Racconti — 2 feb ’10 13:00

“Esperimento di scrittura a più mani: racconto collettivo” di Hyde Park

Cari amici,
Hyde Park vi propone una nuova iniziativa creativa: un racconto “patchwork” scritto a più mani.]

Come funziona?
Troverete l’inizio del racconto su questa pagina. Ognuno di voi può continuare il racconto (non completare, semplicemente aggiungere una continuazione). La redazione si occuperà di volta in volta di selezionare una tra le “continuazioni” alternative e pubblicare la versione aggiornata su questa stessa pagina. Pensate a come si potrebbe evolvere il racconto e inviate la vostra continuazione all’indirizzo redazione@rivistahydepark.org .
Rimanete in contatto con noi per vedere lo sviluppo del racconto a più mani!
Ecco la prima parte:

MUCHODARK BABENCO

Jonas K, completamente rapito dal ronzio monocorde dell’ascensore, non si accorse immediatamente che il tizio accanto a lui dall’aria così rigidamente impiegatizia aveva iniziato a fumare. Ma non si trattava del misero apporto di una sigaretta clandestina che spavalda si apprestava ad appestare la poca aria
a disposizione in barba a qualunque divieto, nossignore, un fumo denso e grigiastro si sollevava dall’intero corpo dell’individuo, come se sotto l’impeccabile cappotto di loden nascondesse la caldaia a carbone di una vecchia locomotiva…

PAOLA BALDINI

Aveva sempre odiato le sigarette, la puzza acre e penetrante del fumo, lo faceva star male. Ma non era solo l’odore che lo disturbava, nè la prepotenza di quelli che fumavano, nonostante fosse assolutamente vietato e nemmeno l’aria che scarseggiava nella piccola cabina in movimento.
No, non era niente di tutto questo…era solo il ricordo.
Un ricordo vivo, cocente, palpabile.
Il ricordo di suo padre.
Fissando il cartello che recitava a chiare lettere NO SMOKING, la memoria cominciò a tradirlo, come sempre gli capitava quando l’odore della nicotina investiva violentemente le sue narici. E anche quella volta non fu diversa dalle altre.
…l’odore…quell’odore… quando entrava in casa, era sempre identico. Jonas ormai non ci faceva più caso. Una puzza stantia, acida che pervadeva mobili, tende, persone. Suo padre! Suo padre e la sigaretta, amici inseparabili di un crudele destino. Una morte preannunciata. La sigaretta lo aveva portato via prematuramente, ingiustamente, inspiegabilmente, quando suo figlio aveva ancora bisogno di lui…
I ricordi e le immagini, come al solito, gli si affollavano nella mente, al punto di non accorgersi che la cabina si era fermata mentre il led luminoso segnava 12. Le porte si aprirono con un fruscio leggermente sibilante, sul dodicesimo piano.
Permette? La voce dello sconosciuto fumatore, lo riscosse.
Si scostò per lasciarlo passare. Rimasto solo, con l’indice schiacciò il tasto del numero 15, mentre cercò di darsi un nuovo contegno, sistemandosi il nodo della cravatta e abbottonandosi il doppio petto grigio chiaro che aveva scelto per il suo primo colloquio di lavoro.

LINDA BERTASI

Sospirò, mentre le porte dell’ascensore si aprivano al rallentatore e venne catapultato in quel lunghissimo corridoio.
Iniziò a percorrerlo, cercando di non badare alle vetrate immense che lo costeggiavano, al di là delle quali scrivanie ed uffici immensi facevano mostra di sè.
Tutto alla luce del sole, tutto così dannatamente quieto, ordinato, perfetto!
Scosse il capo, rammentando le parole di Marc che lo esortava a fargli quel piccolissimo favore, ad accettare di andare almeno al colloquio.
Ed eccolo lì, mentre percorreva quel pavimento a specchio, quando qualcosa di indefinito, una percezione, un sesto senso, neppure lui seppe dire cosa, come o chi, lo fece volgere verso la vetrata alla sua destra.
Lì, in un ufficio dai caldi colori pastello, scorse una donna seduta davanti ad un portatile. Le unghie curate che premevano sui tasti neri, le ciglia lunghe fisse sul monitor e due occhi verdi che lo scandagliavano alla ricerca di risposte.
Proprio in quell’istante, andò a sbattere contro due spalle alte, robuste, simili all’acciaio.

