“E poi fu il buio” di Demian Grauss

Entrare nella stazione della metropolitana fu “quasi” un sollievo, data la pioggia che ormai batteva frenetica sull’asfalto, sui vetri e sugli ombrelli dei pochi passanti rimasti fuori. Solo una volta entrato e messo a fuoco l’ambiente circostante capii il perché di quel “quasi”! Una fiumana di persone anonime fuoriusciva da sottoterra – o dagli inferi – vomitata fuori dalle scale mobili e ognuna si indirizzava verso la propria uscita, producendo quattro file più o meno ordinate. Prendo i soldi dalla tasca, oboli per permettermi anche io un giro in giostra, faccio il biglietto e superati i tornelli lascio che le scale mobili mi inghiottano nella mia discesa. La metropolitana è uno degli ultimi posti rimasti al mondo dove puoi sentirti davvero solo e puoi permetterti il lusso di pensare. Continui cartelli pubblicitari cercano di riempire il vuoto della tua mente e si susseguono come quadri di una mostra di artisti del consenso. Il vuoto delle mie tasche che si fondono con la coscia mi fa capire che anche stavolta ho dimenticato il lettore a casa, e che i miei presagi di poco sopra non erano invano. Sceso dalle scale percorro un lungo corridoio con luci al neon che porta diritto ai binari della metro, il gusto architettonico di un futuro scadente. Il treno ancora non c’è, ma ad aspettarlo oltre me c’è un’altra folla di persone, che se non stai a guardare attentamente ognuna di esse, tutte insieme, ricordano la stessa folla che era uscita poco prima. Appoggio la schiena al muro e passa poco tempo perché il treno arrivi. Una volta fermo tutti si affrettano verso il treno, fermandosi ai lati delle porte in virtù di un tacito accordo e un reclamo bene in evidenza, senza i quali si minerebbero le basi della convivenza. Si aprono le porte e sciami di cavallette – in realtà persone – si affrettano ad uscire, rapide e quasi con sollievo e si incolonnano  in direzione delle scale, lungo la strada per la salvezza lassù in cielo. Un automatismo che sembra andare avanti, rodato, da millenni come un rituale ancestrale.

Salgo sul treno quando ormai quasi tutti i posti a sedere sono stati occupati, mentre facce tirate verso uno spasmo corrono a contendersi gli ultimi liberi. Molti restano in piedi, accalcati l’uno vicino all’altro, come ogni volta accade durante l’ora di punta della metropolitana. Mani sono issate a stringere i sostegni mentre tante paia d’occhi sono intente a fendere il vuoto, a guardare a terra, l’orologio, le fermate successive, di tutto per non incrociare un altro paio d’occhi. Arrivo in fondo al treno e, in piedi anch’io, resto nell’angolo tra la fine del vagone e le porte ormai chiuse, le braccia incrociate al petto, un osservatore di un frammento di vita. Nonostante i finestrini siano aperti l’aria inizia a farsi pesante dato anche l’elevato numero di persone stipate in quello che in queste situazioni mi pare un treno merci tedesco in corsa verso i forni. Dopo un po’ fortunatamente parte e il tanfo del primo sudore sembra diradarsi. Il rumore delle ruote del treno contro le rotaie è stridente, forte e mi coglie come impreparato. Arriva alla prima fermata, e con sconforto di tutti i presenti sono più le persone che salgono che quelle che scendono, e contribuiscono a infoltire le fila di gente in piedi. Qualcuno ancora a terra corre verso il treno, invano; le porte si richiudono e ricomincia la giostra. Un sottofondo di voci fa da contorno al temporaneo black out della vita.

Il treno arriva alla terza fermata e il numero di persone che scende sembra appena intaccare la folla che silenziosa si tiene stretta al suo sostegno, in piedi.

Poi riparte, ancora, sfrecciando dentro l’ennesimo tunnel.

E poi fu il buio!

Dopo qualche metro all’interno del tunnel il treno rallenta e le luci all’interno del vagone si spengono, dopo varie intermittenze. Il treno si ferma e una tempesta di esclamazioni e imprecazioni si susseguono, caotiche. Le luci si riaccendono, e gli animi sembrano ritornare più sereni, un piccolo intoppo nel sistema. Solo che le luci sono più fioche, più deboli, e il tempo che scorre, fermo, come il treno sui binari, lascia spazio all’idea che siano luci d’emergenza e il treno, intanto, non accenna a riprendere vita. Quasi nascosto nel mio angolo, tra la fine del vagone e le porte chiuse, assisto all’aumentare frenetico di una specie di claustrofobia di massa. C’è chi si guarda in giro come a cercare una risposta o qualcuno che ce l’abbia. La folla è compatta al centro del vagone, tuttavia sembra ravvivarsi, isterica, ora che l’arrivo alla propria destinazione assomiglia un po’ più a un miraggio. Ma la cosa che più sembra temere quel compatto pollaio è la eccessiva vicinanza degli uni agli altri, e, glielo si legge in faccia, la voglia di voler essere in un qualsiasi altro posto tranne che quello, in quel momento preciso. E in più fa caldo! Anche io comincio a sudare e un pesante odore di sudore e frustrazione si spande per tutto il vagone. I vecchi sembrano atterriti dalla prospettiva e chi può cerca conforto con il vicino. I pochi bambini presenti, povere bianche anime ingenue, sono incuriositi e in qualche modo divertiti dal fatto che la giostra si sia fermata… è come avere un giro in più. In realtà gli animi vanno surriscaldandosi, il caldo opprime e la puzza fa peggio. Alcuni cercano di aprire le porte e mi scostano in malo modo quando, nell’ultimo tentativo, arrivano alla porta vicino a me e cercano di aprirla. Due energumeni insinuano le dita tra le fessure al centro, forzandole da entrambi i lati, ma con scarso successo. Nessun controllore passa di lì a infondere la certezza che il treno riprenderà la sua corsa. Ed è proprio mentre penso a cosa intanto succede sugli altri vagoni che scoppia l’inferno.

