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“Contro ogni ragionevole dubbio – Parte 1″ di Carmine Bussone

Alzarsi alle quattro e un quarto del mattino non era una novità per Marco. Un viaggio o una partenza la mattina presto o quando gli venivano gli attacchi di colite e non riusciva più a riaddormentarsi. Ma alzarsi quando il sole è ancora là dietro per andare a fare la fila fuori al carcere per un colloquio no, quello mai. Le quattro e un quarto non sarebbero state più così insignificanti. Riuscì a parcheggiare vicino all’ingresso, che dava sul mare, a pochi passi da una rotatoria che, essendo ancora vergine del traffico e con quella luce, poteva essere anche una bella piazzetta storica. Non c’era molta gente vicino al portone blindato e le attese di trovare chissà quale fauna umana all’esterno di un carcere vennero smentite. C’era una signora bionda con una tuta chiara che teneva a bada due bambine che si contendevano un pezzo di passeggino, due anziane e un signore in visibile sovrappeso coi capelli unti e ricci che fumava. Marco si accostò ad un paletto e, sperando che il panzone non gli desse a parlare per solidarietà maschile, vi si appoggiò per aspettare che si facessero le sei e mezza. Entrò e superò tutti i controlli: documenti, modulo per la richiesta del colloquio e il suo casellario giudiziario. Per tutto il tempo Marco era convinto che il poliziotto che faceva i controlli avesse fatto qualche pensiero strano su di lui, che al contrario degli altri era vestito decentemente. Ma adesso che ci pensava, la faccia da quasi bambolotto che aveva e che nemmeno i suoi trentaquattro anni erano stati capaci di eliminare, aveva sempre lasciato pochi dubbi sulle sue intenzioni. Voleva una faccia cattiva, Marco. Forse non avrebbe avuto altri desideri sul resto del corpo. A parte la pancetta e la leggera stempiatura al resto si era abituato. Ma alla faccia no. Non riusciva manco a guardarsi allo specchio e a volte si lavava i denti con gli occhi chiusi o guardando l’acqua che scorreva. Oppure si pettinava lontano dallo specchio.

Si sedette su un rottame di sedia di ferro gelida e si appoggiò al tavolo bianco coi gomiti stropicciandosi gli occhi. Tutto intorno era pulito e gli altri tavoli con le altre persone a colloquio sembravano distantissimi. Poi arrivò lei. Era bellissima, anche con la camicia celeste e quei pantaloni larghi blu scuri. I capelli neri le scendevano sempre fluidi sulle spalle Se non avesse avuto gli occhi scavati e scuri e uno zigomo con un graffio Marco avrebbe
detto che era esattamente come se la ricordava l’ultima volta che l’aveva vista.

“Ciao.”
“Ciao.” – Fece lei aggiustandosi i capelli in una coda.
“Che cazzo ci fai qua?” – Proseguì.
“Parli come una che ha ucciso qualcuno.”
“Qui sono bravi a farti sentire così.”
“Alla fine sei qui dentro solo perché hai fatto resistenza.”
“Mi hai già stancato, perché sei qui?”
“Volevo guardarti negli occhi. E volevo dirti grazie.”

Con gli occhi fissi davanti al distributore di bibite Marco digitava come un automa il numero cinquantaquattro, corrispondente alla bottiglietta di acqua naturale. Mentre si chinava a prenderla pensava a quando era arrivato in azienda e di come alla fine era felice di doversi leggere solo due contratti ogni tanto. Ora, invece, doveva farsi un culo quadrato perché non aveva esperienza in quel campo. Non aveva mai curato progetti secretati e non conosceva minimamente le normative che gli avevano dato da esaminare. Quindi un po’ per non fare una figura di merda davanti ai suoi superiori e un po’ per non sentirsi inferiore davanti ai suoi colleghi aveva preso quell’incarico che a lui stava decisamente largo. Ruppe il sigillo del tappo e in quell’istante cominciò il vociare di gente che si avvicinava. Marco ebbe un brivido

“…e quello Marcolino sta qua…” Fu la prima cazzata pronunciata da Armando, un suo collega anche lui avvocato, stra-raccomandato e pallido imitatore di Lapo Elkann, dal quale Marco non si sarebbe fatto scrivere nemmeno una lista della spesa.
“Marcolino, hai finito l’aggiornamento di oggi per il direttore?” Lo incalzava davanti alla cricca di colleghi.
“Si’, glie lo porto dopo, e tu hai finito adesso di fare lo stronzo?” fece con un sorriso falsissimo per nascondere il fatto che in realtà era più serio che mai.
“Aaaah Marcolì che ti possano…” Talmente coglione che l’aveva pure bevuta.

