Quel mattino c’era qualcosa. Lo sentirono tutti.
L’aria pizzicò le narici fin dentro i letti, sapeva di caffè e di tulipani, di buono.
Quando tutti aprirono gli occhi, la prima idea fu che erano sparite le nebbie della mente, come se il sonno di tutti fosse stato di quel genere ristoratore, raro e prezioso.
La luce filtrò dalle persiane e a nessuno sembrò cattiva, indiscreta, invadente.
Era una bella luce giocosa e pulita che ti dava istruzioni chiare, e quello che ti diceva era: credi.
Allora tutti credettero, uscirono in strada, quelli che avevano da fare andarono al da farsi con un sorriso imprevisto, quelli che non avevano da fare uscirono soltanto per uscire, e perché avevano creduto. Quel mattino non passava in strada una sola automobile. A nessuno venne in mente di rinchiudersi dentro un oggetto di metallo. Quelli che andavano vicino andarono vicino passeggiando, senza fretta. Quelli che andavano lontano ci andarono con biciclette e pattini, certi si misero in due sopra un tandem, certi tirarono fuori dall’armadio i pattini d’argento dei libri di quand’erano ragazzini. Così si stava per strada come in una giornata di giochi, e quelli che si incontravano sorridevano e si salutavano, e si leggeva ognuno negli occhi dell’altro che quella era una giornata speciale, anche se nessuno avrebbe saputo spiegare perché.
La città era indiscutibilmente più bella, più colorata, più amica per tutti. Nessuno quel mattino si sentì solo, ognuno dimenticò la propria disperazione, nessuno quel mattino fece mentalmente il conto delle proprie disgrazie o delle proprie noiose incombenze. Ad ognuno parve che la vita fosse estremamente semplice, e divertente il cammino per il labirinto di tutti i giorni, un labirinto da Paese delle Meraviglie. Sentirono che potevano farcela, che sarebbe stato tutto liscio e morbido, che tutto sarebbe andato a posto. Si sentirono forti e giovani, videro le possibilità dietro un velo di abitudine e di timore caduto come d’incanto.
Questa fiducia allegra e sconsiderata aveva afferrato tutti, dilagava. Per strada si stava come in una commedia degli anni quaranta. Potevi sentire negli angoli qualcuno canticchiare, e non sarebbe passato tanto prima di vederli ballare sui vicoli acciottolati, in scarpette schioccanti come Fred Astaire.
Le cariche erano state sistemate durante le primissime ore del mattino, con sveltezza e silenzio degni di topi bianchi. Furono collegate allo stesso timer, e programmate in modo che tutto partisse dai quattro angoli, per poi raggiungere il centro della città in modo sincronico e spettacolare, indimenticabile. Va detto che fu un gran lavoro, perché lo spazio fu coperto alla perfezione e per quanto la città fosse grande non fu trascurato neanche un angolo di strada.
Non ci è dato di saperne il motivo, del resto non stiamo parlando di questo.
Alle dodici in punto, dunque, la città intera esplose.
Nessuno visse per raccontarlo.










In carica...




















Bellissimo.
Finale inaspettato che ti spezza il fiato.
Ed il bello è che in realtà un po’ me l’aspettavo: in fondo quando si è felici, troppo felici, ci si sente sempre a disagio.
Ancora complimenti.
Nic
grazie grazie grazie!!
(è mio!)
Una domanda: il titolo ha un doppio senso? Mi spiego: i feel fine, cioè “mi sento bene” posso leggerlo anche come “sento la fine” cioè leggendo la prima parte in inglese e l’ultima parola in italiano? Mi è venuto in mente leggendo le ultime frasi in cui viene descritta l’esplosione, la morte, la fine appunto. Mi legherei tra l’altro al mio precedente commento per quanto riguarda il discorso del presagire (“sentirsi”) qualcosa nel momento in cui si è troppo felici.
Mi viene l’insano dubbio che forse chi ha progettato questo sterminio di massa in realtà non avesse la morte come scopo finale, ma uno scopo molto più nobile…boh nessuno lo saprà mai…
Nic
Ufff… Meno male che alla fine la città esplode, non avrei sopportato un’altra bordata d’ottimistico entusiasmo.
Trovo ben tratteggiata l’atmosfera di meravigliata presa di coscienza e gustosamente destibilizzante l’esplosione finale, cruda e dolorosa come dita colpite da una porta che sbatte. Per Nic: geniale la trovata della duplice chiave di lettura del titolo, denota un principio di psicosi, indispensabile per addomesticar parole… ;)
@Nic: ammetto che non avevo pensato… e che adesso che l’hai detto mi piacerebbe spacciarla per mia! :)
In realtà credo che nel momento in cui l’ho scritto avessi in mente semplicemente una beffa, una sorta di vendetta beffarda contro questi personaggi troppo felici che erano spuntati da soli dalla mia tastiera. Le cariche gliele ho piazzate io, così, perché mi divertiva.
ma le vostre riflessioni mi piacciono molto… non ho mai avuto gente che discutesse seriamente su uno scritto mio! :)
Claudia sei autorizzata a spacciarla per tua; diciamo che l’hai scritto consapevolmente ma te ne sei accorta soltanto dopo ;-).