“Ondadimare: Capitolo 5″ di Legoista

Settembre ti strappò via e ti portò lontano.
Qualcuno decise di spostare l’ufficio legale nella sede NORD.
Ricevesti l’ordine di trasferimento quella stessa mattina. Neanche il tempo di realizzare….
In piedi, appoggiato alla porta del tuo ufficio, io ti osservavo mentre raccoglievi le tue cose dentro una scatola di cartone. Il mio cuore era nel cesso…
Ero oppresso da un senso d’impotenza e privo di parole, e l’idea di non vederti più ogni giorno, ebbe lo stesso effetto della consapevolezza di un lutto…
- … Vedi? Son tornata ieri sera dal mare… arrivo, e mi becco questa novità…! -
- Appena l’ho saputo son corso qui… -
- Cazzo! Mi ero abituata e poi… pensa, è così distante, quell’altro ufficio, che dovrò svegliarmi un’ora prima per arrivarci in tempo… -
- Credo di non poter impedire questa cosa… -
- Lo so… è così e basta… e pure con effetto immediato! –
Eri veramente amareggiata e, il solco sottile di una ruga si accaniva sulla tua fronte…
- Posso aiutarti..? –
- Potresti portare questa scatola fino alla mia auto… non credo di farcela da sola… -
Ci infilasti dentro ancora due o tre cose e poi ti aiutai a chiuderla col nastro adesivo.
Era la prima volta che ti vedevo così risentita.
- …Hai fatto buone vacanze..? – Ti chiesi, per allentare la tua tensione…
- Sì, e fino a stamattina ero pure contenta… -
- Stai molto bene… hai la pelle colorata d’ambra… e i tuoi capelli sono così biondi… e così arricciati… -
- Mi stai prendendo in giro. Sembro una pazza… dovrei correre dal parrucchiere… -
Mi avvicinai e con le mani strinsi le tue spalle…
- E invece si bellissima… Dico sul serio, sei molto bella… Giulia… io, non voglio perderti…-
Io non lo so in che modo te lo dissi, ma le tue gote s’infiammarono…

Non ci vedemmo per quasi tutta una settimana. Ogni tanto ti sentii al telefono ma, quella lontananza, rendeva ancora più esile il filo che ti legava a me e intanto, naufragavo in un oceano di dubbi e mi chiedevo quale diritto mi concedeva di volere invadere la tua vita.
Io, cinquant’anni, moglie, due figli, e l’ombra di una noia e tu..? Tu poco più di trenta, mai stata madre e un matrimonio nuovo di due anni… che ero certo, ne avesse cento…
Mi domandavo se fossi confuso dal desiderio, dalla tua bellezza oppure dalla tua giovane età, ma tu, che mi toglievi sonno e fame, non potevi essere tra i cuori di cui, fino allora, avevo abusato con l’animo leggero di un infedele perché, per la prima volta, sentivo pulsare il mio, in modo così disordinato da temere che qualcuno si accorgesse.
Non riuscivo a sottrarmi a questa emozione ma essa, era avvelenata dalla consapevolezza dell’inganno… L’estremo bisogno di rivederti, mi coglieva impreparato e mi spaventava perché tu, non potevi che essere una scelta…
Eri stata un risveglio e, da quel momento, riportai tutto in discussione.
Sentii necessità di dovere riscattare una vita piatta e rassegnata, vissuta senza neanche avvertire stanchezza di viverla ogni giorno identico a quello prima poiché, precise e anestetiche inerzie ne avevano regolato il flusso ma adesso, mi sentivo accerchiato dalle mie bugie e, anche se mai avrei potuto averti, ciò non avrebbe frenato l’inizio di quel processo di presa coscienza.
Quel pomeriggio, guidai fino al tuo ufficio e ti portai una rosa rossa.
- …Avevo voglia di vederti… -
- Sei qui per me..? –
- Solo per te… -
Accennasti un sorriso, mentre sistemavi la tua rosa sopra la scrivania.
Forse un dubbio, governò un minuto di silenzio ma poi, una forza ti spinse…
- …Enrico è partito questa mattina …un meeting di medici a Roma… Per questa sera, mio fratello e la sua ragazza, mi avevano proposto una pizza… -
- Hai un fratello..? –
- E’ cinque anni più giovane. Sta per laurearsi in architettura. –
- …Bene, allora… se hai un impegno, magari… ci vediamo un’altra volta… – Avevo un mattone dentro al cuore.
- …Dovevo ancora dargli una conferma… Potrei dire che avevo già programmato con un’amica… se ti va… -
- Ne sei sicura? – Affondasti i tuoi occhi nei miei per un momento.
- Sì, ne sono sicura. – E cominciasti a frugare nervosamente dentro la tua borsetta… – …Dove cavolo son finite le chiavi della macchina..? –
Tirasti fuori un groviglio e sbrogliasti le chiavi da una collana di perline nere…
- …Ti aspetto tra due ore. Sotto casa. Beh, non proprio sotto casa… Fammi uno squillo quando sei nei paraggi, meglio… Hai il mio numero? Aspetta, te lo scrivo…-

