“L’ultimo baluardo” di Davide Zanardi

Quando ero piccolo pensavo che la mia morte sarebbe arrivata mentre stavo facendo qualcosa di eroico o di memorabile… Ero già un amante della fantascienza. Immaginavo un’invasione del pianeta da parte di alieni ovviamente cattivissimi e invincibili. Già vedevo la battaglia finale per la salvezza della Terra ed io, ultimo baluardo dell’umanità che, sanguinante e ormai a un passo dalla fine, compievo l’ultima azione salvando e liberando tutti. Poi, tra il cordoglio e la tristezza dei sopravvissuti, mi sarei spento mormorando ai miei amici qualcosa che avrebbe fatto ricordare il mio eroismo e il mio gesto finale per sempre. Forte!
Ero davvero piccolo e i miei sogni spaziavano in elucubrazioni fantasiose fino a immaginare delle disgrazie indicibili, di livello mondiale, solo per  giustificare il fatto che prima o poi sarei dovuto morire anch’io, riuscendo a lasciare però, qualcosa di grande a chi sarebbe rimasto…fantastico! Chissà se è capitato a tutti di vedere così la propria fine.
Ora sorrido di quei miei pensieri e dei sogni associati. Poi crebbi, ma il pensiero che prima o poi sarei dovuto morire è sempre rimasto con me. Cambiavano però, gli scenari della mia dipartita. Durante l’adolescenza pensavo che sarebbe potuto accadere per un incidente.
In quel periodo conseguivo la patente per la moto e iniziavo a scoprire una cosa che poi sarebbe rimasta per sempre dentro di me: la velocità.
La mia prima vera moto, una Laverda 125, era appartenuta ad un ragazzo che era morto proprio su quel mezzo, a causa della velocità e forse dell’inesperienza. Lo scoprii dopo averla comprata con mille sacrifici. Fu una cosa che mi lasciò un segno, non profondo, ma indelebile. Si poteva morire in moto mentre si godeva dell’ebbrezza della guida veloce. A quei tempi non era ancora obbligatorio il casco e i motori non sviluppavano le potenze dei mezzi moderni, ma si potevano “truccare” molto più facilmente.
E allora mi vedevo volare fuori da una curva o impattare frontalmente con un camion o con un muro. La cosa che variava rispetto ai sogni giovanili,era che non riuscivo mai a pronunciare le ultime leggendarie parole. Mi schiantavo e morivo. Fine!
Crebbi ancora e conseguii questa volta la patente per l’auto. I modelli di allora erano dei cassoni metallici pesantissimi. Seduti dentro era come avere intorno una spessa  corazza.
L’idea di dover morire prima o poi,la accantonai per un periodo, fino a quando all’età di 23 anni, fui coinvolto in un  gravissimo incidente stradale. Mi salvai ma persi mia madre e mia moglie,una ragazza di 20 anni che avevo sposato appena tre mesi prima…scoprii così e in un attimo, che morire non era sempre la cosa peggiore che potesse capitare a un uomo. A volte è peggiore del morire il salvarsi in un contesto in cui perdi le persone più importanti della tua vita. Prima di allora non avevo mai pensato a questa possibilità… Anche gli altri morivano,dunque. Chissà se le mie care donne avevano mai pensato o immaginato o sognato che sarebbe successo quella cosa lì  in questo modo. Il morire, e lo scoprii solo in quel momento, poteva capitare a tutti. Sopravvivere a chi ami è una cosa terrificante. Naturalmente la mia vita, ed il modo di vederla, cambiò da quel giorno radicalmente.
Gli altri magari dopo aver smaltito lo shock iniziale, avrebbero realizzato come la vita non sia altro che un lumicino che poteva spegnersi all’improvviso e, probabilmente, avrebbero iniziato a vivere più intensamente e a “mordere” tutto il tempo che restava a loro disposizione come se fosse stato un frutto dolcissimo da assaporare fino in fondo. Io non lo feci! Mi chiusi in me stesso e divenni cupo e schivo e solitario.
Non avevo neppure la forza di immaginare un suicidio che mi avrebbe liberato, forse, dal dolore e dal vuoto che sentivo. Poi la vita ritornò pian piano a scorrere intorno a me. Gli amici mi tirarono fuori dalla palude nera in cui ero caduto. Alcune ragazze mi fecero riscoprire dei piaceri che avevo escluso dalla mia vita. Così, dopo anni mi risposai, comperai casa e mia moglie rimase incinta.
Purtroppo la mia compagna perse la bambina quando ancora era in grembo, e questo dolore, misto a incomprensioni, soprattutto da parte mia, ci allontanò e finimmo così per separarci pur restando in buoni rapporti.
Già da dieci anni ormai facevo un lavoro molto rischioso, ben pagato ma pur sempre pericoloso. La morte non era mai molto lontana da me. Morirono alcuni miei colleghi in vari incidenti sul lavoro; persi anche amici in incidenti stradali e per gravi malattie, così come dovetti rinunciare ad alcuni parenti morti per vecchiaia… ora sono vent’anni che faccio quel mestiere col pensiero che se è capitato a loro potrebbe accadere anche a me in qualsiasi momento… un’esplosione, un carico che si sgancia, una fuga di gas, avvelenamento, amianto… e altre decine di modi che ora non mi vengono neppure in mente.
Ebbene, dopo aver immaginato per me tutti i tipi di morte possibili, purché eroiche e mediamente rapide come lo schianto, scopro di avere un tumore che mi farà spegnere piano piano… ora capisco che non avevo mai considerato il fatto che, a volte, la morte arriva con calma e, tante volte, ti fa pure soffrire a lungo.
E allora ho deciso che non mi curerò. Se devo soffrire per la malattia va bene. Ma se devo stare male a causa delle cure, allora preferisco lasciare che la natura faccia il suo corso. Darò la possibilità al mio corpo, guidato dalla mia mente, di auto ripararsi se sarà in grado di farlo. Inizierò anch’io a mordicchiare la vita. Non piangerò sulla spalla di nessuno. So già che qualcuno lo farà al posto mio e sulla mia spalla perché ho alcune persone che mi vogliono davvero bene e che, spero, capiranno che l’unica cosa che potranno fare per me, sarà accompagnarmi fino a dove riuscirò ad arrivare…
Un pensiero però, mi  consola e mi fa anche ridere (si, è vero, non sono triste!): e se arrivassero davvero gli alieni cattivi ed invincibili che immaginavo da bambino e io diventassi davvero  l’ultimo baluardo e salvezza dell’umanità? ahahahahahah…………..fighissimo!



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