Per poter capire Fiore bisogna camminare nel tormento che svela l’inesprimibile. Per capire la sua poetica, dovrei coglierne l’assoluto delirio.
La Poesia ha un ruolo importante nella soluzione delle difficoltà espressive, Elio Fiore mostrerebbe delle lacune sotto questo profilo e quindi deve percorrere ancora una lunga strada per raggiungere questo perfezionamento.
Possiamo quindi parlare di un Fiore non preoccupato di tali difficoltà perché il suo lavoro poetico riesce a fondersi in una mistura letteraria tra prosa e poesia capace di leggere la realtà:
Assisi è immersa
nella nebbia. Le campane,
poco fa, suonavano
a festa, mentre ti telefonavo,
Antigone. Ho pregato Francesco
perché tutti siano una cosa sola.
Qui, c’è silenzio e pace.
Questa lettura veritiera è il punto focale che lentamente sfocia nel quotidiano, ma il passo è breve, poiché la verità combina una trasfigurazione delirante e visionaria ricordandoci il suo estro creativo.
L’utilizzo del verso libero è una costante che fugge dalle regole e il non rispetto del metro crea una variante limpida, intensa e raffinata, un dettato quotidiano e avventuriero, un verso anarchico e pur sempre doloroso; come appare evidente dalla poesia “Battevano i soldati alle porte coi fucili”, specchio di dolorose esperienze:
“Battevano i soldati alle porte coi fucili
Nel ghetto di Trastevere, gridavano ai Giudei.
E, sulla piazza bianca, accesa era l’estate.
Marchiavano le porte: segni bianchi di congiure
Violenze, contro vecchi artigiani dalla barba bianca,
pazienti nell’impagliare sedie. Gridavano nomi e nomi
bollati su elenchi di terrore. Avvinto tra i vetri strisciati
mi stringevo al padre mio, forte a quei turpi occhi, infernali,
mentre altre madri portavano sui tetti
il raro pane agl’insorti, figli dei figli sgomenti,
gettati sulla strada. Segnava l’alito infamie nell’estate
soffocata, la brutale visione della fanciullezza”.
Traspare una goccia nera che non può esimersi dalla storia del suo passato, che riemerge grazie ad un’avventura del dolore provocato dagli orrori della guerra e dalla cieca violenza di sopraffazioni di ogni genere.
Poetica che lo tiene in vita e che lo rende nel contempo messaggero di speranza.
Pochi versi deliberano un’associazione imprevedibile di immagini, che varcano la soglia dell’anarchia stessa.
Elio Fiore viveva a Roma, nel Portico di Ottavia, vicino al ghetto. Fu testimone oculare della cattura degli Ebrei e della loro deportazione, il 16 Ottobre del 1943 quando aveva otto anni; per lui divenne un’esperienza traumatica che lasciò tracce indelebili nella sua psiche, regalandoci una visione spaventosa nei versi suddetti, rivivendo nell’interiorità della sua coscienza il dramma di quella gente perseguitata.
In questo caso la sua Fede non viene intaccata dal buio degli eventi, Fede che lo accompagna sempre, da dove nasce una “Luce” perpetua che illumina il suo cammino.
“Luce” è un termine che ricorre spesso nel il suo iter poetico, come anche “Stelle”.
Nei frammenti lirici dei “Notturni” le ritroviamo spesso come parole – chiave ed il Fiore rievoca una sensibilità molto vicina all’ultimo Leopardi, che rimanda ad una situazione psicologica di partenza:
“…seggo la notte: e su la mesta landa / in purissimo azzurro
/ veggo dall’alto fiammeggiare le stelle…” ( La Ginestra, vv.
151-153
Primo Notturno:
“ Stanotte non odo / la
voce del fiume… Ascolto il vento / che mormora parola antiche”
Le capacità percettive “Odo … ascolto” invitano a contemplare la Natura portandoci dentro un monologo interiore, entrambi venerano “ il mistero della vita”, soffermandosi in un momento contemplativo che si dirama all’infinito, immensità che il Leopardi descrive per mezzo di spazi universali, mentre Elio Fiore ci porta dentro l’Orologio dell’esperienza innescando una memoria delle piccole cose.
I Sussulti Leopardiani affiorano con il Sesto Notturno, eco dell’Infinito che permea nei “ sovrumani silenzi” successivamente volge lo sguardo verso il cielo e “ in alto, ferma” vede “brillare una stella”.
Caparbietà linguistica sperimentale, fusione tra il quotidiano e la sovranità dello spirito. Capitomboli eterni, oltre lo spazio e il tempo.
Nell’Ottavo Notturno il Poeta amplia il laccio Leopardiano sfibrandolo, e si distacca dalla sua nettezza.
Fiore si distacca dal Leopardi perché in questo caso riesce a governare il suo Cuore a dispetto del poeta di Recanati:
“Il Fango del mondo / non ti può toccare. / La tua poesia è la vita, scava parole vive / Ascolta, vincerai la morte”
ci troviamo agli antipodi del Leopardi di “A se stesso”:
“Fango è il mondo…Al gener nostro il fato / non donò che il morire…
Ormai disprezza / te, la natura… e l’infinita vanità del tutto”
I Notturni si chiudono con l’apparire di una “ stella dell’Aurora”, innescando il sorgere di un nuovo giorno; si parla ancora di speranza e di pace.
La poetica di Elio Fiore non è collocabile dentro un genere preciso, al massimo possiamo identificarla con il visionario alla William Blake, l’ermetico e il realistico.
Il colore che prevale è la purezza dello spirito che lo porta ad accettare il dolore rimanendo libero di lasciarsi andare, di abbandonarsi.
Nel suo mare poetico troviamo incastonati sintagmi e terminologie isolate,
ed ogni lirica accoglie un intero verso incolmabile.
Il suo vasto patrimonio culturale era figlio di autori prediletti come: Bertolucci, Gatto, Saba, Luzi, Ungaretti, Montale, Rafael Alberti e molti altri autori che hanno dato fuoco alle sue febbrili letture. Ardore che nasce da semplici parole, dove emergono relative sequenze come facenti parte di un montaggio cinematografico alla Bergman.
In carica...




















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