Quella sera eri straordinaria. Il vestito nero aderente, che esaltava il tuo corpo, e la cascata dei tuoi capelli biondi e impazziti, mi avevano stregato…
Ti portai in un posto speciale, ricordi..?: si chiamava “SWING”… Era un piccolo locale, dove si beveva dell’ottimo vino e, a qualunque ora della notte, cucinavano gli spaghetti in cento salse diverse e poi, suono di pianoforte si mescolava alle luci soffuse ed era come starsene dentro al film “Casablanca”…

- Volevo che conoscessi questo posto… -
- …Non ho parole… è fantastico..! -
- Temevo il contrario… -
- No, giuro, è proprio bello..! Ma come l’hai scovato..? –
- Per caso. Una sera di pioggia che vagavo per la città… -
- A volte mi stupisci… -
- Meglio così, no..? –
- Credo che tu… non mi abbia raccontato tutto di te… -
- Non ho segreti… è che sono una specie di lupo solitario… Capita, che la sera me ne vada in giro per la città a risistemare i pensieri e così, una volta, son finito qua. Ogni tanto ci torno a bere un bicchiere di vino… -
- E tua moglie …che torni a casa tardi? –
- Non è sempre… -
- T’inventi scuse? -
- A volte. –
- Perché..? –
- Non lo so… Amo la solitudine, è un’esigenza, e succede spesso che ne senta il bisogno. Non condivido con nessuno questa cosa. -
- Misterioso e solitario..! –
- Non è poi così allegro… -
- Però affascina… -
- Sarà un effetto collaterale… Hai fame? –

…La macchina era in fondo alla strada. Camminando piano, sotto un magnifico cielo stellato, quella sera profumava di magia e mai, i rumori della città mi erano parsi così distanti, e tutto era sospeso in un’attesa…
Camminammo ascoltando i nostri pensieri e poi… quando mi fermai un momento, e cercai la tua mano, spesi tutto il mio coraggio per affrontare il tuo sguardo, ma ugualmente mi avvicinai alle tue labbra e tu, che socchiudesti gli occhi in un’arresa, le abbandonasti a un bacio.

Io, ricordo ancora il sapore dolce di quel primo bacio, adesso che l’ho ritrovato nella mia memoria, e c’è una tenerezza, c’è una nostalgia, e c’è un rimpianto…
Perché non si può tornare indietro a cambiare i destini..?

Guidai verso casa tua e non dicemmo una parola. Tu, girata verso il finestrino, seguivi uno scorrere di case, le mani strette tra i ginocchi e chissà dove navigava la tua mente. Io, nascosto dentro a un silenzio, e l’anima annegata in un secchio d’acqua sporca…
Giunti sotto il tuo portone, ti chiesi scusa…
- Sono stato uno stupido… So che non avrei dovuto… Ho agito d’impulso, perdonami… -
- Io… voglio andare a casa. –
Rimasi lì, con le mani strette sul volante, a guardarti aprire la portiera, cercare le tue chiavi e dopo un attimo sparire dentro il tuo palazzo. Non un saluto, né uno sguardo. Solo una fuga.

CONTINUA



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