http://www.flickr.com/photos/thewolf/5056325821/
Tra il sonno e la veglia, sento rumori di tazzine e pentolini.
Un sottile raggio di sole attraversa le persiane e si perde tra l’armadio e il comò. Cazzo, mi ero steso un momento e invece mi sono addormentato senza rendermene conto.
«Marisaaaa..!» Urlo, per farmi sentire.
«Sono qui, arrivo…» La sua voce viene dalla cucina. Sdraiato sul letto aspetto che si affacci alla porta della mia camera.
«Buongiorno signor Fabio…»
«Ma che ora è?»
«Sono le dieci precise, signor Fabio, e ti sei messo a letto tutto vestito.»
«Non farci caso, mi ero sdraiato un attimo e invece mi sono addormentato.»
«Non hai mangiato nulla, ieri sera. La cena è precisa a come te l’avevo lasciata… e c’era pure la luce accesa nello studio.»
«Hai toccato le mie carte?»
«Lo sai che non tocco mai le tue carte…»
«Si, vero. Hai fatto il caffè?»
«Ti preparo la colazione.»
«Dammi dieci minuti. Prima voglio farmi una doccia…»
«Va bene.»
«Tra dieci minuti…» Le ripeto, mentre si allontana.
Mi alzo e fatico a farlo, tra cento dolorini e colpi di tosse.
«Hai fumato come al solito, vero?» E’ lei che sputa sentenze dall’altra stanza.
«Smettila di sputar sentenze..!» Le urlo dietro.
«Si, si…» Che linguaccia..!
Se non mi sbrigo mi piscio addosso, maledetta vescica..!
Lo specchio del bagno non mi restituisce un’immagine rassicurante e, se mi avvicino per guardarmi meglio, vedo occhi arrossati, barba ispida, faccia stanca, e troppe rughe.
Sono un vecchio di settant’anni, che da tempo se n’è fatta una ragione.
Prima, avevo temuto la vecchiaia: pensavo al decadimento fisico, alla vulnerabilità, le malattie, la morte… adesso, mi accorgo che avrei dovuto temere tutt’altro e fortificarmi invece contro le nostalgie, i rimpianti, i pentimenti, gli errori e le scelte fatte invece di altre. Queste sono le cose di cui avrei dovuto aver paura: fare i conti con la vita..! I ricordi poi… i ricordi sono pugnalate di un coltello affondato prima nel miele…
Mi ficco sotto la doccia e lascio che l’acqua tiepida faccia di me ciò che vuole.
Non mi piace fare colazione da solo e allora, Marisa mi aspetta sempre per farmi compagnia.
Siamo seduti, l’uno di fronte l’altra al tavolo della cucina e un buon odore di caffè la inonda.
Biscotti di riso, succo d’ananas e caffè bollente.
«…C’è da fare la spesa, manca un po’ di roba.» Dice lei.
«Pensaci tu, sono anni che ti dico “pensaci tu”…. Dimmi solo quanto ti serve…»
Marisa versa il caffè dentro due tazzine. Io mastico biscotti e sorseggio il succo d’ananas.
«Hai sentito questa notte che temporale, signor Fabio?»
«Già, sembrava un inferno.»
«Giù in paese si è quasi allagata la piazza e anche qualche bottega…»
«Spero che sia morto annegato almeno il tabaccaio…»
«Che Dio ti perdoni…»
«Non ha quasi mai le mie sigarette. Dio dovrebbe punirlo in qualche modo…»
«Lo sai che Dio punirà invece te, per tutte le cattiverie che dici?»
«…Credo che lo stia già facendo da un po’.»
«Non ti rispondo neanche. Non ti dimenticare le gocce per il cuore, le ho già messe nel bicchiere con l’acqua che hai davanti…» Prendo il bicchiere e mi bevo le gocce per il cuore.
«Ha telefonato il dottor Marezzi…»
«Cosa gli hai detto?»
«Che eri fuori casa, come sempre…»
«E cosa voleva..?»
«Diceva che tra due settimane vuole il libro finito.»
«Tra due settimane?»
«Due settimane. Ha detto proprio così.»
«Lo finiremo questo cazzo di libro..!» Mi accendo una sigaretta e al primo tiro mi viene la tosse.
«Morirai per il fumo!»
«Non gufare, Marisa. Magari creperò dopo di te…» Riesco a dire, sforzandomi di sorridere, mentre mi strozza la tosse. Marisa allunga una mano e con un guizzo mi sfila la sigaretta dalle dita e la schiaccia dentro la mia tazzina vuota del caffè.
«Porca puttana, non ti riesce mai di pensare ai fatti tuoi?» Impreco.
«Gesù, sei storto di primo mattino…?» E mi guarda come fossi il diavolo, mentre me n’accendo un’altra. Lei si alza e si mette ai lavelli dandomi le spalle, ed è come se m’avesse detto un vaffanculo.
Si, a volte sono scorbutico e sconveniente ma lei lo sa come sono fatto e prima o poi sa farsele passare.
«Va bene, scusa…» Lei fa finta di nulla.
«Ti ho chiesto scusa. Che male può farmi una sigaretta ogni tanto?» Marisa si volta a guardarmi scuotendo la testa.