LORENZO LOMBARDI

Jonas alzò la testa e si ritrovò davanti un uomo gigantesco in giacca e cravatta con dei baffetti e un grosso sigaro in bocca. Chiese scusa ma l’uomo gli rispose con un grugnito e continuò sulla sua strada come se non ci fosse nessuno nel corridoio. Jonas girò la testa alla ricerca della donna seduta col portatile ma con gran sorpresa scoprì che non c’era più, allora continuò lungo il corridoio verso la porta dell’ufficio del suo esaminatore. Mentre camminava notò un distributore di bibite e un uomo vestito elegantemente che beveva un caffè. Jonas gli passò accanto e lo salutò ma subito l’uomo scappò quasi spaventato nel suo ufficio. Arrivato alla porta Jonas vi lesse la targhetta dorata, c’era scritto “Direttore Generale”; è lì che doveva andare (come gli aveva detto il portiere all’entrata dell’edificio). Jonas era sudato, aveva un po’ paura ma girò ugualmente la maniglia, aprì la porta ed entrò nella stanza. Quando fu dentro non riuscì a credere ai propri occhi, aveva davanti a sè una scena assurda e non sapeva come comportarsi.

MARISA ATTANASIO

La stanza era immersa nella penombra e Jonas fece fatica ad adeguarsi al brusco cambiamento di luce. Fece un passo all’interno e si stropicciò gli occhi, fissando l’unico punto di luce all’interno della stanza. Una candela. Una di quelle candele profumate dalla fragranza dolciastra e nauseante che non era mai riuscito a tollerare. Fece un altro passo all’interno.
-Ehm, ehm… – tossì nel tentativo di farsi notare da qualcuno. Ma non avvertì alcuna presenza. Lentamente i suoi occhi si abituarono alla penombra e cominciò a distinguere gli oggetti intorno alla fonte luminosa. La candela, adagiata in un vasetto di terracotta decorato, era sistemata su una pila di vecchi libri dal dorso rovinato. Una scrivania ingombra di carte, rotoli, stilografiche e altri libri faceva da supporto al tutto. Sembrava una scrivania di quelle antiche, in legno massiccio e larga all’incirca un paio di metri. Non riusciva a vederne il piano d’appoggio, non c’era un solo spiraglio libero. Un alto schienale in pelle si ergeva dietro la scrivania. La poltrona del direttore generale. Vuota. Alle sue spalle, cadevano pesantemente delle tende scure tirate, alle quali la luce della candela attribuiva un colore verde muschio. Buona parte di quella parete ospitava una massiccia scaffalatura alta fino al soffitto e il soffitto era smisuratamente alto. A Jonas sembrò molto strano quel dislivello tra il soffitto del corridoio che aveva appena attraversato e quello che vedeva adesso. A occhio e croce doveva essere alto circa tre metri. Ma c’erano ancora molte cose strane in quella stanza. Non sembrava molto ampia, ma lo colpì molto il fatto che, ad eccezione di una vecchia poltrona dall’alto schienale e dal colore indistinto, sistemata in un angolo, sembrava assolutamente vuota.
Qualcosa attirò  la sua attenzione nell’angolo opposto a quello in cui era sistemata la poltrona. Una fiammella si accese improvvisamente. Un fiammifero. La minuscola fiamma illuminò l’angolo per qualche secondo, ma ciò bastò a Jonas per vedere. Un vecchio dalla faccia incartapecorita dal tempo e dall’aria molto strana accendeva una pipa poggiata tra labbra inesistenti. Era in piedi, poggiato al muro in ombra. La fiamma si spense e una densa voluta di fumo si librò nell’aria, gonfiandosi smisuratamente per essere stata generata da una sola boccata di pipa. Un secondo ricciolo e poi un altro ancora riempirono in pochi secondi la stanza di fumo, avvolgendo in un alone inquietante la sagoma nell’angolo e impregnando l’aria di un odore acre.

ISABELLA VERDIANA DI TOMASSI

La mente di Jonas andò improvvisamente in stand-by… solo qualche secondo, che gli servì per realizzare che – nonostante la situazione non fosse delle più usuali – c’era un altro pensiero che era ancor più inquietante: il motivo per il quale era lì.
Non gli erano mai state estranee le intuizioni improvvise, ma quel calore che a volte sentiva sulla pelle era una reazione ad una scarica adrenalinica che gli attraversava il corpo quando pensava di non avere il controllo sugli eventi. Ecco, ora gli si era presentata una di quelle situazioni.
Marc, quel figlio di cane, lo aveva cacciato in qualcosa da cui non sarebbe stato facile uscire, così, anche se non gli sembrava poi una grande idea, decise di rompere l’indugio.
- Credo di essere qui per un motivo diverso da quello che credevo. Mi sbaglio? – disse con voce strafottente, come se la sicurezza nel suo timbro gli potesse assicurare una risposta che avrebbe fugato i dubbi.
Cercò di mascherare lo stupore quando quello che pensò essere il ‘Direttore’ disse : ‘Non mi sembra a suo agio … proviamo così…’ – e nel dirlo accese la piccola luce di un’ abajour che era poggiata in terra vicino i suoi piedi – ‘Lei è qui per un motivo ben preciso, Mr. Keller!’ –
A quelle parole ebbe un sussulto. Quello strano uomo che ricordava l’icona cinematografica di un vampiro millenario, sapeva il suo vero cognome … conosceva le sue origini!
Cosa stava succedendo? ….. Le spire di quel maledetto fumo ora gli erano diventate insopportabili, le immaginava mentre gli avviluppavano le circonvoluzioni del cervello, impedendogli di pensare alla mossa ed alle parole successive….

