La storia di Rosalia
-Per favore, cappuccio e brioche
Qualcosa sul bancone attirò la mia attenzione…come quel giorno di 20 anni prima.
L’appartamento al quarto piano di quel caseggiato in periferia, aveva conosciuto giorni migliori.
“Trilocale con cucina abitabile” annunciava il foglietto affisso sul bancone del bar, che ogni mattina, alle 7, mi vedeva lì, mezza addormentata, mentre chiedevo il solito cappuccio e brioche, prima di andare al lavoro. Ero andata a vederlo, quell’appartamento. Tre stanzette, un cucinotto e un balconcino avrebbero accolto, di lì a poco, me e i miei pochi bagagli. Finalmente avrei potuto lasciare il pensionato dove alloggiavo ormai da tre anni, da quando avevo lasciato il mio paesino nell’entroterra siciliano e, con un misto di entusiasmo e di incoscienza, ero arrivata lì, alla stazione di Milano. Non c’era un vero motivo che mi aveva convinto a lasciare genitori e amici. Solo una sorta di insoddisfazione, qualcosa che nemmeno io sapevo spiegarmi, un’inquietudine interiore che avrebbe potuto trovare il suo sfogo solo in un cambiamento.
Il primo periodo non è stato semplice. La sistemazione nel pensionato. La ricerca di un lavoro occupava gran parte della mia giornata. I miei pochi soldi in tasca, appena sufficienti per un panino a pranzo e un caffè, non mi lasciavano certo la possibilità di avere grilli per la testa. Il diploma di ragioniera, ben custodito in valigia, mi era servito come lasciapassare per un posto di segretaria in una grande azienda. Avevo cominciato, un lavoro di routine, ma mi piaceva. Orari fissi, nuovi colleghi, le telefonate a casa, le raccomandazioni di mia madre facevano scorrere le mie giornate , una dopo l’altra in modo sempre uguale. E dopo tre anni, finalmente…il mio appartamento.
20 anni…erano passati 20 anni. Non potevo crederci! Rivivevo ogni momento, come se fosse accaduto il giorno prima.
La mia vita, ne respiravo ogni sensazione, mentre aspettavo cappuccio e brioche, anche quella mattina, prima di andare al lavoro.
Giorgio. Era piombato nel mio ufficio così, all’improvviso:
-C’è il di di di direttore?
La sua balbuzie mi aveva fatto sorridere.
I suoi occhi mi avevano fatto innamorare.
Era cominciato così tra noi, senza rumore, senza clamore, senza campane a festa.
Solo un sentimento. Un sottile senso di benessere, qualcosa che ti appaga in tutte le cellule del tuo corpo, lentamente, intensamente. Svegliarsi la mattina e avere la profonda consapevolezza di non essere più soli.
La nostra vita insieme, la nostra convivenza. Non avevamo mai sentito il bisogno di affidare alle carte bollate il nostro amore.
Il nostro amore concretizzato nella nascita dei nostri due ragazzi.
Anni sereni di una felicità appagante.
Fino a quel giorno di pochi anni prima.. quel martedì tremendo, che ritornava sempre,con infinita crudeltà, nella mia vita e nonostante tutti i miei tentativi di dimenticare, era lì: freddo e implacabile, come sempre.
Il mio consueto gesto di girare lo zucchero nel cappuccino, cominciò a essere incerto. La brioche, rimasta a mezz’aria, in una strana e quasi ridicola fissità. Davvero uno spettacolo poco edificante per i soliti avventori del bar, lì alle 7 del mattino. Ma io non me ne accorgevo. Non li vedevo nemmeno, come mi succedeva sempre, quando involontariamente mi assalivano i ricordi.
TU MO RE. Solo tre sillabe. Solo tre sillabe nelle mie orecchie. Solo tre sillabe davanti ai miei occhi.
Come possono tre stupide e insignificanti sillabe trasformare la tua vita in un inferno? La vita di Giorgio, in un inferno. E la mia vita. E la nostra vita. Quello che è successo dopo, non so descriverlo, non so ricordarlo.
Solo FINE…FINE…semplicemente, crudelmente, inesorabilmente FINE
Continuavo a rivivere quei momenti di 10 anni prima, tormentandomi e lacerandomi inutilmente.
Quel giorno, con una telefonata, mi liberai dalla giornata di lavoro.
Due fermate della metro mi separavano da quel caseggiato in periferia, che già da anni avevo lasciato per il trasloco, che avrebbe dovuto dare una svolta alla mia vita.
Andar via di là avrebbe dovuto aiutarmi a dimenticare. Per un po’ la nuova casa, i miei figli, i miei amici avevano quasi operato il miracolo. Ma poi bastava una musica, un odore, un sapore antico per riportarmi subito indietro. Dio, quanto mi mancava!
Era la prima volta che ci ritornavo.
Il caseggiato era là. Al quarto piano non c’erano più i gerani sul davanzale, né la gabbietta dei canarini sul balcone. Per il resto…tutto invariato: i soliti panni stesi ad asciugare, le solite vicine che si parlavano da un balcone all’altro, i soliti bambini urlanti nel cortile. Nulla era cambiato.
Già, proprio nulla.
I ricordi si accavallavano, si affollavano dentro di me: la sua ridicola balbuzie, il suo viso splendente di orgoglio alla nascita del nostro primo bambino, il suo modo di chiedere scusa, il suo modo di fare l’amore… In piedi davanti al caseggiato, avevo riscoperto un nuovo modo di ricordare e una nuova consapevolezza si era impadronita di me.
Sì, non l’avrei mai dimenticato, ma il suo ricordo non mi avrebbe più provocato dolore, ma una nuova forza. La forza di chi ha vissuto intensamente ed è riconoscente alla vita per questo.
Il giorno dopo: ore 7, nel bar, prima di andare al lavoro.
E nella mia voce un nuovo accento:
- Per favore, cappuccio e brioche.










In carica...



















TI SUPERI SEMPRE!!!!!!!CONGRATULAZIONI…RESTIAMO IN ATTESA DEL PROSSIMO