Racconti — 6 apr ’10 14:35

“Dancing, over there” di Carmine Della Pia

Ottobre, 1995

La pioggia batteva sui capelli di Monique come chiodini che tentavano di intrufolarsi nella testa.
Il suo volto, impassibile, tradiva una certa irrequietezza, i suoi occhi, una lieve nostalgia. Era alla fermata dell’autobus circondata da gente che cercava di ripararsi da quello che sembrava l’inizio di un gran temporale.
A Monique piacevano i primi giorni di ottobre.
Amava uscire ed essere sorpresa dai primi venti autunnali, dalla foschia ritrovata dopo i canonici tre mesi di afa.
Parigi era pronta ad accogliere le foglie morte sui prati, la brezza leggera ma freddissima. La Tour Eiffel si preparava a guardare la folla di ombrelli e di impermeabili planare ai suoi piedi, tra il Trocadero e il Palais de Chailot, e ancora tra le meste strade che circondavano la Senna.
La linea 124 tardava ad arrivare, così c’era chi decideva di sfidare la tempesta ed improvvisare delle buffe corse, chi tentava di ripararsi con le valigette da lavoro e chi, ancora, correva da un palazzo all’altro, cercando riparo sotto i minuscoli tetti degli alberghi, già maestosamente illuminati in decorazioni quasi natalizie.
Monique restava lì, immobile, ad aspettare la via più veloce per vedere Justine danzare ancora.
Non l’aveva più incontrata, da molti mesi.
L’anno precedente lo ricordava come il periodo più buio della sua vita, dopo quell’atroce giorno di luglio.
Ogni notte Monique incontrava Justine e le sorrideva. Passeggiavano insieme per i viali alberati della Senna, mangiavano il gelato sul ponte, in estate, e bevevano grandi tazze di cioccolato caldo se fuori era freddo. Nell’Avenue des Champs-Élysées, la piccola tirava fuori le scarpette dalla borsa e si raccoglieva i capelli in una piccola crocchia d’argento. Amava mostrare a Monique i suoi nuovi passi di danza.
Ma da pochi mesi qualcosa era cambiato, Justine era cambiata.
Durante le sue rare visite sorrideva sempre meno, guardava sua madre con rancore, in lontananza. Improvvisamente cercava di scappare, e Monique notava sul suo viso un pallore ed una vaghezza che ricordava appartenere poco a sua figlia.
Una donna molto alta, distinta, con una cartellina nera tra le mani, le osservava da lontano, proprio nel momento in cui Justine scappava via.

Luglio, 1995

Justine aveva preso la sua decisione. La sua gamba destra la tradiva ogni giorno di più, le lezioni di Jerome, il suo maestro di danza, sembravano vani tentativi di riportare in vita un’energia che sembrava ormai svanita. La piccola decise che si sarebbe sottoposta alla fisioterapia.
Monique aveva cercato di tenere sua figlia lontana dall’ospedale. Parte degli ultimi vent’anni della sua vita li aveva trascorsi proprio lì, nell’ospedale Sainte Marguerite, dove prestava le sue cure ai fratellini dei bambini ricoverati. Più che una dottoressa, si considerava un’assistente, un appoggio per coloro che non potevano far altro che attendere la convalescenza dei familiari. Così, i corridoi freddi e poco colorati dei reparti erano stati sostituiti da due grandi stanze piene di giochi e colori che gestiva totalmente da sola.
Nonostante trascorresse i tre quarti delle sue giornate in quelle due stanze colorate, decise che Justine, a dieci anni, non avrebbe iniziato la sua adolescenza in un ospedale.
Per questo motivo, dopo la scuola, Jerome accoglieva la piccola nella scuola di danza antistante l’istituto in cui studiava. Ciò che iniziò come un semplice passatempo, divenne per Justine una vera passione, che Monique assecondava con piacere.
Erano i primi giorni di luglio quando Jerome si ammalò. La sua influenza gli impedì di lasciare anche solo un messaggio alla segreteria del telefono di Monique, così Justine capì che quel giorno non ci sarebbe stata alcuna lezione: il portone era sbarrato.
La piccola decise di tornare a casa, senza curarsi di avvertire una delle insegnanti che, dopo l’orario scolastico, restavano alle loro scrivanie per la correzione dei compiti.
La strada che portava alla fermata dell’autobus sembrava sgombra, quando un’auto sopraggiunse e spinse Justine sul marciapiede opposto.
Dorothy Claybourne, la giovane donna inglese a bordo dell’auto, soccorse la piccola e chiamò un’ambulanza.
Monique giunse in ospedale solo per incontrare Dorothy nei corridoi, in compagnia di alcuni agenti che la scagionavano da ogni accusa: il semaforo, in direzione del pedone, era rosso, e la piccola si era chinata a raccogliere una matita scivolata dal suo zainetto.

Ottobre, 1995

L’autobus era arrivato ma ormai c’era poca gente ad aspettarlo.
Lo studio dell’avvocato presso qui Monique aveva un appuntamento serale distava poche miglia dalla Rue de la Catalane, lì dove l’autobus 124 l’aveva lasciata.
Una sola volta le due donne si incontrarono: ai funerali di Justine.
Aveva indosso una mantella nera, non osò avvicinarsi alla famiglia, osservò il tutto in lontananza. Eppure, sul finire della funzione religiosa, Monique, seduta ai lati della chiesa, fumava una sigaretta quando sentì la donna pronunciare alcune frasi, in un francese molto stentato.
“In qualche modo, quella sera sembrava che la piccola ballasse. She’s dancing over there, don’t you think?
Monique sapeva che di sera la segretaria raggiungeva la copisteria più vicina per stampare gli ultimi rapporti utili, così scavalcò il piccolo cancellino verde dell’edificio e bussò direttamente alla porta.
Monique entrò nel largo ascensore pieno di specchi dell’edificio 7 e spinse il tasto 5.
Si specchiò a lungo, e tutto ciò che vide furono capelli rossi spettinati e fuori dal cappuccio, bagnati e sfibrati. Due occhi celesti e inespressivi fissavano a lungo punti vaghi, la bocca carnosa si ritirava in strane smorfie provocate dal freddo. Aveva al collo la sciarpa rosa di Justine.
Una donna molto alta, distinta e con una cartellina nera tra le mani le aprì la porta, ed il suo largo sorriso si trasformò, in pochi istanti, in un cerchio aperto che cercava di cacciare fuori dei suoni.
Monique De Beavouir, il giorno 8 ottobre del 1995, aveva tirato fuori dalla borsetta una SIG Mosquito dell’85 con silenziatore ed aveva sparato dritto allo stomaco di un avvocato inglese.
Goodbye”, disse in silenzio, e riprese l’ascensore.
Allontanandosi dall’edificio 7, Monique intravide la segretaria con un mucchio di scartoffie tra le mani. Si girò un’ultima volta verso il portoncino verde recante la scritta “Avvocato penalista, Dorothy Claybourne”.

Monique, riprese lo stesso autobus per tornare a casa.
Nell’uscio tolse via i vestiti bagnati, le scarpe ormai sudice, un ombrello che non era sicura di poter utilizzare nuovamente.
Sul divano del salotto d’ingresso si accasciò e si abbandonò in un lungo sonno.
Da quella sera, Justine tornò nei suoi sogni.
Dopo quella sera, Justine riprese a ballare, ancora, in qualche modo.

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