“Agodeiure” di Sebastiano Sacco

Viaggiavo sulla corsia opposta a quella del normale senso di marcia. Alla mia sinistra l’immagine sbavata dalla velocità – e dal buio – del ciglio erboso, al limitare della carreggiata. L’auto emanava uno strano suono, come uno sferragliare metallico sull’asfalto. L’ammortizzatore cigolò di botto, sembrò cedere, dopodichè risalì sussultando. Una buca.

Le piccole luci degli indicatori del cruscotto. Carburante, temperatura acqua, chilometri orari, veglia. Come una città fotografata dall’alto. Fuori, la notte. Nel cielo rabbuiato, privo di stelle e di luna, i rami rinsecchiti dall’inverno erano freddi e, alla velocità dell’auto, graffianti, sferzanti, agitati dalle spire gelide del vento notturno di Gennaio che si attorcigliava in spire fuggevoli. Nell’auto il silenzio aveva uno strano suono, un sibilo. Sembrava nascosto in ogni angolo, nella moquette, tra i sedili vuoti, nel retroscena irreale dei fanalini posteriori, che illuminavano l’asfalto isolato, che aizzava rado fogliame pianto sulla carreggiata a mucchi, di un colore che rievocò in me il ricordo della camera oscura del laboratorio fotografico amatoriale nel quale trascorrevo parte del mio tempo libero. Nessuno oltre me, né in auto né fuori, in un luogo dove non ero. Strada e alberi. Ancora strada. E ancora alberi.
Un tenue, lento vocio. Nell’abitacolo! Ma ero… Non ero forse… forse solo?
- Chi…? -, chiesi, quasi dando parola a un pensiero.
Nulla. Il suono scomparve nell’aria breve dell’auto.
Di nuovo quel silenzio irreale, scandito dal ritmo continuo del motore.
Un sospiro lento, quasi inascoltabile.
- C-chi… chi c’è?-
La pelle della nuca ebbe uno strano fremito, quasi un prurito.
- De iure!!-
Mi voltai, mi atterrii e il panico mi afferrò la pelle, le braccia, le spalle, attirandomi lascivo a sé.
- De iure!! – , ripeté, mentre la guardavo in quegli occhi vacui, stretta nelle sue stesse spalle, coperte da una giacca corta e nera, le cosce strette in un pantalone violaceo, dove la piccola Sheila, il suo cucciolo di cane maltese, se ne stava accoccolata, gli occhi serrati, le linee del muso immobili. La notte rossa dei fanali era oltre le sue spalle. Alle spalle di lei. Lei, Gilda. Gilda, che guardava se stessa, le sue mani accoccolate sulle gambe, come vittima d’un orrore livido…
Gilda, che era morta solo sette mesi prima. Gilda urlò: – iure, iure de iure de iure de iure de iure DE IURE!!!! – Pazza e morta Gilda. Pazza. O forse…
In un tempo che mi parve dilatato all’inverosimile, iniziai a voltarmi verso la strada, per qualche assurdo momento temporeggiante su Gilda, poi deciso. Il piede cercò il pedale, che era bloccato. A destra e a sinistra dell’auto ancora bui campi rischiarati marginalmente dai fari trasversali, che balenavano come una luna biancastra. Campi che scivolavano, al di la della luce fioca dei fari, in un buio morbido. La guardai impazzito, in quegli istanti dilatati, nel retrovisore; vidi Gilda sbarrare gli occhi come orridi, che mi apparvero bianchi come pozze lattee; poi la curva si scontrò al paraurti, in un occludente, pesante, ottuso tonfo che incise la superficie del vecchio guardrail in pietra. Il tempo riprese a fluire, ed il fragore dei vetri fu solo un assordante e confuso sopravvento, in contrappunto all’oblio che mi invase. Gilda morta. Gilda viva. La lattina vuota dell’olio d’Umbria e la lampada a batterie; la catena aggrovigliata e i fiori essiccati sparsi sui tappetini; il vino; Bret Easton Ellis, Giuseppe Ungaretti, il mio trattato, assicurato a una graffetta; tutto fu scaraventato attraverso il vetro infranto, sgretolato. Il mio corpo seguì pesantemente quel tutto. Il mio cervello, a cui il sangue affluiva e rifuggiva roteando, spingendo, pulsando, ebbe il tempo di registrare. Un amore e la sua morte. La fuga e la sua vita. Il mio occhio, consapevole di quell’accadere, vagava folle.
Il libro. In basso pagina 54.
“M’illumino d’immenso”. Caddi e sprofondai nello stagno, che costeggiava in longitudine la strada da qualche chilometro a quella parte, le cui verdastre acque sembravano inghiottirmi insinuandosi in ogni mia porosità. Gilda galleggiava, ne toccai la sagoma immobile. Tutto tacque.

