“Ondadimare: Capitolo 10″ di Legoista

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…L’esigenza di uno spazio dove potere scrivere e pensare in assoluta calma, mi aveva indotto a cercare un rifugio adeguato e così, comprai l’appartamento di Corso Sempione: un bilocale con la cucina, il suo bagno, la camera e un comodo studio.
Né Marta né i miei ragazzi hanno mai saputo di quella casa. L’ho destinata a Luisa. Paolo avrà l’equivalente in denaro, lui è più pratico.
Sarà una sorpresa per loro, ma questo… dopo la mia morte.
E’ chiusa, disabitata, non ci sono più andato e son passati tanti anni ormai.
Te ne ricordi Giulia..? Mi pare di sentire ancora l’eco dei nostri rumori e le nostre voci… ed è incredibilmente così vivido, tale ricordo, da sembrare che tutto sia adesso e invece…
Quanta vita ha visto quella casa, e di quante promesse sono impregnate le sue mura…!
E’ stato davvero emozionante quel tempo, ora sospeso solo nella mia memoria e… a due lacrime del cazzo…
Le stagioni trascorsero in fretta e poi arrivò l’inverno… Era passato un altro anno.
La vita continuava a regalarmi cose terrene ed io mi accorgevo che era vero che il denaro non rende felici.
Marta ed io eravamo due stranieri che vivevano vite diverse nella stessa casa. Tutto ciò era talmente assurdo… o forse, nessuno dei due riusciva a identificarsi in luoghi diversi e incerti e allora, un pigro egoismo ci lasciava nell’attesa del momento giusto, ma i nostri volti erano segnati da ogni afflizione.
Paolo subì l’assenza della certezza e della forza che può dare una famiglia vera e ciò, modellò in lui un carattere introverso e insicuro che solo l’età adulta poté rendere più gestibile e meno impedente.
Luisa era più forte. Già da piccola manifestava un temperamento sicuro e deciso e, senza esserne troppo influenzata, riusciva a reggersi in quella strana specie di nucleo familiare.
Di loro, lasciai che fosse il tempo a guarire ogni ferita.
Marta esorcizzava le proprie frustrazioni cercando di riprendersi ciò che si era perduto della vita, lottando pateticamente contro i suoi quarantanove anni con trucchi e abbigliamenti che non avrebbe indossato Luisa, sebbene si addicessero di più a lei, in virtù della sua giovinezza. Una sera le notai il rossore di un succhiotto sul collo. Feci finta di non essermene accorto e non le dissi nulla, ma provai molta pena per lei.
Io invece, vivevo l’equilibrio instabile di una vita indefinita.
Da circa quattro mesi, “Uragano” era nelle vetrine di tutte le librerie, sul retro della copertina ero ritratto io e le note sull’autore. Quello, era il mio secondo libro.
Per due volte a settimana me ne stavo nel mio ufficio presso la redazione di “Women”.
Adesso, di quella rivista, curavo uno spazio letterario dove, oltre ai miei racconti, davo un’opportunità a giovani autori che mi spedivano scritti e poesie. La posta indirizzata a “legoista” era sempre tanta e qualcuno mi aiutava a valutare le lettere che di più meritavano una risposta. Una sera, tra quelle più espressive lasciate sulla mia scrivania perché le leggessi, c’era la tua, quella più inattesa…
Caro “legoista”, le chiedo scusa se mi rivolgo a lei con tono confidenziale, ma il seguirla da qualche tempo fa che io la senta molto vicino.
Le premetto che è la prima volta che scrivo ad un giornale e adesso, ciò che mi ha indotto a farlo, è la sensibilità che noto nelle risposte che lei abitualmente dà alle sue lettrici.
Le scrivo perché mi aiuti a capire qualcosa che m’inquieta e non riesco a sconfiggere da sola.
Ho la percezione del risveglio da un sonno e una strana agitazione che non so decifrare né controllare. E’ la sensazione di non avere vissuto appieno e di avere tralasciato, incompleti, pezzi di vita.
Forse non avrò più tempo, ma il timore di non poter tornare un giorno indietro a riprendere ciò mi appartiene mi fa star male ed ho paura di pentirmi delle cose che non ho fatto.
