“Ondadimare: Capitolo 15″ di Legoista

Pugni stretti, nascosti nelle tasche dei pantaloni…
Sciolgo l’anima e la inseguo con lo sguardo mentre s’allontana verso l’orizzonte, mentre si unisce al volo degli uccelli e si confonde tra le nuvole… l’inseguo, quando ridiscende e sfiora rami e foglie d’albero e scorre poi bassa, tra fili d’erba di campagna e sassi, leggera come una carezza, fino a quel confine fra la terra e il cielo delle mie montagne…
Alzato alla ringhiera della terrazza, ho lasciato a un vento lieve un varco tra la camicia sbottonata sul mio petto perché mi invada, e un brivido dolce percorre la mia schiena. Il mio respiro è lento, le mani slegano i pugni chiusi ed io sono solo atomi d’universo…
Vorrei tempo… Vorrei tempo per potere completare le cose lasciate, per chiedere scusa a chi ho dato un dolore… Il futuro è sempre più breve e il passato mi sta raggiungendo.
Sai Giulia, credo che questo posto ti sarebbe piaciuto… E’ proprio bello e a volte, è come starsene dentro ad una fiaba. Ho imparato ad ascoltare le stagioni, i rumori della natura e i suoi silenzi, ed è buono l’odore fresco della pioggia e quello grasso della terra…
C’è un gatto, un randagio mezzo matto, tutto bianco con un orecchio e il muso nero. Viene qua ogni giorno chissà da dove, e in quale buco poi scompare. E’ da qualche settimana che me lo ritrovo a miagolare in cerca di cibo e arriva quando gli pare. Prima gli mettevo da parte gli avanzi, ma poi ho fatto comprare a Marisa qualcosa di più adatto da potergli offrire e adesso, pensa un po’ se quello se la perde… L’ho chiamato Fischio, perché quando gli fischio lui mi punta. Arriva e si ferma giù nel giardino, si fa sentire con un miaoooo e allora, io gli preparo una scodella e gliela porto fin là. Prima era diffidente e non si avvicinava al cibo finché non mi allontanavo io, ma adesso s’è preso di coraggio e si lascia perfino accarezzare. Sto pensando di concedergli un posto in casa, non mi spiacerebbe e poi, mi farebbe compagnia, chissà…
Sono le tre del pomeriggio e me ne sono tornato al mio studio. La notte è stata, ancora una volta, fitta di ricordi che mi cercano. Sorseggio il mio caffè del dopo pranzo e intanto mi accendo una sigaretta.
Penso che tanti anni di solitudine non siano stati poi così appaganti come mi era sembrato, forse ho voluto solo capacitarmene, ma ora mi accorgo di quanto invece sia stato arido, questo volere vivere in disparte con me stesso.
In tutto questo tempo, non ho amato né sorriso, e neppure mi ricordo d’avere vissuto momenti felici però, adesso, sono certo di avere voluto colmare di questa solitudine la tua assenza…
Mi sei mancata ondadimare, avrei voluto dividere con te questa mia vita e sono sicuro che, sarebbe stato bello diventare vecchi insieme…
…Il risveglio fu dolce e i nostri corpi sollevati dalle fatiche dell’amore: era il quarto giorno.
«…Sei sveglia?» Ti sussurrai all’orecchio, prima di volerlo baciare…
«Mmmmmm…» Ti facesti più vicina e ti accucciasti dentro al mio abbraccio. Io respirai il tuo odore.
«Buongiorno…»
«Ciao…» Appena appena la tua voce, e gli occhi ancora chiusi.
«Come va..?»
«…Sto bene…» Allungai la mano verso il mio orologio sul comodino: le dieci.
«Sono le dieci, credi che dovremmo alzarci?»
«Non ancora… sto così bene..! Ancora un pochino…», supplicasti.
Adoravo la bimba in te ed io mi sentii responsabile della tua vita. Rimasi così, a tenerti stretta, protetta dai dolori del mondo.
Racchiuso tra pareti glicine, di quella tua camera, scorrevo il mondo in cui vivevi…
Sorridevi a lui, bianca sposa, dentro una cornice d’argento in bella mostra sul comò, tra profumi e collane sparse, e lo specchio che lo sovrastava rifletteva la preghiera di una madonna con le mani giunte. La cercai alle mie spalle, alzando lo sguardo, ed era una icona dipinta sopra un legno d’ebano, proprio sopra le nostre teste.
La luce pallida di quel mattino filtrava dall’indaco di leggere tende e colorava i mobili chiari, ma era affascinante la delicata cascata dei bianchi tentacoli di una medusa appesa al centro del soffitto. Era bello …e chissà dove avevi trovato quello strano lampadario, fatto di trasparenze e opacità e poi, gocce di vetro che scendevano lungo nastri di candido raso…
Più in là, disordinati e confusi, i miei coi tuoi vestiti, sopra una poltroncina di cuoio nero…
Ogni colore e cosa erano in sintonia, dentro quella stanza, tutto meno che le mie tracce e ancora peggio, quella mia presenza. Avvertii il senso di un disagio e mi sentii uno straniero, un intruso..!
«Giulia…»
«Mmmmmm….»
«Svegliati..!» Ti scrollai sulla spalla.
«Ma cosa succede..?» Mi chiedesti, ancora assonnata e un po’ scocciata.
«Si farà tardi per qualunque cosa…» Mi liberai dalle tue braccia e le coperte…
«Ehi… ma che ti prende…?»