Marco si rimise alla scrivania mentre il calore del suo portatile gli dava già fastidio e vide che era quasi ora di andar via. Aveva quasi paura di tornare a casa. Viveva solo. La cosa gli dava di sicuro un sacco di libertà, ma gli procurava silenziosamente delle angosce che non si sarebbe mai immaginato. Aveva paura di lasciare le chiavi fuori di casa per sbaglio. Certe volte si alzava pure alle due di notte nel mezzo del sonno per accertarsi che avesse messo il mazzo nello svuotatasche all’ingresso. Gli veniva l’ansia per niente, anche se una finestra sbatteva. Alle volte aveva perfino paura che qualcuno volesse ucciderlo. Magari aveva guardato qualcuna senza volerlo al supermercato o al parcheggio ed era convinto che il marito o il fidanzato l’avessero seguito per ucciderlo o quantomeno pestarlo a sangue. Oppure gli era capitato di pensare ad alta voce senza volerlo qualcosa di sgradito a qualcuno, mentre era nell’androne del palazzo o mentre saliva le scale e quel qualcuno l’aveva sentito e glie l’avrebbe fatta pagare. Aveva individuato anche il suo punto debole: quando rincasava in macchina e la rimetteva in garage. Sarebbe stato un ottimo momento per ucciderlo, era totalmente indifeso mentre usciva dall’auto e il rumore del motore avrebbe coperto le grida di aiuto. Nelle serate in cui il panico lo assaliva era cacchio di metterci anche venti minuti prima di posare la macchina e salire. Ma al di là di tutto restava implacabile l’unica verità: che lui era solo. Non aveva mai avuto una ragazza. A quasi trentacinque anni non aveva ancora nemmeno sfiorato la pelle di una donna. Non aveva mai avuto il coraggio di parlare a qualche individuo di sesso femminile. Aveva paura. Gli si era sedimentata nel cervello la convinzione che lui no, una donna non l’avrebbe mai potuta avere. I fatti intorno a lui gli davano anche ragione in fondo: nessuna l’aveva mai cagato più di tanto; che a lui risultasse non era mai stato minimamente appetibile per nessuna fra le sue conoscenze o amicizie fugaci o meno. Non era strano né anormale, né fuori né dentro. Solo che il destino aveva concentrato in lui tutte le improbabilità dell’accoppiamento umano, definendolo come l’uomo che non poteva e non avrebbe mai avuto una donna.

Tornò a casa e manco un killer lo stava aspettando. La giornata volse alla fine fra una simmenthal buttata su un piattino di carta e una coperta di cotone fredda.

“Marcoli’ oggi viene la sostituta di Rossana, ce l’hai ancora quelle slide iniziali sul progetto?” Disse Armando in un tono serio, inadatto al personaggio ma che lo rendeva stranamente sopportabile da Marco.
“Sì, dovrei avercele ancora qui sul computer, altrimenti ce le ha di sicuro il capo-area”
“Ah bene allora appena le recuperi le facciamo questa presentazione. Adesso e’ giù che sta aspettando me. Ma il colloquio questa con chi l’ha fatto?”
“Che ne so, mica sono del personale.”
“Pare che quasi nessuno sapesse che doveva venire…boh, comunque adesso la vado a prendere.”

Marco quasi non aveva prestato attenzione a quello che gli era stato detto ed aveva continuato a lavorare con gli occhi sullo schermo finché il silenzio del corridoio non venne interrotto dal rumore di tacchi. Il passo era abbastanza lungo a giudicare dall’intervallo dei ticchettii e questo gli fece istintivamente girare la testa verso l’uscita dove la vide e per la prima volta vide tutto insieme, come in un boato di luci e suoni, tutto quello che una donna avrebbe dovuto significare per lui. L’olivastro della pelle e gli occhi marroni della corteccia secolare, il seno che respirava insieme a tutto il corpo e le gambe che accompagnavano quel busto fino a terra, non troppo in alto ne’ troppo in basso, facendolo fluttuare su due piedi che non esprimevano né fatica né rilassamento. Era il Big Bang, erano tutti i fischi dei microfoni di tutti i concerti a cui era stato. Erano le prime seghe che si era fatto, quando non esisteva ancora nessun limite. Nonostante questo il cervello di Marco ordinò di reagire con la faccia ferma e senza espressione e il corpo ancora rilassato.

“Marco lei e’ Daria, è venuta a sostituire Rossana per l’amministrativo.” – disse Armando con un tono irritantissimo.
“Ciao, Marco…”
Non diceva mai piacere perché lo trovava cafonissimo e aveva tenuto questa abitudine perché era una delle cose che non gli pesava fare in modo diverso dal resto del mondo.

“Ciao, piacere. Io sono Daria.”
Le strinse la mano e non poté non notare che non si teneva distante come le altre donne che conosceva. Non aveva il braccio tesissimo per segnare una distanza, né gli aveva buttato in mano una sogliola morta. Ancora una volta il cervello di Marco aveva scelto di sottolineare questa scoperta felice senza alcuna espressione. La voce di Armando continuò:

“Marco ti illustrerà il progetto di cui stiamo curando la parte legale e tutto quello che è consentito conoscere al tuo livello.”
“Sì, quando volete. Il tempo di sistemarmi sulla scrivania e sono da voi.”
“Ok, ti aspettiamo nella sala riunioni.”

