovo un semaforo rosso, mi fermo e aspetto pazientemente che scatti il verde.
Senza innervosirmi, perché io poi, avrò la possibilità di ripartire.
E penso ai miei sei nonni che hanno il semaforo fisso su un colore solo.
Che rimangono fermi all’ombra di loro stessi.
In attesa del nulla.
Da soli, in balia del vuoto.










In carica...



















emozionante e reale!!!
La sensibilità è il tuo biglietto da visita. Fanno bene le tue riflessioni…
Grazie…
Riesci a fissare gli attimi, a tradurre le emozioni e i vissuti, questo dono non è comune. Il saperlo convertire in sillabe, che ti passano attraverso il cuore e la mente, mentre si leggono i tuoi scritti. Già sai cosa racchiuderanno. Vita.
Ascoltare coloro che nel cuore hanno un vissuto da raccontare forse sussurato,per paura di disturbare, è un grande atto d’amore. Mi hai commosso con le tue riflessioni sui nonni che hanno amato, pianto e riso ed ora aspettano che la porta si chiuda sulla vita.
Un sorriso e un bacio a tutti i nonni del mondo ||||
E… stiamo calmi al semaforo rosso !!!