“Penombra a destra…” di Alessandro Rosanò

On. Off on off. On. Tu hai da fare stanotte ma ora giochi con il pulsante. In fondo, ti diverte. Off on. Off on. Off on. Poi inizi a cercare. 88.1, 89.0, 94.8… Mute. Neppure rumore bianco. 102.5… Nessun suono. Pensi che deve essere successo qualcosa. 94.8… Sei già passato da questa stazione, adesso dovrebbe esserci la replica del programma della mattina quasi presto, verso le otto. 106.0… La radio della caserma americana, nella città a ovest. Passa le novità quando da te non sono nemmeno novità. 95.7, 99.8, 100.5… Mute, ma in realtà non è successo niente. Le radio stanno trasmettendo, solo che hai abbassato il volume fino a 0 e non ricordi quando l’hai fatto. Capisci e off, spegni il lettore. Del resto, lo sapevi che non avresti ascoltato nulla. Tu hai da fare stanotte. Lanci lontano il mozzicone, a perdersi tra le acque ferme e verdi del canale vicino ai portici. Vorresti vederlo ghiacciato ma a questa latitudine non capita. Peccato, pensi, darebbe un’aria più spirituale, serena alla città. Calma fatta d’acqua. Tu hai da fare stanotte, ma prima devi ricordare.
Tempo fa e lei c’è ancora. Finito l’intrico di viuzze e vicoli, di palazzi troppo alti per permettere di capire se sia giorno o notte, la piazzetta davanti alla quale vi ritrovate per una boccata d’aria dopo aver trattenuto il fiato troppo a lungo, una sorta di radura urbana di cui non potete non dirvi grati. Rettangolare, la pavimentazione fatta di pietre squadrate, intervallate da sottili fessure dalle quali sbucano ciuffi d’erba, a conferma di come sotto qualcosa viva ancora, è circondata da case basse e vecchie, uscite da una cartolina in bianco e nero. I fili tesi lungo i balconi, a fare da stendini, contrastano con le antenne paraboliche a pochi metri di distanza, sopra ai tetti. In lontananza, al di là di un argine, si intravede il profilo di un campanile diroccato.
La vostra attenzione è attratta dalla fontana che sta al centro della piazza. Forse sono i giochi di luce che il sole al tramonto proietta sull’acqua oppure il bisogno di sedersi da qualche parte, sul bordo in assenza di panchine.
Vi avvicinate al solito modo, tenendovi per mano, però lei sta circa un passo davanti a te, quasi che così possa sapere prima e avvisarti di quello che potrai vedere.
Come ogni sera, ti arriva un sms. Vieni al Pao ma potrebbe essere al Tijuana o all’M o al Coffee. In questa città il divertimento notturno si trova annidato sul fondo di un bicchiere e centosessanta caratteri di messaggio, da gente che ti conosce, più o meno, sa che stai male, più o meno, ritiene di avere una soluzione, più o meno, bastano a condensarlo. Risponderesti di no se solo avessi voglia di scrivere.
Ti alzi da terra e ti pulisci il retro dei pantaloni. La macchina è parcheggiata a pochi passi di distanza. Ti tremano le mani mentre cerchi le chiavi nelle tasche dei jeans. Tu hai da fare stanotte, lo sai tu come lo sa il tuo corpo. Si avvicina un cinese, un cagariso giallo che chiede se hai da accendere. Annuisci, recuperi lo Zippo, fai per accostarlo alla sigaretta che tiene tra le labbra ma poi cambi idea.
«Me l’hai portata via anche tu. Lo sai questo?» gli chiedi. «Lo sai?»
«Cosa?» mugugna.