Mi ritrovai disteso. Gli occhi rivolti a un probabile soffitto. La nuca su delle piastrelle intrise di un fluido colloso. La stanza era silenziosa, ma al mio udito giunse un lieve parlottio, lontano, di donne ed uomini. Da dov’ero distinguevo l’entrata della stanza – una porta socchiusa – che dava probabilmente su un corridoio in penombra, da cui giungevano i riverberi smorzati delle voci. Una fioca luce azzurrognola rischiarava il pavimento in prossimità dell’apertura, sulla destra. Più niente. Il cranio mi doleva fino alle ossa. Una vertigine improvvisa acuì il senso profondo di smarrimento, che annebbiava la criticità del mio pensiero.
- De iure!! -
Un flash di un’auto che volava – si, volava! – oltre un guardrail. La vedevo dallo stagno, come fossi stato un animale li vivente. La vidi sopraggiungere, precipitare e sprofondare avviluppata da acquatiche dita. Una luce dall’interno. Poi il nero, il verde, il chiaro dell’alba. Una voce. – De iure!! -
- Latino! -, pensai, – Si! De iure. Mille volte nelle voci della magistratura. Tradotto dal latino sta per “Di diritto”, “Per legge”. D’accordo ma… la semantica! La connessione logica con questa situazione paradossale. Mi sfugge completamente. Forse sono solo una mente, il mio corpo non esiste più. Forse… -.
Le parole nella mia mente si sgretolarono come impattando violentemente contro un monolitico parossismo. Il ringhio lento e raggelante di una bestia che nel buio non vedevo percorse l’intera stanza. Da parete a parete. Nella penombra distinsi corpi muoversi. Muscoli e nervi. Forti unghie strisciarono massicciamente sulle piastrelle bianche, procurandosi il mio silenzio assoluto. Ogni esalazione del mio respiro mi pareva un boato, che cresceva e decresceva cadenzato ed assordante. Mi trovavo completamente spoglio dai ricordi, incagliato nei meccanismi mentali che portano al libero fluire della razionalità, solo in un luogo nel quale non potevo gridare per richiamare su di me l’attenzione, per invocare un aiuto, per invocare un soccorso, per strappare una spiegazione; no, non potevo… a causa di quelle bestie che non avrei potuto né identificare, né quantificare: mi avrebbero assalito anche solo al tranello della fuga di una sola, misera parola dalle mie labbra rinsecchite dall’angoscia.
Avevo comunque, indissolubilmente bisogno di far qualcosa, ne avevo bisogno de iure.
De iure.
Soffocai un risolino stridulo a quella freddura rivolta esclusivamente a me stesso, rendendomi improvvisamente conto che quella apparentemente sviante ironia, di sorta, altro non era che un esorcismo delle mie più recondite paure, quelle più nascoste, che in quella allucinata eppure vivida realtà riaffioravano fibrillanti: fobia dell’abbandono, assenza più totale di controllo mentale, irrazionalità, claustrofobia, paura di morte per sbranamento; tutto ciò frammisto ad altre dieci, cento, mille torturanti inquietudini, che sembravano tutte insieme attorcigliarsi sotto l’umido dell’interno della mia pelle. Un rumore, improvvisamente spezzato, metallico. Catene. L’abbaio feroce di un cane. Le luci abbagliarono il tutto, scaraventandosi sulle pareti.
Mentre una mano furtiva si ritraeva dalla porta semichiusa per sparire nel corridoio, tre dobermann color dell’ebano ed un quarto cane di una razza a me sconosciuta, feroci, strattonavano ad impulsi le catene, strette ai colli degli animali, serrate ad impedire quasi totalmente il normale deflusso sanguigno. L’altra estremità di ognuna delle catene era assicurata, in maniera piuttosto salda, ad una delle quattro pareti che delimitavano la stanza, pareti bianche in molti punti scrostate dall’intonaco, e striate in alcune zone da lunghi schizzi di un liquido purpureo. Quasi in cima ad ognuna delle pareti v’era un piccolo quadro, dalla semplice cornice lignea. Ogni quadro riportava una effige di un punto cardinale: Nord, Sud, Est; Ovest. Sulla parete Est, scrostato probabilmente dal logorio dell’abbandono, giacevano i resti invecchiati, accartocciati, consunti e scoloriti di un manifesto medico. Cercai di leggere il nome della medicina: D – E – I…
Uno dei dobermann strattonò la catena, che sembrò cedere sotto l’irruenza della bestia. Ma la catena resse, sforzandosi comunque per la tensione. Quasi inciampai mentre gli abbai dell’animale mi investivano con una furia forsennata, che traspariva soprattutto dagli occhi del cane, occhi ciechi e allo stesso tempo ricolmi di un’ira quasi umana. Le zampe dell’animale graffiavano il pavimento producendo un veloce stridio che mi indusse, mentre ascoltavo il battito impazzito del mio cuore, a gettare lo sguardo verso il basso, sul pavimento. E da li verso tutta la stanza. Ciuffi di nera peluria, un brano sfilacciato di un tessuto, una scarpa. Piccole pozze di sangue rinsecchito ovunque. Anche ai miei piedi. Mio sangue. Mio Dio, cos’era