PAOLA BALDINI

-Siedi, figliolo!
La voce arrivò, roca, calda, dannatamente familiare. Una voce rovinata da anni di fumo e da un uso eccessivo delle corde vocali; la voce di chi è abituato a comandare, a impartire ordini e a non attendere risposte. Non conosceva quella voce, ma l’accento sì, l’aveva sentito milioni di volte.
Jonas era lì, dritto e rigido, le mani sudate tradivano una profonda agitazione.
-Vedo che Marc ti ha convinto! Almeno tuo fratello ha ereditato la cocciutaggine di famiglia! Bene, accomodati pure! Non sei venuto per un colloquio di lavoro? Sei molto simile a quel buono a nulla di tuo padre, continuò il vecchio, tra un colpo di tosse e l’altro. Il ragazzo continuava a rimanere fermo, non credeva ai propri occhi e alle proprie orecchie. Guardava quella persona non riuscendo però, a causa della penombra a mettere ben a fuoco il suo viso. Non riusciva a crederci…suo nonno! Lo credeva scomparso da tempo ed invece era lì, vivo e vegeto, davanti ai suoi occhi! Sapeva che suo nonno era morto e che la società era stata affidata ad un amministratore delegato. Aveva visto il vecchio una sola volta nella sua vita.
Quella volta in cui aveva sbattuto suo padre fuori dalla porta, dalla sua casa, dalla sua vita.
Non si poteva tollerare un artista in famiglia e per giunta un artista di strada. Una persona ingombrante e inutile, una presenza scomoda, qualcuno di cui non andare orgogliosi nelle riunioni di famiglia. Ma suo padre era così, un uomo buono, profondamente semplice e onesto che non aveva accettato di lavorare con i pescecani di una grande società immobiliare, dalle attività poco chiare che fatturava milioni di euro ogni anno, ma che non disdegnava di calpestare tutto ciò che incontrava  sulla sua strada, considerandoli inutili ostacoli alla realizzazione dei suoi progetti.
Jonas sapeva che sotto una rispettabile  facciata, si nascondevano traffici illeciti e che il danaro spesso aveva avuto, per il passato provenienza sporca.
Non avrebbe voluto affrontare quel colloquio, non avrebbe voluto lavorare in quella società, ma Marc aveva insistito molto. In fin dei conti era la società di famiglia e loro un giorno avrebbero ereditato tutto. Era proprio ora di cominciare ad entrare nel gioco, ma nel modo giusto. Jonas ne era convinto..
Aveva impiegato molto tempo a prendere quella decisione, ma ormai era fatta. Sarebbe entrato nella società e avrebbe messo le cose a posto, giocando pulito e a carte scoperte.
-Nonno, pensavamo fossi morto- cominciò con voce tremante e incerta.
-Quel buono a nulla di tuo padre vi ha detto questo, lo so, ed io ve l’ho lasciato credere, ma ora  è il momento per voi di farvi avanti, ecco perchè ho insistito con tuo fratello affinchè ti convincesse a presentarti qui per un colloquio.
-Ma…-Provò ad obiettare il ragazzo
-No, non pensare male di Marc, gli ho chiesto io di non dirti la verità, anche per lui è stata una sorpresa, quando ha saputo di me. Non ho molto da vivere e la tua laurea in economia e commercio, è proprio quello che ci vuole per cominciare ad entrare negli affari di famiglia.
-Nonno, voglio essere sincero con te, non mi piacciono i tuoi affari e non piacevano nemmeno a mio padre! Pensavo di fare un colloquio col dott. Morandi, l’amministratore delegato e di poter cominciare ad entrare, magari dal basso, nella società, ma solo per agire, un giorno, legalmente, con affari leciti, chiari e secondo la legge!
La risata del nonno, rauca e profonda, interruppe le sue parole. Jonas rimase allibito, non si aspettava quella reazione, ma ben presto allo stupore si sostituì il terrore.
Tutto accadde in un attimo. Le vecchie mani raggrinzite si chiusero attorno alla gola flaccida e cominciarono ad annaspare alla ricerca di aria. La bocca si spalancò e gli occhi strabuzzarono… pochi rantoli e poi, inesorabile, la fine.
Nonno, nonno, aiuto…qualcuno mi aiuti!- Jonas era disperato, cominciò ad urlare e ad agitarsi.
Ciò che accadde dopo, lo visse come la scena di un film. Il fischio lacerante dell’ambulanza,  i tentativi di salvare quel corpo immobile, accasciato scompostamente sulla poltrona, le urla, la confusione. Non ci fu la corsa in ospedale, non serviva più. Suo nonno, già perduto tanti anni prima, questa volta se n’era andato davvero, lasciandolo solo, tremante e confuso in un angolo nascosto di quella grande stanza in penombra.