Gli lanci l’accendino in mezzo agli occhi, poi lo spingi contro il muro dei portici, tenendolo fermo per il collo. Apre la bocca e la sigaretta gli rotola per terra. Comincia a urlare. Muove la testa per scacciarti. Fai un passo indietro, gli piazzi un diretto all’altezza dello stomaco. Boccheggia, senza fiato. Ti sposti a sinistra, lo colpisci al ginocchio con la pianta del piede destro. Un pugno sullo zigomo, altri tre per rompergli la mascella così non potrà gridare: cade e tu continui mentre pensi. Perché esiste una destinazione, un punto inaspettato in cui sei atteso non appena viene il tuo turno, ma serve consapevolezza, un minimo di consapevolezza per ottenere la cognizione di dove, quando sia. Comunque, non un altro locale o la commiserazione di chi ti ha invitato. Devi ricordare ancora.
E’ una struttura semplice, ovvia: una grande vasca di pietra con al centro una colonna bombata alla base e decorata da motivi floreali. A metà si trova una coppa a forma di conchiglia da cui sgorga l’acqua.
«Secondo te è potabile?» ti chiede, muovendo la testa.
«Preferirei che tu non provassi a scoprirlo» le rispondi, osservando con sospetto i riflessi verdastri. Ti dà retta e si limita a sedersi, poggiando la testa sulla tua spalla destra. Una volta di più da quando state assieme – tre anni – riconosci la facilità con cui riesce a trovare uno spazio comodo in quella posizione. Così, come se le venga naturale. Come se sappia da sempre in che punto fermarsi. Prende a mormorare il motivo di una canzone di De André, mentre dalla via che avete appena percorso arrivano i rumori di una festa cittadina.
Lei sta bene, lo senti dal respiro che ti solletica il collo: calmo, rilassato, quasi che davvero abbia seguito il tuo consiglio per la vostra gita fuori porta, che non importa dove, ma perché. Importa non restare indietro, dentro, a casa.
Lascia tutto a casa.
L’ha fatto davvero, ma tu non ci sei riuscito e quel pensiero ti trapassa la mente ogni secondo: gioca a ping pong dentro la tua testa e non si decide a segnare il punto, a fermarsi per un momento, solo per darti tregua e permettere, anche a te, di respirare calmo, di nuovo. Continua, la scheggia impazzita, e si conficca sempre più nel cervello, assumendo la consistenza metallica del dolore. Fa male.
Il cinese non si muove più e pure tu non gli stai prestando attenzione da un po’, così ne approfitta per sparire. Si scioglie nell’aria e scompare. Fantasmi urbani, capita anche questo stanotte. Sali in macchina, parti. Giri a destra dopo cento metri, non rallenti all’incrocio, non controlli a sinistra se qualcuno sta arrivando. Percepisci un movimento rosso che devia dalla strada, un colpo di sterzo seguito da una frenata, ma credi sia tardi, per ogni cosa. Vedi nello specchietto retrovisore un lampione che salta per aria, un cestino che rotola sull’asfalto, un’auto che per metà è dentro all’androne di un palazzo, per metà fuori. Ti lasci tutto alle spalle.
La via ricorda nelle dimensioni i boulevard e le avenue: larga e lunga, quasi un’autostrada cittadina. Deve essere tardi, i semafori segnano un giallo intermittente. Freccia sinistra, costeggi la strada che separa il Tribunale e la Fiera. Dietro comincia una terra desolata fatta di casermoni intervallati dal niente e circondati dal nulla. Palazzi alti otto – dieci piani, la stessa tonalità di grigio a incorniciare lo stesso numero di finestre poste sulle facciate come punti interrogativi, a dividere il buio di fuori dal buio di dentro. Palazzi tirati su per forza, in serie, per riempire uno spazio lasciato vuoto. Ti rendi conto che la sensazione è strana, ma di fronte a questi orrori pare più facile commettere un peccato o un reato, come pare più facile sapere che non la stai tradendo, anche se è da settimane che ti chiedi se poi sia davvero così.
