Il corso di formazione.
Come in fase di colloquione, eravamo disposti in cerchio ad un lungo tavolone. Tutti lì: il sottoscritto, la classica rompipalle logorroica, il classico sfigato di mezza età (nel vero senso della parola) insopportabile come l’aria nella flebo che ti tiene in vita e, guarda un po’, la bella estetista che si era fatta notare per il suo ritardo, giunta in ritardo come allora. Capitanati dalla segretaria che accusai del furto di estintore, tempo due secondi e capivo la sua reale natura: era una vera e propria shampista. Non mi si chieda il perché ma, seduta com’era, sembrava aspettasse un cliente in chissà quale salone di bellezza. Appena giunto in sala briefing fui tentato dall’esclamare: abbiamo la shampista e l’estetista…e la manicure? I tre sempai, seduti in sala, erano più silenziosi del sottoscritto, ma la rompipalle logorroica non ci risparmiava il solito carrozzone di domande inutili, quali dove abiti? Quanti anni hai? Che lavori hai fatto prima? Da quando hai superato i venti ti capita mai di non pisciare per giorni interi? Ci pensò la shampista a salvarci dal baratro quando, accennando ad una leggera danza propiziatoria, spalancò la porta in legno color noce e buttò sul tavolone fior di brochure per il suo corso. Quante brochure avrò ricevuto in anni ed anni di onorata carriera? Responsabile di quanti abbattimenti di alberi erano le fotocopie che, non so perché, conservavo anno per anno, corso per corso, lavoro per lavoro?
Iniziò il corso. Mi bastarono tre minuti per capire che la shampista era stata messa lì perché mancava qualcuno e che quello era il suo primo corso. Capii, in quei 180 secondi di ricognizione tempo, che avrebbe voluto suicidarsi piuttosto che stare lì a spiegarci il lavoro e che la notte prima aveva dormito più o meno mezz’ora. Incredibile a dirsi, ma dopo cinque minuti esatti, sarà lei stessa a confermare tutti i punti pensati, fatta eccezione per il suicidio che, comunque, le si leggeva negli occhi sepolti dalle occhiaie. Iniziò a sparare le solite cazzate a cui ero ormai abituato, fingevo di scrivere solo per prendere appunti su ciò che pensavo della situazione e per riportarle nel mio resoconto. Le uniche questioni degne di nota andarono al di là del mero corso, quando notai e confermai le qualità dei miei tre sempai. Il tizio fastidioso quanto l’aria nella flebo che ti tiene in vita è confermato spiacevole quanto un’eutanasia non richiesta dal degente, la rompipalle logorroica si conferma sfiancante come la morte, l’estetista si conferma la figa del gruppo, così figa che, quel giorno, ci provarono con lei pure i muri.
Pregi (quali?) e difetti (n’hai voglia).
Pensai che il 50% del corso di formazione servisse a gettare, realmente, le basi per una buona convivenza aziendale. Il 40% serviva a far sì che la shampista avesse un senso, e il restante 10% ad insegnarci il lavoro. Fu in questa fase iniziale, infatti, che vennero a galla pregi, difetti e stranezze di quanti mi circondavano, shampista compresa.
Partiamo da quest’ultima, colei che per discrezione chiameremo Giusy. Sotto i 30, ma neanche tanto, aveva un taglio di capelli inguardabile, rossetto marcato per creare una bocca pressoché inesistente, tanta voglia di andarsene a casa. La sua anima da shampista la faceva amante del pettegolezzo, squadrava le persone dall’alto verso il basso creando, oltre a questo, un altro motivo che la rendeva irritante: non guardava mai negli occhi, né quando le si parlava, né quando a parlare era lei stessa. Scoprivamo, nei primi dieci minuti di corso, che aveva fatto le ore piccole, che sedeva sempre a capotavola e che era scappata dall’altare poche ore prima del suo matrimonio. Non mi sconvolse tanto il fatto che se la fosse data a gambe in chiesa, ma la disinvoltura con cui fece sfoggio di tale episodio, citato tra un difetto e l’altro. Le ragazze sembravano non farsene una ragione, e ciò smise di sembrare un caso quando si presentò, in tutto il suo candore (?) la sempai numero 1 (per ordine posizione).
La sempai numero 1 era tale solo perché partiva dall’ordine orario del tavolo rotondo. Colei che per discrezione chiameremo Rosy aveva ventotto anni, ma la sua voce e il suo modo di pensare dicevano il contrario. Era stata, nell’ordine, studentessa modello, esperta di informatica non si sa per quale motivo, segretaria in uno studio fiscale, segretaria in uno studio dentistico, segretaria in uno studio legale, aiutante medico (con quale laurea?), lavoratrice saltuaria per impieghi, a sua detta, allucinanti. Faticavo a trovarle un pregio, l’impresa mi deconcentrava più del corso di formazione, nel bel mezzo della sua presentazione, anche la shampista iniziava a trovarla terribilmente spiacevole. Tirò fuori, con algida prepotenza, la storia della sposa mancata. Anche in questo caso, la rompipalle aveva tante cose da dire perché, guarda caso, nel tempo libero disegna abiti da sposa! Ci tiene a precisare che lo fa solo per diletto. Entrò in scena, a quel punto, qualcuno che, vedendo i modelli che la ventottantenne tirava a manetta fuori dalla borsa rosa shoking, ci tenne a precisarne la suprema qualità.
Fu guardando i disegni di Rosy che la vera natura di sempai numero 2 andò oltre le pareti della sala briefing: “Wow. Posso dirtelo con sincerità? Fanno un po’ schifo”. Colei che per discrezione chiameremo Grimilde, 23 anni, era la strafiga del gruppo. Sfacciatamente bella, si aggirava in quella stessa sala solo dieci giorni prima, facendo girare la testa pure ai computer. Sincera, e anche un po’ sboccata, era odiata per il fiorire di qualità che tirava fuori, per l’acconciatura all’ultimo grido, per il sibilare di nobili improperi che emetteva quando non riusciva ad accendere il computer: e che cazzo! PC di merda! Vaffanculo, connessione di sta (impronunciabile anche per me)! Facendo proseliti di uomini, donne, piante, e perfino di pesciolini rossi esposti in reception, era ovvio che la nostra avrebbe fatto breccia anche nel cuore del sempai di mezza età.
C’è un po’ ovunque. Il tizio impopolare che se lo vedi lo eviti. Ben 32 anni, 50 di aspetto e 4 di testa, colui che per discrezione chiameremo Gino, sempai 3, faceva semplicemente ribrezzo. Non riuscivi a percepire se fosse stato peggio guardarlo o sentirlo, in ogni caso cercavi spontaneamente di evitarlo, se donato di un minimo di senso. Pesante inflessione dialettale, era un laureando non si sa come, ed era stato assunto non si sa come. Sembrava fare di tutto per esternare la sua incapacità nel lavoro e la sua capacità nel rompere i coglioni solo standoci. Rideva spesso, per motivi idioti. Uno di quelli che tende a ripetere quello che dice l’altro perché non ha un cazzo da dire, pure se stai dicendo scemenze. Dimostrò un notevole feeling con la svampita Grimilde, spesso li beccai coinvolti in interminabili discussioni sul cinema, bagarre che ho sempre evitato con piacere.
Dopo il quadretto di cui sopra avrei desiderato tanto, ma tanto, ma tanto essere altrove. Cercavo, invano, qualcosa da cui trarre interesse. Fu la shampista, inaspettatamente, a fornirmene.
(continua)
In carica...




















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