Racconti — 25 gen ’10 13:16

“Away” di Mariangela Lago

I CAPITOLO - MARGOT

Immagini scorrevano veloci come mille fotogrammi dinanzi agli occhi di Margot. Le guardava come se le vedesse per la prima volta, eppure questo era il treno che prendeva ogni volta che tornava dal lavoro.

- Sarò particolarmente stanca – pensò, mentre i freni del treno stridevano e lei si apprestava a scendere.

Camminando verso il parcheggio dell’ East Station respirò a pieni polmoni l’aria frizzante della serata di fine Agosto.

Eccola lì la sua piccolina, la Porche 911 coupè nero metallizzato. Prese a correre per le strade della campagna inglese; di li a poco si sarebbe ritrovata nel vialetto alberato che portava a casa.

- Perché cavolo perdo sempre queste chiavi!? – disse, rovesciando a terra il contenuto della sua maxi borsa viola.

Carte varie, il libro delle poesie di Goethe , un passaporto, il lip gloss alla vaniglia, il portafoglio in tinta con la borsa, una cartellina rosa pallido con su scritto “Importante”. E la sua Colt Magnum.

- Uff… Ma dove siete finite???? -, disse, maledicendo il pavimento che cominciava a farle dolere le ginocchia.

- Scusi signorina Sisley, cerca per caso qualcosa con un enorme M glitterata e che somiglia tanto alle chiavi di questa bellissima casa? -

Margot sobbalzò, afferrando la pistola e la cartellina per nasconderle sotto la borsa.

- Al diavolo! Gil! Mi hai fatto prendere un colpo – disse, mentre si rialzava sistemandosi il leggero vestito di cotone a fiorellini.

- Beh! Dovrebbe fare più attenzione a certe cose, Sisley. Sa, non è da lei – disse, ridendo di gusto e mantenendo a mezz’aria le chiavi

- Senti, fammi il piacere, non venirmi a fare la morale…! Gil… sono esausta… voglio solo andare a farmi un bagno e dormire fino a domani -

- Mmm… Molto interessante, si… Ma… se vuole… io ho tanti modi per farla rilassare  - . La guardò con quei suoi profondi occhi neri e Margot ricambiò.

Non era bello Gil, ma le sue spalle larghe e la sua pelle dorata sembravano dare una base interessante a quegli occhi e a quei capelli neri, come nei migliori dipinti.

- Va al Diavolo Gil! Cosa ti sei messo in testa!? Siamo colleghi! Ora, per piacere, potrei riavere le mie chiavi??? -

- Come no! Eccole… – concesse Gil. Lanciò le chiavi. Margot si chinò a prenderle e rialzandosi si ritrovò gli occhi brillanti di Gil nei suoi. Lo guardò, saettando lo sguardo attraverso un ciuffo riccio rosso che le era finito davanti all’occhio sinistro.

- Penso che si stia facendo tardi ed io sono davvero stanca -

- Si… Si, infatti vado… sennò domani chi lo sente il grande capo – disse, ridendo al suo solito modo

- Già – , esclamò Margot, sorridendo.

- Ciao, allora… e buon bagno, signorina Sisley… -

- La vuoi smettere? Tanto non ti inviterò ad entrare -

Questa volta il tono di Margot si fece sensuale, tanto da imbarazzarlo.

- Ahi! Brutta questione… va beh, vado, vado -

Salutò Margot con un bacio che le sfiorò appena il lato destro della bocca, provocandole una sensazione piacevole. Rimase a fissarlo per un attimo, poi si girò ed aprì la porta di casa.

- Sappi comunque, mia cara, che domani sei convocata per un nuovo ingaggio… qualcosa di grosso a quanto pare. Ci si vede domani alle 8 nell’ufficio del Boss… -

- Cosaaaa??? E quando è stato deciso!!? -

- Scusa, io ero venuto per questo oltre che restituirti le chiavi di casa che ti sei dimenticata in ufficio… Stammi bene mia cara! – disse, ormai vicino alla portiera della sua Spider rosso metallizzato. In pochi secondi Margot lo vide sparire fuori dal vialetto sassoso. Fece uno sbuffo. Sbattè la porta, mentre il rombo dell’auto di Gil si allontanava sulla superstrada per Londra.