Daria girò verso il corridoio e appena lo imboccò Armando proferì con la finezza che contraddistingueva la sua persona: “Hai visto che bella patatona? Questa mi ci metto di impegno ma non me la faccio scappare.”
“Piuttosto prendi il tuo portatile e attaccalo al proiettore in sala riunioni, che ti do la presentazione, coglione.” – Sempre col sorriso tirato che simulava uno scherzo fraterno ma mascherava la gelida verità delle parole di Marco.

Le fecero vedere una sequela di slide ognuna con il logo dell’azienda in alto a destra e con dei grafici dal vago sapore di copiaincolla per mostrare il progetto a Daria. Lei faceva domande, sembrava davvero interessata. Marco ogni tanto la guardava con il limite del suo campo visivo e la vedeva quasi persa nell’immagine illuminata sul muro. Armando aveva un’erezione ogni volta che lei chiedeva qualche dettaglio sulle definizioni legali e doveva rispondergli da finto duro : “Eh mi spiace, questi non sono dettagli ancora rivelabili.” oppure “La vuoi finire di fare domande che non puoi farmi, birichina?”. Lei rideva. Per tutto il giorno fu portata a spasso per l’azienda, nei magazzini, negli altri uffici, perfino nella cucina della mensa. Fece amicizia e collezionò due inviti a cena.

Marco spense il PC. Mezz’ora dopo sollevava la fredda serranda del suo garage. Uno sguardo in giro e poi di corsa dentro. Di notte aveva le palpebre con una sbarra che le bloccava in posizione aperta, il sonno aveva dimenticato cosa fosse. Mise il cuscino in posizione orizzontale, lo strinse e vi appoggiò la sua testa inarcata. Dormì.

“Ma quella nuova è arrivata ieri?”
“Sì, sta al secondo piano.” “Ma è vero che è stata quasi una sorpresa?” “Boh, ho solo sentito che ancora non si è capito come mai è qui, cioè pare che nessuno sappia con chi ha fatto il colloquio.” “Sarà venuta tramite agenzia di lavoro…”

Questi discorsi si rincorrevano alle spalle di Marco fra persone che facevano a gara a dire cose nella maniera più banale possibile, come in un patetico corso di recitazione per principianti. La bottiglietta numero cinquantaquattro uscì dal suo blocco e cadde col solito tonfo.

“Marco ma questa lavora con te?” – Chiese Livio, un suo collega di un’altra area aziendale.
“Per adesso le abbiamo fatto vedere giusto qualcosina, e’ venuta a sostituire Rossana che sta in aspettativa.”
“Ho capito, ma ti pare preparata?”
“Non saprei, ancora dobbiamo fare praticamente niente insieme.”

Marco indietreggiava velocemente simulando fretta per smarcarsi dalle domande stupide e riuscì a fuggire nel suo ufficio. Daria lo attendeva davanti alla sua scrivania in una tenuta molto più comoda di quella del giorno precedente, ma che non ne diminuiva affatto l’attrattiva.

“Ciao”
“Ciao, come mai qui?”
“Armando mi ha detto di chiederti la procedura di servizio per esaminarla. Oggi lui non c’è.”
“Si’, certo. Accendo il computer e te la mando.”

Mentre faceva il giro della scrivania notò le braccia scoperte e leggermente in carne di Daria che gli diedero un piccolo attimo di piacere. Il PC si accese facendo apparire la copertina intera di Exile on Main Street che Marco usava come sfondo.

“Wow! I Rolling Stones!”

Marco rimase sorpreso da quella esclamazione. Non solo perché conosceva i gusti medi delle femmine che gli erano intorno, ma anche perché da quando usava quello sfondo nessuno aveva mai azzeccato cosa fosse. La top tre dei tentativi era:

1.“Sono foto segnaletiche?”
2.“E’ una bacheca?”
3.“E’ l’album di famiglia?”

Si girò verso di lei e disse:

“Sì, conosci questo album?”
“Sì, e per dirtela tutta preferisco Mick Taylor a Ron Wood”
“Ah si’?” – Anche Marco era della stessa opinione. E la sorpresa aumentò di intensità.
“Sì, il riff di Hey Negrita mi fa impazzire.”
“Allora dovresti ricrederti.”
“Perché?”
Hey Negrita sta su Black and Blue, che è del ’76. Mick Taylor andò via nel ’74”
“Ah…” con una voce da ragionamento troncato senza possibilità di recupero. Continuò: “…eppure ero convinta…bah.”

(CONTINUA)

Foto di Carmine Bussone

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    1. Scritto da Ricevuto e volentieri pubblicato at Kind Of Blog il 15 giu ’10 alle 11:32

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