“Il dono” di Massimo Occhiuzzo

Il mare era agitato, il colore della risacca rispecchiava quello nero del cielo, non ricordavo niente di ciò che mi era successo, avevo difficoltà  a concentrarmi, mi guardavo le mani e le vedevo confuse mi sembrava di non riconoscerle.
Camminavo a piedi nudi sulla spiaggia, ero protetto dal vento da un giaccone di lana pesante, i miei passi incerti mi portavano a una capanna sulla spiaggia.
All’interno del piccolo rifugio c’era uno specchio appeso, mezzo rotto, mi specchiai, dovevo avere all’incirca settanta anni, non ricordavo la mia età né niente altro, lo specchio mi rimandava un volto barbuto e sofferente, sul collo avevo una cicatrice come di un nodo scorsoio.
Sul tavolino trovai un portafoglio, sperai fosse il mio e che contenesse un documento di riconoscimento o almeno qualche traccia che mi permettesse di risalire alla mia identità.
Il portafoglio era vuoto, niente poteva aiutarmi, uscii dalla capanna, aveva anche cominciato a piovere, poco distante da lì trovai un paio di scarpe, erano senza dubbio le mie anche se non ricordavo perché le avessi tolte.
Mi allontanai dalla spiaggia iniziando a camminare sulla sabbia finchè non raggiunsi la strada asfaltata, era mattino presto e non c’era nemmeno una macchina a transitare su quella strada.
Continuai a camminare, ero sconvolto, stanco, finalmente vidi una macchina, feci cenno di fermarsi, fortunatamente si fermò subito, un uomo mi raccolse, spiegai brevemente di essermi perso e di voler andare al più vicino centro abitato.
Dopo diversi chilometri giunsi ad un piccolo paese, l’uomo che mi aveva dato il passaggio si fermò su mia richiesta al comando locale dei carabinieri.
Era ancora presto, ma mi accolsero subito, dissi loro di essermi smarrito e soprattutto di non ricordare niente.
Mi fecero aspettare, mandarono in giro dei fax agli altri comandi e agli ospedali chiedendo se qualcuno avesse denunciato la scomparsa di un uomo con i connotati simili ai miei, ma dopo qualche ora nessuno rispose.
Così decisero di prendermi le impronte, ma anche questo tentativo fu infruttuoso, non avevo identità nemmeno per loro, mi dissero di aspettare che avrebbero tentato altri indagini, mi offrirono un caffè.
Approfittando di un momento di distrazione mi dileguai, all’esterno del comando pensai di fare a ritroso la strada che mi aveva portato lì e di tornare alla spiaggia nella ricerca di qualche indizio.
Dopo qualche passaggio, mi ritrovai solo al punto di partenza davanti alla capanna.
Cominciai a camminare sulla spiaggia andando verso l’orizzonte, ormai ero senza speranza, quando qualcosa simile a una scossa elettrica aprì un flash nella mia mente…
……Una montagna, inverno, c’era la neve e una fila di persone armate camminavano, fra queste un ragazzo, poi una roccia e dietro di questa lui, nascosto, sparava contro alcuni soldati tedeschi.
Una porta di legno, il silenzio di una cella, delle scritte sui muri, il dolore delle botte, il viso tumefatto di un ragazzo poco più che adolescente.
Un muro all’aperto, un mucchio di persone in attesa, un plotone di SS, il ragazzo sorretto da alcuni di questi e poi ancora lui costretto ad indicare alcuni di loro.
Poi il suono delle mitragliatrici e il dolore di aver tradito qualcuno, e ancora il ragazzo preso e impiccato a un albero dai tedeschi….
È strano quel ragazzo impiccato ero sicuro di essere io, ma non era certamente possibile, avrei dovuto essere morto, ripensai alla cicatrice sul mio collo.
Mentre ero immerso in questi pensieri, sentii qualcuno urlare, mi voltai, una donna che non conoscevo e un carabiniere correvano verso di me.
“Antonio sono Sonia, aspetta, finalmente ti ho ritrovato”, il carabiniere era uno di quelli della stazione da cui ero andato via, si fermò davanti a me “Sig. Antonio finalmente siamo riusciti ad identificarla, sono giorni che sua moglie la cerca”.
