“Noi Chi?” di Rolando Giancola

È una pratica immancabile in ogni discussione calcistica da bar che si rispetti; è una costante di ogni dibattito politico. È cosa diffusa, in società: chiunque, almeno una volta nella vita, ha assistito a un dialogo dove gli interlocutori, anziché darsi del tu, si danno del voi. E non per formalità.
“Voi ci avete rubato lo scudetto, vergognatevi!”. Chi è tifoso di calcio – soprattutto se juventino – conosce bene questo tipo di affermazione. Volendo analizzarla, essa si compone di due proposizioni: la prima (‘voi ci avete rubato lo scudetto’) è all’indicativo e narra un evento; la seconda (‘vergognatevi!’) è all’imperativo ed è finalizzata non solo a condannare moralmente il furto, ma esprime un’indignazione diretta verso quel furto. Ora, immaginando che vi siano solo due interlocutori, si pone un problema. Perché mai qualcuno dovrebbe rivolgersi a qualcun altro come se questi fosse più persone? Perché dargli del voi? La ragione è misteriosamente ovvia.

Chiamando Gianni chi formula la frase e Peppe il destinatario, possiamo dire che Gianni, tifoso di una squadra a cui è stato illecitamente sottratto lo scudetto, è arrabbiato con Peppe, tifoso della squadra a cui lo scudetto è stato assegnato. Nel dire ‘voi’, Gianni si illude di rivolgersi non solo a Peppe, ma ad ogni tifoso, calciatore, dirigente, raccattapalle della squadra presa di mira dalle sue parole. Compie dunque un trasferimento: Peppe, suo collega e amico fidato, non è più una persona, ma un elemento di un istituzione, in rapporto con gli altri. ‘Voi’ ha una funzione evocativa. Parlo con te, ma mi rivolgo ad altri. Accuso te -che non hai fatto nulla- per avere l’impressione di accusare i veri colpevoli, che non possono sentirmi, da Torino. La mia comunicazione è tecnicamente inutile.
Ora, sorge una domanda. Gianni lo sa? È cosciente dell’inutilità comunicativa del suo messaggio?
Non essendo nella sua testa, non possiamo saperlo.
Supponiamo di si e domandiamoci: perché formulare un messaggio inutile? I motivi possono essere molteplici. Forse, il fine del messaggio è di incanalare la rabbia per ciò che è avvenuto. Accanirsi contro un innocente può esser efficace, a tal fine. Ma se fosse così, la frase “Voi ci avete rubato lo scudetto, vergognatevi” non sarebbe una prepotenza condannabile almeno quanto il furto che Gianni denuncia? Certamente. Ed è qui che il nodo viene al pettine: il povero Gianni è stato ingiustamente privato della gioia di vedere la sua squadra vincere lo scudetto. Gli è stata usata una prepotenza, a cui ha risposto con un’altra prepotenza, accanendosi contro Peppe che, anche se juventino, è un innocente. Dargli del ‘voi’ è stata una voluta mancanza di rispetto nei suoi confronti, mossa da un senso di vendetta che – nell’atto comunicativo – spinge gli interlocutori a percepirsi l’un l’altro non come individui, ma come appendici di gruppi, istituzioni, ideologie, etnie, appartenenze d’ogni tipo. È un desiderio di semplificazione, quello che ci spinge a darci del ‘voi’. Una momentanea ‘volontà di ignoranza’, che da un lato ci permette di usare violenza, dall’altro ci consente di dissimularla ed illuderci che – in fondo – l’accusa non è finalizzata a ferire Peppe, ma a additare altri. Allora la domanda è: perché – se si vuole additare altri – ci si rivolge all’interlocutore usando il pronome ‘voi’, anziché ‘essi’? A pensarci, in tal caso la comunicazione sarebbe più efficace: Gianni direbbe a Peppe “Essi ci hanno rubato lo scudetto, si vergognino!” anziché criminalizzarlo ingiustamente. E dunque, come mai non lo ha fatto?
La ragione è a questo punto ovvia: Peppe non è un mero interlocutore, ma un vero e proprio sacco da pugile, destinatario di parole finalizzate a colpire, urtare, ignorare la sua umanità. Ma se l’intento è quello di ferire, non sarebbe più efficace usare la seconda persona singolare? “Tu ci hai rubato lo scudetto, vergognati!” sarebbe in tal caso la frase. È evidente che non funzionerebbe, in quanto Peppe verrebbe additato come unico responsabile del furto avvenuto. La proposizione avrebbe un’attinenza con la realtà talmente scarsa che Peppe sarebbe portato a rispondere in maniera disarmante: “Gianni, sei pazzo? Io non ho fatto niente!”. E come dargli torto? In questo senso, l’uso del ‘voi’ è una sorta di via di mezzo fra realtà e menzogna, falsa quel che basta per ferire e vera abbastanza da impedire a Peppe di ribattere. Vi è una certa meschinità in tutto questo.
In società, darsi del voi è cosa frequente, ma non diviene mai una prassi consolidata. La nostra elasticità mentale ci permette infatti di prendere coscienza dei nostri comportamenti e correggerli. Grandioso sarebbe se ciò avvenisse anche in televisione, maestra indiscussa di conflittualità e generalizzazioni. Per fortuna, la società è di gran lunga migliore della TV. Per ora, almeno.

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