Marco fece scorrere la cosa senza alcun peso, individuò il file che Daria cercava. Stava per allegarlo alla posta quando squillò il telefono. Sul display lampeggiava il nome di Igor, uno dei responsabili dell’IT. Una delle poche persone lì dentro che metteva allegria a Marco.
“Brutto porco!” Rispose Marco.
“Cazzone, tutto ok?”
“Abbastanza, tu?”
“Senti quando hai finito di vederti tutti gli aggiornamenti dei siti zozzi di stamattina potresti cambiarti il nome utente in nome punto cognome punto matricola e cambiarti anche la password mettendoci magari un carattere maiuscolo?”
“Sicuro, ma come mai?”
“No, niente abbiamo resettato un attimo il sistema e lo stiamo riallineando, però questo rompipalle ha bisogno dei nomi diversi.”
“Ok, cinque minuti e faccio tutto.”
“Grazie bello. Oh ma venerdì sera ci sei anche tu?”
“E certo. Alle bevute non dico mai di no.”
“Grande. A presto.”
“Ciao.”
Igor non doveva perdere molto tempo a spiegare le cose con lui, dato che l’informatica non gli era del tutto ostica ed era dotato di un intelletto almeno superiore a quello di una carpa. Al contrario dei suoi colleghi ai quali Igor e gli altri dell’IT preferivano andare a fare le cose di persona. In alcuni casi un cambio di una password poteva anche voler dire perdere un quarto d’ora.
“Allora, scusami.” Si rivolse a Daria.
“No, figurati.”
“Questo è il file e questo è il tuo indirizzo di posta…fatto.”
“Grazie mille!”
“Prego.”
La mattinata scorse veloce e si ritrovò a mensa. A Marco non dispiaceva per niente mangiare solo ma Daria, sebbene fosse in fila con altre colleghe si separò e si mise davanti a lui.
“Solo il pollo arrosto e le carote?”
“E questa è la mia botta di vita. Di solito solo acqua e bresaola.”
“Come mai?” – disse lei portandosi alla bocca gli gnocchi con la mozzarella.
“Se mangio anche solo un pochino di più ingrasso troppo. E mi faccio già abbastanza schifo così.”
“Non credevo fossi uno che si fa questi problemi.”
“Non sono problemi, e’ che quello che e’ illogico mi fa incazzare. E se non si aggiusta da solo lo aggiusto io.”
“Senti signor logico: stasera suonano dei miei amici in un pub giù vicino all’aeroporto. Ti va di venire?”
A quella domanda davvero il cervello di Marco era uno di quegli enormi centralini tutti buchi e i fili che stava impazzendo. Una donna, che per di più gli piaceva l’aveva invitato fuori.
“Stasera?” – non ebbe la forza di far trapelare la minima emozione.
“Sì.”
“Ok, mandami in mail il tuo indirizzo e il cellulare che ti passo a prendere io.”
“Consideralo fatto, mister logica.”
Quel nomignolo non faceva per niente ridere ed era un insulto a qualunque sfottò inventato nei secoli dall’uomo, ma a Marco non importava. Quel pomeriggio passò con lui davanti allo schermo che si faceva sanguinare le meningi per pensare a cosa sarebbe successo quella sera. Tornò a casa e dopo una doccia velocissima si cambiò, scese di nuovo e non ebbe nemmeno il tempo materiale di pensare ad un eventuale assalitore nascosto dietro il pilastro del garage. Partì verso casa di Daria.
Le fece uno squillo una decina di minuti prima di arrivare e quando fu sotto casa aspettò altri cinque minuti circa. Lei uscì dal portoncino indossando dei jeans e un paio di stivali con sopra una maglietta rosa e un giubbino glicine. Nel pub si scambiarono poche battute e qualche fatto personale e dopo poco il gruppo cominciò a suonare. Daria li aveva giusto salutati e a Marco risultava un po’ esagerata la parola amici, ma non ci fece molto caso. Il modo in cui il jeans stringeva le ginocchia di Daria era meritevole di molta più attenzione. Il suono che usciva dall’impianto era qualcosa di abominevole: i singoli suonatori (musicisti era veramente troppo) parevano totalmente incuranti del suono e di qualunque concetto di intonazione. La voce gracchiava ed usciva con un eco irreale, le chitarre avevano un suono da amplificatore da duemila lire. Daria sembrava non fregarsene e si divertiva, mentre Marco guardava il gruppo lei si girava verso di lui:
“Ti piacciono?”
“Ho sentito di meglio…”
“Che stronzo che sei.” – e sorrise dando un sorso dal bicchiere da una pinta.
“Sempre troppo gentile…”
“Senti, domattina ho delle cose da chiederti, ci vediamo nel mio ufficio?”
“Va bene, ma perché me lo dici ora?”
“Ora mi e’ venuto in mente, e non pensare sempre…metti in pausa la mente ogni tanto.”