accaduto? Un’auto. Che vola. De iure. Buttai di nuovo lo sguardo ai punti cardinali in alto, appena sotto l’angolo formato dalle pareti e dal soffitto. Tutto fu improvvisamente chiaro. Il passaggio attraverso ognuna delle porte, una delle quali semiaperta – la porta dalla quale mi era giunto il bagliore bluastro del corridoio – era impedito da un cane. Provai a spostarmi dalla mia posizione, al centro esatto della stanza; non potevo restare immobile, l’irrazionalità avrebbe giocato e ottenuto il sopravvento. Mossi, lentamente, ogni mio muscolo acutizzato dalla tensione emotiva, con l’unico risultato di inferocire ulteriormente gli animali, che mi si rivoltarono contro abbaiando, strattonando, gettando fiotti di bava sul pavimento, guardandomi sbarrando occhi venati di rosso e appuntendo le orecchie verso l’alto. Ero bloccato. Bloccato. Bloccato nella frustrazione, bloccato in una perversa sorta di agonia psicologica, nell’insofferenza per quell’assurdo micro-inferno racchiuso da quattro mura, bloccato dai miei cani che come psicopompi attendevano il normale, inevitabile flusso degli ultimi istanti della mia vita. No, assolutamente no! Ora stavo delirando. Occorreva ritrovare un appiglio di razionalità, qualunque esso fosse stato. Mi passai le mani fra i capelli, ritraendole sporche di sangue. Le guardai indifferente, e sfuocando la vista diressi la mia attenzione alla stanza, alle quattro porte, una per parete, ai cani, al pavimento. Ciuffi neri come ciocche di capelli, nessuna possibilità di…
- Il paziente sta pensando di fuggire.
- Non ha ancora fatto i conti con la prilocaina. Il sistema nervoso centrale potrebbe risentirne. Siamo un’equipe, d’altronde… piuttosto staremo a vedere la loro reazione… Ha telefonato qualche ora fa, ero nel vestibolo a dar da mangiare a… alla bestiola… sul pelo bianco ha come… come una carezza. Una carezza nera, una…
-No… no, non credo che ne abbia voglia. E’ psicologicamente atterrito, sbigottito, umiliato. Angelo ci giocherebbe a rimpiattino… Ho scongiurato l’uso di una sostanza idrocolloide. La reazione sarà più immediata.
- Secoli e secoli di perdizione. Come una bolla d’aria compressa, che attende solo di infrangere ciò che la contiene. Il cervello.
- Già.
Ascoltai quelle parole, quasi sussurrate, provenire dal corridoio in ombra sul quale dava l’unica porta semichiusa della mia stanza. Il fluire dei miei pensieri, mentre ascoltavo, sembrò richiudersi su sé stesso, sostituito da quelle parole che mi sbalordirono per la loro sensazione di assoluta neutralità. Un uomo ed una donna. E Angelo. Era un dialogo incoerente. Risposte a domande mai poste. Domande a risposte sbagliate. E Angelo. Angelo, che avrebbe giocato a rimpiattino. Un astruso rimpiattino con la mia mente atterrita. Rimpiattino. I cani mi guardarono, come ebeti prigionieri. Avventai una mossa, speranzoso. I due accucciatisi nel frattempo al suolo, forti e rauchi, gridarono, più che abbaiare, scattando sulle quattro zampe, tendendo allo spasmo le catene, graffiando il pavimento nel tentativo rabbioso di avventarsi sul mio corpo. Gli altri fecero lo stesso. Immaginai di guardarmi dal soffitto, il punto centrale di una croce i cui quattro bracci erano costituiti dai cani e dalle loro catene. Una croce ondulante per via della rabbia dei suoi quattro bracci/cani. La speranza si eclissò lentamente, mentre una amara angoscia prendeva la consapevolezza che quei cani… quei cani erano accecati dalla fame.
L’isteria divenne rabbia. E la rabbia dolore.
- Aiuto! -, fu tutto quello che riuscii ad urlare, confidando a malapena nell’intervento di quell’uomo o di quella donna o di entrambi. – Aiuto! -, ripetei, mentre un senso di acidità, misto al risuono di quella voce – la mia voce che non pareva mia – mi invadeva la gola, e tutto…
- Van R. Potter. La bioetica. Non… non possiamo, è… è assurdo. Io… Professor Gemelli… -
- Le più alte sfere della scienza medica hanno attestato la piena applicabilità. I più moderni centri ospedalieri, la cultura medica, i più recenti traguardi della ricerca. Tutti!… tutti hanno dato il più ferreo via libera. Il mondo è una meritocrazia. E questa meritocrazia, che sia essa geografica, culturale, morale, sociale va ri-spe-tta-ta! E l’Italia non sarà da meno… -
Mi parve una registrazione audio-fonica. Un registrazione che da quella porta socchiusa giungeva alle mie orecchie. Questa volta due uomini. Van R. Potter? Il mondo una… una meritocrazia?!? Le luci si spensero all’improvviso. Dalla mia gola fuoriuscì un urlo, dal quale i cani vennero aizzati. I rumori delle catene si confusero al ricordo recentissimo di quelle voci, prima che il colpo di un piccolo martello colpisse la mia nuca. Vidi sparire il buio quasi totale che avevo attorno in un buio assoluto, sentendo il mio corpo rovinare al suolo. L’incoscienza mi avvolse.

