“Per ora questo nuovo millennio” di Francesco Terzago

A conti fatti questo altro ‘0’ che da quasi un decennio è arrivato non ha portato con sé niente di nuovo, o meglio niente di così fisicamente nuovo. Quando quattordicenne lo aspettavo avevo dentro di me quella sensazione elettrica del salto nel buio, d’altra parte anche io ero cresciuto immaginandomelo come un infinito dopo-storia, un’epoca dove la tecnologia avrebbe preso il sopravvento su ogni cosa, ma nel senso tangibile del termine. E gli uomini, immortali o quasi, avrebbero perso l’interesse del tener la conta degli anni: mi aspettavo di vedere nel cielo astronavi in grado di solcare distanze siderali, credevo che avremmo dovuto utilizzare traduttori universali per parlare con le stelle, avremmo avuto i robot senzienti di Asimov o gli androidi di Philip K. Dick, ci saremmo mossi a velocità inimmaginabili grazie al tele-trasporto di StarTrek.

Mi svegliavo le mattine, prima di andare a scuola pensando: “domani dovrò essere pronto – me lo ha insegnato Terminator che se capitasse mai (e capiterà) che negli U.S.A. qualcuno crei davvero quei robi lì, be’ non se ne scampa più nessuno e ci sarà da far la guerra!”.

Il Novecento, colpo di coda del neo-positivismo, forse credeva ancora troppo nelle potenzialità della scienza, o quanto meno in quelle dell’uomo… Perché se la scienza ti dà la possibilità di far certe cose, quello che alla fine decide sei tu, minuscolo esserino di carne.
Alla fine, e lo dico con tutta sincerità, quando il nuovo millennio è arrivato non ha fatto che mettere semplicemente in luce tutti i nostri limiti, come quando muore un papa che dopo un mesetto o poco più tutto ritorna alla sua routine – il Novecento, morendo, ci ha fatto capire tutta la sua intrinseca storicità, la sua congenita vecchiaia, la sua mancanza di spirito.
Ammettiamolo, il Novecento ha sempre ragionato da bambino nato vecchio, un secolo che in tutto e per tutto ha rimandato…, «ci penserà il 2000» diceva, quando arriverà, «lui ci penserà» – risolveranno le assurdità che nel mio ventre si sono perpetrate: il sistema monetario, la fame nel mondo, l’inquinamento, i trasporti, il capitalismo, l’imperialismo, -ismo…
Ce lo pensavamo così il futuro, se non dei migliori, non certo noioso: megalopoli dove l’ordine del giorno è la guerriglia urbana, alieni malvagi che ci vogliono invadere da una parte e dall’altra, catastrofi imminenti contro cui l’umanità deve riscoprire il valore della fratellanza se vuole sopravvivere (come in Ultimatum alla Terra). Ma quando poi il futuro è venuto a bussarci alla porta e come era nel nostro dovere gli abbiamo aperto, la verità ci ha investito come una doccia gelata: niente è cambiato – solo i mezzi di controllo, e qui, ahimè il Cyber-punk ci ha azzeccato perfettamente. Se la televisione si guarda sempre meno, ed il pc si usa sempre più, è vero solo che è cambiato l’ordine dei fattori ma il risultato no: siamo una società virtualizzata e logo-centrica. Quindi ciò che diceva Pasolini per la tivù, vale anche per il computer, per quanto mi faccia soffrire dirlo.
A volte ci penso a lungo: l’agire per noi è sempre più difficile; e allora ecco che al via ci sono scioperi virtuali, petizioni virtuali, chiacchiere virtuali e soluzioni virtuali… e cibo virtuale; oramai i bambini credono che il pollo sia quella strana cosa che nasce spellata e senza testa dentro una confezione di polistirolo; che la farina piova dal cielo e che ci sia qualcuno che la raccoglie dagli spioventi con dei grossi catini; che le verdure crescano nei super-mercati la notte quando le luci sono spente e nessuno vede. Io stesso non ricordo che cosa voglia dire frutta e verdura di stagione, perché se sia tempo o meno di zucchine cerco d’intenderlo dal prezzo che esse hanno al banco.
Ma da bambino curavo un orto ed un giardino, adesso fatico a tenere una pianticella di menta in un vaso sul davanzale e per definire il “ci vediamo dove e quando” mi servono una decina buona di sms al posto di una chiamata da casa a casa.
Allora io dico, se dobbiamo vivere nel grottesco facciamolo fino in fondo, senza mezze misure; la mia proposta, questa sì fantascientifica, è semplice: una vacca al macello la avrà vista lo 0.5% della popolazione europea, perché allora non mettere tutta la nostra conoscenza dell’alterazione genetica per creare i ‘cubi’?, dissi proprio così ad un mio amico: «vedi, a questo punto facciamo dei simpaticissimi cubi di ciccia vivente, comodamente impilabili in scaffalature create ad hoc, mettiamo ad essi anche una bella boccuccia-collettore di dimensioni standardizzate (una bella normativa UNI sarebbe da redarre a riguardo) che succhi la spazzatura da un tubo e la tramuti, attraverso la digestione, interamente in massa grassa che noi possiamo comodamente staccare da loro e cucinare; magari facciamo pure che questi cubicini abbiano una seconda bocca che gli dia la facoltà di cantare un motivetto gioioso, così da dare la parvenza di ‘vivere’ nel momento in cui il ‘macellaio’ li passa in rassegna per scegliere il pezzo richiesto al banco».

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