II CAPITOLO - “NORTH SEA”

- Una nuova operazione?! E di cosa si tratterà ora…? Uff… non ho neanche il tempo di riprendermi che già sono operativa – .

Entrò in casa sfilandosi finalmente gli stivali neri e li buttò a caso nell’ingresso. Prese le chiavi dal vaso con motivi etnici sul mobile di legno scuro ed aprì la porta a vetro,  entrando in cucina. Prese un bicchiere pulito dalla lavastoviglie e lo riempì di thè alla pesca. Aveva bisogno di qualcosa di fresco. Sorseggiando attraversò la casa e salì su in stanza. Posò la maxi borsa sul letto e ne tirò fuori la Colt e la cartellina scolorita; ripose entrambe nell’ultimo cassetto del settimino di ciliegio. Entrò poi nel bagno e girò la manopola della vasca idromassaggio. Versando il suo bagnoschiuma al cocco, sospirò profondamente ed iniziò a spogliarsi mentre l’acqua riempiva la vasca di bollicine profumate.

Fece scivolare il suo corpo nudo nell’acqua facendosi travolgere dal calore e dalla dolcezza del profumo.

Il giorno dopo la sveglia suonò insistentemente alle 6.30. Margot si girò e rigirò nel letto, aspettando che il suo corpo e il suo cervello fossero pronti per la nuova giornata.

- Nuovo ingaggio – pensò, – meglio che mi muova – .

Si alzò e corse in bagno a lavarsi. Poi tornò in camera. Spalancò le ante dell’armadio in stile etnico, in cerca di qualsiasi cosa potesse mettersi addosso.

Vide la sua immagine riflessa nello specchio. Il suo corpo morbido e flessuoso reso ancora più sensuale dalle mille lentiggini, il suo viso dalle linee delicate, con quel naso alla francese e quella bocca piccola capace di regalare le emozioni più contrastanti, i suoi occhi grandi, verdi contornati da pagliuzze dorate, ancora più belli nella luce del sole, che davano a quel viso dolcezza, forza, solarità, determinazione, sensualità. Ma a renderlo davvero divino, quel viso, erano quei morbidi lunghi ricci rosso rame, che vi si attorcigliavano ricadendovi in morbide, leggere spirali.

Eppure qualcosa stonava. Era passato del tempo, eppure era ancora così visibile quella cicatrice che segnava la guancia sinistra. Come una lacrima perenne. Margot vi passò le dita a sentirne la consistenza, e improvvisamente ebbe ancora avanti agli occhi la scena. Il bagno dell’aeroporto, nel quale cercava di nascondersi dalla ferocia di quell’uomo. Il pugnale. E poi sangue. Caldo, rosso intenso. Aveva avuto paura quella volta. Paura di morire.

Un rumore improvviso riportò Margot alla realtà. Istintivamente afferrò la pistola e uscì dalla stanza.

- Chi è lì?! – . Nulla.

Scattò in avanti.

Una bellissima cucciola di beagle scodinzolava felice.

- Morgana! – .

Le prese il pelo morbido tra le dita, mentre nell’altra ancora stringeva la pistola carica.

Tornò di là. Chiuse l’anta e si gettò addosso gli ultimi indumenti.

Dopodiché uscì, richiudendosi la porta alle spalle.

Salì in auto e corse direttamente verso Londra.

La sede dell’Intelligence era un palazzo signorile della Londra bene. Margot oltrepassò il cancello che portava al vialetto del parcheggio delle auto dei dipendenti. Scese dalla macchina e si diresse verso la scalinata bianca che portava all’entrata principale. Si ritrovò nel grande atrio dal pavimento in marmo rosa illuminato dai lampadari pendenti e  dagli immensi finestroni in stile. In fondo all’atrio la mezzaluna dell’accettazione, alla quale due signorine dall’aria professionale accolsero cordiali Margot.