MARISA ATTANASIO

Il silenzio regnava sovrano nell’abitacolo della monovolume. Marc aveva insistito per accompagnarlo a casa.
- Mi sembri un po’ a terra – aveva detto, mettendogli una mano sulla spalla in modo del tutto innaturale. Non erano mai andati molto d’accordo, non che avessero mai litigato, ma c’era qualcosa di molto diverso in ciascuno di loro, che agiva come elettroni della stessa carica, lasciando che si respingessero reciprocamente. Così erano sempre andati avanti.
La cerimonia funebre era stata breve, la piccola chiesa a poche centinaia di metri dall’azienda non aveva faticato a contenere le poche persone che vi avevano preso parte: una ventina, più o meno, tutti dipendenti della società, più curiosi che dispiaciuti per la dipartita del vecchio. La maggior parte di loro non lo aveva mai visto. In verità, nemmeno Jonas era granché dispiaciuto, per lui il vecchio era morto già da un pezzo. Piuttosto lo turbava la sua improvvisa apparizione, come uno zombie avvizzito, riemerso dalle viscere della terra per sprofondarvi di nuovo proprio davanti ai suoi occhi.
- E’ stato lui a mandarti da me, vero? – domandò, rompendo inaspettatamente il pesante silenzio.
Marc si limitò ad annuire.
- Da quanto lo frequentavi?
- Se ti riferisci al fatto che sapevo della sua esistenza, saranno all’incirca un paio di mesi. Anzi per la precisione, è stato il giorno dell’anniversario della morte di nostro padre. Avevo avuto una giornata da cani ed era già quasi sera, ma non potevo lasciar passare quel giorno senza andare a fargli visita. Arrivai al cimitero pochi minuti prima della chiusura e lo trovai là, davanti alla tomba di papà.
Jonas lo fissò incredulo. Non riusciva a credere che quel vecchio senza cuore, che non si era materializzato nemmeno per il funerale di suo padre, potesse essersi ricordato dell’anniversario della sua morte.
Marc sospirò rumorosamente e poi riprese.
- Sì, fu una sorpresa anche per me. Non avevo idea che fosse ancora vivo. Non disse molto, si limitò a fissarmi per qualche attimo, poi si mise una mano in tasca e ne estrasse un cofanetto. “Dallo a quel buono a nulla di tuo fratello, gli appartiene!” , mi disse e se ne andò.
Marc fermò il motore. Erano sotto casa di Jonas, ma lui non se ne era reso conto, troppo assorto nei suoi pensieri. Prese il cappotto dal retro e armeggiò nelle tasche.
- Ecco. E’ questo il cofanetto. E’ tuo – disse in tono ostentatamente solenne.
Jonas esitò un attimo, guardò il cofanetto, un quadrato di logoro velluto blu, non più largo di cinque o sei centimetri. Lo prese. Non voleva aprirlo davanti a suo fratello, anche se sapeva che lui lo aveva già fatto.
- Grazie per il passaggio – gli disse e uscì. Lo aprì solo a sera. Se l’improvvisa apparizione di suo nonno lo aveva lasciato di stucco, il contenuto di quel cofanetto riuscì a fare anche di più. Un medaglione d’oro con sopra un falco con una colomba stretta tra gli artigli. L’icona della società immobiliare.  Sul retro c’era un’incisione: a Jonas K. 13 maggio 1756.

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2 Commenti

  • vai al gruppo ,quelli del romanzo infinito,…….e quasi un anno che si sta facendo qUesto esperimento con il ROMANZO INFINITO LO HAI MAI LETTO ? MI PARE CHE TI SEI ISCRITTO AL GRUPPO l’idea è geniale ma presenta una serie di difficoltà ad esempio le cose si complicheranno quando i post avranno superato i 400…….la trama non sarà semplice da ricordare ed i nuovi scrittori inseriti non riescono a proceder se non hanno seguito attentamente la trama che si allunga…..MA VALE LA PENA PROVARE…..

  • 4 anni fa’ ho fatto la stessa cosa creando “LA STORIA INFINITA” , è stata un’esperienza bellissima durata più di un anno, con persone simpaticissime ed eravamo molto affiatati
    tra di noi … è un’esperienza che consiglio a tutti di provare :)

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