Quando ieri ho detto a mio padre: “Lo sai che è morto Salinger?”, la replica è stata: “Ah, non sapevo nemmeno che fosse ancora vivo…”.
Io invece non solo lo sapevo, ma continuavo a raccontarmi la favoletta della misteriosa cassetta di sicurezza in cui ogni anno sarebbe stato depositato un nuovo manoscritto, come se fosse una sorta di Babbo Natale personale che mi avrebbe infallibilmente atteso. Invece pare non fosse così, dopotutto.
Tra i motivi per cui continuo nutrire una sincera antipatia per FB, nonostante lo sbirciare quasi quotidiano, è che trovo insopportabilmente volgare la sua funzione di strombazzare ai quattro venti un contenuto di qualsiasi tipo, che sia indice di serio impegno e di lodevoli intenzioni o semplicemente di una cattiva digestione (a volte di entrambe le cose). Contenuto che viene immancabilmente rimpiazzato da un fiume di cazzatelle nel giro di una manciata di secondi, nel “chissenefrega” generale. Trattasi forse di un pregiudizio datato e snob, ma per ora non mi va di rivederlo. Ieri, nel suddetto fiume, galleggiava qualche notizia della morte e qualche citazione sparsa a mo’di epitaffio dei pochi (me inclusa) colpiti da shock da bombardamento alla notizia per aver idolatrato in tempi un po’lontani autore e libro (anzi, Libro). E poi c’era un altro gruppo, ancora più sparuto del precedente, che approfittava dell’occasione per esternare che l’autore non gli era mai piaciuto, che non avevano capito cosa ci fosse da mitizzare nel libro, in breve che la notizia della dipartita di Salinger non gli faceva nè caldo nè freddo (fenomeno affascinante la risonanza di un “chissenefrega” individuale, in un vasto mare di indifferenza, c’è un che di riflessivo in tutto ciò…). Ora, di fronte a questo è naturale l’irritazione perchè si va a toccare una corda a cui sono molto sensibile, ma non mi interessa mettermi a polemizzare con persone che avrò visto sì e no due volte in vita mia sulle preferenze letterarie, che sono un tesoro molto personale a cui attingere. Piuttosto, posso provare a spiegare in altra sede – questa – perché Il giovane Holden e la scrittura di Salinger (compresi I nove racconti e Alzate l’architrave, carpentieri…mi manca solo Franny e Zooey) abbiano lasciato un piccolo segno su di me.
Ho impattato in questo libro nell’età giusta, secondo liceo. Avevo una vaga curiosità rispetto al titolo perchè mi era capitato sotto l’occhio qualche stralcio da un’antologia, così quando uscì nella serie di classici del ’900 di Repubblica lo arraffai subito, gioiosa. Quello che non prevedevo è che avrei letteralmente perso la testa, sarei rimasta folgorata dalla scrittura, scorrevolissima, immediata ma senza quell’impressione di essere stata buttata via come alcuni autori che fanno i moderni, avrei girato quasi tutto l’anno scolastico con il libro nello zaino come una specie di Bibbia personale e l’avrei passato a pochi eletti per poterne discutere all’infinito, restando delusa se il mio entusiastico giudizio non veniva condiviso. Ora, vero è che ero una diciassettenne mezza scema, però sono tuttora rare le cose che mi piacciono tanto, ma veramente tanto.