- Salve MaryJane… Salve Kate… -

- Buongiorno, signorina Sisley… la aspettano di sopra, al decimo piano -

Margot sbuffando si affrettò verso l’ascensore, riuscendo a infilarsi tra le porte scorrevoli appena in tempo.

- Prego…! -

- Grazie… scusi, ma ho fretta… io vado al 10 –

- Ah! Stesso piano, allora –

Margot alzò lo sguardo, incuriosita dallo strano accento del suo compagno di ascensore , e  si trovò davanti un uomo sulla cinquantina, molto distinto e con uno sguardo di ghiaccio. Dava l’idea di essere uno straniero, forse di origine russa, e questo fece crescere ancora di più la sua curiosità. Chi era quell’uomo?.

L’ascensore si fermò, le porte si aprirono con un trillo lento. Margot si precipitò verso la fine del corridoio, dove si trovava un’ampia scrivania dietro la quale una giovane in maglioncino a quadri rosa stava scrivendo al PC.

- Oh! Signorina Sisley… l’aspettano dentro -

Aprì la porta su una larga stanza rettangolare. La parete di sinistra era interamente coperta da una lunga libreria,  mentre frontalmente due grandi finestre illuminavano l’intera stanza. Sull’altra parete, quella di destra,  una carta geografica in tessuto ed una serie di quadri facevano da testata ad una grossa scrivania in legno massiccio scuro, sopra la quale si trovavano un pc ed una pila di cartelline. Seduta alla scrivania, intenta a ticchettare convulsamente sui tasti, Susan Grange, una donna  sulla sessantina, alta, magra. Il suo corpo nascondeva una grande bellezza, sfiorita ormai negli anni, che cercava di nascondere con qualche intervento e una tintura di troppo. A darle un tono severo, quasi cattivo, era quel suo sguardo duro ed il naso aquilino.

- Agente Sisley! Finalmente! Mi sembrava di aver fatto intendere che doveva essere qui per le 8. Per fortuna il nostro ospite non è ancora…- .

Qualcuno bussò. La porta si aprì ed entrò l’uomo dell’ascensore, regalando a Margot un sorriso accattivante che la fece arrossire.

- Beh! A quanto pare ora ci siamo tutti … Possiamo iniziare la riunione – .

Sedettero alla scrivania, sulla quale l’uomo posò una cartellina azzura con su scritto “North Sea”.

- North Sea…?? Di cosa si tratta questa volta? La Regina sta cercando un nuovo posto per le sue vacanze invernali? –

- Non sarei così spiritosa signorina Sisley, se fossi in lei…- rispose con tono inaspettatamente duro l’uomo alla sua destra –.

- Oh no, certamente!!! -, ribattè contrariata Margot, – dev’essere qualcosa di davvero scottante, se arriviamo a prendere accordi con la Russia… o no??? Mi dica lei Boss – proseguì , fissando negli occhi Susan.

- Calma signori. Sarò sintetica. Nell’istituto norvegese per il coordinamento delle ricerche polari si stanno svolgendo degli importanti studi su nuovi metodi per il trattamento dell’isotopo con numero di massa 238 al fine di un miglior utilizzo in campo civile, ma…-

- Ma …? Scusate, la questione mi sembra ancora poco chiara. –

- La questione, signorina Sisley -, proseguì Igor Gorislav, capo dei servizi segreti russi – è che nei laboratori artici si conducono più che semplici studi. Gli studiosi si stanno mobilitando per esperimenti riguardanti nuove armi nucleari, e tutto questo praticamente nell’ombra… non so se comprende, signorina… la comunità internazionale ne è completamente all’oscuro. Si tratta di esperimenti pericolosi e quindi potenzialmente dannosi. L’uranio è solubile in acqua e suolo… ora capisce quello che voglio dire? Stiamo accarezzando del fuoco vivo! -.