Le urla di alcune ragazze della claque salutarono la fine del pezzo degli incapaci mentre loro si godevano quel piccolo pezzo di Madison Square Garden a pochi chilometri dall’acquedotto.
Tornarono alla macchina e mentre si dividevano per entrare dai rispettivi sportelli, lei accelerò, si mise davanti a lui e lo baciò sulle labbra. Tilt, caos, supernova. Quello era troppo anche per Marco che alzò le braccia e le strinse gli avambracci. Non sapeva cosa fare, non ne aveva proprio la minima idea, tutti i cassetti della memoria erano miseramente vuoti. Lei si staccò dicendo “Mi piaci, signor tutto é logico. E non ci puoi fare niente. Adesso però…riaccompagnami a casa.” E mentre disse questo girava intorno alla macchina con Marco che tremava nel tirare la maniglia.
Lei risalì verso casa sua girandosi un’ultima volta e poi scomparendo nel portone. Marco schiacciò l’acceleratore e fuggì verso il suo garage. Stanotte non c’era tempo per nessun sicario. Passò la notte a girarsi e rigirarsi nel letto. Era stato scagliato in una dimensione che non era la sua, dove non c’era niente che lui conoscesse, dove c’erano cose che lui aveva solo immaginato. Rivide il super-8 della sua vita con tutte le femmine che non se lo filavano minimamente, con tutte le umiliazioni che aveva dovuto subire dai compagni. Lui che era sempre stato discreto come ora e non aveva mai dato fastidio ad una ragazza passava per il ragazzo-piattola che non si stacca più, anche solo per una telefonata o uno sguardo. Lui che aveva deciso di chiudere con il genere femminile ed era addirittura convinto di essere uno di quelli che era stato messo lì dall’evoluzione per far risaltare ancora di più quelli migliori di lui. Adesso stringeva il cuscino ripetendo a bassa voce “Fa che non sia quello che penso…”.
La mattina dopo i due occhi scavati di Marco guardavano il monitor mentre l’odore di caffè amaro riempiva la stanza. Alle nove e mezza del lunedì successivo la sagoma di Daria ricomparve alla porta.
“Mi sono divertita giovedì.”
“Anche io.”
“Che faccia orrenda che hai oggi!”
“Allora non mi preoccupo.”
“Stupido. Senti, posso chiederti una cosa?”
“Dimmi.”
“Il mio lavoro sarebbe molto più facile se sapessi di cosa sto scrivendo le specifiche amministrative.”
“Giusto, ma è un vero peccato che dei dati relativi agli accrediti e ai conti abbastanza corposi di una società non siano a disposizione di chiunque.”
“Questo lo so, ma mi farebbe piacere…come dire…leggerli anche dal tuo computer. In fondo in mio possesso dopo non ci sarebbe nulla, giusto? Oppure potresti dirmeli tu.”
“Fammici pensare.” – Lasciando intendere un no grande quanto un palazzo.
“Ok.” Daria lasciò la stanza.
Fa che non sia quello che penso…
Due secondi dopo:
“Ma porca puttana!” Il grido si sentì dal fondo del corridoio e Marco si affacciò sull’ufficio di Armando.
“Arma’ che e’ successo?”
“Quei dati che avevo sono tutti corrotti! Sembra che si siano cambiate delle date all’interno e qualcosa non sta piacendo al programma per leggerli e al software della banca. Merda!”
“Hai fatto qualcosa?”
“Macché’…ieri l’ho portato con me come sempre, ma l’ho tenuto spento a casa. Non ho avuto il tempo di lavorarci. Puttana Eva, e adesso come la mettiamo nome con i movimenti?”
“Non preoccuparti, faccio una telefonata a Igor e ripigliamo i dati delle copie di sicurezza. Male che va ci perdiamo un paio di giorni, non di più.”
“Fai sta cazzo di telefonata e vedi un po’.”
“Fa che non sia quello che penso…”
Il cellulare aziendale squillava, Igor rispose.
“Igor sono io. Potresti per piacere avviare la procedura di ripristino per i dati?”
“Che avete combinato?”
“Armando chissà che avrà fatto, non lo so, però quei dati ci servono. Quanto ci vuole?”
“Eh voi avete la priorità su tutto, ma purtroppo qui è successo un impiccio.”
“Che impiccio?”
“Abbiamo avuto dei problemi con la protezione della rete, e adesso stiamo vedendo di che si tratta. Nulla che impedisca il lavoro, però ci sono troppe cose strane.”
Marco chiuse gli occhi ed ebbe un brivido. I cavi del centralino forse adesso erano dritti.
“Ok, Igor, avvia comunque la procedura e fammi sapere quando e’ pronto.” – disse sempre con gli occhi chiusi.
“Comandi.”
Prese un altro numero dalla rubrica del cellulare.
“Direttore salve, sono Marco…bene bene…ho bisogno di parlare con lei. Possibilmente con urgenza.”