I cani erano sciolti. Il loro pelo nero strusciava contro le mie vesti e le mie carni. Mi circondavano, strappando con denti famelici e suoni gutturali brandelli di vestiti, e ferendo la mia pelle. Il dolore era atroce, bruciante, il sangue sembrava pulsare in ogni mio poro. Una delle bestie sembrò allontanarsi; poi, come strattonata da una mano invisibile, ritornò a me digrignando spaventosi denti macchiati del mio stesso sangue. Intravidi. Era tra loro. Tra un gruppo di uomini, di cui il più anziano in una lungo camice bianco, sbottonato nella parte superiore a mostrare una camicia bianca con una cravatta, bianca anch’essa. La intravidi tra loro, tra le catene, in più parti arrugginite, che reggevano a gruppi. Sheila era ai loro piedi. Bianca. Candida. La piccola Sheila, che Gilda portava con sé nell’auto, un attimo prima… prima del mio… in- incidente…
- La reazione è soddisfacente. -
I cani scapparono, richiamati da uno degli uomini. L’unica donna, che avevo sentito parlare di prilocaina, di una reazione di alcune bestie e di una bestiola, mi guardava dall’alto al basso in maniera fredda, professionale, clinica. Le braccia le giacevano lungo il corpo. Un naso aquilino sottolineò la contrazione delle sopracciglia, quando osservò il sangue che sgorgava dalle mie ferite.
- La reazione è soddisfacente. -, ripeté l’uomo più anziano; – possiamo operare -.
I cani erano scomparsi. Sarei uscito da quella stanza, ma il mio più immediato istinto allarmò la mia mente, suggerendole che forse, da lì a poco, sarei potuto precipitare in una realtà ben più spiacevole rispetto a quella alla quale finora ero stato sottoposto. Cercai di scappare, ma caddi inesorabilmente al suolo, sotto il cedimento delle mie gambe intorpidite, che sembrarono spezzarsi incespicando goffamente su se stesse; caddi su quel metro quadro piastrellato che era stato il massimo spazio a me concesso fino a qualche tempo prima. Fui sollevato di peso e adagiato con la massima cura su una lettiga d’un colore immacolato. L’uomo anziano avvicinò le sue labbra al mio orecchio, sussurrandomi – l’esperimento è riuscito, congratulazioni -. Sentii il suo fiato accalorare il lobo del mio orecchio sinistro. Gli occhi dell’uomo, che fissai per qualche istante, tradirono i miei spostandosi sul mio braccio destro, che proprio in quel momento stava per essere penetrato da una siringa.
- L’anestetico farà effetto… -
- … fra qualche istante -, continuò l’uomo più anziano, – prima del quale le sembrerà di smarrire la conoscenza … -
- Ricorderà queste parole come quelle… perdute. Lei… lei è solo un bambino. Ecco, questo è il suo cucciolo -, disse la donna dal naso aquilino, porgendomi Sheila.
- De iure -. La voce di Gilda gli sopraggiunse dalla porta. La intravide. Gli occhi sbarrati nella penombra del corridoio. Chiuse la porta adagio, sporcando d’una melma verdastra il bianco della porta.
-… la sconfitta e la vittoria… non credere che… -
-… nel 90% dei casi il trattamento è stato fallimentare… i cani ammazzavano prima del fischio… -
-lacuraDeiure-
La cura De iure. De iure. Di diritto. Il diritto ad una cura!
Le lampade della stanza oscillavano, simili ad un pendolo luminoso.
- …si spinge oltre la soglia… e si attende… fino al fischio. Dopodichè, subentra il diritto… innegabile, si intende… ad essere curati… -.
Lampade bianche. Un farmaco. Un pasto sul comodino. Degenza.
- Muore! Il paziente muore se non supera la soglia de iure… -
- Nessuno ha mai perso la vita… almeno non in Italia -.
Luce. Un giorno. Due. Tre. Quanto dura un anestetico?
-Deiure-.