Le fece scivolare la cartellina azzurra sotto gli occhi. Margot l’aprì e ne lesse velocemente il contenuto.

- Mmm, senti senti… America, Australia e Kazakistan in combutta con Norvegia… e l’UE che dice? -.

Continuò a scorrere gli occhi sul documento.

- E chi sarebbe questo Jonahtan Hilme? -

- E’ il fisico nucleare norvegese che dirige i “lavori”, nonché l’intermediario di questo patto scomodo per tutti noi –

- Aaah! Lui sarebbe il mio “lavoro” –

- Esattamente! -

- Il suo lavoro è cambiare radicalmente i termini di questo patto. Quando? Al ricevimento dell’ambasciatore Ikrimah Nadjlla. Lì entrerà in contatto con il nostro agente Anjia Kiikorov che le illustrerà ulteriori ordini… Ora non le resta che andare a casa. Li troverà una valigia con tutto l’occorrente per la sua partenza e la sua permanenza ad Oslo -.

III CAPITOLO - CALDA SERATA ALL’AMBASCIATA

L’ambasciata era un palazzo in stile ottocentesco che si affacciava sul fiordo di Oslo. La luce dei lampadari faceva diventare ancora più luminosi gli arazzi persiani ed i vari suppellettili argentei. Margot attraversò l’entrata, attenta a non calpestare la coda del suo vestito da sera in seta nera.

- Accidenti a questo vestito! Non capisco perché non possa sceglierli io…! Cambiare nome, cambiare identità… neanche i capelli possono essere i miei… odio questo biondo, sembro una barbie. A volte ho l’impressione che questo lavoro mi stia diventando stretto – , pensò, – troppo stretto! – aggiunse, sistemandosi il corpetto davanti ad uno specchio sulle scale che portavano nel salone del ricevimento.

Il  salone era molto ampio, arredato in stile imperiale. Alle pareti e sul soffitto vi erano numerosi affreschi rappresentanti scene delle guerre persiane. Capannelli di personalità di Stato e di interpreti si intrattenevano serviti dal personale di sala. Quella luce leggera e l’olezzo di spezie rendevano la testa di Margot un po’ frastornata.

Sentì la necessità di uscire in terrazza. Respirò a pieni polmoni l’aria pungente della sera. La vista del fiordo così nero le fece venire in mente l’Urlo di Munch. Era così che si sentiva? Disperata?

Si appoggiò alla ringhiera e continuò a tirare profondi respiri.

- E’ l’aria gelida della Norvegia che le  fa questo effetto, Margot Sisley? -. Margot si girò di colpo. Una donna estremamente magra, stretta nel suo tubino in raso color porpora che esaltava la carnagione lattea delle sue spalle, cinte da un collo di pelliccia di foca immacolato.

- Come è andato il viaggio? -, chiese a Margot, guardandola con quei suoi occhi chiari come il ghiaccio,

- Spero di suo gradimento… ma non stia qui tutta sola… si goda la festa per un po’, prima di occuparsi della questione che ci sta tanto a cuore. Veda di riprendersi un po’. Se  dovesse servirle il bagno, noterà che si trova alla fine del corridoio, nei pressi degli uffici -. Sparì tra la folla lasciandola lì . Sola.

L’orchestra era lì, in un angolo della sala. Margot si aggirava col fare un po’ smarrito di chi assolutamente non capisce l’arcano motivo per il quale, quella sera, la sua presenza fosse stata richiesta in quel luogo, così lontano dal suo essere. Si avvicinò al buffet, facendosi servire dalla cortese cameriera un cocktail biancastro all’aroma di cocco.

Si voltò poi verso i presenti, in cerca di qualcosa da fare o da dire o semplicemente in cerca di qualcuno. Nella sua mente riecheggiavano le parole della donna incontrata poco prima. – Cerchi di divertirsi – .- Sembra facile -, pensò,  - lo farò volentieri appena sarò a casa mia, alla mia vita -. Guardava come ipnotizzata la figura esile e ben vestita della cantante, che dava vita a sogni d’amori lontani.