Freni, accosti, spegni la macchina ed è la stessa scena di ieri sera, dell’altro ieri sera, di giovedì scorso, di quello prima ancora. Cambiano solo i tuoi vestiti. Non i pensieri. Non la paura come un senso di freddo, l’immagine di porte a tenuta stagna che si chiudono una dopo l’altra, lasciandoti intrappolato. Tre mesi da che lei se n’è andata e dicono che dovresti cominciare a vedere una luce alla fine del tunnel, da qualche parte. Difficile.
In fondo, pensi che gli aspiranti suicidi si concentrano sui dettagli, mettere in ordine prima di, o non sporcare con, o stare attenti che il gas non ma tu non hai optato per le modalità tipiche. Taglio delle vene. Impiccagione. Cose così, insomma. Non vuoi obbligare tua madre a pulire il tuo sangue, le tue feci, oltre a dover sopportare la vista di un figlio riverso sul lavandino del bagno con le vene aperte, spaccate, o legato per il collo a una corda, un pendolo che segna un’ora passata. Così ti fa paura. Se c’è un modello cui ispirarsi, credi sia il sonno d’ombra in cui lei si è addormentata per sempre tre mesi fa, e che non ti fa più dormire.
Tempo fa, allora, e c’è tempo per domande strane. «Proviamo a contarle?» chiede e muove ancora la testa, stavolta in direzione dei vostri piedi.
«Come?»
«Proviamo a contarle?» ripete, invitandoti a guardare in basso. Tra le gambe ti spunta un volto di pietra: una testa di donna, coi capelli raccolti in una crocchia e lo sguardo fisso. La bocca chiusa e spostata in avanti le dà un’espressione triste. Appare stilizzata, poco definita. L’unica cosa che davvero colpisce è che quel volto si ripete un numero indefinito di volte sulla vasca e l’espressione rimane sempre la stessa. Triste, inutile e addormentata. Eppure ha attirato la sua attenzione. Non trovi un motivo per opporti alla sua richiesta, ma non capisci.
«Va bene» le rispondi.
«Allora comincio io.»
Si alza e prende a girare attorno, indicando col dito le facce contate, mormorando appena il numero. Quando ritorna di fronte a te, ha raggiunto il trentadue.
«Trentadue» dice, accompagnando la parola con un breve salto in avanti. «Ora facciamo la prova. Conta tu».
Si siede e tu, con i tuoi dubbi, prendi il suo posto e allora uno, due, tre… Nonostante gli anni passati assieme, non ti sei abituato ai suoi giochi di bimba, al modo che ha di ricordare a te e a se stessa che alla vostra età –  ventitré – una ragazza e un ragazzo sono ancora una ragazza e un ragazzo. Possono permettersi di non essere seri, di non prendersi sul serio.
Slacci la cintura, scendi, chiudi la portiera. Dall’altra parte della strada c’è l’ingresso di uno dei palazzi – caserma. L’hotel delle ombre perdute, così lo chiamano da queste parti. Appoggiato alla porta sta un uomo che nella notte sembra non avere faccia. E’ una voce e un miscuglio di denti storti, simili a schegge gialle che s’intravedono appena, nei residui di luce che alcuni lampioni rilasciano controvoglia.
«Ehi ragazzo, cocaina?»
La voce è roca, con la gola e i polmoni che – lo senti – sono impolverati dalla troppa neve che hanno tirato. Sei lontano dai livelli spacciatore-non-consumatore. Ma qui, sei lontano da tutto. Ti limiti a scuotere la testa e lui sospira, col fiato che gli s’infila nelle fessure tra i denti e produce un sibilo stanco.
«Terzo piano, ragazzo» ti dice e con la mano fa un gesto verso la porta.
Dentro, si respira aria di notte, ma sarebbe così anche se fosse giorno. Aria chiusa e consumata, con grosse macchie di piscio per terra e l’odore acido attaccato ai muri, lattine di birra di marche mai sentite, ammaccate, certi cadaveri ambulanti che se ne stanno sdraiati sulle scale, ammaccati, e non si preoccupano se qualcuno passa sopra di loro. Uno è una larva tremante presa in un bad trip. Dice frasi senza senso: «Pensi che sia sobrio? Pensi che lo sia? Allora continua a bere al posto mio.»