Soprattutto, attraversai un delirante processo di identificazione col e/o disperato incottimento per il protagonista, Holden Caufield. Perché il personaggio di questo ragazzino casinista mi piacque così tanto? Holden è confuso, disorientato rispetto agli adulti, in cui non individua un solo modello praticabile, un po’ imbranato con l’altro sesso (per tutto il libro non riesce a telefonare alla ragazza che gli piace, si dà alla fuga di fronte a una giovane prostituta, in compenso pomicia allegramente con la vecchia Sally, per poi scaricarla non appena questa si rivela l’emerita cretina che è sempre stata), si atteggia a fare il cinico ma in fondo è un buono (e non un puro, come si trova spesso detto nelle critiche), è arrabbiato ma senza essere aggressivo, alla fine gli fanno un po’ pena tutti. Forse è un originale nelle sue considerazioni, ma non è mai superficiale. Non è un ribelle o un alternativo, in fondo è troppo beneducato e la sua fuga dalla scuola si risolve in un niente di fatto. Soprattutto, è un inconcludente: in assenza di strade da percorrere, si agita molto in lungo e in largo ma alla fine del libro è tale e quale a prima, non si può sapere se in un ipotetico seguito continuerebbe a stare in bilico, “sull’orlo del dirupo”, con il suo disagio, se lo metterebbe da parte alla ricerca di un’integrazione o se imbraccerebbe le armi, in un empito di vitalismo (d’altra parte, Il giovane Holden è il libro preferito di una nutrita schiera di maniaci omicidi, compreso il pazzo che sparò a John Lennon!). Però conserva la sua sensibilità e il suo particolarissimo modo di vedere le cose, che trova perfetta espressione nella scrittura di Salinger. Quel modo che se lo condanna ad essere una sorta di disadattato, gli conferisce però la giusta estraneità per il suo punto di vista da osservatore stralunato, ma non indifferente.
E qui azzardo un’interpretazione personale, memore delle contorsioni mentali di un’adolescente che si esaltò per un libro che magari, ripreso in mano dopo anni, non produrrebbe lo stesso effetto. Forse il senso del tutto sta nel riuscire a conservare, a prescindere dagli esiti di vita, la giusta dose di sensibilità per cogliere l’infinita assurdità del circostante e riuscire ancora a dispiacersene un po’.
Good-bye, Salinger. Salutaci le papere di Central Park.
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Per la cena da Stefy, stasera, che porto?
Hyde pensa al dolce, Pablo ai drink, Stefy mette casa… e io?
Io, mumble, mumble… :-(
Ci sono! :-)
GRATIN DI …
Davide uomo semplice e gentile privo di conoscenze filosofiche, metafisiche e teologiche, senza particolari problemi psicologici entra nello studio del dott.Bona inconsapevole di ciò che …
“J.D. Salinger: epitaffio e variazioni sul tema” di L.Z.
Io invece non solo lo sapevo, ma continuavo a raccontarmi la favoletta della misteriosa cassetta di sicurezza in cui ogni anno sarebbe stato depositato un nuovo manoscritto, come se fosse una sorta di Babbo Natale personale che mi avrebbe infallibilmente atteso. Invece pare non fosse così, dopotutto.
Tra i motivi per cui continuo nutrire una sincera antipatia per FB, nonostante lo sbirciare quasi quotidiano, è che trovo insopportabilmente volgare la sua funzione di strombazzare ai quattro venti un contenuto di qualsiasi tipo, che sia indice di serio impegno e di lodevoli intenzioni o semplicemente di una cattiva digestione (a volte di entrambe le cose). Contenuto che viene immancabilmente rimpiazzato da un fiume di cazzatelle nel giro di una manciata di secondi, nel “chissenefrega” generale. Trattasi forse di un pregiudizio datato e snob, ma per ora non mi va di rivederlo. Ieri, nel suddetto fiume, galleggiava qualche notizia della morte e qualche citazione sparsa a mo’di epitaffio dei pochi (me inclusa) colpiti da shock da bombardamento alla notizia per aver idolatrato in tempi un po’lontani autore e libro (anzi, Libro). E poi c’era un altro gruppo, ancora più sparuto del precedente, che approfittava dell’occasione per esternare che l’autore non gli era mai piaciuto, che non avevano capito cosa ci fosse da mitizzare nel libro, in breve che la notizia della dipartita di Salinger non gli faceva nè caldo nè freddo (fenomeno affascinante la risonanza di un “chissenefrega” individuale, in un vasto mare di indifferenza, c’è un che di riflessivo in tutto ciò…). Ora, di fronte a questo è naturale l’irritazione perchè si va a toccare una corda a cui sono molto sensibile, ma non mi interessa mettermi a polemizzare con persone che avrò visto sì e no due volte in vita mia sulle preferenze letterarie, che sono un tesoro molto personale a cui attingere. Piuttosto, posso provare a spiegare in altra sede – questa – perché Il giovane Holden e la scrittura di Salinger (compresi I nove racconti e Alzate l’architrave, carpentieri…mi manca solo Franny e Zooey) abbiano lasciato un piccolo segno su di me.