- Bella voce, non trova? -. Margot trasalì. Un uomo sulla quarantina, ben vestito, le sorrideva. Aveva il viso lievemente tirato, come di uno sottoposto a forti stress. La guardava divertito attraverso due piccoli occhi neri , ridotti quasi a fessure. Di primo impatto non era per niente attraente, eppure i suoi modi galanti, da gagà, lo rendevano interessante.

- Scusi…? Ah, la cantante si… Si, davvero una bella  voce -,  biascicò Margot, con l’aria di chi è stato appena scaraventato nel mondo reale dopo una lunga permanenza tra le nuvole.

- Ho l’impressione di aver interrotto un intenso discorso con il suo cervello -, disse in tono ironico l’uomo.

- Di sicuro era un discorso divertente, molto più di quelli che posso intrattenere in questa sala -, ribattè Margot falsamente offesa.

- Oh! Sicuramente, signorina…-.

- Madison. Janet Madison, interprete inglese in servizio presso l’ambasciata – disse, porgendo la mano al suo interlocutore

- Piacere, Jonthan Hilme. Al suo servizio.-

- Adesso non esageriamo… un noto fisico nucleare a disposizione mia, una semplice interprete…? – disse  Margot con fare da civetta.

Quell’ultima battuta fece rimanere Hilme davvero stupito. Margot se ne accorse, soddisfatta.

- Ho detto qualcosa che le ha dato fastidio? –

- No, no si figuri, lasciamo stare. Senta, le va di fare un giro con me fuori da questa sala? L’aria inizia ad essere pesante e poi tutte queste persone… solo fastidio! –

- Va bene! Tanto penso che non sentiranno molto la mancanza di un’interprete e di un noto fisico-, disse Margot, guardandosi intorno.

Uscirono dalla sala dalla porta laterale sinistra, immettendosi in un lungo corridoio fiocamente illuminato da appliques vitree, che al passaggio dei due corpi creavano ombre dalle forme inquietanti. Lo percorsero tutto, fino ad arrivare in una stanza piccola, ma arredata con stile. Il mobilio era in legno massiccio in stile ottocentesco. La libreria, che correva lungo quasi l’intero diametro della stanza, era piena zeppa di libri e suppellettili varie in stile etnico. La scrivania in noce era posta quasi al centro della stanza. Sul ripiano in vetro soltanto un set da ufficio e un portafoto in argento, ad illuminarla una piantana etnica .

Hilme estrasse una chiave dalla tasca del suo abito scuro, aprì un cassetto della scrivania e prese una cartellina trasparente, posandola sul ripiano.

- Scusi la mia domanda, ma cosa siamo venuti a fare in questo posto? Pensavo dovessimo fare un giro per l’ambasciata – , disse Margot. Un lieve sorriso sarcastico le inarcò le labbra.

- Credevo avesse gradito il giro turistico che le ho fatto fare Janet… o devo chiamarla Margot Sisley agente segreto al servizio dell’Inghilterra? -

Margot gli si avvicinò talmente da poter percepire ogni curva del suo corpo. Portò le labbra verso il suo orecchio, facendogli percepire il caldo e breve abbraccio del suo fiato caldo. – Vedo che l’ho particolarmente colpita se ha preso informazioni così dettagliate sul mio conto, Hilme –.

- Si, devo ammettere che trovo molto eccitanti le donne con le cicatrici sul viso, signorina Sisley -, rispose Hilme, ruotando lentamente il viso verso di lei avvicinando le labbra alle sue, – e mi piacerebbe molto poter approfondire questo discorso  ma…-.

Prese la cartellina dalla scrivania e gliela pose sotto il naso. – …Ma credo che questo le interessi di più.-

Margot la prese dalle sue mani. La sfogliò. Si trattava dei documenti che cercava.

- E secondo lei io sarei così stupida da credere che questi siano i documenti  buoni, e che lei così generosamente me li stia donando…?-, rise.