«Come?» provi a chiedergli.
«Penombra a destra» indica con la testa. Ti giri, è solo buio attorno.
«Ma che co-.»
«Dormo. Via di qui. Andate via. Tutti e ora.»
Si volta, continua a tremare. Anche a scuoterlo, non si ottiene niente. Ti togli la giacca, lo copri sperando che serva a qualcosa. Provi ad allontanarti ma lui si riprende e ti chiede: «Hai notato la somiglianza tra le parole simpatia e condoglianze?»
Rispondi qualcosa come: «L’estate tra quinta ginnasio e prima liceo» e lo lasci da solo.
Ventiquattro, venticinque, ventisei… Non riesci a parlare con lei della sua malattia ma sai che presto accadrà, forse proprio stanotte. Non tornerete a casa perché siete tu e lei, assieme, ancora per poco e ogni momento, finché dura, deve appartenervi. L’albergo Aurora, un due stelle chiuso dall’ombra dell’ennesima chiesa, sembra abbastanza appartato e silenzioso per custodire e non lasciar scappare certe parole, per contenere l’immagine di voi due che fate l’amore. Con rabbia, con malinconia, con le mani strette e la bocca impastata, senza capire chi abbia pianto e posato le proprie lacrime sulle guance dell’altro. E’ abbastanza appartato e silenzioso per contenere l’immagine di voi due piegati sul letto, schiena contro schiena, a fingere un sonno che non vuole venire e parole che non sapete pronunciare.
E’ tardi. Non sai l’ora, è tardi ma non manca il traffico. Sono soprattutto vecchi i frequentatori del terzo piano e conosci il perché. Perché il fisico comincia ad afflosciarsi su se stesso, come esposto a una fiamma ossidrica perenne. Perché i colpi di tosse si accompagnano a un’eco profonda nei polmoni. Perché i volti assomigliano a cartine geografiche per quante sono le rughe che li attraversano. Perché passa la voglia di fingere o di pretendere. Perché passa ogni voglia. Perché se ora anche loro, un esercito ordinato e ossequiente di ombre, percorrono questi corridoi con la moquette lercia, strappata e i termosifoni freddi, se s’affacciano a ognuna delle porte, non c’entra davvero il bisogno di sfogarsi tra le gambe di ragazze perdute. Non è così, non vogliono scopare. Loro devono trovare qualcuno che li possa stringere, un legame fisico, un contatto, anche se tutto è trasferimento di un diritto dietro pagamento di un prezzo, questione sempre e solo di domanda e di offerta. Compravendita, certo, come al solito, ma la notte è gentile o forse se ne frega e basta. Almeno, ha la decenza di coprire tutto col buio, così le ragazze non vedranno corpi sfatti dall’età, i vecchi corpi sfatti dal denaro.
Da dietro un angolo sbuca il proprietario dell’hotel delle ombre perdute, capelli raccolti in una coda sporca, camicia tirata sulla pancia, occhi lucidi e neri che, nonostante le inefficaci luci al neon, osservano, registrano, salvano tutto. Ti chiedi cosa possa pensare di uno come te. Forse che vuoi sporcarti o confrontarti con un mondo rischioso, molto livin’ on the edge. Ma forse niente, basta osservare chi hai attorno per sapere che tutti cercate consolazione per un pianto altrimenti endemico. Ti fissa con occhio clinico, come se conoscesse la malattia. Sembra non esistere cura, scrolla la testa.
Apri il portafoglio, conti duemila euro, per avere la certezza di non sbagliare.
«Tutte.»
Non si scompone davanti a tanti soldi, a quella parola, quasi che il vostro sia un incontro convenuto, che il tuo arrivo sia stato segnato sui muri e le porte per evitare di dimenticarlo.