Ho impattato in questo libro nell’età giusta, secondo liceo. Avevo una vaga curiosità rispetto al titolo perchè mi era capitato sotto l’occhio qualche stralcio da un’antologia, così quando uscì nella serie di classici del ’900 di Repubblica lo arraffai subito, gioiosa. Quello che non prevedevo è che avrei letteralmente perso la testa, sarei rimasta folgorata dalla scrittura, scorrevolissima, immediata ma senza quell’impressione di essere stata buttata via come alcuni autori che fanno i moderni, avrei girato quasi tutto l’anno scolastico con il libro nello zaino come una specie di Bibbia personale e l’avrei passato a pochi eletti per poterne discutere all’infinito, restando delusa se il mio entusiastico giudizio non veniva condiviso. Ora, vero è che ero una diciassettenne mezza scema, però sono tuttora rare le cose che mi piacciono tanto, ma veramente tanto.
Soprattutto, attraversai un delirante processo di identificazione col e/o disperato incottimento per il protagonista, Holden Caufield. Perché il personaggio di questo ragazzino casinista mi piacque così tanto? Holden è confuso, disorientato rispetto agli adulti, in cui non individua un solo modello praticabile, un po’ imbranato con l’altro sesso (per tutto il libro non riesce a telefonare alla ragazza che gli piace, si dà alla fuga di fronte a una giovane prostituta, in compenso pomicia allegramente con la vecchia Sally, per poi scaricarla non appena questa si rivela l’emerita cretina che è sempre stata), si atteggia a fare il cinico ma in fondo è un buono (e non un puro, come si trova spesso detto nelle critiche), è arrabbiato ma senza essere aggressivo, alla fine gli fanno un po’ pena tutti. Forse è un originale nelle sue considerazioni, ma non è mai superficiale. Non è un ribelle o un alternativo, in fondo è troppo beneducato e la sua fuga dalla scuola si risolve in un niente di fatto. Soprattutto, è un inconcludente: in assenza di strade da percorrere, si agita molto in lungo e in largo ma alla fine del libro è tale e quale a prima, non si può sapere se in un ipotetico seguito continuerebbe a stare in bilico, “sull’orlo del dirupo”, con il suo disagio, se lo metterebbe da parte alla ricerca di un’integrazione o se imbraccerebbe le armi, in un empito di vitalismo (d’altra parte, Il giovane Holden è il libro preferito di una nutrita schiera di maniaci omicidi, compreso il pazzo che sparò a John Lennon!). Però conserva la sua sensibilità e il suo particolarissimo modo di vedere le cose, che trova perfetta espressione nella scrittura di Salinger. Quel modo che se lo condanna ad essere una sorta di disadattato, gli conferisce però la giusta estraneità per il suo punto di vista da osservatore stralunato, ma non indifferente.
E qui azzardo un’interpretazione personale, memore delle contorsioni mentali di un’adolescente che si esaltò per un libro che magari, ripreso in mano dopo anni, non produrrebbe lo stesso effetto. Forse il senso del tutto sta nel riuscire a conservare, a prescindere dagli esiti di vita, la giusta dose di sensibilità per cogliere l’infinita assurdità del circostante e riuscire ancora a dispiacersene un po’.
Good-bye, Salinger. Salutaci le papere di Central Park.
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