Alcune delle persone al centro iniziano a urlare, a fare la voce grossa contro altri, più deboli o più sfortunati: volano minacce e ordini poiché tutti in cerca di aria, di spazio vitale violentato dalla presenza altrui. Dei ragazzi cercano di affacciarsi dai finestrini per prendere un po’ d’aria, per respirare, ma le soluzioni antisuicidio non sempre salvano la vita. Quello che accade ha la stessa forza esplosiva di un bubbone purulento che esplode. Un’insofferenza dilagante si aggira tra tutti i passeggeri e senza un motivo preciso partono i primi pugni, i primi calci, le prime urla. Urla di donne senza un riparo da cercare, ed i bambini che inseguono le proprie madri, perdendosi tra i dedali di gambe davanti a loro. Ed è così che il pianto si confonde con le urla.

La folla ondeggiava mossa dalla forza bruta e dall’esasperazione che pure deve trovare uno sfogo… e un bersaglio. Nel giro di pochi minuti, non una rissa, ma una scena di esplosione di rabbia prende vita in quel teatro improvvisato. Si cerca di mettere a tacere chi urla, e chi cerca di placare gli animi, inevitabilmente finisce per far parte di quel girone infernale: o come vittima o come carnefice.

Anche io, come tutti, mi trovo all’interno di quella follia, di quella rabbia fine a se stessa che sembrava chiusa a chiave da secoli. La paura mi blocca gli arti, e mi sento parte anche io di quella maggioranza di deboli incapaci di prendere parte a questo banchetto di bassi istinti. Nel profondo mi vergogno, ma non ci penso, e mi ritrovo con le mani in tasca a stringere le mie chiavi di casa, un feticcio della buonanotte.

C’è già qualcuno a terra che si tocca qualche parte dolorante del corpo, il sangue sporca i vetri mentre alcuni denti già hanno toccato terra. Le urla diventano sempre più alte, alcune rabbiose altre imploranti.

Ormai non è più il vagone di un treno che si è fermato, inspiegabilmente. È un microcosmo dove tutto ciò che nella vita civile, sopracoperta, viene accuratamente celato, accusato, represso, prende improvvisamente vita, come se non aspettasse altro. La cosa peggiore è che nessuno riesce a sopportare la paura vera che prova in quel momento, non riesce a controllare la rabbia, non riesce a non soccombere alla frustrazione, al dolore, a quell’esplosione di entropia, per tutti impensabile meno di 10 minuti prima. E, educati a che tutto fosse controllabile, rinunciabile, sacrificabile, alcuni preferiscono impazzire, guardando in faccia i propri demoni. Una scena colpisce la mia attenzione, mentre codardo voyeur, mi stringo nelle spalle affondando ancor di più nell’angolo del treno. L’obiettivo del mio occhio si ferma su un uomo anziano che inspiegabilmente, come tutto quello che attorno a lui accade, si alza, lentamente, aiutandosi con i sostegni ai lati dei sediolini, e inizia a colpire il vetro di fronte a lui con la testa, sempre più forte, e così, BAM BAM BAM, fino a quando il sangue inizia a colare dalla fronte, copioso. E cade, piegandosi sulle ginocchia, a terra, la sua testa si piega e i suoi occhi si fermano a guardare me; non morti e spenti, ma vivi. Ma in qualche modo sopraffatti dal dolore, fisico e interiore, occhi spalancati in una vana richiesta di aiuto. Io lo guardo, lo osservo e la testa è vuota in quel momento. La paura, paralizzante ed irrazionale mi aveva posseduto completamente Non c’è pietà, rassegnazione, famiglia, ragazza, educazione, istinto… nulla!

Dura un attimo! La testa del vecchio è calpestata da una serie di piedi più giovani e meno sensibili di lui. Un conato di vomito bussa alla porta dello stomaco, e se la cosa dovesse accadere, stupidamente mi rincuora, non sarei il primo!

Ma il mio ruolo di osservatore non poteva durare a lungo e, nel profondo, lo sapevo, o forse… lo speravo! Speravo che la forza centripeta di quel turbine di follia riuscisse, dove io, con la mia paura, avevo fallito.

Braccia mi tirano al centro, mi sento sballottato, colpito, dolorante! Mi sento solo contro la forza di una follia che ha radici profonde, e che non riesco a condannare!

Mi sorprendono nella mente le parole di una canzone: “come faremo ad uscire da questo fiume di merda puliti e profumati?”

E poi fu il buio!

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