“Il ragazzo che doveva dormire” di Simone Crippa

– Consideraz​ioni sulla neutralità​ –

C’era una volta un ragazzo che doveva dormire, ecco cosa.

Perché non è mai una bella idea cercare di esprimersi senza aver dormito. Il concetto vale tanto nella musica che nelle arti; così come nella letteratura e in tutto ciò che coinvolge l’emozione.

Dalla notte dei tempi il sonno è chiarificatore. Mette ordine nella confusione dei pensieri e scandisce i tempi, le idee e le intenzioni. Senza dormire è come se ad un tratto, tutto ciò che si ha davanti, tutto quello che si vede o si sente con le orecchie ed il cuore… quello che fino ad un attimo prima era certo e chiaro si confonde tra i rumori  e  si sfochi alla vista per diventare un guazzabuglio senza capo né coda.

E’ chiaro quindi quanto sia indispensabile il sonno, soprattutto quando si palesi l’esigenza di articolare parole dal senso pieno che, già di se, non sono esattamente facili da tirar fuori. E il ragazzo che doveva dormire di cose da dire ne aveva un bel po’.  Alla fine commise il più banale degli errori credendo che il suo stato d’ebbrezza forzato e cercato gli conferisse quell’aria un po’ dannata e un po’ meno imbranata del solito. Soprattutto cercava in quella soluzione un po’ di coraggio. Non che gli mancasse di suo, piuttosto che lo ritrovasse giacché sembrava che gliel’avessero appena rubato.

Quando la sera precedente lei se n’era andata, lui avrebbe voluto correrle dietro dicendole: non andare! Ti prego: resta ancora un po’ Purtroppo aveva esagerato con l’alcol. Si limitò quindi ad uscire e guardarla andare via senza avere la forza e il coraggio di reagire.

Quella maledetta sera lei lo guardava. Per lui era come un cazzotto nello stomaco che gli produsse alfine una smorfia senza senso. Tutto ciò non lo sconvolgeva più di tanto però: lei era bellissima, ma c’era dell’altro che lo ostacolava e lo turbava.

L’elemento nuovo, per lui, era la neutralità. Di lei ovviamente, del viso. Essa t’impedisce una qualsiasi forma di comprensione delle intenzioni, gettandoti nel buio e nel baratro dell’insicurezza. Si può dire tutto ed il contrario di tutto nella neutralità. Impossibile per chiunque avere una capacità empatica tale da poter andare oltre quel muro di gomma, quella maschera d’imperscrutabilità indossata a quell’appuntamento. Lei si proteggeva con la maschera della neutralità. E come darle torto o fargliene una colpa? Chi di noi, vuoi per uscire da una situazione d’imbarazzo, vuoi per diplomazia, non se l’è messa almeno una volta nella vita?  Il ragazzo avrebbe più e più volte potuto o voluto guardare al di là di quella maschera, ma non voleva strappargliela dal viso con violenza; piuttosto avrebbe voluto vederla scivolare via, dolcemente… ad ogni parola sussurrata. Però adesso c’era l’impalco e per colpa sua. Perché tempo prima aveva un po’ esagerato e l’aveva messa in imbarazzo, e a nessuno piace questa sensazione. Egoisticamente, pensando ai propri bisogni, il giovane era scivolato su una buccia di banana chiamata lettera, dove aveva presumibilmente fatto l’errore di scriverle esternandole tutti i suoi sentimenti e il suo stato d’animo. Fu forse una mossa intempestiva e poco cauta…una vera ingenuità.  Lei era bellissima e poteva avere molti uomini, più belli e carismatici e socialmente più inseriti. Ma quel ragazzo per una  qualche strana ragione non le era indifferente. Con questa convinzione i pensieri del giovane misero le ali e ogni volta che s’incontravano era un gioire del cuore.

Almeno questo era il modo in cui il ragazzo immaginava quell’intesa, ma per la teoria della relatività o per quella della neutralità di lei, certi segni avrebbe potuto avere ben altri significati. Ma lui vedeva positivo. Non avrebbe mai immaginato, nemmeno per un istante, che certi atteggiamenti andavano in senso contrario alle sue attese. No! Non l’avrebbe mai pensato… Non era ciò che voleva e tanto meno immaginava..

Per tutti questi motivi, e cioè l’insonnia della nottata precedente dettata dal tormento per non aver sputato il rospo quando invece avrebbe voluto farlo fottendosene delle conseguenze, vomitò. E vomitò una serie di pensieri sciocchi e inopportuni, o meglio una serie di frasi senza logica e senza grammatica. Fortunatamente. Perché se le parole avessero avuto un senso, sarebbero state sufficiente a  strapparle quella maschera, e  quindi addio dolcezza e benvenuta violenza:  e no! Non voleva che finisse così.

Sta di fatto che il nostro sgangherato amico la voleva: voleva prendersela per portarsela via con violenza e dolcezza, con passione e ragione. Perché era così lui: incoerente a volte, certamente emotivo appassionato e passionale, ma anche razionale, esibendo cautele e attenzioni quando qualcuno o qualcosa per lui era veramente importante.

Spesso il termine importante coincideva con complicato: perché beh! Mai sottovalutarla la neutralità. Tutte queste righe parlano di certezze di lui, o quantomeno chiari dubbi, ma le emozioni, quelle vere, erano tutte forti e senza briglie. Ma lei, lei con la sua dolce fermezza, cosa stava vivendo e cosa cercava di dirgli.. ?

Se lo chiedeva spesso, e non sapeva se la voleva o no. La risposta al quesito si faceva attendere. Da una parte, la mancanza di riscontri gli dava la possibilità di far volare la mente come detto, vivere così d’illusioni. Dall’altra parte sapeva che si vive d’illusioni quando non si mastica una reale esistenza: fatto questo concreto e di cui lui non poteva fare a meno. E poi, aveva anche un po’ di paura che si spezzasse qualcosa, o semplicemente di essere respinto perché in fondo sapeva che sarebbe potuto accadere, o anche che tutte le sue convinzioni potessero essere aria fritta, certezze che t’inculchi in testa per andare avanti. E, magari, perdere anche quel poco che si spera…

Ma io posso garantirvi che voleva altro: quel poco non gli bastava più ed era pronto a involarsi, aspettava solo lei…

E la aspettò fuori dalla chiesa, ma pioveva. E poi aveva anche freddo, visto che ancora doveva riprendersi dalla precedente e squinternata nottata insonne. Quindi, entrò e la cercò tra l’altare e le panche, nemmeno stesse cercando la Madonna. Scoprì nel contempo che in quel posto non ci era mai stato o mancava da  tempo.

Girato la colonna lei era lì: assorta e silenziosa tanto da non accorgersi che il ragazzo la osservava da lontano. Ovviamente una lontananza che sapeva di privacy, ovvero di rispetto dell’intimità spirituale. L’attesa durò ben poco, e quindi il ragazzo le si avvicinò. Restarono in silenzio. Lui era lì solo per sentire la sua voce: null’altro.  Poi scoprì il piacere del guardarla negli occhi. E si ammutolì…

Andarono a bere un caffè d’orzo. Lui passò attraverso una pozzanghera e vide la sua immagine riflessa e ribaltata, gli pareva che qualcun altro stesse camminando di fianco ad Alessandra e, per un attimo, barcollò…

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  1. vorrei smettere di barcollare

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