Fino a poco tempo fa, pensavo di vivere una vita tranquilla, dentro ad un matrimonio felice, ma poi ho intuito l’artificiale di un’esistenza sintetica alla quale, più che abituata, sono stata addomesticata.
Mi sentii viva un tempo, quando un uomo più grande di vent’anni s’innamorò di me e mi desiderò come mai nessuno aveva fatto prima, ma avevo un marito e lui una moglie e allora, io gli sfuggii spaventata.
Avrei voluto cedergli, questo non lo nego ma, sebbene avessi il dubbio che già da tempo non mi sorridesse più l’amore, l’educazione secondo la quale ero cresciuta non contemplava una relazione clandestina ed io, non immaginavo che questa mia vita già predestinata potesse essere così piatta ed insapore, accettando tutto, senza condizioni, come un fatto assodato e indiscutibile.
Nascoste, come si tiene un segreto, qualche tempo fa, ho cercato le lettere e le poesie che quell’uomo mi dedicava ed ho voluto farlo perché sentivo la necessità di rileggerle.
Una tenaglia di nostalgia era come se mi avesse stretto dentro al petto, ed io me ne liberai con un pianto…
Da allora non faccio che pensare a lui, ed il rammarico per aver voluto perdere quell’amore mi brucia come un inferno dentro al cuore, e non mi placa il pensiero del suo desiderio.
Se mi fossi lasciata amare da quell’uomo, adesso so che avrei vissuto una vita diversa ed appagante perché invece, l’uomo che ho sposato è voluto scivolare dal mio cuore ed io non voglio più che vi risalga.
Mi accorgo solo adesso di quanto sia vitale essere importante per qualcuno ed io vorrei sentirmi dire che sono ancora bella e, per il mio uomo, la sua principessa…
Io le chiedo, caro “legoista”, se quell’amore è un diritto che posso ancora reclamare e se legittimo richiedere indietro alla vita ciò che un giorno essa mi aveva donato ed io non presi…
Lui mi chiamava “ondadimare”… nessuno, mai più da allora, mi ha chiamato così…
Con affetto.
Firmato: una sua lettrice… anonima…
Come desideri che, se li consumi, ti accorgi di un gusto inaspettato e diverso da ciò che avevi immaginato, quella tua lettera mi stordì e confuse ogni mio pensiero.
Ripassai per mille volte ogni tua parola e invece di un cedimento alle emozioni, uno sconosciuto vuoto m’ingoiava.
Quale strano maleficio contaminava la tua idea che conservavo così pura in me…? Perché adesso, io non sentivo che un sapore di sconfitta invece del contrario…!
Ora sapevo di avere sperato intimamente in ciò che mi sopraggiungeva, però mai avevo varcato l’ultima scena di noi due e, quell’immagine, era rimasta bloccata così, priva del fotogramma successivo.
La consapevolezza di averti dato tutto di me, mi aveva svuotato e mi accorgevo di non aver più nulla da donarti, o forse non lo volevo più…
Mi sentivo privo di quella capacità d’amarti che tu non raccogliesti e i pezzi sparsi di quell’amore non sapevo più come ricomporli, così quel giorno, pensai che perdemmo entrambi.
…Labbra morsicate piano, carezzate da umide lingue, e mani affannose che cercano tenera carne da predare. Tra batticuori e gemiti, occhi brillanti e respiri ansimanti, ti catturai alle spalle. Stretta una mano sul tuo ventre per aderirti e potessi sentirmi, seguivo la danza del tuo sedere mentre assaggiavo lobi salati e odore di capelli…
…Io volli incollare le tue fattezze ad una di quelle belle troie che i maschi si fottono nei loro sogni e fantasticai su te, che indovinavo in una penombra la tua gola lungo un profilo di leggeri baci, che le mie mani avide varcavano deboli barriere di pizzo per i tuoi seni appuntiti, che le mie dita assetate di te frugavano tra la frusciante gonna e morbide cosce per poi… trafiggerti…
Era necessità di umanizzarti, che ti trascinava in ancora più voluttuosi miei pensieri perché indebolissero l’idea di te e tu mutassi forma in femmina umana, come tutte le femmine, che per esse il desiderio confonde l’amore e l’amore il desiderio… e invece, separarti dal sogno in cui viveva ondadimare non fu lotta che vinsi e così, un giorno, venni ancora a cercarti…

CONTINUA



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