La sedia che prima era fredda adesso lo era forse ancora di più.
“Ed è stato da quello che ti sei accorto che io cercavo di rubare i vostri dati?”
“Dal fatto che i file sul computer di Armando si fossero incasinati?”
“Si’.”
“No, non è stato per quello”
“E da cosa?”
“Da quando mi hai detto Mi piaci...”
“Senti se vuoi pigliarmi per il culo vattene ora prima che cerco di ammazzarti di botte e il carcere me lo faccio sul serio.”
“Non sto scherzando.”
“Ma che cazzo dici?”
“Diciamo che quella e’ stata la cosa che mi ha aiutato a comporre tutta la figura del puzzle: tu in realtà non sai un cazzo dei Rolling Stones e certe cose su di me le sapevi perché i tuoi amichetti da fuori erano entrati nel pc mio e in quello di Armando. Siete riusciti a vedere poche cose, ma potevano bastare per un po’ di scena all’inizio. Igor davanti alla birra mi aveva parlato delle tentate violazioni che c’erano state alla nostra rete, ovviamente la cosa era stata fatta passare in silenzio per non allarmare quei pescivendoli dei nostri colleghi che lavorano anche loro in rete ma non avrebbero capito una mazza e avrebbero solo fatto guai. Poi la nostra serata e casualmente qualche giorno dopo un nuovo tentativo di intrusione e tu che mi chiedi quasi senza vergogna di vedere quei file.”
“Non mi hai ancora spiegato la stronzata del Mi piaci…”
“Daria, io ho trentacinque anni. Non ho mai avuto una donna in vita mia. Non so cosa significhi avere qualcuno di fianco, qualcuno che ti pensa, qualcuno che ti guarda. Tutte le donne che sono passate nella mia vita mi hanno visto come uno da evitare senza che ne’ io ne’ loro sapessimo il perché. Non ho mai dato fastidio a nessuna donna, anche a quelle a cui non riuscivo a smettere di pensare perché ero innamorato perso. Non sono un maniaco eppure dò fastidio come la più schifosa delle zecche. Questo è quello che le donne hanno sempre pensato di me, quella sensazione mista a terrore e schifo. Forse per questa faccia che ho, non lo so. So solo che ho rinunciato anche a sperare o sognare un giorno di innamorarmi. Non è facile, a volte sto davvero male. Ma poi passa.
Tu sei la prima in trentacinque anni di esistenza che mi chiede di fare qualcosa insieme la sera. Quello di due settimane fa è stato il primo appuntamento della mia vita con una donna e come avrai indovinato, quello era il mio primo bacio. E dopo mi dici anche che ti piaccio. Tutto questo non poteva andare, capisci? Era un bagliore finito di riflesso nella mia vita.”
“E quando hai pensato tutto questo…sei andato dal Direttore?”
“Si’. Si è fidato subito di me e ha fatto partire le indagini.”
“Non ci posso credere.”
“Ah nemmeno io, ma non preoccuparti. La tua amica che sta al personale adesso è già ai domiciliari. Patteggerai qualcosa e fra un annetto e qualcosa sarai pulita. Mica stiamo in Texas.”
“Lo dici come se ti dispiacesse, stronzo che non sei altro.”
“Non sono io quello che fa i reati tentando di fregare le persone.”
“E perché mi hai ringraziato?”
“Vedi…la vita di una persona che è sola come lo sono io, come ti ho detto, non è facile. Ci sono quei piccoli momenti che io chiamo le illusioni del dubbio.”
“Che?”
“Si’, quei piccoli momenti in cui credi che forse ti eri sbagliato, che forse qualcosa può cambiare nella tua vita da essere solitario e inutile. Che forse puoi smettere di essere qualcuno che consuma solo ossigeno alla Terra e cominciare ad essere qualcuno che può vivere. Poi tutto passa, l’illusione scompare. Tu stai una merda come prima, però un sorriso ogni tanto ti scappa. E per qualche momento riesci a stare bene ricordando quelle piccole frazioni di tempo nel quale tutto era bello e illuminato. A me non succedeva da tanto, e quel tuo bacio è stata l’illusione più bella che abbia mai avuto finora.”
Le guardie decretarono la fine dei colloqui e entrambi si alzarono. Lei lo guardò e chiese:
“E adesso tutto è logico, vero?”
“Forse sì, ma non lo voglio ancora sapere.”
Daria tornò alle celle e Marco, riprendendo al contrario il tortuoso percorso fatto all’inizio, uscì attraversando il pesante portone. Erano quasi le otto e mezza. Pensò di non andare in ufficio e approfittarne per fare una passeggiata guardando il mare. Sorrise. Davvero. Per la prima volta.
Flash of gold in your ears, child
Flash of gold in your eyes.
FINE
Foto di Carmine Bussone
In carica...




















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