Mi misero in una macchina e mi portarono a casa, il giorno dopo avrei dovuto andare in ospedale per capire che cosa mi fosse successo.
Quella notte nel letto accanto a mia moglie, che non avevo riconosciuto, non riuscii a dormire, le immagini nella mia mente si affollavano….
C’era tanto vento, un vento caldo e le foglie dell’albero si muovevano tutte, una corda stringeva il mio collo e un cartello con su scritto “partisanen” copriva il mio corpo, i  tedeschi erano andati via e io consumavo gli ultimi istanti, il dolore del tradimento era l’ultimo pensiero della mia vita …..
Poi in un altro tempo in un’altra vita mi ritrovavo più grande, davanti a dei binari, non ero solo, accanto a me c’era un uomo scheletrico appoggiato a me. Nevicava con forza, una fila di casacche tutte uguali si dirigevano verso una torre nera da cui usciva un filo di fumo bianco e nell’aria c’era solo odore della morte; rivolsi uno sguardo al cielo, gli ultimi istanti, gli ultimi pensieri…
Ero sconvolto, anche quell’uomo ero io, ma non capivo, poi di nuovo le immagini presero forma…
…Iniziò con uno spostamento d’aria, poi un caldo insopportabile, e poi una luce accecante, il fungo si espanse, presi la mano della mia bambina e poi il nulla, a Hiroshima quella mattina c’era il sole….
….Nei vicoli d’Algeri c’era tanto caldo, i parà mi misero contro un muro e mi bendarono, gli uccellini cantavano…
…. Nella giungla c’era un caldo spaventoso e le mosche si appiccicavano alla faccia, ci avevano avvertito di stare attenti, i gialli erano in quella zona, sentii un urlo, mi saltarono i nervi e con il lanciafiamme diedi fuoco a una capanna da dove avevo sentito provenire l’urlo, uscirono due bambini il loro corpo andava a fuoco….
… Le bombe cadevano a grappoli, io fumavo una sigaretta e dal mio aereo vedevo morire parte dei miei nemici, era giusto, la guerra in Iraq sarebbe finita presto…
Quell’uomo ero di nuovo io…e ancora  e ancora……
All’ospedale, il giorno dopo, mi visitarono accuratamente, ero affetto da una forma acuta di Alzheimer, ricordavo solo gli eventi del passato ma non ero in grado di ricordare nessun evento recente, ero pericoloso per me e per gli altri, dovevo essere subito ricoverato in una clinica.
Ciò che mi avevano detto lo capivo, ma non potevo giustificare le mie allucinazioni, i miei ricordi.
Erano giorni che ero ricoverato in clinica, la mia malattia peggiorava sempre di più, ora non ricordavo nemmeno ciò che avevo fatto un istante prima, le suore avevano cominciato ad assistermi in tutto.
Era mattina presto, quando cominciò di nuovo….mi ero seduto su una panchina nel cortile della clinica.
…La corda  stringeva sempre di più, era davvero finita, quando vidi una forte luce e nella luce sentii una voce calda “stai tranquillo non morirai per questa volta, ma a causa del dolore  del tuo tradimento avrai un dono, ricorderai come se fosse tuo il dolore di questa umanità, la tua vita sarà la vita di tutti!”.
Poco dopo sentii alcune voci, degli uomini mi avevano trovato, tagliarono la corde e mi salvarono….
Finalmente ricordavo perché ero andato sulla spiaggia, perché mi ero tolto le scarpe, volevo farla finita, non ce la facevo più di sentire tanto dolore…ma  poi dimenticai ciò che stavo facendo…
Poveri noi uomini che non abbiamo memoria del passato, mentre il male si rigenera facilmente nell’oblio, trascinando noi malati di un Alzheimer al contrario, in una guerra senza fine, senza soluzione, finché il nostro cuore non ricorderà.

1 comment on this postSubmit yours
  1. Intuisco del Potenziale, ma deve liberarsi ad ogni costo del pesante giogo della retorica. Continua a picconare quella parete, lì sotto da qualche parte c’è un giacimento…

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