- Non potrei avere un mio tornaconto personale in questo benefico scambio? -

- Davvero…? E quale?! -, proruppe Margot.

- A giorni ci sarà un incontro informale tra Kazakistan  e  America, per la costituzione di un cartello che regoli la  progettazione di armi nucleari avvalendosi di nuove metodologie per il trattamento dell’Uranio. Intendono tirar fuori l’Europa escludendo momentaneamente la Norvegia, in quanto si stanno appoggiando a noi per queste nuove ricerche. Questi esperimenti sono altamente inquinanti. Il mio staff teme il disastro ambientale e la Corona Norvegese teme serie ripercussioni da parte degli altri Stati, specialmente dell’ UE… Io, personalmente, temo per la mia vita. Come vede ho tutti motivi per impedire che quest’accordo vada in porto -.

- E qual è la mia parte, in tutto questo? -, chiese Margot. - Beh… Io aiuto lei e lei aiuta me. Potremmo giungere ad accordo, no? -

- Uno scambio! Lei mi chiede di barattare la sua vita con dei miserrimi pezzi di carta? – disse Margot in tono quasi compassionevole, alzandosi man mano il vestito fino a scoprire le sue cosce. Assicurata al reggicalze brillava la sua Colt 45. Hilme non ebbe neanche la possibilità di muovere un muscolo, che un gelido proiettile gli perforò il cervello, facendolo schizzare in aria.

Margot rimase lì un attimo a guardarlo giacere senza vita sul pavimento. Il sangue fuoriuscito dal suo corpo andava a comporre quello che sembrava un lago purpureo.

Estrasse i documenti dalla cartellina, infilandoli nella scollatura. Uscì in fretta dalla stanza.

IV CAPITOLO - ANJA

Appena fuori dall’ambasciata senti l’aria gelida torturarle il viso. Si avviò a piedi verso il suo albergo. Appena in camera sentì i polmoni riempirsi nuovamente d’aria. Entrò nel bagno e rimase un tempo indefinito a guardare la sua immagine riflessa nello specchio. Aveva ancora piccole tracce di sangue sul volto. Lo lavò via con gesti spasmodici .

Si tolse di dosso i vestiti, lasciandoli cadere in un angolo del pavimento, e aprì il getto d’acqua calda, sotto il quale  cercò di rilassarsi. L’acqua le dava un senso di liberazione. Si sentiva finalmente pulita.

Non ebbe neanche il tempo di asciugarsi, che sentì bussare insistentemente alla porta. Quasi istintivamente prese la pistola ed aprì, puntandola al naso di Anja, che la guardò impassibile.

- Ehi, piccola! E così che mammina ti ha insegnato ad accogliere le persone? – disse entrando nella stanza, lasciando Margot sullo stipite.

- E la tua non ti insegnato che si avvisa, prima di decidere di fare visita a qualcuno? Specie quando l’ora è tarda e la persona in questione vorrebbe riuscire a dormire?-

Anja, non curante delle parole di Margot, si servì dal frigobar un Martini e si accasciò su una poltrona soffice posta ai piedi del letto.

- Posso sapere cosa vuoi da me? –

- Quanta fretta -, rispose Anja con tono annoiato, – hai fatto fare un bel viaggetto ad Hilme. Brava! Davvero brava. – E’ questo che mi dovevi dire? Beh… grazie, ora posso andarmene a letto -, rispose Margot, seccata.

Anja si alzò dalla poltrona e si avvicinò a Margot, poggiata all’anta dell’armadio.

- Ma anche io sono stata brava. Questa è la documentazione dell’operazione, alla quale credo che possiamo anche dire addio – disse, passando l’angolo della cartellina sulla cicatrice del viso di Margot e poi giù sull’asciugamano che fasciava il suo corpo nudo, facendolo cadere.

- Ma sei pazza? -. Margot si abbassò per riprendere l’asciugamano ai suoi piedi, ma incontrò soltanto le labbra calde di Anja.

Ricadde sul letto, nuda. Anja le prese fra le mani il seno, sfregandolo prima lentamente e poi con una certa forza.