Epilogo

Il foglio fuoriusciva a tratti dalla stampante. Il colore nero acceso riluceva sul foglio A4 scritto dal professore, rischiarato da un semicerchio di luce del giorno che scendeva obliqua nella stanza, disegnando figure di luce sghembe sul pavimento dello studio. Il rumore ritmico del braccio meccanico della stampante si insinuava nello studio, in cui si respirava un’aria di cauta attesa. Il foglio scivolò sul vassoio della stampante. Il professore estrasse il foglio con un gesto accurato, adagiandolo sulla superficie vetrata della scrivania. Si aggiustò la cravatta bianca al colletto bianco della camicia, prima di accomodarsi nella poltrona scura, in pelle, riposando la schiena affaticata dai due trattamenti attualmente in corso nella struttura, che teneva quasi costantemente sotto controllo. In cima al foglio, in grassetto, lesse <<Paziente A. Incidente stradale. Terapia De Iure. Codice 04>>. Rilesse celermente le prime righe, le formalità:

… consiste nel raggiungimento del limite denominato de iure. In questo decorso sperimentale, le sollecitazioni vengono articolate nella seguenti fasi:

1. Il paziente viene sottoposto ad un trattamento psico-fisico durante il quale vengono messe in opera sollecitazioni mentali e corporee. Tali sollecitazioni possono consistere nel procurare semplici escoriazioni cutanee (guidate da personale addetto), oppure avere un forte impatto sulla psicologia e sull’istinto di sopravvivenza del soggetto. Il parco di scelte spazia dalle iterate escoriazioni prodotte da materiali ferrosi contundenti (sollecitazioni ad opera di personale paramedico, come suddetto) all’azione lesiva di animali addestrati a tal scopo. Il parco di scelte si amplia poi…

Il professore saltò la conclusione del punto 1, passando direttamente al successivo capoverso.

