In quell’era di dardi e draghi, villani e maghi, ancelle e fate rapite da viandanti
Che siate in casa, al falò o tra le braccia degli amanti, placate l’ira e un bagliore vi si fissi
In questa sera maliardi e vaghi, gitani ed aghi, favelle nate e svanite per cantanti
Stiate in casa, Ivanoe e la caccia ai Sicofanti, ascoltate di Zaira e del Fiore degli Abissi
Che la sua chioma sia tela d’amor tra le pure lenzuola, suona ai mortal’ come l’ultimo assioma
Qual pupille lacustri e pelle d’alabastro aspergon’ d’amore disastri, sicché riccastri e campestri, di più lustri o giovinastri, dal disio macilenti e giallastri, chiedon’ udienza e giuran’ sugli Astri
Principessa di più dolce fatta e di nobile schiatta, fea d’ogni dama misera ratta
Sorella d’erede, cugina di duchi e nipote di giovane conte, fu dell’invidie durevole fonte
Tra balli di corte, spezie, delizie e magiche torte, c’è sempre dio Forte che apre per lei ogni sorta di porte
Ma in valli di morte, mestizie, disgrazie e tragiche storte, c’è il ventre di Sorte che s’apre per lei che, se scorta, diparte!
Ebbene sì cari astanti, c’ora vi spiego, e che mai più mi vanti, se tali parol’ non saranno bastanti!
Segreto funesto rende il suo cuore piccolo e mesto
E c’ora a voi il testo, tosto, assai più del gesto, sia nunzio di questo, rapido e lesto
Al tempo che fu, trisavolo suo, eroe dell’imprese d’ardore volte a pugnare barbaro orrore,
Per serbar d’ogni suddita puella virtuoso candore, fu dell’armata il più savio pastore
Spade, lance e tenzoni all’arma bianca, poscia in salvifico antro portò la sua anima stanca
In siffatto rifugio l’arma cedette di fronte ad un fior di più raro bagliore, splendente che l’occhio s’inchina a sì grande folgore!
E come il tuonar che succede al baleno, floreali favelle s’instillan’ sì rapide e chiare al pensier’ del guerriero, come solo può far il più dolce veleno
“ Prestam’orecchio prima che il tempo s’adopri in un lampo nel renderti vecchio!
Come fior’ indifeso ad altrui mi paleso, ma a te che sei pìo qui svelo il mio io
Dapprima che l’omo ponesse sua orma sul suolo del Mondo, crebbe il mio seme da stuolo fecondo, che femmi di scienze sapiente profondo
Barbarica orda potrai tu arrestare, se in tutt’uno con me or’ vorrai diventare
A trionfi ed onori sarai consacrato ed a scienze più occulte sarai qui iniziato!
Parole mai udite in alcuna elegia: fisica, chimica e tecnologia
Ma a postilla di patto dovrai prestar fede, o progenie tue un giorno saranno mie prede!
Se fuori dall’antro vorrai divulgar tutto questo sapere, mai più discendenza potrai tu godere!
D’ogni gran lume sarai il solo vate, ma vetuste tue lune avrai qui confinate!
A suggello d’accordo che mai più io scordo, sian’ tali favelle tuo etterno ricordo!”
Giurando a quel fior’ confinato agli abissi, cavaliere trionfò e pei barbari… eclissi!
Onori e sapienze gli furon’ asperse giungendo per lui, che ad altrui non disperse
Ma all’imbrunir di sua savia esistenza, a sua parte d’accordo egli fe’ resistenza
Ad auror’ di canizie in sua fulgida chioma, disse del patto “Non è il mio idioma!”
Tradimento che fu in quel fatale momento, mai avrebbe avuto alcun medicamento
Fuggendo per terre e guadando le ere, d’erede in erede, nessuno mai seppe di sua malafede
Ma fiore paziente attese quiescente, fin quando sua ira un capro trovò nel cuor di Zaira!