«Nello studio c’era il posacenere zeppo. Hai il cuore malato, ti lascerò morire da solo come un cane..!» Ecco, questo mi fa paura. Penso per un attimo se mi conviene morire da solo come un cane e schiaccio anche questa sigaretta dentro la tazzina assieme all’altra. No, non mi conviene…
«Sei contenta? Vedi, l’ho spenta.» Marisa, soddisfatta, accenna un sorriso in una smorfia e si avvicina a sparecchiare. Perfetto, le è già passata.
Marisa fa ogni cosa con una lentezza e un’attenzione… come fosse la più delicata e importante di questo mondo. Molte volte rimango a guardarla, affascinato da questa sua calma perfezione. Finisce di sistemare in cucina e si allontana per scomparire verso altre stanze da riordinare. Vabbè, vado in terrazza a respirare il profumo della terra bagnata.
Il temporale e il vento di questa notte hanno spazzato il cielo dalle nuvole e questo sole tiepido è l’ultimo prima dell’inverno.
Guardo la bella campagna colorata di verde intenso e quest’orizzonte di montagne innevate. Chissà se Dio sta guardando le stesse cose o si sta perdendo lo spettacolo… La mia poltrona di vimini è fradicia.
Scendo giù dalla scaletta di pietra fino al giardinetto dove ho piantato le rose, ma vedo solo un cespuglio di rovi e qualche bocciolo moribondo. Non capisco perché le rose non fioriscono, io le curo ogni giorno, ma le rose non fioriscono. Mi sarebbe piaciuto cogliere rose rosse…
…Ho bisogno di una risposta. Rientro in casa e cerco Marisa in giro. La trovo in camera mia.
«…Ma secondo te, io sono capace d’amare..?» Le chiedo a bruciapelo, lei intenta a riassettare.
Marisa infila al cuscino una federa pulita e la sistema, per stirarne ogni piega, ripassandoci su con le mani. Poi si ferma un attimo e si volta a rispondermi.
«Prima, ho visto quella donna… quella piccola fotografia…» Avevo lasciato tutto a vista… «Da ragazza avevo un sogno, volevo andare a Venezia e per anni ho pregato il Mario di portarmi là e poi un giorno il Mario mi porta a Venezia. Siamo stati solo due giorni, ma io non la dimenticherò mai. Se io a Venezia non ci fossi stata, non avrei avuto il mio ricordo, ma se invece ci avrei vissuto sarei stata felice»
Ma cosa vuole dire, io non la seguo, cosa c’entra con l’amore?
Forse, che la vita ti sceglie sempre, e quasi mai siamo noi a sceglierla..? Si, sicuramente è questo che governa le infelicità..!
Forse la bellezza delle cose non è fugace, non risiede nell’inafferrabile o nel desiderio, e non perde ogni magia dopo averla consumata… forse cresce ogni giorno, come una pianta, se la curi…
«…Dimmi, Marisa, perché sono solo?» Le chiedo ancora, mentre spolvera tra gli oggetti sul comò.
«Tu, signor Fabio, sei un uomo complicato. Sai com’entrare dentro ai cuori, ma nessuno vuoi fare entrare nel tuo… Quelli come te restano soli.»
Credo che sia vero. Ho tenuto chiuso il cuore temendo che potessi farmi male, ho camminato lungo la vita e mai mi sono fermato a raccogliere alcuno, ho preso senza mai chiedere e troppo poco ho dato, ho voluto persone come cose da volere e rubato l’amore e amato male… Neanche le mie rose, mi vogliono perdonare…
«…Che cosa posso fare?»
«Questo puoi saperlo solo tu. La risposta è già dentro di te, devi solo tirarla fuori.» …E me ne sto così, a meditare mentre lei si affanna da una stanza all’altra.
La seguo.
«Cosa cucinerai per pranzo?» Tanto per sfuggire ai miei pensieri…
«Pollo al forno con le patate..»
«Hai comprato i giornali?»
«No, dopo il tempaccio di questa notte anche l’edicola si era allagata. Non si riesce ad andare in piazza, ti arriva l’acqua alle caviglie.»
«Cazzo, e le sigarette?» La tampino nei suoi giri per casa.
«Ne hai un pacchetto nuovo dentro il cassetto della scrivania»
«Solo uno? Non mi basteranno…»
«Fattele bastare, sono veleno per il tuo cuore.» Maledetta strega..!
«C’è posta?»
«No.»
«Telefonate?»
«Solo Marcuzzi.»
«Se dovesse telefonare qualcuno, non ci sono per nessuno…»
«Va bene.»
«Anzi no, prima dimmi chi è…»
«Va bene.»
«Non mi piace il pollo. Cucina solo le patate… e vorrei anche gli spaghetti col ragù.»
Marisa non risponde, mi guarda male, le sto spaccando le palle, però avrò spaghetti e patate.
Me ne vado nello studio e mi ci chiudo dentro, mi siedo allo scrittoio e di nascosto finalmente accendo una sigaretta. Speriamo di non tossire o almeno di farlo piano perché lei non senta, allungo la mano al computer e l’accendo. Là dentro c’è il nuovo libro che sto scrivendo, ma non ho voglia di battere un tasto: la mia mente si allontana altrove…
CONTINUA




