“A spasso col precario (Parte 1)” di Carmine Della Pia

INTRO

Fittasi ufficio decrepito.

Le prime impressioni si hanno dal colloquio, si sa. La regola non vale solo per i datori di lavoro che, ponendo le loro domande, più o meno scontate, comunque di routine, iniziano a capire chi stanno per assumere.

Talvolta vale anche per gli aspiranti lavoratori farsi un’idea di dove andranno a portare il culo ogni mattina dalla settimana successiva fino alla data del licenziamento. O dell’esaurimento nervoso, come nell’esperienza lavorativa più recente cui ebbi il piacere di partecipare.

In quel complesso di edifici ci ero già stato. Mi ero già lasciato disgustare dalla visione infernale di quell’insieme di palazzi vetrati. Aveva lo stesso nome di un medicinale, detto in modo veloce poteva sembrare ‘vinavil’. Era locato sulla strada che costeggiava il carcere e dava direttamente di fronte ad un cimitero. Pensai che si trattasse della degna fine di una trilogia: dall’esaurimento nervoso della scorsa volta, al carcere, per ciò che avrei voluto combinare dopo la massiccia operazione di mobbing risalente a pochi mesi prima, e, infine, alla cappella funebre di famiglia che, per uno strano caso di omonimia familiare, detengo già a mio nome da circa trent’anni. In quello stesso cimitero, per giunta. La mia solita sequela di riti mi portava al bar degli uffici a testare il caffè e ai relativi tavolini. Sembrava tutto ok: caffè decente, tavoli comodi (sembravano quelli dell’università), i baristi stavano per conto loro. Il pezzo di carta che avevo nel taschino della camicia mi ricordava che dieci piani mi separavano dall’entrata. Mi si obbligava all’uso dell’ascensore, in quel caso tanto veloce quanto inquietante data la poca delicatezza della partenza e dell’arrivo. Ebbi la stessa sensazione solo durante il mio primo volo in aereo.

Restai ad aspettare gli ultimi dieci minuti fuori al corridoio, un distributore di bevande sulla destra, le scale d’emergenza a sinistra, il parquet a terra. Sedetti su una delle scale, le pareti sembravano di sabbia dura condensata, pensai che fossero ignifughe o qualcosa del genere, visto che la porticina di plastica dell’estintore mostrava inequivocabili segni di furto. La mia fantasia iniziò a mettersi in moto: qualche segretaria scaltra l’avrà rubato lo spegni fuoco durante la pausa pranzo, pensai. Sicché, ricordai immediatamente il primo particolare che, visivamente, sarebbe restato impresso nella mia memoria a lungo. Uno degli uffici del mio edificio era completamente distrutto. Niente finestre, semplicemente il vuoto, tra un piano e l’altro. “Non si è mai saputo se l’incendio fu provocato apposta. Il giorno dopo, su quel che restava della porta, qualcuno scrisse fittasi ufficio decrepito”, raccontava divertito il barista.

Bussai alla porta elettronica e colei che pensavo essere una segretaria (era stata lei a fottersi l’estintore per metterlo in ufficio?) mi accolse esclamando: “Buongiorno! Ah, tu sei quello che ha chiamato cinque volte?”.

Il colloquio.

Piccolo stratagemma: dopo il primo colloquio, per testare l’interesse da parte della nuova azienda, chiamo ininterrottamente per fingere di aver cambiato numero, con la scusa di aggiornare i contatti in caso di richiamo. È un ottimo metodo per scoprire se hanno già chiamato i curriculum interessanti. Il culo vuole che, però, a quei tempi avessi cambiato sul serio numero di cellulare. La preoccupazione era, quindi maggiore. Ho appena accennato al primo colloquio perché di colloqui ne feci circa settanta, tutti per lo stesso lavoro. Non proprio settanta ma quasi. Ci sono delle aziende fighe ed intelligentissime che stabiliscono un colloquio a settimana per mesi e mesi prima di assumere. Stavo per entrare proprio in una di quelle. Qui di colloqui ne feci tre, quattro. Non ricordo più. Prima il quello generico, con tutti i selezionati. Una prima scrematura di possibili dipendenti, tutti seduti in circolo, come gli alcolisti anonimi, con due tizi che parlavano del lavoro e della parte remunerativa ed un’austera tizia bionda che ci guardava e prendeva appunti su non so quali criteri visto che non proferimmo parola. Pensai, look, eleganza, primo impatto. Sperai non stesse appuntando nulla del genere, sfatto com’ero quel giorno, non avrebbero accettato la mia presenza neanche dopo mezz’ora del colloquio stesso. Dopo dieci minuti dall’inizio del colloquione, irruppe una minuta ragazza mora, bella, bellissima, appena uscita dall’estetista, pensai. Venimmo a sapere che l’estetista era proprio lei, aveva fatto tardi perché impegnata, appunto, nell’altro lavoro. Il classico ‘le faremo sapere’ non fu risparmiato ed io, senza convinzione, andai via. Poi la telefonata: ero stato chiamato per un colloquio individuale, vis a vis. Tornai agli uffici del vinavil (dopo un po’ presi a chiamarlo così), bar, ascensore e attesa tra le pareti ignifughe. Bussai alla porta elettrica, mi accolse l’austera tizia bionda che prendeva appunti guardandoci, mi chiese di seguirla nella sala briefing, la stessa del colloquione. Come se già sapessi come si eseguisse il colloquio da loro, mi lanciò dei fogli ed una penna, erano dei test psicoattitudinali. Le domande avrebbero fatto ribaltare Freud, ma sorrisi per l’idiozia di fondo con cui era organizzato l’incontro. Con fare scaltro ed ormai esperto, sbarrai tutte le risposte che avrebbero voluto leggere sul test e pensai che chiunque avesse potuto fare in questo modo. Piccola prova al computer per una grande figura di merda, quando mi dettò un indirizzo mail dicendo: nome_cognome@mail.it, scrissi, prontamente e sicuro di me nomeanderscorcognome@mail.it. Quello sarà per me l’unico motivo per farmi pensare al peggio. In seguito al suo entusiasmo per i test e per la velocità con cui scrissi un testo lungo quanto il corano, iniziai a credere in una risposta positiva. Che non tardò ad arrivare, dopo, ovviamente, le cinquemila telefonate per avvisare di aver cambiato numero. Fummo chiamati in tre o quattro al corso di formazione. Si, perché non credetti neanche per un secondo che lì non avrei fatto il corso di formazione.

(continua)



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