Sono seduto su una poltrona in pelle, logorata dal tempo, il colore non lo vedo, probabilmente marrone. C’è un momento di pace stranamente. Tutto è improvvisamente sparito, l’attimo prima non lo ricordo, vedo solo l’oscurità intorno, non completa, ma quasi e percepisco la poltrona sotto il mio culo. Sono qui seduto nell’oscurità, vedo distintamente la mia vita, questa vita. E’ in me, ma la vedo anche per terra. Sanguina. Sta morendo. Qualcuno l’ha pugnalata. Giace ai miei piedi in una pozza di sangue e nel mio petto squarciato. Nessuno che io sappia la vuole morta e nemmeno io, ma sono qui su questa poltrona con un coltello sanguinante nella mano, e realizzo: è successo di nuovo, ho ammazzato un’altra volta la mia vita.
Mi alzo ed eccomi qua alla sala della mostra d’arte di P-quadro che appendo al candido muro bianco l’ultimo capolavoro appena finito del Povero Perdente, vicino, alla sua opera precedente. Faccio un paio di passi indietro e ammiro questo muro bianco illuminato nella sala oscura, con i quadri in fila uno dopo l’altro in ordine cronologico, sono più di una decina. Ogni quadro è una morte, ogni morte ricorda una vita, ed ogni vita è una vita di P-quadro ammazzata da lui stesso.




