Sono una giovane donna di quaranta anni, incastrata in un corpo da ragazzina col seno sodo e il fianco prorompente, una vita di errori alle spalle e nessun pentimento. Smalto. Lo smalto scuro sulle mie unghie corte mi ha accompagnato per una vita e ogni anno diventa più scuro come le rughe delle mie vene che si rifiutano di comparire. Inopinata. Oggi mi sono sorpresa a tremare leggendo un racconto di un uomo che per me non ha mai provato nulla, ma è stato tanto tempo fa, un uomo finto, un uomo di plastica e cartone, o forse di latta, modellato dalla mia immaginazione come un fiore col Das. Relatività. Non è solitudine perché saprei riconoscerla, perché la casa è affollata in questo pomeriggio di questo splendido, caldo inverno: sono circondata da persone ma resto senza fiato pensando che non l’ho mai avuto, mai posseduto, ed è come se avessi bisogno di perdermi e diventare la cartina della sigaretta che sto per fumare, per bruciare lentamente, trasformarmi in fumo per svanire nel nulla, perché nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Stop. Ho perso l’ispirazione perché ho letto la sua firma, Charles, e so che quello è il nome con cui io lo chiamavo, ma era segreto, fra me, senza lui, era solo una Moleskine a conoscerlo, la mia, anche se era su un blog, ma non poteva sapere che fosse riferito a lui perché non avrebbe potuto immaginare cosa io provassi per lui, perché non so esprimermi, se non scrivendo, e allora ho voglia di piangere perché mi viene da pensare che lui sia me e io lui, e che siamo fratelli e che sono innamorata di lui perché non ho bisogno di un uomo, nonostante ce l’abbia, ma forse più per abitudine, o necessità di una necessità. Ancora. So che dovrei smettere di ascoltare la voce della mia tastiera e magari leggere il libro che è poggiato sul pavimento accanto al futon, ma non posso, ho paura di riiniziare un periodo della mia vita da cui a stento sono fuggita, perché quando si invecchia si dovrebbe diventare saggi ma io, incastrata in un corpo da bambina, con un viso che non desidero, sento di non poter crescere, sento che quel seme di idealismo mi resterà, per sempre, perché a vent’anni non avevo vent’anni, ero triste, disillusa, cinica, fuori da ogni ideale, consapevole, anche troppo, dei gioghi in cui ero incastrata, gioghi politici, letterari, filosofici, sociologici. Vomito. Ora devo andarmene, correre in bagno, perché non posso più tollerare neppure il cibo, perché sono infinitamente occlusa da me stessa, perché sento di non saper scrivere, di non saper far nulla, di dovermene andare ma non riesco a contemplare una soluzione estrema perché non è ciò che voglio, la morte, potrei accettarla, ma non la desidero.










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Bellissimo articolo!
intenso e asciutto, ma penso che i quarant’anni non sono un luogo, una stazione di posta o un autogrill, dove fermarsi per asciugare il sudore e le fatiche di questo ns viaggio che alcuni chiamano odissea, altri vagabondare misterioso, altri ancora semplicemente vita. Io appartengo a quest’ultima categoria. A quelli che credono, forse incautamente, che la vita la si debba plasmare con le proprie mani. E Come le mani di un artigiano, ruvide, callose e a volte ferite, ci ostiniamo nel credere che contro ogni altra evidenza, esiste la nostra volontà. La volontà nel credere che le avversità sono in agguato e colpiscono nei momenti inaspettati, ma noi ostinati siamo lì pronti a rialzarci, a raccogliere le ultime energie e credere ancora una volta di poter affrontare, combattere e vincere l’ostacolo. Certo è una filosofia cinematografica, forse da film tipo 300 – ma è sempre meglio dire “io ci ho provato” che essere rimasti affaciati alla finestra aspettando che qualcuno o qualcosa avesse cambiato le ns sorti.