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Nella nostra scuola si aspettava con ansia il ventun marzo.
Già dai primi del mese non si faceva altro che parlare dell’arrivo della primavera. Non perché questa segnava l’avvio della bella stagione, ma perché era d’obbligo per noi scolari fare la passeggiata a San Gianni. Una località, direi oggi, alquanto misera, ma per noi bambini, allora, era la meta dei nostri sogni quasi proibiti…
La notte precedente il grande giorno nessuno dormiva: fantasticavamo, nel buio delle nostre camere, su quella che sarebbe stata l’escursione mattutina.
Certo, molti di noi erano già andati con i genitori durante l’anno a San Gianni, forse anche il giorno prima, alla ricerca di funghi, di castagne o per faccende dei grandi: ma non era la stessa cosa.
La maestra ci metteva in fila per due e ci allontanavamo dalla scuola in un silenzio quasi chiesastico; poi, subito fuori dal paese, la maestra intonava una canzoncina che noi continuavamo a ripetere senza capo né coda.
La prima sosta era al Calvario, ove la maestra ci svelava del segreto delle tre croci. Poi, si lasciava la strada asfaltata, che lì finiva, e ci s’inoltrava per una mulattiera selvaggia che, per la ricca e lussureggiante vegetazione che si chiudeva ad arco, ci dava lì impressione di una lunga galleria verde. I rari raggi del sole che riuscivano a filtrare fra i rami, sagomavano d’avanti a noi delle ombre gigantesche, che a volte ci mettevano paura, tanto più che per un certo tratto il nostro percorso rasentava i limiti del cimitero.
Il tragitto solito comprendeva il passaggio tra le vecchie fornaci, e la maestra ci diceva che un tempo i nostri nonni da quelle cave avevano ricavato la calce necessaria per costruire le case, per imbiancarle o anche per disinfettare le stalle. L’insegnante ci diceva che un tempo vi era una vera e propria industria della calce, e tanti giovani trovavano qui lavoro; ma noi non la ascoltavamo tanto, così presi dal desiderio di arrivare a San Gianni.
Per strada ci fermavamo a raccogliere i primi fiori da offrire alla maestra a mazzetti, avendo cura di lasciarne qualcuno da deporre sulla strada del ritorno al Calvario, o anche per portarli in chiesa alla Madonna.
Di tanto in tanto si alzava dalla siepe un rametto di biancospino, fiore a me ancora oggi tanto caro, e allora, incurante delle spine e dei richiami della maestra il più delle volte soffocati dagli schiamazzi dei ragazzi, mi spingevo fino in alto a raccogliere i pungenti fiori per portarli alla mamma.
Lungo il cammino incontravamo donne che venivano o andavano ai campi, e altre ancora che svelte riempivano il paniere con le ultime olive pendenti o cadute al suolo. Ci fermavamo ammirati a guardarle, quasi imbambolati, nonostante avevamo già visto quelle scene e quei gesti, chissà quante volte, fatte dalle nostre stesse mamme che, non di rado, aiutavamo dopo la scuola.
Nel cielo si vedevano le prime rondini in cerca di un cornicione ove costruire il loro riparo, mentre sugli alberi e fra le siepi si potevano osservare i primi nidi per le covate a volte occupati da piccoli volatili implumi. Qualche mio compagno strampalato faceva progetto di ritornare per uccidere quegli animaletti; qualche altro ancora diceva che bisognava aspettare quando avessero messo le penne per portarseli a casa e metterli in gabbia: io no. Io ero contento di osservarli da una certa distanza e, quando mi riusciva, di vedere la madre che li imbeccava.
Raramente, grazie a Dio, ci vedevamo tagliare la strada da qualche serpe nera, ed allora subito e in coro gridavamo: “ San Paolo, San Paolo mio! “ Avevamo sentito i nostri genitori invocarlo in questi casi e anche noi, senza sapere il perché facevamo lo stesso. Probabilmente in forza di quella cultura popolare non scritta che si tramanda oralmente…
Alla fine giungevamo a San Gianni: un grande cancello, un casale e una serie di stalle che facevano limite a una vasta aia piena di galline, oche, anatre, e tacchini spaventosamente grandi con galli pronti ad aggredirci se non fosse stato per l’imperioso richiamo del massaro.
In quest’aia s’inventavano i giochi più belli e più divertenti. S’invitava a giocare con noi il proprietario del fondo, la moglie e i loro figli che, già buffi nel loro vestimento rurale e un po’ intontiti dal nostro arrivo, ci facevano tanto divertire.
A un certo momento il massaro si allontanava e ritornava dopo qualche minuto con un paniere di buona frutta fresca coronata da una resta di chiappuni, in altre parole di fichi secchi ripieni di noci, mentre la massara portava nelle fascere della calda ricotta.
I cani storditi dalle nostre grida si erano ritirati presso le rispettive cucce guardandoci di soppiatto come per dire: …ma a questi chi ce li ha mandati? L’asino nella stalla ragliava della grossa e il maiale grugniva in cerca di cibo.
“ Vogliamo vedere i conigli e le cavie “ dicevamo in coro al massaro, e lui ce li portava a vedere. Pronti offrivamo ai coniglietti erbetta fresca che dopo qualche secondo di indecisione veniva mangiucchiata alacremente.
Poi, la maestra ci chiamava: era ora di rientrare. Prima di lasciare San Gianni però, era consuetudine che tutti noi prendessimo un rametto di quella bella e gigantesca mimosa che maestosa si parava davanti al cancello. Rinvangando quelle immagini di un tempo lontano, quella raccolta la rivedo oggi come uno sciame d’api che si avventa sulla pianta a raccogliere nettare: ognuno per la sua parte.
Alla fine, tutti felici e stanchi, facevamo ritorno a scuola. Prima di andare via, regalavo un po’ della mia mimosa a Marina; lei mi donava qualche margherita… ed era così che noi facevamo l’amore!