Sì pura, soave ed eterea fanciulla fu fin dalla culla, che il fior, nell’immago di tale vendetta ad antico spergiuro, ogni dì si trastulla
Cercandola in regni di qua e lande di là, scovarla poté solo in maggior’età
Maghi, alchimisti, dame, guerrieri ed artisti, chi qua e chi là, salvarla volean’ da sua fatalità
Discesa per scale in nascoste segrete, Zaira incappò nella perfida rete!
Ignorando trincee sotterranee d’antico riparo a barbari ratti, ella sgomenta era scesa difatti in quell’antro di fiore che fe’ d’ importuni una trippa per gatti!
Zaira perduta e giammai così muta, rimase al cospetto non senza sospetto
Chiarito dal fiore l’antico dilemma, in Zaira fu arduo tenere la flemma
Scritto era stato in accordo con l’avo che l’inadempienza l’avrebbe pagata femminea semenza E che tanta sapienza, trasfusa da fior’ che ne fece l’essenza, avrebbe lasciato il moroso in sua tragica assenza.
E che un giorno sua erede, con gran virulenza, sarebbe finita a soffrir d’una grave demenza!
Pronta a pagar del maltolto lo scotto, pensò a suo trisavolo che voll’esser dotto
S’egli avesse veduto l’ i storia futura, avrebbe evitato siffatta sciagura!
Silente e in ginocchio, di fronte al sembiante dal pollineo grand’occhio
Poche parole rivolse alla sua direzione, prima di darle tal soddisfazione:
“ Oh Fior’ dell’Abissi di scienze vestale che rendi il congiuro una fiera spettrale,
Pria che intelletto appassisca malato, ascolta d’un Mito che ha tanto insegnato:
In quel mondo sì antico come terra d’altrove, si rapì un altro fiore… dalla mano di Giove!
Prometeo fu il nome di tal rapitore che a mortali donò quell’Olimpico Ardore
Sfidando il dettame voluto d’ogni dio, egli il fuoco rubò e fu la fine d’ogni oblio
Non potendo più l’uomo soggiogare, Giove fe’ Prometeo incatenare
Ma dimmi ora fior’ dall’occulto potere, a cosa val senza scambio aver tanto sapere?
Saper si diffonde arrecando tepore alle menti, come foco che arde sfidando li venti
Mio avo fu stolto fuggendo, lo ammetto, ché la scienza per se volea tener stretto
Ma quand’anche scappò come laido vigliacco, che arrecò sua semenza da restare qui in scacco?
Presta ascolto a sì indegna fanciulla, fior delicato, che d’ogni grandezza potresti essere culla
Non allora né ma la vendetta, ti dico o diletta, fe’ Giove capace a riprender’ la fiamma in sua olimpica stretta!
La storia per noi il verdetto ha già espresso, che bisogna star sempre più appresso al progresso
E se il vendicar è d’arcaico retaggio, la misericordia sarà per noi tutti comune vantaggio
Se tesoro più grande per se si vuol tenere, qualcosa nell’animo v’è di certo da temere
Ma ciò, credi a me, è costume da imperfetta creatura, e non per te, plasmata da divina natura!
Se poi il mio ragionar non lascia in te giammai riflessione, accetterò tua croce come Cristo fea in sua Passione!”
Nel muto e fatale istante, il fior’ guardò Zaira assorto e assai pensante
Nessun mortale mai gli parve sì eloquente, e con far sì candido e piacente
E quando l’ora fu d’un colpo ben vibrato, fiore sentenziò “ Il debito è annullato!”
E pria ch’ella potesse ringraziar con reverenza, non solo fu salvata da una vita di demenza
Rinfrescato da pietade come più gentile brezza, divino fior’ fe’ l’Uomo sapiente alla sua altezza!
S’ora abbiam’ le macchine, i satelliti, voliam’ sui Pirenei, e annoveriamo grandi il signor Fermi, Heinstein e pure Galilei, cari amici miei, lo dobbiamo solo a lei
Questo il racconto, questa la storia, che se v’aggrada per me sia la gloria
E se non v’è piaciuta… Tirate cicoria!
In carica...




















Segui Hyde Park su . . .