«Non capita spesso, ma non sei il primo. Buon viaggio» e scompare, un’altra ombra a perdersi stanotte, come ogni altra.
Trenta, trentuno, trentadue… In fin dei conti, se a ventitré anni si ritrova così, divorata, non deve essere facile atteggiarsi a persona matura, quando l’unica cosa che può volere è ritornare bambina, ritornare all’età in cui non conosci la parola, non conosci il significato, ma sai che esiste una panacea. Speri che esista. Sai che esiste, ti hanno raccontato le fiabe. Tanto basta. Speri che esista. Trentatré.
Bussi ed è un riflesso condizionato. Non risponde nessuno perché hai già il permesso di esserci, di entrare senza chiedere. Abbassi la maniglia, sei dentro. E’ un bilocale scuro e infettato dall’odore di droga, umori della stessa donna e di uomini diversi e varechina, a disinfettare. Vedi forme più scure rispetto al buio che ti circonda, forme di compensato che occupano lo spazio senza arredare, senza fare casa, ma in fin dei conti è solo lavoro. Due letti singoli, coperti di stracci, messi accanto per comporne uno matrimoniale, una credenza e un frigo di quelli piccoli che fanno un casino d’inferno e non bastano a creare un effetto Mulino Bianco.
Hai l’impressione di aver sbagliato stanza, non c’è nessuno. Pensi che se ti dovesse succedere qualcosa, qualunque cosa, la notizia non uscirebbe dalle quattro mura che ti circondano. Si scatenerebbe una caccia all’uomo destinata a concludersi con un nulla di fatto. Qui sei altrove, qui non ci sei, non sei te stesso, ma un’ombra perduta. Come trovarti, mentre loro cercano fuori, tu potresti rimanere dentro, a girare per i corridoi e poi sui soffitti. Altre strade per perderti un po’ meglio. Ma lo sai, tutto questo lo sai e non ti scomponi.
Gli stracci prendono vita, si stiracchiano in avanti, occupando di traverso entrambi i letti, poi si ritirano come una fisarmonica e si allungano di nuovo. Vestiti appallottolati che diventano una persona, una donna mulatta dai capelli biondi ossigenati. Risaltano nella notte ora che il tuo sguardo si è abituato al buio. Non indossa quasi nulla. Un regalo scartato troppe volte. Ti guarda e ammicca senza crederci troppo, non è voluttuosa o lasciva. Non è niente e a te va bene così, perché non sei più qui, perché ora stai pensando a lei – a lei – e non ti sembra di tradirla, non ti sembra neppure che sia quello che sai di voi due assieme.
La prostituta geme, finge ma cambia poco. Hai rifiutato l’offerta del preservativo e non si è stupita. Crede che tu abbia già la sua malattia, che non faccia differenza. Dopo di lei, è un’altra e un’altra ancora, sono dieci, sono tutte le donne dell’hotel, non è nessuna.
In una sera passata in un lazzaretto del genere, tra secrezioni sudate e sguardi di fumo che gli altri ospiti ti lanciano, ogni abbraccio è lo stesso e i baci sono banditi, perché non si vogliono dare né si lasciano comprare. In ognuna di loro c’è un frammento dell’infezione che cerchi ed è quello che vuoi e compri ancora, e ancora.
Trentatré. I conti non tornano. Devi esserti distratto, seguendo il flusso dei tuoi pensieri. Ti fermi di fronte a lei, il tempo di vedere la faccia sopra la quale sta seduta, poi ricominci il giro. E di nuovo ti ritrovi con trentatré teste di donna e in più un sorriso ineffabile che percorre il suo viso. La bocca  piegata verso l’alto, ma sembra che sia capace di sorridere con ogni parte del corpo, a partire dagli occhi.
«Dì la verità, ti sei spostata?»