2. Loscopodellesollecitazionidicuialpuntoprecedenteèquellodiportareilpazienteallimitedeiure, raggiunto il quale il soggetto risulta avere pieno diritto ad una cura dei danni procuratigli dal trattamento di cui al punto 1. In caso negativo, ovvero in caso di mancato raggiungimento di tale limite, il paziente sarà giudicato non idoneo, e non avrà di conseguenza diritto alle cure necessarie, anche a costo della sua stessa sopravvivenza.

3. In caso positivo, la procedura de iure prosegue con l’effettiva riabilitazione, avente il duplice scopo di ristabilire pienamente le condizioni cliniche del paziente e di analizzare e sintetizzare il punto de iure raggiunto, al fine di catalogarlo nell’apposita classe di appartenenza. Tale classe…

Il professore si fermò. Guardò il telaio della finestra. Osservò il panorama del fuori attraverso il vetro, strizzando leggermente le palpebre. Grosse bianche nubi migravano col vento leggero, adagiandosi sui verdi orizzonti della Pianura padana. Alcuni contadini lavoravano i campi. Ombre. Ombre incoscienti dei progressi del mondo medico, ombre racchiuse nella cabina di un trattore troppo azzurro per quei campi verdi. Si trovò a riflettere su quanto, inconsapevolmente, era anch’egli piccolo, un piccolo uomo responsabile e manipolatore di una delle più grandi rivoluzioni che universo medico avesse mai conosciuto. Un nuovo modo di curare, un modo – allo stesso tempo arcaico e moderno – di attuare una nuova, eccellente catalogazione delle classi in cui, per un processo inestricabile ed imprescindibile dell’umana natura, gli uomini si suddividono. Solo i più forti, i più robusti, gli uomini e le donne geneticamente aventi diritto possono usufruire di una cura. L’eccellenza delle classi superiori, pensò il dottore, è la vera e assoluta magnificenza della razza. Sbuffò in un sorriso compiaciuto, col quale cercò di confondere le emozioni di una lacrima che gli sbocciò dagli occhi cerchiati di rughe, e riportò l’attenzione sul foglio, scorrendo gli occhi sino a che non individuò quanto gli interessava.

…la sollecitazione del paziente A, codice 04, ha raggiunto gli esiti sperati. Le escoriazioni prodotte dall’incidente automobilistico da cui l’uomo è stato tratto in salvo, e le successive abrasioni, le ulcere ed i traumi procurati dal trattamento di tipo animale guidato si sono completamente riassorbite. Il paziente versa tuttora in uno stato di semi-incoscienza indotta – come prescritto dal Manuale terzo della cura de iure – , e verrà definitivamente dimesso all’alba del giorno 25 prossimo venturo. La procedura prevede l’attivazione di quanto necessario affinché il paziente non abbia il minimo ricordo o la più pallida cognizione di quanto accadutogli e dell’effettivo tempo trascorso. Sarà quindi trasportato ed adagiato sul manto stradale della zona circoscritta dalla scena dell’incidente automobilistico (che ha dato provvidenzialmente alla teoria de iure un nuovo soggetto da catalogare), lasciando decorrere il suo destino.

L’uomo provò orgoglio. Per se stesso. Per la sua clinica, che l’occhio della ritrosia della legge giudicava, poco intelligibilmente, illegittima. Per sua moglie, i suoi figli, i suoi padri medici. Provò orgoglio per la clandestinità nella quale il suo genio si palesava, e che, unito a quello di altri dieci, cento, mille come lui, giorno per giorno affermava il suo fulgore. Orgoglio per la placida abnegazione con cui…

Udì un rumore spezzato in lontananza. Un clangore riecheggiante. Seguì un urlo strozzato. Corse alla finestra: il contadino era supino tra il verde filamentoso del campo. Una giovane donna stava accorrendo, spaventata. Il dottore non riuscì a frenare un sorriso. Si avvicinò al telefono. Compose un brevissimo numero. Una voce di un giovane uomo.

- Dottore? E’ lei? -

- Sono io… -, rispose. – Preparate la sala d’accoglienza… -



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