Provò una certa eccitazione risalire dal suo sesso. Prese la testa di Anja fra le sue mani e la baciò con violenza, alternando lingua e lievi morsi.

Anja si rialzò, e fece scivolare ai piedi del letto il suo vestito color porpora. Era nuda. Nuda su di lei. Con movimenti lenti  fece sfregare i due sessi. Gocce di umori scendevano come lacrime tra le loro gambe. Un urlo prima gutturale e poi sempre più acuto fece intendere che Margot aveva raggiunto l’apice del suo piacere.

Era quasi giorno. Margot si alzò dal letto, prendendo l’ asciugamano rimasta a terra dalla sera prima. In piedi accanto al letto rimase a guardare il corpo nudo di Anja. Così morbido e bianco, ora le faceva quasi tenerezza. A questo pensiero, dentro di sé, sorrideva.

Aprì il cassetto del comodino a fianco al letto e ne estrasse la  pistola. La caricò. Avvicinò il suo viso a quello di Anja. Tra i suoi capelli corvini ne percepiva l’odore. Posò la bocca sul suo collo, assaggiandone con la lingua il sapore. Questo fece sussultare Anja.

Aprì gli occhi, lentamente. Poi li sgranò. Le si riempirono di paura e poi niente. La loro vitalità fu scaraventata fuori dal corpo da un proiettile che le aveva perforato la nuca .

I suoi capelli si raggrumarono col sangue che fuoriusciva, dandogli un odore vomitevole. Il suo viso assunse un’espressione di terrore eterno, il suo corpo rimase lì inerme e latteo . Era bellissima.

EPILOGO

Margot cercò velocemente di togliere via ogni traccia di morte da quella stanza. Ricoprì il corpo ormai senza vita di Anja con il lenzuolo, il sangue si imprimeva sulla stoffa disegnando una figura raggelante. Si gettò sotto la doccia, ma questa volta non riusciva a far scivolare via con l’acqua la presenza di Anja dal suo corpo, la sentiva ancora calda su di lei, sentiva la voluttà di quei baci, provava ancora una strana eccitazione. Si strofinò ancora più violentemente la spugna insaponata sul corpo. Voleva scacciare quel ricordo che le stava dando ossessione.

Si rivestì velocemente, infilandosi i jeans e il dolcevita nero, ma la sua mente improvvisamente si ricordò di un dettaglio fondamentale. Si chinò a terra e vide lì vicino, ai piedi del letto, la cartellina con la documentazione.

Aprì poi la sua valigia e ne estrasse dei fogli, quelli che le erano stati dati da Hilme.

Posò tutto sul letto vicino al corpo di Anja. La visione di quei pezzi di carta le provocò un forte senso di nausea.

Si guardò allo specchio posto davanti a lei. Era tutta quella storia a provocarle quel forte senso di schifo?

- Ti odio stronza, odio quello che sei, odio la mia vita e odio il mio lavoro. Un’assassina a piede libero. Sei solo una marionetta -, urlò Margot alla  sua immagine riflessa.

Prese la cartellina e la sua valigia, e scappò fuori dall’albergo. S’incamminò a piedi lungo il marciapiede che costeggiava il fiordo. si sedette a terra e iniziò a strappare con forza e disprezzo quei documenti. Li ridusse a mille piccoli brandelli.

Scavalcò la ringhiera. Il vento iniziò a soffiare forte, e prepotentemente portò via i frammenti di carta. E con essi il suo corpo. Away.

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2 Commenti

  • Wow, ho letto il testo tutto d’un fiato. Sensuale e intrigante, complimenti.

  • O_O che flash! Tutto questo sangue, tutto sto casino per poi suicidarsi, e non darci la benché minima idea di cosa stesse facendo (era una marionetta ben addestrata!). Povera Anja. In generale, è un’idea carina, anche se qualcosa -non tanto- andrebbe rivisto nella forma. E, dannazione, deve piacerti davvero tanto lo stile etnico, eh? :)

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