Non risponde, si limita a sollevare le mani all’altezza delle spalle, con i palmi rivolti verso l’alto. Sta mentendo, lo sai, ma fingi di non accorgertene e riprendi a contare, facendone una questione di principio. Al quarto giro scordi perché stai contando. Al sesto giro, al sesto sorriso sempre uguale e carico di silenzio capisci cosa è successo.
Questa notte è durata notti. Mani, schiene, gorgoglii l’hanno riempita tra muri di cartapesta. La mattina filtra attraverso le finestre che danno sui corridoi dell’hotel come un ospite malaugurato, la buoncostume mascherata da raggio di sole che obbliga a moderare certi bisogni, ché tutto resta nel buio spento delle ombre perdute e delle luci al neon. Il padrone dell’hotel ha lo sguardo svogliato di chi questo buio spento l’ha osservato tutto con religiosa devozione, sgranando un rosario di soldi e affari e bestemmie. Si ravviva un attimo quando ti vede. Almeno, da stanco diventa serio e lucido, solo un attimo.
«Non capita spesso, ma non sei il primo. Non so che cosa hai perso, per venire qui a cercarlo, però avrei voluto conoscere anch’io una cosa del genere. Buon viaggio» e scompare, perché loro, le ombre, non sopportano il sole, neppure se è il riflesso del mondo esterno attraverso una finestra. Ti avvii verso le scale, con un principio di mal di testa che è la pesantezza della notte appena respirata, la difficoltà dell’inizio e della novità. Tra tre mesi in ospedale il primo controllo, tra sei il secondo, poi la calma piatta e distaccata dello stile medico-burocratico e la parola POSITIVO. Ne hai bisogno, davvero. E se non fosse così, ritornerai in questi corridoi, in queste stanze, fino a quando basterà.
Ti accendi una Benson senza filtro. Pensi, tra una boccata e l’altra. Una passeggiata lenta su una scala senza corrimano e senza ritorno, la passeggiata di un ballerino russo in attesa lungo le strade parigine. Questo sembrano, visti da qui, i prossimi mesi, se ci saranno, i prossimi anni, se ci saranno.
«Credi sia servito?» chiede un’ombra dietro di te. E’ lei, lo sai, evocata dal fumo. Ma non ti volti.
«Non so cosa pensare.»
«E’ già un buon punto di partenza.»
«Ci rivedremo presto?»
«Lo spero, ma chi lo sa? Tu lasciami la sigaretta.»
Fai un ultimo tiro, la prendi tra le dita e gliela avvicini alle labbra. Ma non ti volti. Sai che la tiene pendula, te lo senti. Sai anche che le volute di fumo, alle tue spalle, stanno cambiando. Assumono sempre più la forma del suo volto, i riflessi d’ombra e legno dei suoi capelli castani, il taglio morbido della bocca. Sorridi ma non ti volti a guardarla perché un semplice respiro la farebbe svanire. Resta lì, tra le ombre di un hotel che tutti conoscono ma nessuno ricorda, a tremare tra speranza e malattia.
Lei sa benissimo che le facce sono trentatré e non trentadue, le ha contate in maniera esatta fin da subito. Ma ha capito il tipo di pensieri che ti gira per la testa, il chiodo fisso della malattia che la sta prendendo, come un bambino che trovato il filo pendente di un tessuto si diverta a tirarlo fino a che non sia sfrangiato. Un dispetto che ha la sua giustificazione in se stesso e nulla più. La baci su una guancia, poi sulle labbra, perché un bacio è solo un modo per legarti di più, per evitare di parlare, avendo tanto da dire.
Quattro mesi dopo, lei è chiusa in una bara, con al collo una croce che dovrebbe valere come lasciapassare per qualche posto che tu non sai.
Esci in strada ed è presto. Pezzi di nebbia sono attaccati ai palazzi, morsi di nulla che cancellano i contorni del mondo.
«Manca poco. Manca poco» dici. Lo speri anche tu. E ne hai bisogno, davvero.

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  1. Semplicemente meraviglioso

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