Da dove vengo io non ci sono grandi cose di cui parlarti o luoghi che tu possa immaginare; perciò lascia perdere il tuo computer, il tuo cellulare e concedimi la tua attenzione per pochi minuti, il tempo di una storia, una storia come tante. Una storia vera. Porto con me il mio taccuino di pelle consumata , una penna e in testa una canzone. Sempre la stessa. Posso parlarti della radio. Si, dove vivevo avevamo una radio. Era di mio nonno, tutta rotta, nera e lucida con due tasti mangiucchiati, il terzo mancante e l’ antenna appesa al filo inesistente della speranza. Non la spegnava mai. O meglio la lasciava sempre accesa in attesa che trasmettesse una voce, un sussurro o anche solo un sibilo. A volte succedeva di notte quando dormivamo o mentre facevo la guardia alle pecore. Mia sorella Emi si svegliava, tossiva sangue e vi appoggiava sopra un panno marrone per attutire il ronzio. In realtà tossiva spesso sangue. Ricordo che fu di pomeriggio che ascoltammo per la prima volta una canzone; non c’ erano parole ma solo il suono di un violino. Sembrava richiamarci ad un tempo che non è mai esistito dove i bambini ridevano, i grandi chiacchieravano e la vita era semplice. Normale. Mio nonno era stato un insegnate prima della guerra; eravamo io Emi e lui a dividere i tre angoli della tenda N 33. Quella che ci precedeva , la 32 era rimasta vacante per un po’, da quando Lea ed Esaù erano stati arrestati da quelli in tuta nera. Dicevano che quella tenda fosse maledetta perciò nessuno ci voleva stare ma io ero contento perché Lea Ed Esaù avevano venduto il mio amico Sam al mercato. Ci trasferimmo li un inverno che faceva troppo freddo, anche solo per piangere e la nostra tenda si era bucata su due lati. Alla 32 siamo rimasti per tre mesi prima di partire; il nonno mi insegnò che un gommone può galleggiare sul’ acqua e tanta gente può starci dentro. Molti ne prendevano uno e se andava bene si arrivava in uno di quei posti dove i bambini giocavano e i grandi chiacchieravano. Imparammo dopo che la vita non è normale da nessuno parte. Mi disse di portare poche cose e di seguirlo verso il mare. Lo disse a me solo perché Emi, mia sorella Emi, aveva tossito cosi tanto che non si era più risvegliata. Si può morire dissanguati ? Io portai la mia penna Bic blu; me l ‘ aveva regalata un turista bianco e mio nonno portò la sua radio. Eravamo sul gommone quando sentimmo la voce della donna alla radio che ci parlava. Era aspra forse troppo e durò giusto il tempo di annunciare un bombardamento sul nostro campo. Ricordo ancora il volto di ogni persona che incrociò il mio quella notte, potrei riconoscerli uno ad uno anche in mezzo alla folla. La tenda N 32 , come tante altre, era saltata in aria.
“Tenda N 32” di Annamaria Piscopo
Posted by Hyde Park on 17 nov ’10 in Racconti · 0 Comments