«Perdonami… avrei voglia di un caffè…» Squillò il telefono. Ti sollevasti sopra a un fianco appoggiata al gomito… Ancora uno squillo.
«Cazzo! Ma chi sarà a quest’ora..?» Tirasti indietro i capelli con la mano e il baby-doll scoprì un tuo seno… e quel telefono che non la smetteva più…
«Dovresti andare…»
«Porca miseria!» Balzasti giù dal letto per correre in soggiorno. Io amavo quel tuo bel sedere, e lo seguii fino a quando uscisti dalla stanza…
Seduto sul bordo del letto, raccolsi il mio orologio dal comodino e lo allacciai al polso. Sentivo la tua voce confusa e lontana ma non m’importò di decifrarla, studiai invece ancora una volta i tentacoli del lampadario e aspettai che tu tornassi…
«…Era mia madre.» Mi informasti, dopo dieci minuti buoni.
«Ti va di fare un caffè?»
«Voleva sapere cosa avrei fatto oggi e poi domani…» Sfilasti una vestaglia dall’armadio e la indossasti.
«Dovrei correre a casa, ho bisogno di una doccia e di abiti freschi.»
«Si, certo …ma non ascolti quello che dico?»
«Tua madre… ti seguivo.»
«Sembri distratto e nervoso…»
«No, ti sbagli, è tutto ok… Cosa le hai detto?»
«Quello che avevo programmato, lo sai già. Avvertirò la mia amica…»
«Lui si farà sentire..?»
«Non so di quanto sfasa il fuso orario da qui al Giappone. Penso che chiamerà durante il pomeriggio.»
«Dovrai aspettarlo…»
«E’ necessario… Ti faccio il caffè.»
«Grazie, intanto mi rivesto.»
…Raggiunsi casa mia, quella di famiglia. Era un bel po’ che non ci mettevo piede. La cassetta della posta: zeppa. Non mi andava di conoscere i mittenti, lasciai ogni lettera sul mobile all’ingresso.
La doccia calda allentò ogni tensione residua.
Non so cosa mi era preso… improvvisamente non mi ero più sentito a mio agio, dentro al tuo letto. Quella camera, la tua casa… Avevo invaso il territorio di un altro uomo… pensavo a questo, mentre abbottonavo i polsini della camicia, e dedussi che doveva essere proprio quella, la causa del fastidio provato. In ogni caso, preferii non approfondire quella spicciola autoanalisi e mi concentrai sul fatto certo che io ti amavo e, se di colpe ero imputabile, questo condonava ogni peccato.
Ascoltai alcuni messaggi in segreteria, due o tre erano di Marta e dicevano più o meno la stessa cosa: “…dove cazzo sei..?”. Le telefonai inventando una giustificazione plausibile da potere farle credere, ma sono sicuro di non avere ottenuto il successo sperato. Lei fece finta, ma dopo tutto, Marta non era una stupida…
Tre ore dopo ritornai a prenderti per un pranzo fuori, da qualche parte.
«…Mi ha chiamato.»
«Bene.»
«Mezz’ora dopo che sei andato… Gli ho detto che avrei passato il Natale con alcune amiche. La cosa non lo entusiasmava, ma non ha obiettato…»
«Non mi sembri serena, c’è altro che vorresti dirmi..?»
«Forse tu, dovresti spiegarmi qualcosa…» Rilanciasti con tono che reclamava spiegazioni.
«Non capisco…»
«…Questa mattina… sembrava volessi fuggire via…»
Cercai le parole giuste, ero stato evidente e volevo spiegarti…
«Ecco… credo di essermi sentito una specie di ladro… Non so come farti capire, quello… quello era il suo letto …dentro l’armadio c’erano le sue cose …sul comodino i suoi occhiali e un libro col segno dove riprenderlo, da continuare a leggere… Io mi sono sentito a disagio: è stata una inattesa consapevolezza sopravvenuta a mente fredda…. Stonavo con tutto il resto, è questo che mi ha reso inquieto.»
«Comprendo…»
«Ma tu… insomma, il fatto che io sia stato nello stesso letto che condividi con tuo marito…?» Ti chiesi a bruciapelo… e ti ci volle un momento, prima di tradurre i pensieri in parole…
«Non è stata una buona cosa neppure per me, se ci tieni proprio a saperlo… Dopo che tu sei andato via, ho provato qualcosa di simile alla tua sensazione… forse peggio…»
«Continua…»
«Mi sono sentita come svuotata, colpevole … Ho pianto, ma forse è stato un bene perché fino ad oggi, la coscienza del tradimento era offuscata da troppe cose… Mi sono resa conto del suo peso, ma  alla fine… l’ho accettato.»
Non sapevo cosa dire e allora, scelsi il silenzio… Pensai che tutto questo era una specie di acconto su un prezzo da pagare più salato…
Quella sera fu diversa dalle altre. Ce ne tornammo al mio appartamentino e cenammo di pane e frittata davanti alla televisione, dove Audrey Hepburn era la bellissima Sabrina di un vecchio film e, quando venne mezzanotte, io ti dissi “…buon Natale, amore mio…” e ti baciai…
…Quando venne mezzanotte, tra le coperte calde, io sussurrai parole dolci alle tue orecchie e poi… poi, ti tenni stretta fino al mattino.

CONTINUA



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Submit your comment

Please enter your name

Your name is required

Please enter a valid email address

An email address is required

Please enter your message

Hyde Park © 2013 All Rights Reserved

http://www.rivistahydepark.org

Theme by Marco Savarese

Powered by Marco Savarese